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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,1-11)

Pentecoste (cinquanta giorni dopo la Pasqua) è l’evento decisivo per l’umanità di tutti i tempi, per l’invio dello Spirito Santo promesso dal Risorto – che ne ha fatto esperienza con la risurrezione dai morti – prima di ritornare al Padre nel giorno dell’Ascensione.

L’evento accade mentre i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, con le porte chiuse per paura dei giudei, giacché la condanna a morte del maestro era valida anche per loro. Tutto avviene in modo imprevisto, di sorpresa e senza preavviso, e irrompe nella loro vita suscitando sconcerto e confusione.

Cosa concretamente sia avvenuto è difficile da descrivere, perché non ci sono parole adeguate e l'unica cosa è cercare di fare comparazioni: “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso (…) Apparvero lingue come di fuoco”. L’evento va molto al di là della capacità di comprensione e descrizione: non si tratta né di vento né di lingue di fuoco ma di qualcosa che gli sarebbe potuto assomigliare, appunto perché non c’erano esperienze precedenti né esistevano parole adeguate che potessero descrivere l’accaduto. Gesù aveva promesso l’invio dello Spirito Santo, ed è quello che è successo. I discepoli erano ben lontani dal pensare che ciò potesse accadere in quel modo e in quella circostanza.

Di fatto, “tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”. Le lingue simili al fuoco simboleggiano il dono dello Spirito che attua le promesse del rinnovamento, ultimo e definitivo, del popolo di Dio. A prima vista sembra che essi parlino ognuno una lingua diversa dall’altro ma, in realtà, parlavano normalmente e i presenti li comprendevano “nella propria lingua originaria”. Significativo al riguardo è il caso del centurione Cornelio e della sua famiglia, rispetto al quale Pietro afferma, una volta tornato a Gerusalemme, che “lo Spirito Santo discese su di loro come in principio era sceso su di noi” (At 11,15).

Gli apostoli, nell’evento della pentecoste, si esprimono per il potere che viene dall’alto, da Dio, riguardo “alle grandi opere di Dio”, in virtù del fatto che, con lo Spirito, hanno preso maggiore coscienza della portata e del significato della morte e risurrezione di Gesù, fino ad allora incomprensibile e indecifrabile.

La nuova condizione cambia l'atteggiamento verso se stessi, il rapporto con le autorità, il popolo e le persone di altre origini e culture. Di fatto, la lista dei popoli indica le nazioni del mondo intero allora conosciuto e, pertanto, si comprende che il dono dello Spirito non è solo per i discepoli (ossia per il popolo giudeo) ma per l’umanità di tutti i tempi.

Per la presenza dello Spirito in tutti i popoli della terra si verifica che tutti sono messi in condizione di comprendere le “grandi opere di Dio” a loro favore, nella loro lingua, nella loro cultura e modo di vivere.

Con Gesù non è nata una nuova religione, in conflitto con le altre esistenti a tale da essere imposta come unica su tutta la terra. La missione ha svelato la dinamica, lo stile, la filosofia di vita e il destino ultimo riguardo a se stessi, al rapporto con gli altri, con la società, l’umanità e il creato. Tale evento può essere compreso da tutte le religioni, nella misura in cui sintonizzano con il messaggio centrale del mistero della vita e del creato,  posto nelle loro radici autentiche e profonde. La sintonia apre l’orizzonte all’armonia che coinvolge tutto e tutti, nella pienezza di vita di ogni persona e dell’umanità intera. In sintesi,  si tratta dell’avvento della sovranità di Dio nella ricapitolazione di tutto in Cristo (Ef 1,10).

La sintonia è sempre più profonda e consistente per la pratica dell’amore, che Gesù ha insegnato e praticato fino alla consegna di se stesso, per l’avvento del Regno, che riassume e ricapitola le “grandi opere di Dio” che investono l'intera famiglia umana,  nell'armoniosa sinfonia delle diverse nazioni, culture e religioni.

Gesù manderà i discepoli per il mondo intero ad insegnare e testimoniare alle genti la legge dell’amore (che contiene in se stessa la forza della risurrezione)-, attraverso la quale purifica, rinnova e rigenera tutte le religioni (oggi aggiungeremmo anche l’agnosticismo e l’ateismo teorico), lasciando loro le specifiche caratteristiche culturali, organizzative e sociali.

Gesù stesso ha fatto altrettanto nel suo rapporto con i pagani, restando addirittura sorpreso della loro fede nei suoi confronti, come nel caso di guarigione del servo del centurione (Mt 8,5-13).

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura At 1,1-11

L’autore del libro degli Atti è l’evangelista Luca e per questo motivo inizia dicendo: “Nel mio primo libro”, perché il libro degli Atti è la continuazione del suo vangelo. Gli Atti raccontano l’azione dello Spirito Santo nella diffusione dell’annuncio evangelico e il sorgere delle prime comunità nel mondo allora conosciuto.

Nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione (40 giorni è un numero simbolico e sta ad indicare un tempo prolungato di preparazione) Gesù parla ai discepoli “delle cose riguardanti il regno di Dio”. Non accenna alle sue vicende personali, all’ingiustizia che ha subito, alle sofferenze, all’abbandono dei discepoli, né al tradimento e rinnegamento di Giuda e di Pietro, ma solo della finalità della sua missione: l’avvento del regno di Dio. Non c’è parola di critica, lamento o rimprovero rispetto all’ingratitudine del popolo e dei discepoli. Il suo interesse è che questi sintonizzino con la dinamica dell’avvento del regno di Dio, del quale egli è personalmente coinvolto e testimone.

È ammirevole il distacco da se stesso e dalle sue tragiche vicende personali; Egli si rivolge ai discepoli come se nulla di speciale fosse accaduto, nonostante il loro ingrato comportamento. Non è alterato il suo rapporto con i discepoli né con il popolo mentre la sua missione sta arrivando al punto finale per quanto riguarda la sua presenza fisica nel mondo.

Il regno è il motivo centrale della missione di Gesù e costituisce l’attrazione per la quale i discepoli lo seguono. Ma quel che loro – i discepoli – aspettavano non coincide con l’azione del Maestro, per cui domandano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?”. Si aspettavano che l’agire di Cristo fosse in sintonia con la predicazione del Battista e della tradizione religiosa e, pertanto, annunciasse la purificazione del popolo e l’instaurazione di un nuovo regno che escludesse i romani.

Gli apostoli non avevano compreso la vera portata della predicazione e dell’azione di Gesù! Anche se la presenza del Risorto li lascia stupefatti e sconcertati, il legame con l’avvento del Regno di Dio rimane confuso. Gesù non si sorprende e li istruisce, sa che ora non sono in grado di comprendere – capiranno solo con dopo l’invio dello Spirito Santo – e risponde loro con molta semplicità: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato al suo potere”.

Si tratta del “potere e gloria” manifestato nella vita e negli eventi pasquali di Gesù, e del quale essi saranno investiti per l’imminente azione dello Spirito: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”.

Fra parentesi, è bene specificare che l’ascensione di Gesù al cielo non è un evento distinto dalla sua risurrezione, la quale implica già la sua piena glorificazione. Essa è solo un modo diverso per esprimere il coronamento della sua opera: mentre il linguaggio di risurrezione si ispira al concetto di “morte-vita”, il racconto dell’ascensione si rifà a quello di “basso-alto”. L’universo si divide in “terra e cielo”, con la terra considerata come la dimora degli uomini e il cielo come dimora di Dio. Quindi, dopo aver vissuto in terra, tra gli uomini, Gesù, compiuta la missione, si trasferisce nella dimora di Dio.

“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Il risorto entra nella gloria, realtà non accessibile ai loro occhi, ma nella quale saranno coinvolti. Per il momento non possono capire più di tanto, ma lo comprenderanno con lo svolgimento della missione. L’urgenza e la determinazione di essa risiede nelle parole dei due personaggi in bianche vesti: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”.

Perché costoro non li chiamano apostoli, discepoli, seguaci, o altro che abbia un rapporto con Gesù Cristo, ma fanno solo riferimento alla loro terra d’origine?

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10,25-27.34-35.44-48)

Con l’ingresso di Pietro nella casa del pagano Cornelio (centurione romano – “uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutta la nazione dei Giudei” (At 10,22) – simpatizzante del giudaismo) inizia il processo di apertura del cristianesimo ai pagani. Per i primi discepoli era impensabile che un pagano potesse aderire a Cristo se prima, con la circoncisione, non avesse accettato la legge mosaica.

Il capitolo descrive l’incontro con Pietro, richiesto dello stesso Cornelio, dopo la singolare visione di un angelo inviato dal Signore che lo invitava a chiamarlo per ricevere giuste informazioni. Pietro è ricevuto con grande attenzione da parte di Cornelio che “gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio”, al punto che lo stesso discepolo lo rialzò dicendo: “Alzati: sono solo un uomo!”; infatti tale comportamento spettava solo alla divinità.

Dopo aver preso conoscenza della visione Pietro afferma: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone (…)”. È la presa di conoscenza di una novità finora impensabile. Il comportamento dei giudei rispetto agli altri popoli è segnato da una divisione netta in due gruppi: loro e gli altri; la salvezza spettava a loro in primo luogo, mentre gli altri potevano accedere alla stessa solo attraverso la conversione alla legge di Mosè e la circoncisione era il segno dell’adesione.

“(…) ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. Già Gesù si era comportato allo stesso modo nei riguardi di un altro centurione romano (il cui servo era gravemente ammalato) e del quale aveva ammirato la consistenza della fede come mai aveva incontrato in Israele. Evidentemente, in quell’occasione, Pietro non aveva compreso la portata dell’evento, pur avendo accompagnato da vicino Gesù.

Solo adesso – dopo la morte e risurrezione di Gesù e l’invio dello Spirito Santo – se ne rende conto. In generale, e in tutti i tempi, il corso storico e il farsi di nuovi eventi sono  opportunità per sorprendersi in merito alla portata dell’azione di Dio, che investe l’umanità nel mistero d’amore manifestato con l’evento di Gesù Cristo.

Il fatto è molto importante per l’attualità. La rapida successione degli eventi, il continuo evolversi dei criteri di giudizio e dei comportamenti, esigono molta attenzione e discernimento alla luce del significato e della finalità della missione di Gesù. Perciò la fedeltà alla tradizione – aspetto importante della correttezza dell’azione pastorale – non è semplice ripetizione di quello che si è sempre fatto, o avvallato dalle norme consolidate,  ma esige audacia, creatività e coraggio di sintesi nell’elaborare nuove risposte.

A conferma di questa intuizione accade che “Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola”. La Parola e lo Spirito sono le due mani dell’agire di Dio, con cui apre la mente e il cuore del credente alla comprensione dell’evento di cui è partecipe.

Per l’altro verso, “i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani fosse effuso il dono dello Spirito Santo”. Essi compresero le nuove possibilità di comunione e fraternità per la fede nell’unico Dio delle persone, in situazioni e contesti che mai avrebbero pensato potesse accadere. È pur vero che Cornelio non era una persona qualsiasi ma uomo giusto, retto, timorato di Dio e stimato per il suo comportamento, ma era sempre uno straniero, un pagano.

Pertanto anche oggi, in determinate condizioni di etica individuale e sociale, si apre la possibilità di un salto qualitativo della propria esistenza oltre ogni previsione o attesa. Di fatto i presenti, di origine giudaica, rimasero molto stupiti dall’accaduto.

Questo momento è un primo passo molto importante. Ci vorrà tempo e molte discussioni,  il vincere conflitti, superare resistenze estreme e, in alcuni casi, addirittura violente da parte dell’ambiente giudaico prima che tale apertura si consolidi e diventi pacifica accettazione.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 9,26-31)

 

Il testo racconta l’arrivo a Gerusalemme di Paolo, dopo la conversione alla porta di Damasco e le sue difficoltà d’integrazione nella comunità. Da un lato Paolo “cercava di unirsi ai discepoli”, per la sua singolare esperienza di conversione, il consolidamento e l’approvazione di essa nel predicare “apertamente nel nome del Signore”. Dall’altro lato, “tutti avevano paura di lui, non credevano che fosse un discepolo”, difficoltà più che comprensibile. Passare da persecutore a discepolo e, più ancora, testimone della risurrezione, considerato che era stato un persecutore nei confronti della comunità cristiana nascente, non era un cambio da poco.

I discepoli si saranno chiesti: la conversione sarà semplicemente una tattica per meglio raggiungere l’obiettivo persecutorio? O sarà un fuoco di paglia, qualcosa di momentaneo, senza spessore e consistenza, e poi tornerà ad essere quello di prima? Insomma sono molti i dubbi che, in circostanze come questa, potevano motivare perplessità e sospetto.

Barnaba perora la causa di Paolo davanti agli apostoli. Egli racconta loro che anche Paolo, durante il viaggio a Damasco, aveva visto il Signore e che Lui gli aveva parlato, e in Damasco “aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù”, caratteristica questa della testimonianza degli apostoli. In seguito all’intervento di Barnaba, Paolo entra a far parte della comunità di Gerusalemme; infatti “andava e veniva” nella città, mostrando anche qui lo stesso coraggio che aveva avuto a Damasco nell’annunziare il nome del Signore.

Come Stefano, anche Paolo si mette a discutere con gli ellenisti, cioè i giudei di lingua greca (probabilmente greci convertiti al giudaismo). Quale sia il motivo per cui arrivarono ai ferri corti, al punto che “questi tentavano di ucciderlo”, il testo non lo dice. Ma, molto probabilmente, predicava che la salvezza dipende dalla fede in Cristo e non dalla Legge mosaica, secondo uno dei temi centrali dei suoi scritti.

Si può comprendere lo sconcerto e la reazione dei destinatari nel percepire che non è servita a nulla la conversione dal paganesimo al giudaismo: di fatto la tensione divenne pericolosa, al punto che “i fratelli lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso”.

Per quanto riguarda Paolo, il non essersi scoraggiato né lamentato per il sospetto e la sfiducia della comunità nei suoi confronti ma, al contrario, l'essersi sentito molto legato alla comunità di Gerusalemme e l'aver predicato, con coraggio e audacia, esponendosi anche al rischio di perdere la propria vita, testimonia la solidità e la consistenza della sua conversione.

Paolo è un timorato di Dio, una persona determinata e sinceramente dedicata alla causa di Dio. La sua scrupolosa osservanza della legge mosaica fa di lui un soggetto intollerante verso tutto ciò che alteri o deformi il cammino della salvezza, con predicazioni e proposte ritenute inopportune, se non false. Ecco l’origine del suo zelo nel perseguitare, in un primo momento, i cristiani.

Lo stesso zelo lo caratterizza anche dopo l’evento della conversione alla porta di Damasco, quando si rende conto della portata e del significato della morte e risurrezione di Cristo per lui e per tutta l’umanità.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 4,8-12)

Il testo riporta la replica di Pietro davanti al Sinedrio (la massima autorità della nazione) in risposta al fatto che “veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli è stato salvato”. Pietro lascia intuire che la guarigione, da lui esercitata, va al di là della sfera fisica e riguarda la salvezza di tutta la persona. L’episodio è in questa prospettiva dato che, dopo la guarigione, lo storpio si era unito a Pietro e Giovanni e, con loro, era entrato nel tempio, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

Pietro comunica ai membri del sinedrio, e per mezzo di costoro a tutto Israele, che la guarigione è avvenuta nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, da essi crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti: “sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta dinnanzi risanato”. Egli dà a Gesù il titolo di Cristo e lo qualifica come il Nazareno, mettendo in luce il suo collegamento con le promesse fatte da Dio al suo popolo e alla  terra in cui esso risiede.

Nel “nome” è racchiusa la potenza della sua persona che continua a operare perché Gesù, dopo essere stato crocifisso, è risuscitato da Dio. Il nome”, in quell’epoca e in quella cultura, indica la realtà più vera e profonda del soggetto. Agire in suo “nome” è partecipare del potere del nominato.

L’aver guarito lo storpio fin dalla nascita, “nel nome di Gesù Cristo il Nazareno”, è testimoniare il potere del discepolo derivato da chi “voi avete crocefisso e che Dio ha risuscitato dai morti”. Manifestare quest’adesione è esporsi, in modo molto compromettente ed audace, davanti a coloro che, poco più di cinquanta giorni prima, avevano condannato Gesù alla croce con l'accusa di essere un blasfemo, un senza Dio e, perciò, meritevole del peggior disprezzo.

Pietro rincara la dose citando le parole della Scrittura e additando Gesù come “la pietra che è stata scartata da voi, costruttori, e che è divenuta la pietra d’angolo” (Sal 118,22). È una svolta a centottanta gradi, assolutamente inaccettabile e impensabile da parte delle autorità: tutto ciò è assurdo e risuona come bestemmia alle loro orecchie.

Tuttavia egli allude al salmo nel quale, mediante il simbolismo della pietra scartata e poi diventata il fondamento di tutto l’edificio, vuole indicare un bruciante fallimento cui fa seguito un inaspettato successo. In esso Pietro vede, dunque, una prefigurazione della morte e della risurrezione di Gesù. Mediante questo riferimento biblico egli dimostra che questi due eventi non sono avvenuti in conseguenza di una fatalità imprevista, ma corrispondono al piano di Dio, come preannunziato nelle Scritture.

Pietro sta rischiando la stessa sorte del maestro. Può darsi che la sorpresa e lo sconcerto del miracolo, la divulgazione della risurrezione di Gesù, la fermezza delle sue parole, la sua determinazione e coraggio abbiano agito come deterrente nel procedere, da parte del Sinedrio, ad un’altra condanna.

Tutto ciò offre un’idea della portata riguardo alla comprensione dell’evento della risurrezione e, di conseguenza, della missione e della persona di Gesù stesso. Si è aperto un orizzonte inimmaginabile, in termini di conoscenza e di atteggiamento davanti all’autorità suprema della nazione, dovuto al fatto di essere “colmato di Spirito Santo”.

Il coraggio, e la forza argomentativa, derivano dall’aver percepito che “In nessun altro c’è salvezza; non vi è, infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”. La guarigione dello storpio è, dunque, solo il segno di una salvezza che Gesù ha attuato con la sua morte e risurrezione, e che Lui soltanto può conferire a tutta l’umanità. Con questa affermazione Pietro pone Gesù al centro del piano salvifico di Dio, che riguarda l’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

La salvezza era attesa come il grande dono, con l’arrivo del Messia e l'inizio del regno di Dio con l’espulsione dei romani, la purificazione del popolo eletto separando i trasgressori dai fedeli alla legge, dando inizio alla nuova umanità come ultimo e definitivo intervento di Dio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 3,13-15.17-19)

 

Riguardo all’evento Gesù Cristo, Pietro afferma esplicitamente di sé e dei discepoli: “noi ne siamo testimoni”, perché coinvolti nella Sua vita, morte e risurrezione. Quest'ultima costituisce il maggior motivo dello sconcerto che sperimentano per tutto quello che l’ha preceduta. Il crocefisso, il maledetto da Dio – tale era considerato Gesù – si presenta come il vivente per opera di Dio stesso; da menzognero e blasfemo a veritiero e salvatore di tutti.

Non si tratta dell’apparizione di un fantasma, di un’illusione collettiva, della rianimazione di un cadavere né di reincarnazione, ma del singolare riscatto della vita trasformata, perfezionata e ristabilita dall’azione dello Spirito Santo, percepita come tale per il coinvolgimento degli apostoli nell’insegnamento, nella pratica e nel cammino di Gesù.

Con la Pentecoste i discepoli prendono coscienza della portata e del significato della risurrezione, ma la comprensione delle conseguenze richiede del tempo. Comunque è il passaggio dalla paura di fare la stessa fine, dallo sconcerto radicale del venerdì – erano barricati nel cenacolo temendo ritorsioni e non sapevano come spiegare quanto successo dal venerdì alla domenica di risurrezione – al coraggio e all’audacia sorprendenti.

Lo si percepisce dalle parole di Pietro che, rivolgendosi alle autorità e al popolo, dice: “avete rinnegato il Santo e il Giusto (…).Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti”. Dio ha sovvertito il loro giudizio sulla persona e sulla missione di Gesù. Tuttavia Pietro attenua la loro colpevolezza: “io so che avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi”. In un certo senso proietta su di loro quello che è accaduto a lui, e agli altri discepoli, durante la passione di Gesù. La propria esperienza permette di comprendere il vissuto fallimentare di altri.

Quel che è successo a Gesù corrisponde a ciò che Dio “aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo – l’unto – doveva soffrire”. Quello che i profeti preannunciarono non corrisponde al destino, a una necessità ineludibile e, meno ancora,  al compimento di una condanna espiatrice, come se si trattasse di un necessario e inevitabile castigo. “Doveva soffrire”, da un lato, per la resistenza e il rifiuto violento alla sua persona a alla causa del Regno; dall’altro, per la tenacia e la determinazione dell’amore che non desiste per il bene di coloro che lo rifiutano.

La sofferenza è motivata dall’amore senza fine, nell’orizzonte dalla verità, dalla libertà e dalla gratuità. È quest’amore che salva, trasforma e risuscita Gesù dalla morte, così come risusciteranno quelli che, sentendosi rappresentati da lui davanti al Padre e, percependo in loro la trasformazione, la rigenerazione della vita operata dallo stesso amore,  risponderanno al dono amando i fratelli come da lui sono, e continuano ad essere, amati, infatti, “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12). Tutta la legge si concentra efficacemente in questo unico comandamento.

Ecco, allora l’esortazione di Pietro: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati”. Il “dunque” rimanda al momento in cui la coscienza passiva e riflessiva prende atto delle cause e delle negative conseguenze dell’errore commesso. La coscienza retta e sensibile, per il danno provocato, è presa dallo sconforto, dall’abbattimento e dal desiderio di porvi rimedio affacciandosi all’orizzonte della conversione, della nuova concezione di Dio e, con essa, iniziare il processo di una vita nuova, al quale è associato il perdono per il dono dello Spirito Santo.

È uno sconvolgimento interiore, dove al turbamento si affianca lo stupore e la gratitudine. Il perdono che giustifica, che rende giusto davanti al Padre, è lo stesso che Gesù, sulla croce, chiede al Padre per gli esecutori della crocifissione.

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