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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gn 3,1-5.10)

Nìnive è la capitale dell’Assiria, una nazione pagana e, pertanto, non appartiene a Israele. Dio non ha stabilito con essa una specifica alleanza, tuttavia invia Giona a predicare la conversione. Le ragioni per cui Dio sia andato oltre l’impegno dell’Alleanza non è detto apertamente nel testo. Di fatto, percependo la situazione critica della città, ormai prossima all’autodistruzione per la condotta malvagia dei suoi abitanti, Dio è mosso dalla compassione e dalla misericordia. Inviando Giona manifesta l’attenzione salvifica verso tutte le nazioni. In effetti l’umanità intera è sotto lo sguardo del Signore e della sua volontà di offrire la salvezza.

È un’impresa che ha dell’impossibile, anche in considerazione della vastità della città, che, infatti, era “molto grande, larga tre giorni di cammino”. Dopo il tentativo, fallito, di rifiutare la missione “Giona si alzò e andò a Nìnive (…) e predicava: Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta”. Quaranta è un numero simbolico, indica un tempo non imminente, ma piuttosto lungo e indefinito. Comunque è certo che, continuando di quel passo, la disgrazia è sicura, inevitabile ma, tuttavia, è concesso un tempo sufficiente per ravvedersi ed evitare la catastrofe.

Si può constatare un parallelismo con il momento presente e il pericolo dell’autodistruzione del pianeta per motivi ecologici, demografici, bellici e finanziari, a causa del procedere scriteriato, egoista, avido di potere e di denaro dei governi e dell’informazione. Sono numerosi gli allarmi riguardo l’irreversibilità dei danni causati alla terra e a i suoi abitanti, e tale momento si avvicina sempre più, per cui occorre prendere provvedimenti urgenti e adeguati, sostenuti da un’etica mondiale condivisa.

Tornando al testo, la città prende in seria considerazione le parole di Giona; infatti, “I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli”, e riconsidera il proprio stile di vita. Indistintamente, tutti solidarizzano assumendo una condotta consona al ripensamento e caratterizzata dal digiuno e dal vestirsi di sacco in segno di penitenza.

Il digiuno è particolarmente appropriato perché fissa l’attenzione di chi lo pratica sulle cause dello stato di malvagità, stimola la lucidità necessaria e la determinazione conveniente per elaborare risposte e comportamenti urgenti e risolutivi. Si tratta, in altre parole, di promuovere e stimolare lo scossone che determina il coraggioso balzo in avanti e, concretamente, il cammino di conversione.

Vestire il sacco significa non perdersi nelle apparenze, nella vanità, né in competizioni di superiorità e di potere. È la manifestazione esterna di povertà e umiltà di chi, cosciente della propria pochezza e del proprio errore, si dispone alla conversione, al cambio di vita e ad atteggiamenti propri di chi ha bisogno di riconsiderare il proprio agire.

Nel caso specifico significa porre la propria persona in sintonia e attenzione verso Dio. È il modo appropriato per accogliere l’esortazione alla conversione e credere nell’efficacia della parola e della promessa del Signore. I niniviti, in seguito alla predicazione di Giona, “credettero a Dio” e fecero ciò che era opportuno per mostrare la loro coerente conversione.

La predicazione di Giona è convincente. Probabilmente argomenta mostrando che il loro stile di vita, la loro condotta individuale, il rapporto fra loro stessi e altri aspetti della loro organizzazione sociale è improntato all’ingiustizia, alla sopraffazione ed alla violenza, e ciò  motiva l’indignazione di Dio nei loro confronti.

Oggi l’idea del castigo di Dio non corrisponde all’immagine del Dio misericordioso che ha sacrificato il Figlio per l’umanità immersa nel male e nel peccato. In ogni caso, si comprende benissimo il processo di autodistruzione, come frutto dell’allontanamento dai valori etici fondamentali posti da Dio, che reggono la convivenza fraterna, solidale e responsabile fra i popoli e la conservazione del creato.

Il risultato è che i niniviti si convertono "dalla loro condotta malvagia” e Dio constata il loro ravvedimento perché “vide le loro opere”. Non si trattava di parole, di propositi, di promesse o progetti, ma di opere, di un nuovo stile di vita, di convivenza e di organizzazione.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Sm 3,3b-10.19)

 

Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio”. L'episodio si svolge nella tempio del Signore la cui presenza è garantita dall’arca dell’Alleanza. Sono chiamati in causa Eli e Samuele, che coltivano intimità e familiarità con il Signore per il fatto di stare al suo servizio. I due sono identificati con la vita e la tradizione del popolo d’Israele.

Dio, per sua libera iniziativa, chiama il giovane Samuele con lo stesso timbro di voce del profeta Eli, al punto che la chiamata si ripete altre due volte prima che Eli capisca il significato e l’importanza del fatto: “allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane”. Di fatto, “Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore”, ma non era così per Eli, stante la sua condizione di profeta.

Da un lato Eli rimase sorpreso che Dio si manifestasse con il timbro della sua stessa voce, ma, dall’altro, fu proprio questo dettaglio che gli permise di capire ciò che stava succedendo: era la sua voce, ma non era lui che parlava. Questo fatto strano può essere letto come un segno della sintonia del profeta con il suo Signore.

Il comportamento e le parole di Samuele – "Mi hai chiamato, eccomi!” – permisero  all'intelligenza di Eli di comprendere ciò che stava accadendo; infatti i due abitavano  insieme e Samuele, che coltivava pronta e sincera devozione per Eli, è sempre disponibile alla sua chiamata.

La chiamata del Signore sorge in una realtà molto ben definita, stante il loro inserimento nella realtà del popolo, in sintonia con la Sua presenza, percepita, probabilmente, anche  rispettosa dei termini dell’Alleanza. L’Arca, infatti, era il segnale della presenza e la testimonianza visibile dell’Alleanza del Sinai; essa accompagnò il cammino del popolo verso la terra promessa, per cui era un segno fondamentale per la memoria e la tradizione del popolo d’Israele.

Stare nella casa del Signore, e partecipare della vita della stessa, sono un aspetto importante e imprescindibile per il salto qualitativo della propria esistenza. Non è casuale,  e senza significato, che Dio si manifesti con la stessa voce di Eli, segno di speciale sintonia di Dio con la missione del profeta e preludio del passaggio di consegne e di continuità, come se fosse lo stesso Eli a chiamare Samuele.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 55,1-11)

Il profeta si rivolge alle persone deluse, frustrate e defraudate per il fallimento delle loro azioni e delle vane speranze: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?” e le cui conseguenze drammatiche sono la fame, la sete e l’impoverimento. Egli offre la via d’uscita: “voi tutti assetati venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte”, nell’intento di ristabilire condizioni di vita dignitose e benessere per tutti.

Condizione necessaria è l’ascolto: “Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”. In quanto all’ascolto, non si tratta del semplice udire ma di aprire la mente, e assimilare, le caratteristiche e le esigenza dell’avvento di “un’alleanza eterna”, di una stabilità di vita soddisfacente e in continuo sviluppo.

Con essa saranno ristabiliti “i favori assicurati a Davide”, che portarono Israele al momento di massimo splendore della storia. Sarà realizzato il sogno legato al compimento della promessa di Dio, in virtù della sua fedeltà all’alleanza stipulata nel Sinai, con l’uscita dalla schiavitù dell’Egitto e, più avanti, con il ritorno alla terra promessa dopo l’esilio a Babilonia.

La sintonia con la pratica dell’alleanza non riguarda solo il bene della persona perché è finalizzata a coinvolgere la società, la nazione e tutti i popoli; l'intervento del Signore sulle singole persone, o gruppo, ha come termine ultimo tutte le genti. L’elezione personale e del popolo d’Israele è l’inizio e il mezzo per il bene dell’umanità intera: “Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi; accoreranno a te nazioni che non ti conoscevano a causa del Signore, tuo Dio, del Santo d’Israele, che ti onora”.

Per mantenersi nell’onore del Signore, che illumina l’intelligenza e suscita nell’intimo la volontà e la determinazione di assumere le sue specifiche indicazioni, è doveroso cercare il Signore: “mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino”, in modo da coltivare, e mantenere costante, il vivo rapporto con Lui attraverso l’azione corrispondente.

La familiarità con il Signore è imprescindibile per sostenere, con determinazione e coraggio, il permanente processo di conversione e la conseguente trasformazione dei criteri di fedeltà all’alleanza, in attenzione alle specifiche situazioni e condizioni di vita che richiedono creatività e audacia.

Procedere correttamente in tal senso è la testimonianza per la quale è possibile che “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri”, per intraprendere il nuovo cammino nel rispetto dell'alleanza ed adeguare i pensieri, e l’attività corrispondente, affinché “ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”.

La magnanimità di Dio, che non punisce il trasgressore ma, al contrario, lo immerge nella sua misericordia donandogli il perdono, sorprende perché scalza una convinzione consolidata. Perciò il Signore si affretta a precisare: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie”. La differenza non è da poco e specifica:  “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”.

Lo iato pone il destinatario sul nuovo punto di partenza, che esige grande umiltà e sincera fiducia nell’accogliere il pensiero e il progetto del Signore.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura Gen (15,1-6; 21,1-3)

 

Dio rassicura Abramo, turbato interiormente per il mancato compimento della promessa del Signore riguardo alla nascita del figlio che gli8 avrebbe garantito la discendenza; infatti sono passati molti anni e la promessa è rimasta, semplicemente, tale. Il Signore si rivolge a lui con parole confortanti: “Non temere, Abram” e gli ricorda: “Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”.

Sono parole che garantiscono protezione e compimento della promessa e richiedono un’ulteriore richiesta di fiducia, per la preoccupazione e lo sconcerto, in Abramo, del protrarsi del tempo, considerata anche l’età ormai avanzata. Questi, volendo acquisire elementi di conferma per una situazione che ha dell’insostenibile, provocatoriamente chiede: “Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli (…) e un mio domestico sarà mio erede”.

La fiducia è minacciata dalla delusione per la lunga attesa e dal sentirsi defraudato per la vicina fine della sua vita, che gli appare ormai imminente: “Ecco, a me non hai dato discendenza”. È un momento determinante del processo di consolidamento della fede e rafforzamento della speranza nel compimento della promessa.

Esso richiede l’intervento dell’auto-manifestazione del Signore che lo conduce fuori della tenda e ordina: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”. È evidente che il firmamento è così esteso che rende impossibile tale operazione. Ebbene, il Signore aggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”. L’impossibile alla condizione umana non lo è per il Signore, che rinnova la sua promessa.

“Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. Commentando questa risposta san Paolo dirà: “Egli ebbe fede, sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli” (Rm 4,18). La conseguenza fu la nascita di Isacco – il compimento della promessa – dopo aver ospitato i tre misteriosi personaggi alle querce di Mamre (Gen18, 1ss.).

La solida fiducia nel Signore consolida in Abramo una fede che supera ogni speranza umana, ed è proprio questa condizione che lo rende giusto davanti al Signore. Giustizia che ha raggiunto la sua completa realizzazione nell’amore, quando accoglie i tre misteriosi forestieri presso la sua tenda nel deserto.

Questo percorso è il modello del vero credente. È quello che il Signore si aspetta da ogni persona che si avvicina a lui con il proposito di instaurare un rapporto profondo, autentico e sincero, fino ad instaurare l’inscindibile amicizia.

È interessante percepire che tale processo non riguarda semplicemente il compimento della promessa riguardo alla nascita del figlio (realizzazione di un sogno lungamente desiderato da una coppia sterile), ma si estende alla discendenza numerosa, impossibile da contare, come il numero delle stelle del cielo o i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare.

Si crea, così, un legame universale fra le persone. La qualità del rapporto le rende partecipi, responsabili, solidali e fraterne nella comune vita, che ha l’origine e il destino nel Signore.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 9,1-6)

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La metafora della luce promette un futuro rassicurante riguardo alla nuova situazione che emerge per l’intervento dello “zelo del Signore”.

Il passaggio dalle tenebre alla luce, due opposti radicali, è motivo di tanta gioia: “Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Madian”.

La gioia di cui parla il profeta è la liberazione dalla dominazione straniera, dalla schiavitù e dalla violenza che l’accompagna, immaginata come lo spezzarsi del giogo o della sbarra che pesa sulle spalle, oppure del bastone dell'aguzzino.

La liberazione è paragonata a quella che ha avuto luogo “nel giorno di Madian”, una vittoria del tutto inaspettata riportata da Gedeone, con soli trecento uomini, sull’esercito imponente madianita( Gdc 7,15-25).

“Ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”. Il rimbombare del passo di pochi uomini, sostenuti dalla promessa del Signore, trasmette l’immagine di persone determinate che procedono con sicurezza, incuranti dell’enorme sproporzione di forze. I mantelli intrisi di sangue indicano l’intensità della lotta e la grande violenza, oltre ogni previsione.

L’inciso che calzature e mantelli pieni di sangue “saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”, suona come l’eliminazione dei segni di guerra e il fuoco che inghiotte per sempre l’odio, la violenza, la guerra, come se tutto ciò dovesse sparire per sempre dalla faccia della terra.

La metafora del fuoco è l’amore purificatore che consiste nel fatto che, alla liberazione fa seguito la pace, perché la vera liberazione non si conquista con la violenza ma astenendosi da essa. E di questa scelta sono responsabili soprattutto i governanti.  

“Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti”, per mezzo di un pugno di uomini. Lo stesso zelo motiverà la venuta di una persona molto speciale: un bambino del quale è annunciata la nascita: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”.

Anche costui dovrà affrontare la lotta per spezzare il giogo dell’ingiustizia, la sbarra della distorsione dell’Alleanza a vantaggio delle autorità, per impiantare il diritto, la giustizia e, con essi, l’avvento del regno di Dio, bruciando il bastone del peccato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16)

Davide “quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo su tutti i suoi nemici all’intorno”, pensa di togliere l’arca di Dio dalla tenda e costruire il tempio – una dimora fissa -, dopo la peregrinazione nel deserto e l’entrata nella terra promessa. È animato da buone intenzioni e anche dall’opportunità politica di dare a Gerusalemme, la capitale del nuovo stato d’Israele posta sul confine delle tribù del nord con la Giudea,  recentemente uniti, legittimità non solo politica ma anche religiosa.

Il profeta Natan approva il progetto: “Và, fa quanto hai in cuore tuo, perché il Signore è con te”. Costruire una casa è segno di stabilità e di perennità; è fissare un’abitazione che va oltre la durata della propria vita e rimane per lunghissimo tempo.

Per il popolo ebreo il termine casa ha anche il significato di casato, di dinastia. Voler offrire a Dio una casa può significare anche voler dare a Dio permanenza e stabilità nell’instaurare la dinastia, aspetto che non compete affatto al re e a nessun essere umano.

Ecco, allora, l’intervento di Dio per mezzo del profeta: “Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti?”; e ricorda a Davide gli interventi a suo favore per sua libera iniziativa: “Io ti ho preso dal pascolo (…), sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te”. Più ancora, promette successivi interventi: "renderò il tuo nome grande come quelli dei grandi sulla terra”.

Dio proteggerà il popolo contro i nemici, e conclude il profeta: “Il Signore ti annuncia che farà a te una casa”; più precisamente, instaurerà il tuo casato lungo i secoli. “Io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, renderò stabile il tuo regno” e, in tal modo, sarà edificato il regno in modo stabile e solido, come la casa che Davide progetta di costruire. L’iniziativa è sempre di Dio e non gli può essere sottratta, anche quando la buona volontà e la retta disposizione degli uomini possono far pensare il contrario.

Ciò avviene non per mortificare le capacità, il genio e la creatività umana, ma per dargli un supporto. Tutta l’attività umana in sintonia con il progetto di Dio – la fedeltà all’Alleanza -,  posta in controluce davanti al mistero e all’amore di Dio, rivela in trasparenza la filigrana della sua presenza e azione. In tal modo riceve l’avallo e il sostegno, avendo la certezza della propria bontà e dell'approvazione da parte del Signore.

Più ancora, il rapporto si fa così stretto e vincolante che, ritornando al caso specifico del re Davide, il discendente sarà per il Signore un figlio, e questi riconoscerà Dio come padre. Che abisso fra il proposito di Davide riguardo alla casa del Signore e il casato che il Signore vuole stabilire con la discendenza del re! Dio non si lascia vincere in sorpresa e generosità.

La singolare alleanza, unione, familiarità, riceve stabilità permanente: "La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre” e,  con essa, la connotazione di sicurezza e di eternità che abbracciano il mistero dell’esistenza.

Con l’andare del tempo la stabilità promessa alla dinastia ha fatto sì che sulla figura del re – chiamato «messia», cioè unto – si concentrassero le speranze di una salvezza non solo immediata e contingente, ma definitiva e totale.

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