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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 17,5-8)

La missione a cui è chiamato Geremia si svolgerà nei termini indicati dal Signore stesso nel momento della sua elezione: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare” (Ger 1, 10).

Dovrà dire quello che il popolo e le autorità non vogliono udire; indicare il cammino contrario a quello da loro perseguito; profetizzare l’opposto delle loro speranze rispetto alle loro attese e annunciare l’avvento di un futuro devastante in caso di disobbedienza, il che avverrà con l’invasione del re Nabucodonosor e la deportazione in Babilonia.

Il libro registra la grande sofferenza del profeta, non solo per l’opposizione e il rigetto generalizzato ma, soprattutto, per il “silenzio del Signore” dal quale egli si sente defraudato, deluso e, di conseguenza, al limite delle forze per continuare la missione.

Tuttavia, in mezzo alla prova, il Signore interviene per sostenerlo: “Allora il Signore rispose: ‘Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro e di fronte a questo popolo ti renderò come un muro durissimo di bronzo’” (Ger 15, 19-20).

La sottolineatura fa capire dove sta il punto critico e, precisamente, nel discernimento che è venuto meno. Il Signore evidenzia al profeta la necessità di adeguarsi al corretto criterio di giudizio per portare a termine, coraggiosamente, la missione. Non solo, ma gli trasmette i due orizzonti radicalmente contrapposti da prendere in considerazione per il discernimento stesso.

Il primo porta con sé la maledizione, l’insuccesso, il fallimento: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”. L’orizzonte denuncia l’uomo il cui cuore – o meglio il progetto, le scelte e la filosofia di vita sono contrarie a quelle del Signore, ed a causa delle quali si è allontanato da Lui, dalle esigenze dell’alleanza, dal fine della sua azione e presenza in ordine all’avvento del regno di Dio. L’uomo ha fatto prevalere il proprio progetto, le proprie scelte, il proprio fine, non avendo nulla a che vedere con quello del Signore. Questa condizione si riassume nel termine “carne”, nella quale l’uomo pone “il suo sostegno”.

Il secondo è il contrario, porta con sé la benedizione “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e nel Signore è la sua fiducia”, per sintonizzare con il progetto di Dio e ciò che consegue, similmente ad un albero florido, ben sostenuto, che “non smette di produrre frutti”.

Viene da chiedersi: cos’è che affievolisce o, addirittura, mina la fiducia nel Signore e fa sì che l’uomo si allontani, perda la fiducia in Lui e si diriga, in un certo senso, verso l’auto-distruzione, nell’illusione di una effimera e inconsistente felicità?

La risposta è, usando un termine generale: il peccato. Quante volte nelle vicende umane si dice "che peccato!", Intendendo che si è persa una grande opportunità, per il prevalere di progetti e prospettive proprie, inefficaci e illusorie o, anche, per la seduzione di cammini alternativi attraenti e di facile o immediata soluzione.

In sostanza il peccato consiste nel cadere, essere come trascinati nell’inganno per la mezza verità che lo sostiene, per poi rivelarsi il contrario di quello che faceva intravedere per gli effetti negativi, e a volte, devastanti e irrecuperabili.

La difficoltà nel dare piena fiducia al Signore deriva dalla caratteristica della sua proposta e del suo insegnamento, che vanno molto oltre quello che l’umana condizione considera ragionevole ed efficace.

In primo luogo la magnanimità del suo amore costante e perseverante, il Suo non curarsi della debolezza, della fragilità e vulnerabilità umana e, soprattutto, la gratuità di esso.

In secondo luogo – non per importanza ma per l’argomentazione – la necessità del pieno coinvolgimento in esso, che comporta l'assunzione della stessa dinamica, delle stesse scelte, degli stessi criteri nel rapporto interpersonale con la collettività, la società e il creato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 6,1-2a.3-8)

Isaia racconta come avvenne la chiamata di Dio. Stava nel tempio di Gerusalemme e,  d’improvviso, si trova immerso in un fenomeno singolarissimo: “Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo”. La voce era quella del Signore e il fumo era segno della presenza dello Spirito Santo.

Quando meno se l’aspetta è coinvolto nell’auto-manifestazione del Signore. Questi si presenta in tutta la sua grandezza e potenza, circondato come un sovrano dalla corte celestiale la quale proclama i suoi attributi: “Santo, santo, santo, il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria”.

La ripetizione per tre volte del termine “santo” indica l’assoluta trascendenza di Dio. Santo significa separato, realtà a se stante. Ripeterlo tre volte corrisponde al nostro superlativo assoluto e, pertanto, supera ogni immaginazione umana. In altre parole riconduce appunta al mistero di Dio la realtà da cui tutto procede e tutto coinvolge.

La forza e il potere del “tre volte santo” son tali che indicano la sua presenza nella società, fra gli uomini, e nella loro storia, come Signore degli eserciti, con potere incommensurabile su di essi. In aggiunta, il creato (cielo e terra) partecipa della sua vita, della sua gloria e nessun potere, nessuna forza umana possono contrastarlo e, meno ancora, vincerlo. Di conseguenza il mistero di Dio da un lato suscita timore e rispetto, dall’altro si manifesta sorprendentemente prossimo all’uomo, alla storia e al creato. Cosicché Dio è, allo stesso tempo, distante (separato) e prossimo.

La prima reazione del profeta è di panico: “Oimè! Io sono perduto (…) i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”, perché si riteneva che nessun essere vivente potesse  vedere Dio e rimanere vivo. Ad aggravare il panico è la coscienza della propria indegnità,  “perché un uomo di labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalla labbra impure io abito”. Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo spavento e lo sconcerto del profeta.

Ebbene, immediatamente Dio agisce e lo coinvolge nella missione, secondo il piano da Lui stabilito. Ogni manifestazione di Dio non è dettata soltanto dalla volontà di auto-rivelarsi, ma anche dalla determinazione di coinvolgere e chiamare persone specifiche per la missione a favore del popolo. Il criterio di scelta è ignoto, resta nella libera volontà divina e non dipende da qualità specifiche del destinatario. In generale, Egli non chiede all'eletto particolari doti o capacità particolari.

È la sua azione, la sua chiamata, che conferisce dignità e capacità. Essa manifesta il suo perdono e la sua misericordia; infatti, “Allora uno dei serafini volò verso di me (…) mi toccò la bocca e disse ‘Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la colpa e il tuo peccato è espiato”.

Accogliere il perdono e la purificazione annessa costituisce un'esperienza di rinnovamento e di rigenerazione sorprendente. In virtù di esso, in Isaia sorge la nuova coscienza di sé, accompagnata dalla gratitudine a Dio che pervade tutta la persona, la inonda di gioia e la dispone alla responsabilità.

Cosicché “la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’” suscita una risposta immediata: “E io risposi: ‘Eccomi, manda me’”.

Isaia si lancia, assume su di sé la responsabilità della missione. Il bene ricevuto con la chiamata, e gli effetti di esso, si traducono immediatamente nel senso di responsabilità nel trasmettere, e testimoniare il dono ricevuto, a chi ne è privo per colpa propria o non lo ha mai conosciuto.

È ineludibile e non alienabile riflettere e prendere coscienza della propria responsabilità:  “Eccomi, manda me”, perché costitutiva di ogni persona.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 1,4-5.17-19)

Il brano è autobiografico e Geremia racconta il momento della chiamata di Dio al servizio profetico: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto (…) ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. La certezza della chiamata, dell’elezione e della familiarità con Dio, segna fortemente l'animo di Geremia e costituirà il punto fermo e stabile di riferimento nello svolgimento della missione, soprattutto nei momenti difficili.

Sarà una missione veramente ardua. Già all'atto del conferimento il profeta lo percepisce: “Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro”. Parole che non costituiscono per nulla motivo d’esultanza e, meno ancora, d'incoraggiamento. Avrà certamente pensato, come succede in questi casi: “Ma perché proprio io?”, pur sapendo dell’insindacabilità della volontà di Dio.

La missione del profeta è richiamare il popolo, e particolarmente le autorità, al compimento dell’Alleanza, cosa che non stanno realizzando. Questi si sono allontanati da essa a causa degli interessi personali, della lobby di potere, per esercitare il dominio con politiche e vantaggi economici per pochi a scapito di molti, ecc.; il tutto non ha niente a che vedere con il fine dell’Alleanza, quale l’instaurazione della convivenza umana nella fraternità, nel diritto e nella giustizia. È anche il dramma, il problema, del vissuto odierno che investe persone e popoli.

Perciò Dio esorta il profeta alla determinazione: “stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro”, confidando sulla sua parola e presenza, che trasmette coraggio e protezione: “Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”. Lo esorta a “non spaventarti di fronte a loro” perché se ciò dovesse accadere, “sarò io a farti paura davanti a loro”. L’avvertimento fa presagire che dovrà affrontare situazioni molto gravi e di estrema difficoltà.

In tali circostanze è molto facile che la sfiducia prenda il sopravvento, e di conseguenza accada di trovarsi in difficoltà, con un senso di abbandono o di assenza inspiegabile del Signore. È quello che accadrà nello svolgimento della missione, per lo sconcerto intimo e lo sconvolgimento personale così intensi e insopportabili da portare Geremia a maledire di essere nato. Per di più si sentirà come violato dallo stesso Signore. Ma il Signore non lo abbandona, nella prova estrema risponderà al suo lamento affinché riprenda con fiducia il mandato.

L’opposizione, le minacce e la violenza saranno di tale intensità che non permetteranno al profeta di discernere correttamente il da farsi e il Signore interverrà con una dritta fondamentale, di grande importanza: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro, e di fronte a questo popolo io ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te, ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti” (Ger 15,19-20).

Per ogni persona discernere “ciò che è prezioso da ciò che è vile” è indispensabile in ogni circostanza, ma particolarmente nei momenti critici, quando i “conti non tornano” rispetto a ciò che ci si aspettava.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ne 8,2-4.5-6.8-10)

Il popolo d’Israele, ritornato alla propria terra dopo la liberazione dall’esilio di Babilonia, accoglie in Esdra la persona che porta “la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere”. Riscattare la Legge, dopo il lungo periodo dell’oblio e le sue nefaste conseguenze, è riprendere il cammino dell’Alleanza e iniziare una nuova vita, facendo tesoro delle esperienze positive e negative del passato. È riprendere con determinazione l’osservanza dell’Alleanza espressa nei suoi precetti.

Il popolo è convocato per un tempo molto lungo. Esdra, sacerdote e scriba, con i leviti che ammaestrano, “lesse il libro (…) dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno”. Nell’attualità due sono le indicazioni importanti per chi si propone la corretta comprensione dell’insegnamento e l’adeguata condotta di vita in sintonia con la volontà di Dio, le cui prescrizioni importanti (non le uniche) sono contenute nella parola scritta, nel libro della Legge.

1. Sono convocati uomini e donne “che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge”. I leviti “leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura”. La convocazione è un momento di formazione e la lettura viene ascoltata con attenzione. Nessuno deve svalorizzare questo momento, disattenderlo, restare indifferente o ritenere di non averne bisogno.

2. L’apertura del cuore. “Esdra aprì il libro alla presenza di tutto il popolo (…), come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi”, quale gesto di rispetto e riconoscimento per trovarsi alla presenza di Dio. Lo stare in piedi, quando una persona parla e manifesta la sua volontà, è segno di attenzione e accoglienza delle indicazioni sul da farsi e sul come procedere. Il riferimento al cuore è rivolto non al sentimento, all’affetto, all’emozione, al mondo psicologico, ma al pensiero, al ragionamento, all’elaborazione intelligente e affidabile del progetto di vita in ordine al fine.

“Esdra benedisse il Signore, Dio grande". Benedire significa "dire bene" del Signore per manifestarsi attraverso la Legge, per confermare l’elezione del popolo, per rinnovare il valore e l’esigenza dell’alleanza. Da parte sua il popolo risponde con l’assenso, identificandosi e ritrovando la propria identità nell’alleanza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 62,1-5)

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo”. Gerusalemme è la città simbolo d'Israele e della storia del popolo, spesso infedele a Dio, ma anche dell'amore incessante del Signore che promette di restaurare a nuova vita il popolo e la città stessa.

Il comportamento fondamentale di Dio con il suo popolo è la fedeltà, conseguenza del suo profondo amore: “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada”. Al riguardo, il profeta utilizza l'immagine dell'amore tra lo sposo e la sposa: “Il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo (…) come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”.

Il profeta manifesta l’immensa tristezza, e la sofferenza del Signore, nel constatare la deplorevole condizione in cui si è ridotta Gerusalemme, considerata come l’ombelico del mondo, il legame fra la terra e il cielo: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata”.

Il degrado, la devastazione e la deportazione del popolo in esilio sono motivo di dolore e di amarezza, in considerazione dello splendore del tempo antico e della missione, ormai fallita, che avrebbe dovuto svolgere a favore di tutta l’umanità. Il motivo della disgrazia è l’abbandono dell’alleanza, del cammino di giustizia e del diritto e l’aver abusato della Legge per fini e interessi della classe dirigente e dei notabili.

È una disgrazia che, purtroppo, si ripete continuamente nella storia dei responsabili della comunità, dei governanti. È la lotta fra bene e male, fra luce e tenebre, destinata ad accompagnare il vissuto personale e sociale con grano o zizzania, che crescono contemporaneamente fino alla fine del mondo.

Impressiona la determinazione, la fermezza nell'amore del Signore, per impiantare la giustizia che genera salvezza per tutti gli abbandonati, isolati, rifiutati dall’istituzione e diventare il contrario: essere l’ambito dell’accoglienza, del sostegno, dell’aiuto. Senza questi valori l'esistenza è come un deserto, un vuoto senza senso, la cui sofferenza e disagio è attuale sotto diversi aspetti e circostanze, e le cronache di ogni giorno ne evidenziano le drammaticità.

Impiantare il cammino di giustizia è la finalità dell’azione del Signore – il tesoro del regno di Dio – a favore dell’umanità e di ogni singola persona. Essa è sinonimo di salvezza, che risplende come lampada. La pratica della giustizia farà di Gerusalemme e del popolo eletto “una magnifica corona nella mano del tuo Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio”.

Egli sarà orgoglioso e soddisfatto del suo popolo e, più ancora. “… il tuo Dio gioirà per te”. Egli stabilirà per Gerusalemme una nuova condizione, per la quale “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia”.

Dio indica le condizioni affinché le persone e il popolo vivano nella pace, in armonia con tutto e tutti nella fraternità, solidarietà e responsabilità propria della famiglia di Dio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Is 40,1-5.9-11)

Il popolo si trova in esilio a Babilonia per aver voltato le spalle – colpevolmente – all’alleanza del Sinai. Liberato dalla schiavitù dell’Egitto, attraversato il deserto, entra nella terra promessa ma non rispetta l’alleanza, lo spirito della Legge, riferimento e cammino per consolidare in esso la libertà e la giustizia.

La missione affidatagli era quella di organizzare la nuova società, nella quale il diritto e la giustizia fossero espressione di solidarietà, responsabilità fraterna e manifestazione della sovranità di Dio, riassunta nel simbolo dell’“avvento del regno di Dio”. Ma il popolo va in tutt'altra direzione: fa della terra promessa un nuovo Egitto per molti poveri ed esclusi dal convivio umano e sociale e, in effetti, instaura una nuova forma schiavitù.

Gli eventi fanno sì che l’esercito di Babilonia occupi la terra promessa, saccheggi Gerusalemme, distrugga il tempio e deporti il popolo nella propria terra. È un colpo durissimo e sconcertante per il “popolo eletto” in quanto si riteneva sicuro che Dio non avrebbe mai permesso che ciò accadesse. È vero che i profeti avevano espresso i loro ammonimenti sulla possibilità e sui pericoli incombenti, ma non li avevano ascoltati, anzi li avevano ignorati e osteggiati duramente, fino a quando, nello sconcerto generale, il peggio si avverò.

La conseguenza fu la deportazione in Babilonia, lo stato di desolazione, smarrimento e tribolazione.

La triste condizione arriva alla conclusione attraverso la voce del profeta: “Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio – Parlate al cuore di Gerusalemme (…). Ecco il vostro Dio! (…) Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”.

Le parole esprimono la sorprendente portata della compassione e misericordia di Dio verso il suo popolo. La sua sofferenza è anche la sofferenza di Dio, quantunque questi fosse stato molto severo: "gridatele – a Gerusalemme – che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio di tutti i suoi peccati”. L’esperienza della tribolazione insegna le conseguenze del peccato e imprime nella coscienza gli effetti della stoltezza e della gravità del loro comportamento auto-distruttivo.

Viene da chiedersi se l’umanità continua oggi nello stesso processo. Saranno ascoltati dalle autorità mondiali i profeti che mettono in guardia sulle cause del pericolo economico, sociale, ecologico e culturale cui è esposto il pianeta? Saranno seguiti i consigli e gli orientamenti, di persone sagge e competenti, riguardo il corretto uso, intelligente e critico, dei mezzi di comunicazione sociale, per non svilire la qualità dei rapporti interpersonali a favore esclusivo della comunicazione virtuale? La globalizzazione sarà vissuta come un'opportunità, previo un impegno dialogico intelligente e appropriato?

Tornando al testo, è la compassione e la misericordia del Signore che toglierà il popolo da una situazione irreversibile per le proprie capacità e forze.

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Parole molto sentite di Lorenzo Tosa, giornalista e blogger, che sa spiegare bene attraverso ratio ed emozioni dove stiamo andando e cosa possiamo fare per non voltare la faccia all'orrore che ci circonda.

di Lorenzo Tosa* – 10 Gennaio 2019, pubblicato su Repubblica.it – Edizione di Genova

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Cara Repubblica,eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate di Palazzo Ducale, in quella piazza troppo grande, troppo tonda, per riempirla tutta.

Non sono più i tempi dei grandi raduni, eppure siamo ancora lì: i ragazzi di oggi, con la loro meravigliosa gioventù, e i ragazzi di ieri, che, nonostante tutto, hanno ancor voglia di esserci. Loro che pure il loro mondo, tra difficoltà indicibili e infinite contraddizioni, ce lo hanno consegnato intatto, e avrebbero pure il diritto di farsi da parte. E invece se ne stanno lì, ci mettono la faccia, la voce, qualche volta le urla, come un tempo – perché no – che quasi sono loro fisicamente a sorreggerti, a spingerti fisicamente, un centimetro alla volta, per riprendere in mano diritti sociali, civili e umani che la nostra generazione da sola non sa più difendere.

Eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate, e a un certo punto mi sono sfilato impercettibilmente per vederlo da fuori quel pezzo ostinato di umanità che si è dato appuntamento una sera di gennaio per dire no. “Not in my name”. Restiamo umani. No al decreto sicurezza. No ai porti chiusi. No al razzismo, no al sovranismo, no al populismo e ad ogni -ismo contro cui oggi, nel 2019, è tornato tremendamente urgente combattere.

Guardavo da fuori questa macchia indistinta di uomini e donne e non potevo fare a meno di chiedermi, in fondo, quale fosse l’unica vera grande battaglia che noi, questa generazione di resistenti, stiamo combattendo qui e ora. Finché quella parola totemica non è uscita fuori da sola, quasi spontaneamente: Anti-fascismo.

Che ci crediate o meno, non esiste oggi una parola più attuale di questa. Un manifesto altrettanto limpido da riuscire a tenere insieme le grandi conquiste di ieri e le oscure minacce di oggi.

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di Pier Paolo Tassi* – 11 Gennaio 2019

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Stop alla protezione umanitaria. È questa la novità più rilevante introdotta dal titolo I del decreto Salvini su immigrazione e sicurezza, dedicato alla riforma del diritto di asilo e dell’accoglienza istituita in Italia nel 1998 e regolata dall’articolo 5 comma 6 del testo unico sull’immigrazione 286/98. Questa forma di tutela veniva ad affiancarsi alle protezioni internazionali  (asilo politico e protezione sussidiaria) già previste dalla convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

Grazie alla protezione umanitaria, era consentito alle questure il rilascio ai cittadini stranieri di un permesso di soggiorno per motivi umanitari di durata variabile dai sei mesi ai due anni e rinnovabile, laddove, pur non sussistendo i presupposti per riconoscere una protezione internazionale, fossero ravvisati “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”.

Nella pratica dell’esame delle domande di asilo, confluivano tuttavia in questa casistica – come recita la circolare ministeriale del 4 luglio scorso, che anticipava la “filosofia” del decreto – “una varia gamma di situazioni collegate allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto personale, alle traversie affrontate nel viaggio verso l’Italia, alla permanenza prolungata in Libia”, ma anche prove che certificassero l’avvenuta integrazione del richiedente, per il quale la tutela umanitaria diventava strumento premiale.

In parole povere, fino all’entrata in vigore del decreto, era norma riconoscere una forma di protezione al richiedente che indipendentemente dai motivi di fuga dal paese di origine, fosse stato vittima in un paese di transito (in genere la Libia), di torture, prigionia ingiustificata (le carceri libiche contengono all’incirca 70-90 persone per stanza), violenza grave o schiavismo.

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Secondo il Cnel sono considerate a rischio oltre 5 milioni di persone (il 21% degli occupati) che guadagnano meno di 15mila euro l’anno

di Francesco Gesualdi  – 10 gennaio 2019

Fonte: Avvenire

 

 

Quali risposte al fenomeno della povertà fra gli occupati, in crescita tanto a livello internazionale quanto italiano Secondo il Cnel sono considerate a rischio oltre 5 milioni di persone (il 21% degli occupati) che guadagnano meno di 15mila euro l’anno La Costituzione l’ha posto a fondamento della Repubblica. Papa Francesco l’ha inserito fra i tre diritti cardinali assieme alla terra e alla casa. È il lavoro, il bene che tutti invocano come spartiacque fra assistenza e autonomia, fra umiliazione e dignità. Eppure un numero crescente di persone sta sperimentando che lavoro non fa sempre rima con decenza.

È notizia di questi giorni che in Cina sta tornando il lavoro forzato nei campi di detenzione in cui sono rinchiusi gli oppositori al regime, in particolare gli appartenenti a minoranze etniche. Il 17 dicembre scorso il 'Financial Times' ha raccontato di lavoro forzato in fabbriche di scarpe allestite nei campi di rieducazione, i famosi laojiao, situati nella regione dello Xinjiang. E seppur formalmente impiegati in lavoro liberamente scelto, non se la passano certo meglio i lavoratori indiani che sguazzano a piedi nudi fra i liquami tossici delle concerie o le operaie bengalesi che a malapena guadagno due dollari al giorno dopo aver passato dieci ore alla macchina da cucire.

Secondo i calcoli dell’Organizzazione mondiale del lavoro i lavoratori vulnerabili, ossia precari, malpagati e in situazioni a rischio, nel mondo sono quasi un miliardo e mezzo, il 42% di tutti gli occupati. La metà di loro sono definiti working poors, lavoratori poveri, perché con compensi al di sotto dei tre dollari al giorno, la soglia limite della povertà. La novità è che ora i working poors abitano anche fra noi. I loro tratti distintivi sono paghe basse, discontinuità, scarse ore di lavoro e a seconda che si prenda in considerazione un solo criterio o la combinazione di più elementi, si ottengono risultati diversi sul numero dei working poors di casa nostra. Prendendo a riferimento la sola paga oraria, l’Istat preferisce parlare di «sperequazione retributiva» piuttosto che di povertà. Posta la paga mediana nazionale a 11,21 euro l’ora, definisce «a bassa paga» chiunque riceva meno di 7,47 euro l’ora, che corrispondono a due terzi della mediana nazionale.

Il Cnel stima che i lavoratori a bassa paga siano oltre tre milioni, il 17,9% di tutti i lavoratori dipendenti, principalmente lavoratori domestici, dell’agricoltura, delle costruzioni. Ma anche della piccola industria considerato che in settori come l’abbigliamento si applicano contratti collettivi di comodo che per le categorie più basse prevedono salari orari al di sotto dei 7 euro. Un caso è rappresentato dal contratto 2015-18 firmato fra Fedimprese e Snapel per le aziende façon. Un settore a prevalente presenza femminile che conferma come l’ingiustizia retributiva colpisca soprattutto le donne.

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di Antonello Caporale – 8 Gennaio 2019

Il pubblico ufficiale deve obbedire soltanto alla legge. Chiederne il rispetto e farla rispettare. Il pubblico ufficiale che garantisce l’ordine pubblico ha a disposizione mezzi di coercizione di cui deve fare uso nei casi previsti dalla legge. Chi si trova in pericolo, perché minacciato, aggredito, insultato, deve poter contare sull’ausilio, anche armato, delle forze dell’ordine. Abbiamo la fortuna di avere un sincero democratico a capo della polizia.

Il prefetto Franco Gabrielli si opporrebbe con tutte le sue forze, impugnando la legge, se l’autorità politica per disgrazia dovesse mai chiedergli di violarla. Perciò, prima ancora che interpellare il ministro dell’Interno, la cui disinvoltura a usare i fatti per denigrare le sue stesse parole è ormai nota (una per tutte: selfie con l’ultras violento e poi dichiarazioni contro la violenza degli ultras) bisognerebbe chiedere al capo della polizia perché ieri i poliziotti in servizio per garantire l’ordine pubblico durante un ritrovo commemorativo neofascista, abbiano atteso che due persone venissero prima accerchiate, poi insultate, infine picchiate e venissero loro sottratti e distrutti gli strumenti di lavoro (macchina fotografica e telefonino) senza intervenire. Le due persone sono giornalisti dell’Espresso ed erano lì per compiere il loro lavoro: testimoniare, documentare, raccontare.

Questa inerzia delle forze dell’ordine diviene clamorosa, e fuori dai confini della legge, se confrontata alla sollecitudine, anch’essa frutto di un abuso, di cui hanno dato prova l’8 dicembre scorso due agenti in borghese che in piazza del Popolo, dov’era in corso la manifestazione leghista, hanno prima strattonato e poi condotto fuori dalla piazza, obbligandolo a una umiliante identificazione di polizia, un manifestante pacifico e silente che impugnava il seguente cartello: “Ama il prossimo tuo”.

Gabrielli è un prefetto della Repubblica chiamato a garantire a tutti gli italiani l’incolumità e la libertà di espressione e a fare rispettare la legge anche con l’uso della forza nei confronti di ciascuno che dovesse violarla.

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