NOVITA' DEL SITO
E disponibile il saggio, curato da Padre Luigi Consonni, dal titolo " Introduzione all’escatologia quale motore della vita e della creazione", disponibile nella sezione "TEOLOGIA" di questo sito (accessibile cliccando sul terzo pulsante orizzontale). Il testo è stato inserito in formato PDF o Word, ed è liberamente scaricabile per una comoda lettura.
Riportiamo alcuni stralci dall'introduzione al testo:
Escatologia significa discorso sulla realtà ultima e definitiva della persona, dell'umanità e dell'universo.
Nell’evento ultimo e definitivo, si svelerà il mistero di Dio e saremo partecipi della sua gloria nella quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).
Con la morte e la risurrezione di Gesù Cristo, entrò nel mondo l’ultimo e definitivo di Dio. C’è dato conoscere il mistero che stava nascosto nei secoli e, per certi aspetti, rimarrà tale perché mistero insondabile di Dio. C’è dato di capire il punto finale di tutto e di tutti.
a cura di P. Luigi Consonni
1a lettura (At 1,1-11)
L’autore del libro degli Atti è l’evangelista Luca. Per questo motivo inizia dicendo “Nel mio primo libro”; infatti esso è la continuazione del vangelo e racconta l’azione dello Spirito Santo nella diffusione dell’annuncio evangelico ed il sorgere delle prime comunità nel mondo allora conosciuto.
Nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione (40 giorni è un numero simbolico e sta ad indicare un tempo prolungato) Gesù parlò ai discepoli “delle cose riguardanti il regno di Dio”. Non accenna alle sue vicende personali, all’ingiustizia che ha subito, alle sofferenze, all’abbandono dei discepoli, al tradimento e rinnegamento di Giuda e di Pietro… ma solo della finalità della sua missione: il regno di Dio.
Non c’è parola di critica, lamento, rimprovero rispetto all’ingratitudine del popolo e dei discepoli. La preoccupazione è che questi capiscano la dinamica del farsi del regno di Dio. E’ ammirevole il distacco da se stesso dal punto di vista umano e si rivolge ai discepoli come se niente di speciale fosse accaduto, nonostante il trattamento ricevuto. Non è alterato il suo rapporto con i discepoli né con il popolo e la sua missione sta arrivando al punto finale, in relazione alla sua presenza fisica nel mondo.
Il tema del regno era particolarmente importante, è il motivo centrale della missione di Gesù e costituisce il motivo per il quale i discepoli lo seguirono. Quello che loro – i discepoli – aspettavano non coincideva con l’azione del Maestro, e allora pongono la domanda: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?”. Probabilmente si aspettavano che l’agire di Cristo fosse in sintonia con la predicazione del Battista, o della tradizione religiosa, e che annunciasse la purificazione del popolo e l’instaurazione di un nuovo regno che escludesse i romani…
Ma gli apostoli avevano capito poco della predicazione di Gesù a questo riguardo. Anche se la presenza dello stesso Risorto li lasciò stupefatti e sconcertati, il legame di tutto ciò con il regno era per loro oscuro. Gesù non si sorprende; spiega loro qualcosa di più specifico al riguardo. Sa che non hanno la capacità di comprendere – lo capiranno solo con l’invio dello Spirito Santo – e quindi risponde loro con molta semplicità: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato al suo potere”. E’ qualcosa strettamente legato al mistero di Dio e al potere del Padre.
Nonostante tutto li rassicura loro che l’evento del regno crea un rapporto con loro per mezzo dello Spirito “ma riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”.
Lo Spirito farà di essi lo spazio, il mezzo e l’opportunità per chi si avvicinerà, ascolterà la loro parola e imiterà il loro esempio, per scoprire la presenza del regno di Dio nel vissuto personale e nei rinnovati rapporti sociali, in sintonia con l’insegnamento di Gesù Cristo.
“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”: In questo istante si afferma l’universalizzazione della missione del Cristo. Egli arriverà fino ai confini della terra, per mezzo dell’azione missionaria dei discepoli. La missione si estenderà fino al ritorno dello stesso Signore, che segnerà la fine dei tempi.
L’urgenza e la determinazione alla missione sembra risiedere nel commento dei due personaggi in bianche vesti: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”. Perché costoro non li chiamano apostoli, discepoli, seguaci, o altro che avesse rapporto con Gesù Cristo, ma fanno solo riferimento alla loro terra d’origine? Forse il riferimento all’origine serve a porre l’accento sul fatto che, con l’evento di Cristo ed con l’essere chiamati a testimoniarlo, nulla è perso di quello che si era, ma tutto è rinnovato e assunto in una nuova realtà che fa dell’amore, che Gesù ha insegnato, l’elemento di trasformazione e rigenerazione delle proprie origini. Leggi il resto di questo articolo »
PALERMO – La Curia di Palermo «apre» ai gay, segnando un notevole passo avanti nei non sempre facili rapporti tra Chiesa e omosessuali. Dopo il gran rifiuto dello scorso anno, infatti, i vertici ecclesiastici del capoluogo hanno dato il via libera perché la veglia di preghiera per le vittime di omofobia e transfobia si svolga in un luogo di culto cattolico, la parrocchia di San Gabriele Arcangelo. L’appuntamento è fissato per giovedì 17 maggio alle 21 nella chiesa che sorge nei pressi della Casa di cura Villa Serena: la veglia – organizzata dal Gruppo Ali d’Aquila (lesbiche e gay cristiani), parrocchia San Gabriele Arcangelo, Chiesa Valdese di via Spezio, Comunità San Francesco Saverio, Laici Missionari Comboniani, parrocchia San Giuseppe Artigiano, Chiesa Valdese di Trapani e Marsala e Chiesa Evangelica Luterana – sarà presenziata da padre Roberto Zambolin, vicario episcopale del 2° Vicariato e parroco di Santa Teresa del Bambin Gesù, delegato per l’occasione proprio dall’Arcidiocesi del capoluogo.
Il gruppo "Ali d’Aquila" sottolinea il “rilevante interesse” che quest’anno ha assunto l’incontro preliminare in Curia tra monsignor Cuttitta e i rappresentanti dei partecipanti alla veglia. «Tale incontro – spiegano dal gruppo che unisce gli omosessuali cristiani di Palermo – è stato un vero e proprio momento di apertura, e tutti ci auguriamo possa preludere ad ulteriori occasioni di approfondimento e collaborazione».
Collaborazione che ha portato inoltre all’elaborazione condivisa della scaletta della veglia che prevede, in una fase preliminare ed introduttiva, la lettura delle testimonianze di vittime di omofobia, lesbofobia e transfobia mentre, nella parte prettamente liturgica, la «lectio divina» sulla 1 lettera di Giovanni e il sermone a cura del pastore Alessandro Esposito della Chiesa Valdese di Trapani e Marsala su un brano del Vangelo di Marco.
Fonte: Italpress
Segue lo spot realizzato per presentare la veglia
Adattamento e sintesi di un articolo di Andrea Fumagalli, pubblicato sul quotidiano “il Manifesto dell’11-05-2012
La crisi ha aumentato le diseguaglianze sociali e di reddito. Ma è ancora possibile un rinnovato intervento pubblico in economia
L'attuale crisi economica è stata oggetto di molte analisi, a partire dal suo inizio, databile oramai quasi 5 anni fa. Diversi sono stati infatti i libri e i saggi che ne hanno evidenziato i differenti aspetti, dal nuovo ruolo assunto dai mercati finanziari agli effetti sull'economia reale, dall'adozione di politiche di contenimento del debito pubblico alle proposte per la ripresa economica. Minor attenzione ha invece avuto l'analisi degli effetti sulla distribuzione del reddito. Non che tale tema non sia stato al centro di riflessioni specifiche, ma fino ad oggi non mi sembra che esista in Italia una raccolta sistematica dei dati relativi al peggioramento della distribuzione del reddito, sia a livello «funzionale» (ripartizione tra redditi da lavoro, da impresa e rendita) che individuale.
I numeri del declino italiano
A colmare questa lacuna provvede l'ultimo libro di Mario Pianta, dal titolo già di per sé assai esplicativo: Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, pp. 175, euro 12). Docente di Politica Economica all'Università di Urbino nonché collaboratore ed editorialista de «Il Manifesto» ed animatore della campagna «Sbilanciamoci!», Mario Pianta è un attento analista dei processi di innovazione e crescita in Italia ed in Europa. Nei due capitoli centrali del libro, fornisce una dettagliata analisi della concentrazione dei redditi in Italia e del peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione italiana negli ultimi dieci anni (capitolo 3), alla luce del declino dell'economia italiana, negli anni del Berlusconismo e della massima ascesa del pensiero neoliberista (capitolo 2).
Leggere uno dopo l'altro i diversi dati sulla ripartizione dei redditi in Italia (con una dinamica crescente delle rendita, soprattutto finanziaria, un livello dei profitti superiore alla media europea ed un calo della quota dei redditi reali da lavoro), e sulla disuguaglianza (il reddito di un «ricco» equivale a quello di 100 «poveri») fa impressione. Comparando la situazione italiana a quella europea si possono ricavare alcune indicazioni interessanti. Emerge infatti una correlazione negativa tra bassa crescita economica e elevata concentrazione e disuguaglianza nei redditi. Ed è proprio partendo da questa osservazione che Pianta passa in rassegna i fattori principali del declino italiano.
«Tra il 1999 e il 2010, il Pil è cresciuto in totale di meno del 10% e il reddito per abitante del 4,5%: in dieci anni, l'Italia ha avuto lo sviluppo che la Cina registra in un solo anno». I consumi per abitanti sono saliti solo dell'1,3% nell'intero decennio. Contemporaneamente, la capacità di risparmio delle famiglie italiane si è praticamente dimezzata. Se tale dinamica ci mostra come la mancata crescita della domanda interna abbia negativamente inciso sulle potenzialità della crescita economica, dal lato dell'offerta si registra quello che Pianta definisce «Il miracolo italiano della produttività che diminuisce».
A differenza di chi sostiene, anche all'interno dell'attuale governo, che tale esito negativo sia attribuibile alle rigidità del mercato del lavoro (e magari alla supposta pigrizia dei lavoratori) e alla burocrazia imperante, Pianta osserva che la struttura produttiva e tecnologica italiana non è adeguata a reggere la pressione competitiva internazionale, soprattutto per la presenza di due fattori che si alimentano a vicenda: imprese troppo piccole e carenza di investimenti in tecnologia e innovazione. Leggi il resto di questo articolo »
di Cettina Centonze
“Le sue parole, io l’ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le parole dell’iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile. Non chieder più in là.” (Alessandro Manzoni ; Promessi sposi, cap. VII)
Come studiosa di filologia e storia noto che i gazzettini e le gazzette – per indicare con i termini più generici i giornali dei nostri giorni – non soltanto sono a corto di argomenti concreti, una volta che abbiano rimescolato i delitti insoluti, gli adulteri, il gossip, ma anche carenti sul piano linguistico.
Creato un neologismo continuano ad imporlo come un tam tam finché esso non viene utilizzato acriticamente.
Infatti per un po’ di mesi gli organi di informazione ci hanno deliziato con la parola neopuritani, oggi, invece, con antipolitica.
Il primo termine, coniato dall’uomo di tutte le certezze, Giuliano Ferrara, intendeva ridicolizzare quanti – tanti, ma fosse anche una sola persona non avrebbe importanza – non condividevano che il premier fosse dedito non soltanto a discutibili pratiche sessuali, ma che tale attività fosse – assieme al Milan e a Kaka – l’oggetto delle sue attenzioni, preoccupazioni e cure, mentre lasciava che il bene comune andasse in malora e che il disprezzo internazionale montasse.
La tattica è consolidata: prima si ridicolizza l’avversario o il semplice oppositore, poi lo si scredita e, quindi, lo si elimina mettendolo a tacere per evitare di passare, in tempi così evoluti, per passatista e bacchettone.
Ma le cose non stanno così: innanzi tutto, mi sembra, che il pensiero unico e i suoi strumenti, tv e stampa di intrattenimento, mostrino un po’ la corda poiché il cervello umano è sì manipolabile, ma ha anche la tendenza a passare dall’assuefazione alla noia cosicché le tecniche della persuasione occulta sono oramai anch’esse soggette a disinganno.
Per quanto riguarda il neopuritanesimo , di cui ho già trattato, mi soffermerò soltanto per dire che i puritani erano persone degne di rispetto giacché il termine, al suo apparire, indicava quanti rifiutavano la chiesa anglicana con la sua struttura dispotica, che replicava le stesse pecche di quella cattolica: ad esempio le decisioni prese dall’alto e non con metodo sinodale.
Soltanto successivamente la parola perse il suo significato denotativo per assumere quello connotativo che ha ancora oggi.
Vorrei invece soffermarmi sul neologismo più recente: antipolitica. Leggi il resto di questo articolo »
di Enrico Peyretti*
Queste sono modeste osservazioni personali, spontanee, e molte sono raccolte da varie fonti. Il cristianesimo-cattolicesimo ha largamente congelato la profezia conciliare. Peraltro, nella vita personale e di base dei credenti, pare di vedere alcuni fatti nuovi, positivi e importanti.
La fede dei credenti non è più quella. Era una dogmatica quadrata, geometrica. Tutto era ben definito: o tutto o niente, dall'esistenza di Dio al non criticare i preti. Così era ufficialmente. Diceva Carlo Carlevaris qualche anno fa: «Il “deposito” della fede, quando ero giovane, mi riempiva un pesante zaino. Ora mi sta tutta in un taschino». Sono successe delle cose: il Concilio ha avuto il suo maggiore risultato nel fatto che in chiesa si può parlare, discutere. La fede è pensata: anche laici e laiche studiano teologia, leggono la Bibbia, e non invano. C'è stata la contestazione, ma anche i fedeli più tranquilli e moderati non sono più pecorelle del gregge come un tempo.
Naturalmente, la capacità di pensare c'era, in molti: ricordo la Fuci dei primi anni 50, dove l'assistente, il canonico Gosso, parlava di «tumefazione vaticana» della chiesa. Ma la comunità era un impero spirituale, diviso tra comandanti e comandati, sacri e profani. Ci restavi perché avevi capito nella fede chi è Gesù. Perché insegnamenti ed esempi di bontà ne trovavi. Ma quanti scappavano, o rimanevano solo per convenzione sociale!
La fede
Le fede, in questi decenni, è diventata piuttosto una sincera e interiore apertura di fiducia fondamentale. Più assai che una “dottrina” certa e rassicurante, ora è un atteggiamento interiore di fiducia in Dio rivelatosi in Cristo. Con tutti i difetti e le incoerenze, essere credenti oggi è questo. Non è mica la stessa cosa!
Certo, questo modo di credere ci viene dalla lunga tradizione della chiesa, e dobbiamo essere grati a secoli e sistemi cristiani, che non sono più i nostri, ma ci hanno trasmesso la fede formulandola in espressioni che la rendono, o la rendevano. Senza dubbio. Anche ai nostri genitori siamo immensamente grati, pur differenziandoci da loro, a volte in cose importanti.
L'accento centrale si è spostato dall'ortodossia (dottrina corretta) all'ortoprassi evangelica (cioè l'agire buono e retto: la carità, la giustizia nella vita pratica, nelle relazioni vissute). Anche nella vecchia religione ciò che contava era la vita quotidiana nella carità, ma eri nella chiesa più col sottoscrivere un credo che col vivere una fede nell'amore. Oggi si sa che la vita di amore va ben al di là dei piccoli confini visibili della chiesa. «Il bene è più della fede», dice il vecchio prete nel film di Olmi, Il villaggio di cartone.
Cristianità e secolarizzazione
La chiesa combaciava con la società («cristiani» era sinonimo di esseri umani, opposto ad animali), o meglio ci si illudeva che combaciasse, ma l'immagine ufficiale era quella: un «regime di cristianità». Le leggi civili dovevano ricalcare quelle religiose cattoliche. La chiesa, salvo disaccordi da riparare (Concordati con qualunque regime vigente), era una delle due teste della società, e doveva andare d'accordo con l'altra, accettando ingiustizie sociali e godendo privilegi in cambio di benedizioni, anche alle armi e alle guerre.
La secolarizzazione della società ha cambiato questo rapporto, o meglio ha rivelato la verità sottostante. La chiesa dei credenti è solo una parte della società (sale, lievito), una delle idee della vita presenti nella società. Leggi il resto di questo articolo »
a cura di P. Luigi Consonni
1a lettura (At 10,25-27.34-35.44-48)
Con l’entrata di Pietro nella casa del pagano Cornelio – centurione romano – “uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutta la nazione dei Giudei” (At 10,22), inizia il processo di apertura del cristianesimo ai pagani. Per i primi discepoli era impensabile che un pagano potesse aderire a Cristo se prima, con la circoncisione, non avesse accettato la legge mosaica.
Il capitolo del presente testo descrive l’incontro con Pietro su richiesta dello stesso Cornelio, dopo la singolare visione, affinché interpreti il suo significato. Pietro è ricevuto con grande attenzione “gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio” al punto che lo stesso discepolo lo rialzò dicendo: “Alzati: sono solo un uomo!”, infatti tale manifestazione, tradizionalmente, spettava solo alla divinità.
Dopo aver preso conoscenza del fatto, Pietro afferma “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone (…)”. Era tutto il contrario del comportamento dei giudei rispetto agli altri popoli. Per loro l’umanità era divisa in due gruppi: loro e gli altri. Evidentemente la salvezza spettava a loro; gli altri potevano accedere alla stessa solo attraverso la conversione alla legge di Mosè di cui, la circoncisione, era il segno esteriore.
“…ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. Già Gesù si era comportato allo stesso modo nei riguardi di un altro centurione romano – il cui servo era gravemente ammalato – del quale ammirò una consistenza della fede che mai aveva incontrato in Israele. Evidentemente, in quell’occasione, Pietro non aveva compreso la portata dell’evento, pur avendo accompagnato così da vicino Gesù.
Infatti, solo adesso – dopo la morte e risurrezione di Gesù e l’invio dello Spirito Santo – sta rendendosene conto. Il corso storico, il farsi degli eventi in esso, sono ambiti che danno la possibilità di sorprendersi per la portata e l’azione di Dio, che spinge l’umanità nel mistero d’amore manifestato con l’evento di Gesù Cristo.
Quest’indicazione è molto importante per l’attualità. La rapida successione degli eventi, il continuo evolversi dei criteri di giudizio e dei comportamenti, esige molta attenzione e discernimento alla luce del significato e della finalità della missione di Gesù. Perciò la fedeltà alla tradizione – aspetto importante della correttezza dell’azione pastorale – non è semplice ripetizione ma, soprattutto, creatività e sintesi di nuove e audaci risposte.
Infatti, “Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola”. La Parola e lo Spirito sono le due mani dell’agire di Dio nella persona; essa che apre la mente e il cuore alla comprensione dell’evento di cui si è partecipi. Cosicché “i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani fosse effuso il dono dello Spirito Santo”.
Essi, infatti, compresero le nuove possibilità di comunione e fraternità, vissute per la fede nell’unico Dio, con persone collocate in situazioni e contesti tali che mai avrebbero pensato che fosse potuto accadere. E’ pur vero che Cornelio non era una persona qualsiasi, ma uomo giusto, retto, timorato di Dio e stimato per il suo comportamento. Leggi il resto di questo articolo »
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