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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ez 37,12-14)

Il profeta prende spunto dallo scoraggiamento che serpeggia fra gli esiliati motivato dall’avere, davanti a sé, un futuro senza speranza e carico di nostalgia del passato: “Le nostre ossa sono secche; la nostra speranza si è estinta”. La lontananza dalla patria, dalla terra promessa, ha un effetto devastante, come è ricordato nel salmo 137: “Là – nell'esilio di Babilonia – ci chiedevano parole di canto (…) allegre canzoni, i nostri oppressori (…) come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se mi dimentico di te Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra” (3-6).

L’esilio è come un tumulo, un deposito di ossa secche, senza speranza e senza futuro per il popolo. La causa deriva dall’allontanamento da Dio, nonostante il costante richiamo dei Profeti, da parte del popolo e delle autorità, a causa  dello stile di vita contrario all’Alleanza.

L’esilio è la metafora della condizione personale e sociale conseguente all’allontanamento da Dio per l’infedeltà, l’indifferenza, la superficialità alla nuova ed eterna Alleanza stabilita con la venuta di Gesù Cristo. Esso coinvolge la persona sotto tutti gli aspetti – umano, psicologico, etico e spirituale – e la comunità nella pratica dell’ingiustizia, del sopruso, del dominio e altro…, nello stile di vita egocentrico, autoreferenziale e, sostanzialmente, indifferente a ciò che non incide sulla propria vita personale.

Pertanto vengono meno riferimenti importanti che impoveriscono o, addirittura, annullano la necessaria interazione per la crescita individuale e comunitaria nella pienezza di vita. È come segnare il passo nell’illusione di camminare. La vita è diminuita in tutti i sensi, come quella sottoterra, dove vanno le persone dopo la morte, secondo la tradizione d’Israele. Una vita che, drammaticamente, il profeta compara ad ossa rinsecchite.

Ecco, allora, l’intervento del Signore per fedeltà all’Alleanza e al compimento della promessa: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nella terra di Israele”. Il passato sarà memoria delle conseguenze del peccato, affinché le generazioni future si ravvedano dal commettere lo stesso errore.

Il Signore annuncia: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra”. Il pensiero va, spontaneamente, a quando “Dio plasmò l’uomo con polvere e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). L’intervento avrà le caratteristiche di una nuova creazione, della rigenerazione della persona e della società nell’infondere nuova vita, capace di riassumere il cammino dell’Alleanza.

Vivere non è solo riacquistare l’esistenza individuale ma stabilire autentici rapporti con le altre persone, consolidare il vissuto sociale nel diritto e nella giustizia, rispettare la natura e il creato. È assumere come propri i valori che fanno di questa terra la realtà promessa, nella quale riconoscere e fare esperienza del Dio della vita. È la meta stabilita da Dio, l’avvento della sua sovranità, nel restituire la pienezza di vita – “vi farò riposare nella vostra terra” – nell’armonia con tutto ciò che esiste, ossia il suo Regno.

Dio riconduce Israele alla dignità di “popolo di Dio” e realizza il suo sogno per l'umanità, in sintonia con il comandamento dell’amore e la conseguente pratica di esso, affinché il popolo abbandoni definitivamente la prassi di trasformare la terra promessa nell’Egitto di allora, luogo di schiavitù, del peccato e del male, ossia sepolcro di scheletri.

Lontano da Dio non c’è salvezza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Sam 16,1b.4.6-7. 10-13)

 

Il brano racconta la consacrazione di Davide come re, in sostituzione di Saul in quanto quest'ultimo aveva rigettato la parola del Signore (15,23). Il profeta Samuele, scosso interiormente da tale decisione, è incaricato dal Signore di compiere la missione, con l'esortazione di non indugiare e guardare in avanti: “Fino a quando piangerai su Saul (…) ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re”.

Al profeta è presentato il primogenito Eliàb. Colpito dall’aspetto fisico, poiché è il primogenito, ritiene che sia il prescelto: “Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!”. Ma la risposta del Signore è diversa: “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura”; e il motivo è “perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”.

Per la bibbia, il cuore indica l’interiorità della persona, ovvero la coscienza dell’uomo dotato di intelligenza e spiritualità. È la sede dei pensieri, delle intenzioni, delle scelte decisive. In altre parole, il centro motore della persona che determina la motivazione, il progetto di vita e le azioni corrispondenti. (Nella nostra cultura invece è la sede degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni).

In esso sono posti gli occhi del Signore. L’uomo non ha condizione né capacità e, a volte, neppure la volontà di penetrare nel profondo del suo cuore, affascinato e attratto dall’esteriorità, dalle apparenze. Di conseguenza è rivolto a guadagnare il consenso e l’ammirazione di altri. Ma il “vedere” del Signore è ben su altro versante!

Solo l’attenta osservazione del rapporto fra parole e azioni, il contenuto e il comportamento (soprattutto nei momenti della prova) permette di comprendere la qualità del cuore, salvo la perversione occultata dall’ipocrisia di porre una maschera in modo da nascondere quel che è realmente o far apparire quello che non è. Fra l’altro è ciò che Gesù non tollera e respinge con fermezza.

Di tutti i figli, Davide è colui che riceve la minore considerazione da parte del padre. Alla domanda di Samuele sulla richiesta di sapere se ci sono altri figli, Iesse risponde: “Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge”. Ma sarà proprio costui il prescelto da Dio e, infatti, ordina a Samuele di ungerlo: “… è lui (…) e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi”.

Iesse, probabilmente rimase molto sorpreso e sconcertato dalla scelta. La differenza di discernimento fra lui e il Signore, anche ora mette in guardia rispetto ai criteri di autenticità o meno della persona. Gli aspetti da prendere in considerazione vanno ben oltre le proprie idee, progetti, punti di vista (sono sempre la vista di un punto!) o dell’esteriorità, della superficialità delle apparenze. Occorre porre attenzione alla sincerità, alla coerenza del proprio mondo interiore con il vissuto e le scelte del proprio essere e agire.

Per discernere l’autenticità e la verità dei sentimenti, delle parole e degli atti, propri e altrui, è necessario verificare la sincera e umile conoscenza di sé stessi. E, particolarmente, all’ambiguità presente nel proprio cuore segnata, da un lato, dalla qualità dell’amore nei rapporti interpersonali e sociali per la presenza dello Spirito di Dio e, dall’altro, dal suo contrario, ossia l’involuzione egocentrica ed egoista in sé stesso, fonte di ogni male.

Il processo non è semplice né facile ma pieno d’insidie ingannevoli e illusioni.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 17,3-7)

Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. È un momento intensamente drammatico per Mosè, al punto che grida: “Ancora un poco e mi lapideranno!”. La mancanza d’acqua nel deserto fa sì che il popolo metta in dubbio il senso di quello che ha fatto e, particolarmente, la prospettiva della terra promessa, il fine della liberazione e del cammino verso la meta.

Dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, dopo l’Alleanza stabilita nel Sinai, dopo la garanzia della terra promessa verso la quale sono diretti e dove scorrerà “latte e miele” – metafora delle condizioni ottimali – il popolo s’imbatte nell’imminente prospettiva di morte per la mancanza d’acqua nel deserto. Si diffonde nel popolo il panico e, con esso, la coscienza che tutto quel che è successo finora sia inganno, una tragica illusione, al punto che Mosè percepisce il pericolo per la propria vita.

Per il popolo l’uscita dall’Egitto si sta presentando come una pazzia. Anche Mosè è profondamente scosso: la situazione non è più sotto controllo e lui stesso non sa cosa fare, al punto che non gli resta che gridare “al Signore dicendo: ‘Che cosa farò io per questo popolo?’”.

Nella circostanza il popolo non comprende il senso della liberazione e dell’Alleanza, e ritiene ingannevole, illusoria la promessa del Signore riguardo alla sua costante presenza nel cammino verso la terra promessa, al punto che essi si domandano: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”

In tutti i tempi ci sono circostanze e momenti della vita, personale e sociale, che suscitano lo stesso stato d’animo. Le persone coinvolte hanno lo stesso atteggiamento e si chiedono perché ciò avvenga, dato che sta accadendo il contrario delle legittime attese nelle quali ha investito la fiducia, il comportamento e l’attività.

L'esperienza drammatica spinge persona e comunità in un grande turbamento, che si declina nei rapporti interpersonali, sociali e, particolarmente, verso le autorità responsabili della condizione della vita del popolo. Il dubbio verso quest’ultime è inevitabile. Da parte loro la ricerca di possibili cause o errori, anche involontari, non trovano motivi validi che possano giustificare quello che sta accadendo.

La circostanza della mancanza d’acqua nel deserto è umanamente pesante. Non è difficile immaginare lo stato d’animo di chi si trova in un vicolo cieco, impreparato ad affrontare la circostanza e inadeguato nel trovare risposte e mezzi risolutivi.

Il primo atteggiamento è simile a quello di Mosè: gridare al Signore, chiedergli il perché e cosa fare, dato che la risposta può venire solo da Dio. Il testo racconta dell’intervento del Signore, con parole che ricordano il passaggio del mar Rosso: "Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele (…) prendi il bastone con cui hai percosso il Nilo (…) ecco io starò davanti a te là sulla roccia (…) batterai sulla roccia, ne uscirà acqua e il popolo berrà”.

La risposta di Dio al profeta Geremia, in profonda crisi come Mosè e il popolo, offre una ipotesi del motivo degli accadimenti: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca” (Ger 15,19).

Mosè fece tutto quello indicato dal Signore. Il testo non lo dice ma, probabilmente, il richiamo al passaggio del mar Rosso provocò in lui un impatto molto forte. Probabilmente la memoria dell’evento del mar Rosso, fece emergere nell’intimo, oppresso e angosciato da una fede affievolita, la portata dell’avvenimento e il senso profondo della fedeltà del Signore all’Alleanza e, con essa, la certezza che il Signore provvederà nella circostanza.

In ogni caso, Mosè non è stato all’altezza della fede in altri momenti e, di conseguenza, gli sarà impedito l'ingresso nella terra promessa: la vedrà solo da lontano, dando l'incarico a Giosuè di condurre in essa il popolo.

Il Signore conosce la debolezza strutturale di ogni credente e del popolo che gli appartiene, e fa in modo che nel riaffermare la fedeltà all’alleanza, alla sua presenza e, soprattutto, alla promessa, tutti prendano coscienza della solidità del suo essere e della sua azione, anche in momenti particolarmente critici, in modo che essi consolidino la fiducia nelle difficoltà e prove che non mancheranno in futuro.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 12,1-4)

 

Dio prende l’iniziativa rivolgendosi ad Abramo e gli ordina di lasciare casa e parenti per andare verso una terra che indicherà durante tragitto: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. Il motivo risiede nella promessa che farà di lui il capostipite di un nuovo popolo: “Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione”.

Tre sono le promesse che Dio fa ad Abramo: la numerosa discendenza; la benedizione, tramite lui, per tutti i popoli della Terra; la promessa di un territorio per la sua discendenza.

Abramo, a 75 anni, è senza figli a causa della sterilità della moglie Sara. La promessa, inaudita e sconcertante, per una coppia sterile e in età avanzata, riguarda non solo il nuovo popolo di cui sarà capostipite ma “in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. La prospettiva è il coinvolgimento di tutta l’umanità e, con la promessa, Dio chiama Abramo a farsi carico della responsabilità del genere umano.

Abramo potrà contare sulla la fedeltà di Dio, non solo riguardo al compimento della promessa; infatti, nel percorso verso la nuova terra – “ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa esse tu una benedizione” -, ma anche riguardo al necessario sostegno nelle avversità: “Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò”.

L’autorivelazione di Dio evidenzia il singolare rapporto della singola persona con l’umanità, fra l’uno e il tutto, che l’individualismo dominante non percepisce o non vuole percepire, ossia che ogni singola persona è parte dell’umanità, così come l’umanità intera è in ogni persona.

Occorre porre attenzione al fatto che il rapporto fra la parte e il tutto non è solo comunicazione ma osmosi, per la quale si stabilisce la circolarità permanente e l’avvento della crescita esponenziale, sul modello di una spirale in continua espansione, in virtù della dinamica interna auto-regolatrice e auto-rigeneratrice, per la quale il tutto è nella parte e, viceversa, la parte nel tutto.

È ciò che si riscontra nella persona, nell’insegnamento e nella pratica di Gesù, quale nuovo Adamo, per la risurrezione, in virtù della quale stabilisce il rapporto con il credente e con l’umanità nell’ambito della dinamica auto-regolatrice e auto-rigeneratrice della Trinità.

Di conseguenza il brano odierno rivela la struttura radicale di ogni essere umano. La vocazione non è un di più o qualcosa di speciale riservato ad alcuni eletti, ma l’essenza e l’esistenza di ogni persona in cammino verso la pienezza di vita.

In tale contesto e prospettiva, Dio chiama ogni persona, e l’umanità intera, al corretto rapporto con Lui, attivando la responsabilità verso sé stesso e l’umanità, nella libera e fiduciosa adesione alla promessa di poter mettersi in cammino con Lui senza desistere nelle avversità. La vocazione di Abramo è quella di ogni persona: “Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,35).

Tra il timore e lo stupore, “Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore”, senza altra garanzia che la promessa e la fiducia che Dio non verrà meno. Successivamente Abramo sarà messo alla prova in diverse circostanze, e non c’è alcun racconto che parli di momenti di sfiducia nella promessa. Al riguardo è nota la risposta al figlio quando questi chiede dell’agnello per l’olocausto, ignaro che lui stesso è il destinato al sacrificio: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!” (Gen 22,7-8).

C’è come una sorta di “gioco” di Dio con ogni persona cosciente della sua vocazione universale, tra promessa e compimento, tra il cammino e la meta: “Io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,30-31). È il “gioco” della pura gratuità, dell’amore non utile, perché fine a sé stesso.

L’autenticità della vocazione è segnata dai tre aspetti evidenziati nel brano: la promessa, il cammino e le avversità.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)

Dio “plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. La polvere è l’ambito in cui abita e di cui si alimenta il serpente, figura metaforica del tentatore che vive e si alimenta dell’astuzia del male. La polvere costituisce la materia con la quale è plasmato l’uomo e, di conseguenza, la tentazione è connaturata alla realtà dell’uomo.

La tentazione porta in sé stessa il “mistero dell’iniquità” – cui fa riferimento S. Paolo – presente nella creazione. Con essa Dio s’imbatte nel suo contrario, opponendosi come “mistero di salvezza”. Ebbene, sulla polvere Dio compie il primo passo della salvezza, soffiando su di essa l’alito di vita: lo Spirito; e da quel che era una realtà inerme prende vita l’essere vivente, l’uomo. È il dramma dell’esistenza, due realtà radicalmente opposte, conflittuali e irriducibili.

Famoso è il libro di Miguel de Unamuno – filosofo spagnolo vissuto a cavallo tra l’800 e il 900 – “L’agonia del Cristianesimo”, ovvero la battaglia fino all’ultimo respiro. In tale prospettiva la vita del credente e dell’uomo di buona volontà sarà impegnata in una lotta costante fino all’ultimo respiro, come lo è stato per Gesù.

Il brano narra che Dio pone l'uomo nel giardino, in Eden, con “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”.

L’albero della vita, che mantiene e fa crescere la vita dell’uomo è la metafora della forza e della vita di Dio. Tuttavia, la conoscenza del bene e del male Dio la avoca a sé stesso; il secondo albero indica il modo di procedere dell’uomo per vincere il mistero dell’iniquità a favore della pienezza di vita per la quale è creato. Dio non è solo forza vitale ma, anche, criterio di discernimento fra il bene e il male, fra vita e morte, ed a Lui l’uomo deve riferirsi nel cammino giornaliero.

Dio è l’eterna e permanente vittoria del bene sul male. Più che interrogarsi sull’origine del male – un problema irrisolvibile per la filosofia e la teologia – il brano afferma la sconfitta del male da parte di Dio; in Dio stesso, come testimonia l’esperienza di Dio fatto uomo nella persona di Gesù. Come Dio abbia conosciuto il male, che tipo di esperienza abbia di esso, non è raccontato. È il mistero sconcertante che va oltre a ogni tentativo umano di trovare una risposta soddisfacente.

In ogni caso, mantenere la comunione con Dio attraverso la libera adesione alle sue indicazioni è condizione necessaria, non solo per la vittoria sul male e il trionfo del bene, ma anche per procedere nel cammino per il quale l’immagine – l’uomo – diverrà sempre più somigliante a Dio, fino a diventare “come Dio”, come Lui stesso. Il “giardino in Eden” è il luogo del dialogo, della comunione amorosa, nel quale cresce l’intimità e la familiarità, sempre più solida e soddisfacente, fra i due.

La forza potente del male è presentata come astuzia, capace di trarre in inganno: “Il serpente era il più astuto degli animali”. È impressionante come l’astuzia riesca a trarre dalla sua parte la persona creata da Dio e in rapporto di familiarità e d’intimità con Lui. Il proprio dell’astuzia, nella tentazione, è giocato sulla mezza verità. La tentazione non presenta tutta la verità ma solo parte di essa, per giunta distorcendola, facendo apparire Dio come se fosse geloso della sua condizione.

La tentazione ingannatrice del “sareste come Dio” è sufficiente per attrarre l’attenzione dell’uomo e suscitare il desiderio di assecondarla con la conseguenza di cadere nel tranello, perché costitutivo della persona. Dio lo ha creato a tal fine: divenire “come Lui” meta della sua vocazione (della chiamata di Dio).

L’inganno non è nella meta, ma sul modo di arrivarci. Non riferendosi a Dio, e allontanandosi dalla sua indicazione di privilegiare il criterio umano di cui la donna e l’uomo dispongono, la seduzione prende il sopravvento. Allora”, la donna “vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquisire saggezza”. È sfiduciare Dio, illusoriamente a vantaggio di sé stessi.

Immediatamente “prese il frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito”, producendo la spaccatura fra Eva e Adamo; infratti “Si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. Se prima non avevano vergogna di essere nudi – totalmente trasparenti l’uno con l’altro – adesso devono nascondere parte di sé stessi, indossando la “maschera” per accettarsi vicendevolmente.

Il testo continua descrivendo le conseguenze nefaste, ossia le condizioni nelle quali le persone e l’umanità intera versano nel presente.

La tentazione non ha come obiettivo il distogliere dal fine, ma il creare la convinzione che si arriverà ad esso per un altro cammino, più attraente e in sintonia con i propri criteri e la propria esperienza, senza dover “dipendere” da altri, quant’anche fosse Dio.

È la vittoria della sfiducia nei riguardi di Dio, del sospetto che Dio voglia mantenere l’uomo soggiogato e sottomesso.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Lv 19,1-2.17-18)

Il brano è parte della legge di santità: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. Il termine santo significa “separato” e indica il soggetto separato da tutto ciò che non costituisce la sua essenza e la qualità della sua esistenza. La separazione, l’allontanamento, è necessaria per mantenere e accrescere, senza contaminazione alcuna, la propria identità, senza macchiare o diminuire l’autenticità e la purezza della propria condizione di vita.

Applicata a Dio, si riferisce alla separazione da tutto ciò che non ha nulla a che vedere con la sua realtà più vera e profonda: l’essenza e l’esistenza del puro amore. Come tale è “santo”, separato da tutto quel che non lo è.

In virtù della santità Dio interviene in varie circostanze per la formazione del suo “popolo eletto”. I momenti specifici e culminanti sono la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, l’Alleanza stabilita con Mosè sul Sinai e sigillata in Sichem, con l’entrata nella terra promessa.

La scelta di Dio, di Israele come suo popolo, non è motivata dalle qualità del popolo stesso ma dalla libera volontà e gratuità del suo amore. Con segni e prodigi Dio lo conduce nel deserto per poi introdurlo nella terra promessa. Tuttavia, nonostante l’incapacità di esso di mantenere la fiducia nell’Alleanza per le prove cui era sottoposto – al punto da rimpiangere il luogo da cui era stato liberato (la carne e le cipolle d’Egitto) -, Dio mantiene la sua santità, il suo amore con la promessa a loro favore, risollevandolo dalle ricadute e dalle devastanti conseguenze.

A ragione l’autore riferisce il messaggio: “Siate santi, perché io il Signore, vostro Dio, sono santo”, dato che solo l’Amore può sostenere un rapporto simile, nonostante l’infedeltà del popolo all’Alleanza. Ebbene, l’esortazione impegna a far sì che, con l’entrata nella terra promessa, il popolo comprenda la portata dell’amore di Dio in cui è immerso. Di conseguenza declini lo stesso amore nella vita individuale e sociale, in modo che gli individui diventino persone e la società l’ambito del regno di Dio nel diritto e nella giustizia, suscitando stupore e meraviglia nei popoli stranieri.

Ecco, allora, il comandamento: “Siate santi”. Esso non è finalizzato a sottomettere il popolo né alla sola gratificazione personale, ma lo coinvolge come attore dell’avvento del Regno in Israele e nelle altre nazioni. Con l’avvento del regno nella terra promessa la nuova società si strutturerà, e organizzerà, in modo diametralmente opposto a quello sperimentato in Egitto, espressione del male, dell’ingiustizia e del peccato. La nuova società sarà l’ambito del regno di Dio accogliendo il suo sogno, nella responsabilità, nella giustizia, nel diritto e nella fraternità.

Il testo traccia il cammino di santità indicando ciò che occorre fare o evitare: “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello (…) non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo”. Nei rapporti interpersonali, inevitabilmente segnati da divergenze, ambiguità – a volte da cattive intenzioni per interessi personali di denaro, di dominio o di potere – non deve mai prevalere e annidarsi l’odio, la vendetta e il rancore.

Questi sentimenti, molto comuni, sorgono nel cuore e diventano realtà in circostanze e avvenimenti specifici. È doveroso fare attenzione a che non dominino il pensiero, la riflessione, il proposito e l’azione – in una parola, il cuore -, e non impregnino il mondo interiore della persona e il conseguente declino in pratiche di rancore, ingiustizia, vendetta o altro ancora peggio.

La liberazione da tali sentimenti è possibile solo fissando la mente e il cuore sulla magnanimità di Dio nei confronti della persona e del popolo. La testardaggine e l’ottusità della persona, e del popolo, nel non sintonizzare con la griglia di discernimento dei valori da Lui proposti, con le conseguenti azioni distruttive per sé stesso e per altri, fanno sì che Dio si senta defraudato, deluso e amareggiato.

La conseguenza naturale è l’ira, propria di chi pensa di buttare tutto al macero e ricominciare, di nuovo, con altre persone. Ma prevale in Dio la compassione e la misericordia per risollevare dal baratro e offrire nuove opportunità, un nuovo inizio, con il correttivo della magnanimità del Suo amore e l’esperienza drammatica dell’abisso procurato da sé stessi.

Nella persona e nel popolo, memori di tale amore e facendo tesoro dell’esperienza, si va consolidando la santità del Signore, al punto che “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 15,16-21)

 

Il brano è del secondo secolo avanti Cristo e chi scrive è “Gesù, figlio di Sira, figlio di Eleàzaro, di Gerusalemme” (50,27). Il filo conduttore del libro è il concetto di sapienza. L’uomo che vi aderisce – il saggio – è riconosciuto tale perché osserva i precetti della Legge, affermandosi come timorato di Dio.

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Il timore di Dio si fonda sull’adesione responsabile, libera e cosciente all’Alleanza e, specificamente, alle esigenze della Legge, con attenzione alle prescrizioni, in modo da evitare atteggiamenti e comportamenti sgraditi a Dio.

Il saggio, il timorato di Dio, è chiamato ad attualizzarla nelle circostanze e nelle vicende individuali e sociali. La corretta comprensione, declinata nell’adeguate scelte e nell’impegno corrispondente, porta l’autore ad affermare: “I suoi occhi – di Dio – sono su coloro che lo temono”. Perciò il libro del Proverbi riporta “il timore del Signore è principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione” (Pr 1,7) e il libro della Sapienza incalza “Suo principio più autentico (della Sapienza) è il desiderio di istruzione, l’anelito per l’istruzione è amore” (Sap 6,17).

L’osservanza della legge è un atto della volontà sostenuta e motivata dalla fiducia – “Se vuoi osservare i suoi comandamenti (…) se hai fiducia in lui” – alle quali si aggiunge un terzo elemento, la libertà di adesione o meno: “Egli ti ha posto davanti" – due opposti – “fuoco e acqua (…) la vita e la morte, il bene e il male. A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà". I tre atteggiamenti, la volontà, la fiducia e la libertà qualificano la grandezza dell’uomo fatto a immagine e somiglianza del Creatore.

La libertà rimanda all’albero del bene e del male del paradiso terrestre. Il testo della Genesi rivela l’inganno del quale furono vittime Adamo ed Eva, sedotti dalla mezza verità: "sareste come Dio” (Gen 3,5). Vittime dell’inganno essi tralasciano l’ordine del Signore riguardo l’albero “della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gen2,17), sedotti dalla mezza verità.

La volontà di Dio è che ogni persona divenga come Lui perché tale è la vocazione alla quale è chiamata. L’inganno sta nel modo di arrivarci. Quando la persona procede di testa propria, sedotta dal proprio piacere, dal proprio criterio e dalla propria valutazione – come è accaduto ai progenitori: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6) – la volontà dimentica o tralascia il mandato del Signore e cade nell’astuta tentazione. L’insegnamento è che la tentazione non é mai una bugia al cento per cento, ma una mezza verità, una poderosa forza ingannatrice.

L’osservanza dei comandamenti nell’orizzonte del timore del Signore richiede attenzione e adeguata interpretazione. In tal modo essi “ti custodiranno” nella fedeltà all’Alleanza e non prevarrà la caduta nella tentazione ma, al contrario, rafforzerà la fiducia e la comunione nel Signore, in virtù delle quali “anche tu vivrai”.

Anteriormente alla libertà emerge, nel profondo della persona, la responsabilità che coinvolge immediatamente chi attende alla chiamata del Signore: farsi carico della missione a favore delle persone e della società, contando sulla sua presenza e il suo sostegno.

Accogliendo liberamente la responsabilità con i tre atteggiamenti sopra indicati il saggio accoglie il dono della sapienza: “Grande è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.

L’amore, la sapienza, la presenza e il potere del Signore sono aspetti che motivano determinazione e fermezza nell’aderire alla legge.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 58,7-10)

 

Ai tempi del profeta Isaia era consolidata la convinzione sull’importanza della pratica del digiuno. La legge comandava il digiuno nel giorno del perdono dei peccati e gli osservanti scrupolosi, i rigorosi farisei al tempo di Gesù, lo praticavano due volte alla settimana, nella certezza di acquisire meriti che sarebbero stati ricompensati dal Messia facendo loro occupare i primi posti con l’avvento del regno.

Ma, di fatto, il digiuno non accompagnato da opere di giustizia era denunciato dai profeti come una vuota osservanza legale. Il profeta Isaia interviene al riguardo: “Non consiste forse il digiuno che voglio nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?”.

Il digiuno è funzionale alla giustizia, al diritto di ogni persona a disporre del necessario per vivere una vita degna; ed è correttamente finalizzato a rivolgere l’attenzione ai poveri, ai bisognosi che versano in condizioni disumane. È sostenuto dalla misericordia attiva delle necessità individuali e dall’impegno politico nell’applicare leggi del lavoro dignitoso e responsabile, fonte del guadagno necessario per sé e la famiglia senza dover mendicare; in altre parole si parla della giustizia sociale.

“Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto”. Le tenebre avvolgono la persona incentrata su  se stessa, sui propri interessi familiari o di lobby e disattenta, o addirittura indifferente, al bisogno di chi manca del necessario, pur praticando la preghiera e il culto nella convinzione di stare bene con Dio.

Il digiuno praticato con l'intento di acuire l’attenzione e la sollecitudine verso il necessitato è come la luce, come l’aurora che squarcia le tenebre dell’ingiustizia, della malvagità, dell’oppressione, della violenza verbale e fisica e di tutto ciò che ferisce la dignità della persona priva del necessario. Con esso sorge, e si consolida nell’animo, la gioiosa luce dell’aurora, del nuovo radioso giorno dell’amore, dell’avvento della sovranità di Dio nel cuore di chi dona e di chi riceve.

Non solo, ma chi digiuna constata l’attualizzazione delle parole del profeta: “la tua ferita si rimarginerà presto”. Il profeta si riferisce al disagio, al non stare bene con se stesso per l’indifferenza dell’altro, al vuoto interiore, alla mediocrità delle scelte di vita, alla schiavitù da dipendenze di vario tipo.

Ebbene, questa ferita si chiude mentre, ovviamente, la cicatrice rimane, perché non si può cancellare quello che si è fatto, ma non duole, non incomoda più. E si ricompone l’armonia, la serenità e la soddisfazione con  se stesso, nel dono gratuito e disinteressato,  per far sì che altri si riapproprino della loro dignità, di un futuro pieno di speranza: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).

Allora, “Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà". La pratica di giustizia è quella di Dio, coinvolta e sostenuta dallo stesso amore che caratterizza l’essere e l’agire di Dio. Di conseguenza, nella persona si manifesta la gloria del Signore. Un grande teologo del secondo secolo, S. Ireneo, afferma che la gloria è la vita degli uomini e la vita degli uomini è la lode a Dio, glorificato dallo stesso amore al prossimo con cui sono da Lui amati.

Questa singolare circolarità fa sì che “invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà ‘Eccomi!’”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ml 3,1-4)

La comprensione generale del brano si attualizza ai tempi di Gesù, quando il Messia, atteso con la sua apparizione nel tempio di Gerusalemme, darà inizio al processo di purificazione del popolo con l’instaurazione del regno di Dio nella pratica del diritto, della giustizia e la restaurazione politica d’Israele con l’espulsione degli invasori romani.

Un evento di tale portata era atteso nella celebrazione della Pasqua, momento che riuniva in Gerusalemme circa centocinquantamila israeliti, superando di molto gli abituali venticinquemila, ragion per cui era rafforzata la presenza delle truppe romane con il procuratore Ponzio Pilato. Fra parentesi, si può capire lo sconcerto radicale di tutti, compresi gli apostoli, quando Gesù muore in croce invece di manifestarsi in modo che tutti lo avrebbero riconosciuto come il Messia atteso. Se poi si aggiunge l’annuncio della risurrezione, il tutto si complica ancora di più.

Ritornando al testo, dice il Signore: “Ecco, io manderò un mio messaggero e preparare la via davanti a me”. È un aspetto tipico di allora il far precedere da un ambasciatore l’arrivo del re o del principe. E “subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate”. Con il senno di poi, riferendosi a Gesù, l’entrata nel tempio corrisponde all’incarnazione, all’ingresso del Figlio nell’umanità assumendone la condizione umana, in quello specifico modo che ha caratterizzato la nascita, la missione, la morte e risurrezione.

Egli sarà “l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate”, il desiderio profondo dell’attesa realizzazione si esprime nel sospiro per una nuova alleanza stabilita dal messaggero del Signore – tale è l’angelo – che agirà come “il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”.

L’evento sarà così dirompente, sconvolgente e radicale, che il profeta si chiede: “Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?”. Tuttavia, si tratta del necessario intervento per rinnovare il popolo di Dio affinché le persone, e lo stesso popolo, “possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”.

La purificazione riguarda il nuovo ordine del rapporto con  se stessi e fra i membri del popolo, che rende capace di accogliere tutte le nazioni attratte dalla testimonianza nella fraternità, l’uguaglianza delle opportunità in sintonia con il diritto, la solidarietà e l’armonia con il creato; in una parola: il regno di Dio. In tal modo la finalità dell’alleanza e dell’intervento del Messia raggiunge lo scopo: “Allora l’offerta (…) sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani”.

È evidente che l’insieme della profezia si può trasporre ai nostri giorni, osservando la condizione delle persone, il vissuto di popoli, il rapporto fra le nazioni che, nella loro ambiguità, innescano possibili processi di auto-distruzione.

E tutto ciò nonostante il fatto che la purificazione abbia le caratteristiche proprie dell’intervento di Dio Padre nella persona del Figlio (Vedi seconda lettura). Intervento simile al “il fuoco del fonditore come lisciva dei lavandai”, perennemente disponibile e operante per l’azione dello Spirito nel discepolo e su tutta l’umanità, ed evidenziato con la Pentecoste.

Di conseguenza la fede – di questo si tratta – permette al credente, al discepolo, di percepirsi come lo vede il Padre: un soggetto rinnovato, rigenerato, trasformato dall’amore del Figlio, suo rappresentante.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 8,23b-9,3)

“In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali”, a causa dell’invasione assira. L’umiliazione si deve al peccato del re e delle autorità per aver abbandonato il cammino dell’Alleanza e, di conseguenza, la fiducia in Dio. La ripercussione è la deportazione e il giogo della schiavitù: “la sbarra sulle spalle, e il bastone del suo aguzzino”. Per il popolo è come un camminare nelle tenebre, senza sapere dove andare, senza futuro né speranza.

Liberato il popolo dalla schiavitù dell’Egitto, il Signore l’ha costituito popolo eletto. Nel deserto, in cammino verso la terra promessa che raggiungerà dopo un lungo e travagliato cammino, stipula per mezzo di Mosè, sul Sinai, l’Alleanza, il patto di mutua fedeltà in virtù del quale Egli sarà il loro Dio ed essi il suo popolo eletto.

Nell’imminenza di entrare nella terra promessa, in Sichem, il popolo e le autorità rinnovano l’impegno dell’Alleanza, affinché nella terra promessa tutti conservino e crescano nella libertà loro donata con la pratica della giustizia e del diritto, con attenzione, soprattutto, alle persone più esposte al sopruso – la vedova, l’orfano e lo straniero – in modo da rendere evidente il regno di Dio nella vita personale e sociale.

Purtroppo, nonostante l’intervento dei profeti, ai quali le autorità non prestarono ascolto, le cose andarono ben diversamente, sino al crollo delle regioni del nord del paese – la Galilea – e l’esilio in terra straniera.

Anche oggi molte persone e comunità vivono da esiliate e straniere nella propria terra, per la prepotenza di chi pratica l’ingiustizia, la discriminazione, il sopruso e la corruzione a vantaggio proprio ed a scapito della collettività. La conseguenza è il sopravvento della sfiducia fra le persone, la perdita di autorevolezza delle autorità, il sospetto dell’inganno verso coloro che ingannano o opprimono invece di servire il popolo e la causa del regno di Dio.

Il desiderio di ricercare di una via d’uscita è frustrato dal sorgere o dal consolidare barriere che isolano l’uno dall’altro, e rendono difficile un autentico rapporto umano e di giustizia sociale. In molti c’è rassegnazione, accompagnata dal sentimento d’impotenza, senza speranza per un futuro migliore. Ad ogni proposta di lottare per uscire da questa situazione prevale il pessimismo e l’immobilismo delle autorità, con il conseguente rifugio nell’individualismo o la chiusura in circoli ristretti di persone, affini per sentimenti e prospettive.

Ebbene, “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. È il rifulgere della luce che dissolve le tenebre. Non sradica il male né lotta contro di esso, semplicemente prevale nel dissolvere le tenebre del male. È la luce dell’amore, della giustizia, del diritto e della carità, con particolare attenzione verso i più deboli. È l’intervento del Dio liberatore, con il suo amore per la persona e per l’umanità che affascina, stupisce e coinvolge a nuova vita, spingendo a elaborare un nuovo ordine sociale.

In tal modo “ha spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle spalle, il bastone dell’aguzzino, come nel giorno di Madian”. Il giorno di Madian richiama la potenza di Dio per mezzo di Gedeone che, con pochi uomini, organizza la battaglia in modo che i nemici, presi dal panico, si uccidono fra loro. Non sono gli Israeliti a battersi contro i loro nemici, ma la potenza di Dio. È una guerra santa condotta e vinta da Dio (Gdc 7). Il brano può essere letto come la metafora dell’amore di Dio di cui sopra, del potere e della forza di chi si lascia vincere dalla luce.

Per la potenza dell’amore del Signore e la fedeltà alla promessa – all’Alleanza – Egli stesso scende in campo e pone fine all’umiliazione del suo popolo, aprendo un futuro che “renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti”. Per sua iniziativa riabilita Israele alla condizione di popolo eletto – l’impegno dell’Alleanza – e, con essa, inizia una nuova epoca, un tempo rinnovato, una nuova opportunità per raggiungere gli obiettivi che il Signore aveva indicato come meta della fedeltà del popolo all’Alleanza. In tal modo il popolo si riappropria della terra promessa, ritrova la propria identità e rinnova il suo impegno con il Signore, nei termini del patto del Sinai.

Perciò lodano il Signore e Lo ringraziano perché “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la delizia”; un nuovo avvenire si profila e ritorna l’entusiasmo, la gioia e i propositi di ricominciare, ricostruire e consolidare sentimenti appropriati alla circostanza. 

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