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a cura di P. Luigi Consonni

 

 

1a lettura (1Sm 16,1.6-7. 10-13a)

Il testo racconta l’importante momento della consacrazione di Davide come re in sostituzione di Saul per aver, quest'ultimo, rigettato la parola del Signore (15,23). Il profeta Samuele, scosso interiormente da tale decisione, è incaricato dal Signore di compiere la missione dopo averlo esortato a guardare in avanti: “Fino a quando piangerai su Saul (…) ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re”.

Il profeta, vedendo il primogenito Eliàb è colpito dal suo aspetto fisico e, poiché è il primogenito, ritiene che sia proprio lui il prescelto: “Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!”. Ma la risposta del Signore è diversa: “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura” e il motivo è “perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”.

Per la bibbia, il cuore indica l’interiorità della persona, ovvero la coscienza dell’uomo dotato di intelligenza e spiritualità. È la sede dei pensieri, delle intenzioni, delle scelte decisive, il centro motore della persona che determina la motivazione, il progetto di vita e le scelte corrispondenti dell’azione. (Nella nostra cultura invece è la sede degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni).

In esso sono posti gli occhi del Signore. L’uomo non ha condizione né capacità e, a volte neppure la volontà, di penetrare nel profondo del suo cuore, perché affascinato e attratto dalle apparenze. Molte volte rimane in tale ambito per guadagnare il consenso e l’ammirazione di altri, ma il vedere del Signore è ben altro!

Solo l’attenta osservazione del rapporto fra parole e azioni, il contenuto e il comportamento (soprattutto nei momenti della prova) permette di comprendere la qualità del cuore, salvo la perversione occultata dall’ipocrisia, il porre una maschera in modo da nascondere quel che è realmente, o far apparire quello che non è. Fra l’altro è ciò che Gesù non tollera e respinge con fermezza.

Di tutti i figli, Davide è colui chi riceve la minore considerazione da parte del padre. Infatti, alla domanda di Samuele in merito all'esistenza di altri figli, Iesse risponde: “Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge”. Ma è proprio costui il prescelto da Dio! e ordina a Samuele di ungerlo: “… è lui (…) e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi”.

Il padre deve essere rimasto molto sorpreso e sconcertato dalla scelta. La differenza del criterio di discernimento fra lui e il Signore ci mette in guardia rispetto ai riferimenti che rivelano l'autenticità o meno della persona. Gli aspetti da prendere in considerazione vanno ben oltre la verifica della sintonia o consenso con le proprie idee, o dell’esteriorità e della superficialità delle apparenze. È importante comprendere la sincerità, la coerenza del  proprio mondo interiore con l’insieme dei riferimenti che sostengono il vissuto e le scelte del proprio essere e agire.

Per discernere l’autenticità e la verità dei sentimenti, delle parole e degli atti propri e altrui è necessario, in primo luogo, porre attenzione alla sincera e umile conoscenza di se stessi, particolarmente all’ambiguità insita nel proprio cuore segnata, da un lato, dalla percezione dell’amore sostenuto dalla presenza dello Spirito di Dio e, dall’altro, dal suo contrario, ossia dall’involuzione dovuta al cedimento egocentrico ed egoista in se stessi, fonte di ogni male e opposizione alla verità.

Il processo non è semplice né facile. Richiede tempo ed è pieno d’insidie e illusioni ingannevoli.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 17,3-7)

Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. È un momento drammatico per Mosè, al punto che grida: “Ancora un poco e mi lapideranno!”. La mancanza d’acqua nel deserto mette in dubbio tutto quello che ha fatto precedentemente, compresa la prospettiva della terra promessa, il fine del viaggio. Dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, dopo l’Alleanza stabilita nel Sinai, la garanzia della terra promessa verso la quale sono diretti e dove scorrerà “latte e miele” – metafora delle condizioni ottimali – s’imbatte nella prospettiva della morte sicura per la mancanza d’acqua nel deserto. Si diffonde nel popolo il timore che tutto quel che è successo finora sia inganno, una tragica illusione.

La percezione del popolo è che l’uscita dall’Egitto è stata una pazzia. Anche Mosè è profondamente scosso; la situazione non più sotto controllo e lui stesso non sa cosa fare al punto che non gli resta che gridare: “Allora Mosè gridò al Signore dicendo: ‘Che cosa farò io per questo popolo?’”. 

Per il popolo d’Israele la circostanza presente sconfessa il senso della liberazione, dell’Alleanza e rende ingannevole, illusoria, la promessa del Signore riguardo alla sua presenza durante il cammino verso la terra promessa, al punto che essi si domandano: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”

In tutti i tempi ci sono momenti e circostanze della vita personale e sociale che suscitano lo stesso stato d’animo. Le persone coinvolte hanno lo stesso atteggiamento e si chiedono il perché ciò avvenga; infatti, quel che sta accadendo è contrario alle legittime attese nelle quali si è investito e posta la fiducia.

L'esperienza drammatica coinvolge ogni cristiano nell’avvento del regno di Dio, nei rapporti interpersonali e nelle circostanze sociali. Il credente – persona o comunità – è turbato, scosso e sconcertato per una situazione che mostra tutto il contrario di quel che è lecito attendersi. Il dubbio è inevitabile! Egli cerca la possibile causa di eventuali, o anche involontari, errori ma non trova motivi validi che possano giustificare quel che sta accadendo.

La circostanza è umanamente pesante, come lo è la mancanza d’acqua nel deserto. Non è difficile immaginare lo stato d’animo, nella grandissima maggioranza dei casi, perché impreparati e inadeguati nel trovare risposte e mezzi per affrontare la crisi.

Il primo atteggiamento è simile a quello di Mosè: gridare al Signore e chiedergli il perché e  cosa fare ma la risposta può venire solo da Dio. Il testo racconta dell’intervento del Signore, con parole che ricordano lo il passaggio del mar Rosso: "Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele (…) prendi il bastone con cui hai percosso il Nilo (…) ecco io starò davanti a te là sulla roccia (…) batterai sulla roccia, ne uscirà acqua e il popolo berrà”.

La risposta di Dio al profeta Geremia, in profonda crisi, offre anche una ipotesi del perché alcune cose che stanno accadendo: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca” (Ger 15,19)

Mosè fece tutto quello indicato dal Signore. Il testo non lo dice ma, probabilmente, il richiamo al passaggio del mar Rosso provocò in lui un impatto molto forte. La memoria dell’evento del mar Rosso, probabilmente, ha fatto emergere nell’intimo oppresso e angosciato dalla situazione, e anche da una fede affievolita, la portata dell’avvenimento e il senso profondo della fedeltà del Signore all’alleanza e, con essa, la certezza che il Signore non mancherà di provvedere in ogni circostanza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 12,1-4)

Dio prende l’iniziativa rivolgendosi ad Abramo e gli ordina di lasciare casa e parenti per andare verso una terra che indicherà durante tragitto: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. Il motivo è nella promessa che farà di lui il capostipite di un nuovo popolo: “Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.

Tre sono le promesse che Dio fa ad Abramo: una numerosa discendenza; la benedizione, tramite lui, di tutti i popoli della Terra; la promessa di un territorio per la sua discendenza.

Abramo, che aveva a quel punto 75 anni, non era ancora riuscito ad avere figli a causa della sterilità di Sara. La promessa, inaudita e sconcertante per una coppia sterile e in età avanzata, riguarda non solo il nuovo popolo ma “in te saranno benedette tutte la famiglie della terra”. La prospettiva è il coinvolgimento di tutta l’umanità e con la promessa Dio chiama Abramo a farsi carico della responsabilità del genere umano.

Potrà contare, ovviamente, sulla fedeltà di Dio, non solo riguardo al compimento della promessa e nel percorso verso la nuova terra – “ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa esse tu una benedizione” – ma anche come necessario sostegno nelle avversità:  “Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò”.

L’autorivelazione di Dio evidenzia il singolare rapporto della persona con l’umanità, diremmo oggi fra la parte e il tutto, che l’individualismo dominante non percepisce ossia che ogni singola persona è parte dell’umanità e, allo stesso tempo, l’umanità è in ogni persona. C’è un processo fra la parte e il tutto non solo di comunicazione ma di osmosi,  per il quale si stabilisce non solo una circolarità permanente ma anche una crescita esponenziale sul tipo di una spirale in continua espansione, in virtù di una dinamica interna auto regolatrice e auto rigeneratrice per la quale il tutto influisce sulla parte e,  viceversa, la parte sul tutto.

È quello che si riscontra nella persona di Gesù – che diverrà con la risurrezione il nuovo Adamo – nel suo rapporto con l’umanità, sostenuto appunto dalla dinamica auto regolatrice e auto rigeneratrice della Trinità. Quindi il brano odierno rivela la struttura e il corso di ogni essere umano. La vocazione non è un di più o qualcosa di speciale per degli eletti ma la struttura di ogni persona.

Nella struttura fondante di ogni persona, da Dio chiamata all’esistenza, il rapporto corretto con Lui è sostenuto dalla libera e fiduciosa adesione alla promessa e dal camminare con Lui nelle avversità. La vocazione di Abramo è quella di ogni persona: “Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At10,35).

Tra il timore e lo stupore, “Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore”, senza altra garanzia che la promessa e la fiducia che Dio non verrà meno. Successivamente Abramo sarà messo alla prova in diverse circostanze e non c’è alcun racconto di alcuna specifica reazione di sfiducia nella promessa. Al riguardo è nota la risposta al figlio quando questi chiede dell’agnello per l’olocausto, ignaro che lui stesso era il destinato al sacrificio: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!” (Gen 22,7-8).

C’è come un “gioco” di Dio con ogni persona cosciente della sua vocazione universale tra promessa e il compimento; tra l’intraprendere il cammino e l’arrivo alla meta: “Io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,30-31). È il “gioco” della pura gratuità, dell’amore non utile, perché fine a se stesso.

L’autenticità della vocazione è segnata dai tre aspetti evidenziati nel brano: la promessa, il cammino e le avversità. Abramo li farà propri con determinazione e dedicazione, al punto che sarà ricordato dalle generazioni successive come padre nella fede e “come amico di Dio” (Gc 2,23).

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)

Dio “plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Nella polvere vive e si alimenta l’astuzia del male; questo è l’ambito in cui abita il serpente tentatore. La tentazione è costitutiva della realtà dell’uomo; è il “mistero dell’iniquità” cui fa riferimento S. Paolo, misteriosamente presente nella creazione, nel quale Dio s’imbatte, opponendosi come “mistero di salvezza”. Ebbene, sulla polvere Dio compie il primo passo della salvezza soffiando su di essa l’alito di vita – lo Spirito – e quello che era una realtà inerme prende vita: ecco l’essere vivente, l’uomo.

Segue, nel testo, una seconda parte in cui si narra che Dio pone l'uomo nel giardino, in Eden, con “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”. L’albero della vita, che mantiene e fa crescere la vita dell’uomo è la metafora della forza e della vita di Dio. Tuttavia, la conoscenza del bene e del male Dio la avoca a se stesso; il secondo albero indica il modo di procedere dell’uomo per vincere il mistero dell’iniquità a favore della pienezza di vita per la quale è creato. Dio non è solo forza vitale ma, anche, criterio di discernimento fra il bene e il male, fra vita e morte, ed a Lui l’uomo deve riferirsi nel cammino giornaliero.

Dio è l’eterna e permanente vittoria del bene sul male. Più che interrogarsi sull’origine del male – un problema insolubile per la filosofia e la teologia – il brano afferma la sconfitta del male da parte di Dio, in Dio stesso. Come Dio abbia conosciuto il male, che tipo di esperienza abbia di esso, non è raccontato. È un mistero.

Pertanto, mantenere la comunione con Dio, attraverso la libera adesione alle sue indicazioni, è condizione necessaria non solo per la vittoria sul male e il trionfo del bene, ma anche per procedere nel cammino per il quale l’immagine – l’uomo – diverrà sempre più somigliante a Dio, fino a diventare “come Dio”, come Lui stesso. Il “giardino in Eden” è il luogo del dialogo, della comunione amorosa nel quale cresce l’intimità e la familiarità,  sempre più solida e soddisfacente, fra i due.

La forza potente del male è presentata come astuzia, capace di trarre in inganno: “Il serpente era il più astuto degli animali”. È impressionante come l’astuzia riesca a trarre dalla sua parte la persona creata da Dio e in rapporto di familiarità e d’intimità con Lui. Il proprio dell’astuzia, nella tentazione, è giocato sulla mezza verità. La tentazione non presenta tutta la verità ma solo una parte, per giunta distorcendola, facendo apparire Dio come se fosse geloso della sua condizione.

Tale azione è sufficiente per attrarre l’attenzione e suscitare il desiderio di cadere nel tranello, perché corrisponde a ciò che è costitutivo della persona. Dio lo ha creato a tal fine, e la meta della sua vocazione (della chiamata di Dio) è il desiderio di essere “come Lui”.

L’inganno non è sulla meta, ma sul modo di arrivarci, non riferendosi più a Dio, ma solo al criterio umano di cui la donna e l’uomo dispongono. “Allora”, accedendo alla tentazione, la donna “vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquisire saggezza”.La seduzione coinvolge, domina e raggiunge lo scopo di sfiduciare Dio, illusoriamente a vantaggio di se stessi.

Immediatamente “prese il frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito”, producendo la spaccatura fra Eva e Adamo; infratti “Si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. Se prima non avevano vergogna di essere nudi – totalmente trasparenti l’uno con l’altro – adesso devono nascondere parte di se stessi indossando la “maschera”, per accettarsi vicendevolmente.

Il testo continua descrivendo le conseguenze nefaste, ossia le condizioni nelle quali le persone e l’umanità intera versano adesso.

La tentazione non ha come obiettivo il distogliere dal fine, ma il creare la convinzione che si arriverà ad esso per un altro cammino, più attraente e in sintonia con i propri criteri e la propria esperienza, senza dover “dipendere” da altri, quant’anche fosse Dio.

È la vittoria della sfiducia nei riguardi di Dio, del sospetto che Dio voglia mantenere l’uomo soggiogato e sottomesso.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 49,14-15)

A volte si è coinvolti in fatti personali, eventi sociali o naturali che, per la loro gravità, mai si sarebbe pensato potesse accadere. Si tratta di eventi drammatici che irrompono inaspettatamente e sono motivo di profondo turbamento interiore e sconcerto per le devastanti conseguenze.

Lo sconcerto aumenta se le persone coinvolte sono rette, oneste, laboriose, generose. Sorge la domanda: perché? Che male hanno fatto? Non meritavano in nessun modo ciò che è accaduto. È un avvenimento molto comune nella vita di tutti, prima o poi tutti ne sono coinvolti.

In tale frangente Dio è chiamato in causa: Come è potuto succedere? Come Dio ha permesso che accadesse, Lui il creatore, il Padre buono, misericordioso, attento alle sofferenze e necessità degli uomini? È questa la sua giustizia riguardo a chi si comporta correttamente e manifesta la fiducia con atteggiamenti rispettosi e devoti nei suoi confronti?

Sorge nel profondo dell’animo la considerazione contenuta nel brano: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. È venuta meno la protezione, l’aiuto divino registrato dagli eventi che testimoniano la fedeltà di Dio, un futuro pieno si speranza per chi osserva la Legge. Di conseguenza entra in crisi la fede nella giustizia divina riguardo alla promessa, soprattutto se sono coinvolti bambini o persone innocenti.

Lo sconcerto è così profondo e radicale da far dubitare della validità della promessa di Dio, ritenendola un’illusione. Pensieri e sentimenti si configurano come quelli del profeta Geremia che, in circostanze simili, rivolge a Dio il suo lamento: “Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti” (15,18); il torrente insignificante che, da un momento all’altro, travolge tutto, e l'uomo si trova, improvvisamente, solo e abbandonato nel grave pericolo. La persona si sente defraudata e profondamente amareggiata con se stessa, si colpevolizza per aver riposto la sua fiducia invano e per avere creduto ad una promessa illusoria.

Ebbene, è quanto mai sorprendente la risposta del Signore: non ti ho dimenticato e “non ti dimenticherò mai”. E il profeta argomenta, con una comparazione molto efficace perché attinge alla profondità e all’autenticità del sentimento umano: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?”.

L’impatto emotivo e sentimentale di tale affermazione è molto forte; essa suscita l’immediata consapevolezza che ciò non può accadere, in quanto sarebbe una mostruosità imperdonabile, ed impossibile da attribuire al Dio che ha liberato il popolo dalla schiavitù e lo ha introdotto nella terra promessa. È quello che lo stesso Dio ritiene un’assurdità inconcepibile ed equivarrebbe a negare l’essenza e la verità di se stesso.

Riaffermando la vicinanza che consola e la certezza della promessa, il Signore rassicura sulla sua attenzione e presenza incontestabile, nonostante l’accaduto, la delusione e il senso di sconfitta della persona che la porta a dubitare della Sua presenza e della promessa.

È l’esperienza del “silenzio di Dio”, che prova chi si avvicina a Lui per consolidare il rapporto nella gratuità dell’amore e, come tale, totalmente disinteressato e sorretto solo dall’amore stesso. La teologia, riguardo a tale esperienza, tratta con grande ampiezza le caratteristiche di questo “silenzio”, rivelandone il paradossale contenuto ed usando termini quali "musica silente", "oscurità luminosa", e via di seguito.

Il testo, tratto dal secondo cantico del servo di Isaia, si rivolge al popolo sconsolato per la deportazione in terra straniera e per la schiavitù cui è soggetto. Il “silenzio di Dio”, in tale circostanza, è determinato dall’allontanamento del popolo a causa del peccato – rottura dell’Alleanza -. Pertanto le affermazioni riguardo l’abbandono e la dimenticanza da parte di Dio manifestano lo sconforto, il disagio, la sofferenza estrema e la speranza di riannodare il rapporto.

D’altro lato c’è da chiedersi: se Dio manifesta tanta sovrumana sensibilità e amore, perché ha lasciato che il popolo sperimentasse, per tanto tempo, una così grande disperazione e profonda delusione con se stesso, al punto di dubitare del Signore e della sua promessa?

Non c’è risposta esplicita e diretta. Si può supporre che fosse pedagogicamente necessario per far prendere coscienza della gravità e delle conseguenze dei propri errori.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Lev 19,1-2.17-18)

Il brano è parte della legge di santità: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. Il termine santo significa “separato” da tutto ciò che non costituisce la sua essenza. La separazione, ovvero l’allontanamento, è necessaria per mantenere e accrescere, senza contaminazione alcuna, la propria essenza ed identità, senza macchiare o diminuire l’autenticità e la purezza della propria condizione. Applicata a Dio, si riferisce alla separazione da tutto ciò che non ha nulla a che vedere con la sua realtà più vera e profonda: l’essenza e l’esistenza del puro amore. Come tale è “santo”, separato da tutto quel che non lo è.

In virtù della santità interviene in varie circostanze per la formazione del suo “popolo eletto” ed i momenti culminanti sono la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, l’Alleanza stabilita con Mosè sul Sinai e sigillata in Sichem con l’entrata nella terra promessa. La scelta del popolo d’Israele da parte di Dio non avviene per le sue qualità ma per la volontà e gratuità del suo amore. Con segni e prodigi l’ha condotto verso la terra promessa e, nonostante l’incapacità del popolo di mantenere la fiducia nell’Alleanza per le prove cui era sottoposto – voleva addirittura tornare nel luogo da cui era stato liberato -, Dio mantiene il suo amore e la promessa a loro favore, risollevandolo dalle ricadute e dalle ovvie conseguenze.

A ragione afferma: “Siate santi, perché io il Signore, vostro Dio, sono santo”, perché solo l’Amore può sostenere un rapporto simile. Ebbene l’esortazione impegna a far sì che, con il possesso della terra promessa, il popolo comprenda la portata e l’importanza dell’amore in cui è immerso. Di conseguenza lo declini nella vita individuale e sociale, in modo che gli individui diventino persone e la società l’ambito del regno di Dio; e, pertanto, Dio è motivo di stupore e meraviglia per tutti i popoli.

Ecco, allora, l’ordine, il comandamento: “Siate santi”. La santità non è finalizzata alla sottomissione del popolo né alla sola gratificazione personale, ma coinvolge il popolo come attore dell’avvento del Regno in Israele e nelle altre nazioni; con essa la terra promessa, e la nuova società, non diventeranno un altro Egitto, espressione del male, dell’ingiustizia e del peccato ma, al contrario, saranno quel regno di giustizia, fraternità e responsabilità che Dio sogna.

Il testo traccia il cammino di santità indicando ciò che occorre fare o evitare: “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello (…) non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo”. Nei rapporti interpersonali, inevitabilmente segnati da divergenze, ambiguità – a volte da cattive intenzioni per interessi personali di denaro, dominio o potere – non deve mai prevalere e annidarsi l’odio, la vendetta e il rancore.

Questi sentimenti, molto comuni, sorgono nel cuore per circostanze o avvenimenti specifici, ed è doveroso fare attenzione a che non dominino il pensiero, la riflessione, il proposito e l’azione – il cuore -, e che non impregnino tutto il mondo interiore della persona  sostenendo il permanente rancore o, peggio, la vendetta.

La liberazione da questi sentimenti è possibile solo fissando, nella mente e nel cuore, la magnanimità di Dio nei confronti della persona e del popolo.

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