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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 3,9-15.20)

Questo famoso testo descrive le conseguenze del peccato originale, ovvero “Dopo che l’uomo ebbe mangiato dell’albero”. Occorre da specificare che ogni persona è creata da Dio e ha in essa la vocazione di somigliare sempre più a Lui, al punto da diventare come Lui (3,5). Il serpente ha sfruttato abilmente tale desiderio e tensione per spingere Adamo ed Eva sul cammino sbagliato. Invece di lasciarsi guidare da Dio, essi hanno preferito la loro percezione e il loro criterio, sfiduciando quello che Dio aveva preparato per loro. Una volta sbagliato il cammino, la meta è irraggiungibile e subentra la frustrazione e la delusione verso se stessi.

Con il peccato, Adamo esce dall’orizzonte di Dio. Egli stesso è cosciente dell’accaduto e, di conseguenza, di essersi perso e di aver perduto Dio, al punto che lo stesso Dio “lo chiamò e disse:’Dove sei?’”. Rispondendo, si giustifica per essersi nascosto, giacché “ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Alla fine del capitolo due, prima dell’inizio del racconto del peccato, si legge “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna” (Gen 2,25).

La prima conseguenza del peccato è il percepire un rapporto mutato tra se stesso e Dio, nel senso di provare “paura” verso Lui, poiché la cui sintonia e amicizia è venuta meno per aver rotto il legame di fiducia e l’alleanza. Ma cambia anche il rapporto con se stesso: subentra la “vergogna”, che impedisce ad Adamo di presentarsi per quello che realmente è, ossia, una persona non affidabile, vittima della seduzione del potere e dell’auto determinazione.

Un secondo aspetto riguarda l’incapacità di assumere le proprie responsabilità, quando Dio lo pone davanti al suo stesso comportamento chiedendo: “hai forse mangiato dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?”. La vergogna di ammettere il proprio sbaglio lo porta a scaricarlo su Eva; infatti, risponde: “La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”, come se egli fosse vittima dell’azione di lei, con l’aggravante di insinuare una certa colpevolezza in Dio, per aver messo al suo fianco un soggetto non all’altezza del compito. Cosicché, quella che prima del peccato aveva accolto con entusiasmo, – “osso elle mie ossa, carne della mia carne” (Gen 2,23) -, ora è quasi come un’estranea: “La donna”.

Ma anche la donna entra nella stessa dinamica rispetto alla domanda di Dio; “Che hai fatto?” e scarica la sua responsabilità: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. È un palleggio di responsabilità che evidenzia la frattura nei rapporti con se stessi, con Dio, e con il prossimo. Si è spezzata l’armonia, il senso profondo del vivere e della gioia.

È interessante notare che il serpente cammina nella polvere; “e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita”, e che “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita”(Gen 2,7).

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 2,1-5)

Il brano odierno, escatologico (termine che indica il discorso sulla realtà ultima e definitiva di tutto e di tutti), annuncia e profetizza ciò che accadrà “alla fine dei giorni”, con l’intervento di Dio. In altre parti della Bibbia tale intervento è indicato come il “terzo giorno”, espressione non di ordine cronologico ma metaforico, per indicare l’intervento decisivo di Dio a favore dell’umanità.

Cronologicamente nessuno sa quando avverrà; Gesù stesso ammette di non conoscerlo perché proprio del Padre, tuttavia, la risurrezione di Gesù si rapporta al “terzo giorno” (se fosse un’indicazione cronologica cadrebbe di lunedì e non la domenica prima dell’alba). Dopo la sepoltura nel venerdì, nessuno presenziò né affermò di essere stato presente alla risurrezione. In ogni caso, l’evento anticipa ciò che si manifesterà pienamente “alla fine dei giorni”.

Il primo riferimento è “il monte del tempio del Signore”. Per l’israelita il tempio è il centro del mondo, l’ombelico che unisce il cielo con la terra, il tabernacolo, il luogo dove Dio appoggia i suoi piedi. Il tabernacolo è accessibile – non senza timore – solo al Sommo Sacerdote, una volta all’anno, per il rito dell’espiazione dei peccati.

Ebbene, il tempio “sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli” trasmette l’idea di stabilità permanente, e il monte è ritenuto il luogo della manifestazione di Dio. Il tempio raffigura il trono, i colli l’umanità redenta e il creato, l’ambito del suo regno.

L’insieme è come la calamita che attrae la limatura di ferro. Ad esso “affluiranno tutte le genti”, in modo che il Dio di Giacobbe “ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri” del regno di Dio – della sua sovranità – ambito di comunione e di vita nella sua gloria.

Il popolo d’Israele ha coscienza della missione verso tutte le nazioni, con il compimento dell’Alleanza, nella la pratica del diritto e della giustizia fra le nazioni (suffragata dai valori etici fondamentali di convivenza solidaria e responsabile), nell’orizzonte dell’avvento del Regno di Dio già oggi, nel presente delle persone e dell’umanità.

Non si tratta di instaurare o costruire il Regno una volta per sempre. Al contrario, il termine avvento rimanda al divenire, al futuro che si fa presente. In esso la dinamica dell’orizzonte del “timore di Dio” o, meglio, nell’impegno pieno di gratitudine per vivere lo spirito della Legge, sigillo dell’Alleanza, il “popolo di Dio” e le singole persone percepiranno l’avvento del Regno nella storia, negli eventi sociali nazionali o locali, così come nelle circostanze particolari di singole persone.

L’avvento del Regno rimanda alla tensione tra il “già” e il “non ancora” dell’ultimo e definitivo dell’umanità e del creato. La tensione sarà opportunamente elaborata in ordine all’avvento del Regno se il popolo e le autorità accoglieranno che “da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore”, declinando con determinazione comportamenti audaci, coraggiosi e creativi, in attenzione alla realtà mutevole degli eventi storici, delle circostanze e vicende giornaliere individuali e sociali.

Ecco, pertanto, l’esortazione per la causa del regno: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo alla luce del Signore”. Il legame tra il presente e il futuro costituisce il solido e profondo senso della vita del popolo e di ogni persona.

La parola del Signore nello spirito della Legge – segno dell’alleanza – è luce per discernere il bene dal male, nel corretto cammino e nelle molteplici proposte e sollecitazioni del vissuto personale e sociale. L’avvento ha un valore universale per il quale Dio “sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli” in ordine alla nuova umanità, dove regnerà la pace universale.

A causa del non rispetto dell’Alleanza – i peccati del popolo – la pace universale è lontana non solo dal mondo ma anche da Israele.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Sam 5,1-3)

Con poche frasi è narrato uno degli avvenimenti più importanti della storia d’Israele. Si tratta dell’elezione e l’unzione di Davide come re del popolo. Il fatto avviene per la necessità di stabilizzare l’unione nazionale fra il regno del Nord e quello di Giuda, recentemente uniti dallo stesso Davide il quale, molto opportunamente, per manifestare l’equidistanza tra loro scelse come capitale Gerusalemme, città situata sul confine dei due regni.

A Davide, nato a Betlemme nella Giudea, “vennero tutte le tribù d’Israele” e dissero: “Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”. Non si tratta solo di un’indicazione antropologica, ma è l’attestato della partecipazione attiva della vita d’Israele. Il popolo riconosce in lui un autentico rappresentate dei sentimenti, delle attese e del sogno che costituiscono l’identità nazionale e la tradizione del popolo: “Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele”.

Ora constatano che il Signore gli ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele” e gli riconoscono autorevolezza e l’autorità per governare. Pascere significa orientare e guidare il popolo nel cammino e nelle scelte appropriate, quali la protezione, il soccorso nei momenti difficili e nel pericolo. Sono tutte virtù e atteggiamenti propri del re nello svolgimento della missione, in sintonia con il mandato ricevuto.

La missione del re – rappresentante di Dio – è la salvezza del popolo e, particolarmente, il  proteggere gli indifesi, i poveri, le vedove, gli stranieri, ossia le persone più esposte allo sfruttamento e al sopruso dei ricchi, dei potenti e alle loro prevaricazioni.

Al re il Signore affida la missione di vigilare, incoraggiare e procurare il necessario per la fedeltà all’Alleanza, in modo che la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto si consolidi sempre più nelle persone e nella coscienza del popolo, con la pratica corrispondente. Egli è il garante, come rappresentante del Signore dell’Alleanza e, con essa, del conformarsi del popolo eletto, appartenente a Dio, e viceversa. L’obiettivo è che Israele sia modello per tutte le nazioni quale espressione della gloria di Dio.

Davide è riconosciuto come tale da Dio e dal popolo e “concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele”. L’unzione, segno di consacrazione, separa il consacrato per la causa specifica affidatagli. È suo dovere dedicarsi con determinazione e generosità per il raggiungimento degli obiettivi. Il regno di Davide e del figlio Salomone saranno ricordati come il periodo d’oro della storia d’Israele,  nonostante compimento della missione sia stato solo parziale.

La storia presenta, sin da Salomone e figli, la successione di re fedeli e infedeli all’Alleanza, con prevalenza dei secondi.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ml 3,19-20a)

Nell’approssimarsi della fine dell’anno liturgico, i testi indicano la meta del creato, della storia, dell’umanità e di ogni persona, con un evento umanamente sconcertante: “Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno”. È importante porre attenzione all’evento finale: conoscere la meta è condizione necessaria per individuare il cammino, sul come e cosa investire in modo soddisfacente.

Gesù dirà di sé: “Io sono il cammino” (Gv 10,6), non la meta, il regno di Dio, che va oltre la sua persona. Assumendo il cammino si entra nella dinamica del regno ultimo e definitivo e, con esso, nella comunione con Lui. Procedendo nel cammino si ridisegna la storia, o meglio la nuova storia (non si tratta di un’altra storia, ma la stessa storia trasformata per la gloria di Dio) che non avrà fine, per la partecipazione all’inesauribile dinamica del Suo amore.

Il profeta annuncia che “sta per venire il giorno”. È noto che il fine ultimo è sempre il primo nell’intenzione e l’ultimo nell’esecuzione. Quello che motiva e sostiene l’azione è il fine, senza il quale si procede barcollando, senza sapere dove si va, vagando un passo dopo l’altro nell’incertezza, nel timore e nel disagio proprio di chi cammina nella fitta nebbia.

Dal punto di vista di Dio la storia comincia dal finale, dalla meta, alla cui luce la persona e l’umanità determinano il corretto rapporto con Dio nell’accogliere l’avvento del Regno oggi – il dono della sua sovranità – nella condizione penultima, perché circostanziale ma in tensione verso l’ultimo e definitivo. Tale cammino e processo qualifica ogni attimo del presente, che racchiude in sé la verità della promessa di Dio trasmessa, di generazione in generazione, e il futuro di pienezza di vita con la partecipazione nella Sua gloria.

Quel giorno del compimento atteso sarà “rovente come un forno”. Immagine spaventosa e  motivo di sconcerto, al punto che la persona preferisce rimuoverlo. Cosicché ogni catastrofe naturale suscita l’interrogativo se non sia un segno premonitore della fine.

Tuttavia, l’immagine “rovente come un forno” può evocare altri scenari: il roveto ardente di Mosè; la colonna di fuoco che accompagna e guida il popolo d’Israele, liberato dal male e dalla schiavitù dell’Egitto, verso la terra promessa; la fornace dove il profeta Daniele e i suoi compagni furono gettati per ordine del re e da cui uscirono incolumi.

Oltre all’immagine spaventosa, quindi, c’è anche quella dell’amore liberatore, della purificazione e della glorificazione. È l’esperienza del Gesù storico – dalla nascita alla risurrezione – in virtù della quale è costituito Gesù Cristo, lo Spirito che dà vita.

Il “giorno rovente come un forno” è il giorno di tutti i giorni, acceso dall’evento Gesù Cristo. Il “forno” rimane acceso e attivo nella persona per la fede, tuttavia, la cenere dell’incredulità lo smorza e ne impedisce l’efficacia rigenerativa.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Mac 7,1-2.9-14)

Il brano narra il tragico racconto del martirio di sette fratelli e della madre per opera di Antioco Epifane che, nel II secolo prima di Cristo, invase Israele e volle sottomettere la popolazione ai costumi e alla religione dei greci. A tutti i costi – anche con la tortura fino alla morte – gli Israeliti dovevano rinnegare la religione dei padri. Di conseguenza sorge la reazione guidata dai Maccabei e il brano mostra le conseguenze estreme dei resistenti.

Le risposte dei martiri al torturatore offrono delle considerazioni che meritano rilievo: “Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri”. Il coraggio e la determinazione di opporsi alla trasgressione dei precetti manifestano la fermezza e la consistenza dell’identità, della filosofia di vita e dell’osservanza della Legge.

Essa è ritenuta un dono, più importante della stessa vita. Dirà il salmo 63: “la tua grazia vale più della vita”, e si riferisce al dono della Legge. Come abbiano acquisito tale identità non è detto, ma si può ben intuire che proviene dall’educazione familiare, dal vissuto sociale cui appartengono e, soprattutto, dalla pratica stessa della Legge.

Infatti essa non è intesa come un dovere o un obbligo da compiere, perché proviene da Dio e manifesta la sua volontà. Il motivo della fedeltà non consiste nell'evitare la condanna e il castigo, ma, in positivo, nella certezza della vita eterna – “dopo che saremo morti per le sue leggi – di Dio – ci risusciterà a vita nuova ed eterna” -. La fedeltà all’Alleanza, con l’intelligente e audace pratica di essa in ordine all’avvento del Regno di Dio, è la finalità della missione d’Israele.

La risurrezione, nell’Antico Testamento, ha una portata e un significato diverso da quella cui siamo abituati a pensare riguardo a Gesù Cristo. Essa ha come sfondo la certezza che nessuno potrà sottrarsi al compimento della Legge, neanche dopo la morte. Se qualcuno dovesse pensare che la Legge vale per questa vita e gabbarla, perché dopo la morte non ha più senso, è in errore. Sarà risorto, giudicato secondo la Legge e non potrà sfuggire al giudizio di condanna eterna. La risurrezione è il trionfo della Legge.

D’altro lato è doveroso affermare che, non solo la prospettiva del merito, ma soprattutto il misterioso rapporto d’amore con il Signore, sostiene la forza e la determinazione di sopportare il martirio e conformare la certezza della speranza. Il merito fine a sé stesso non ha la forza necessaria per sostenere la fedeltà in circostanze del genere.

Perciò, “È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere di nuovo risuscitati”. Cosicché, “Dal cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero riaverle di nuovo”.

La speranza nella risurrezione si fonda e prende consistenza nell’osservanza della Legge che, con il passare del tempo, sarà ritenuta il mezzo per acquisire meriti, come se il Signore non potesse esimersi dal concedere la risurrezione in virtù della scrupolosa e fedele osservanza.

Rimanere nell’orizzonte del merito fa sì che la preoccupazione del credente sia accumularne quanto più possibile, con osservanza sempre più rigorosa.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 11,22-12,2)

 

Il testo è l’orazione dell’autore riguardo la compassione, la misericordia, la bontà, la tenerezza e il perdono di Dio verso chi si rapporta al Signore con cuore sincero, nonostante il peccato. Per l’autore il mondo è poco più di niente, una realtà fragile, inconsistente e debole – “è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra” –, vulnerabile al peccato.

Tuttavia, afferma che Dio esercita il suo infinito amore motivato dalla compassione – “Hai compassione di tutti, perché tutto puoi” – in virtù della quale partecipa della sofferenza, della condizione disumana in cui giace l’umanità per causa propria. Nella sua misericordia “chiude gli occhi sui peccati degli uomini” e, “aspettando il loro pentimento”, esercita la pazienza e la speranza nella fiduciosa attesa che emerga in loro il pentimento.

Dato che tutto procede da Dio e a lui ritorna, l’autore afferma che egli “non prova disgusto per nessuna delle cose che hai creato”, e rafforza la convinzione che “se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?”. L’amore, quale atto creativo, è proprio della sua essenza ed esistenza.

La creazione, più che un momento puntuale nel quale le cose appaiono dal nulla, è un atto permanente della volontà di Dio che chiama alla comunione con Lui, nella quale crea e ricrea costantemente ogni essere vivente. È la dinamica proiettata alla realizzazione piena della vita di ogni persona e dell’umanità intera, la cui meta è l’evento ultimo e definitivo alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

La creatura è chiamata a farsi coinvolgere con l’azione creatrice di Dio, evento di salvezza nel presente. L’amore donato si declina immediatamente nella responsabilità del ricevente, non solo verso sé stesso ma ineludibilmente verso altri e l’umanità. La corretta comprensione e adesione al dono vince il peccato, ovvero, la sfiducia, l’indifferenza o il rifiuto nelle sue diverse espressioni.

Lo Spirito è la linfa del processo vitale. Egli è incorruttibile nel trascorrere del tempo e integro nella sua essenza e azione. È presente nella persona e nella creazione – “il tuo spirito incorruttibile è presente in tutte le cose” – perché tutto appartiene a Dio. Il mondo da Lui creato a Lui tende nella comunione di vita, perché amante della pienezza di vita di tutto ciò che esiste.

Ecco perché egli esercita la sua misericordia con indulgenza verso la debolezza e il peccato degli uomini: “Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 35,15b-17. 20-22a)

 

“Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone”, perché assume criteri oggettivi, validi per tutti indistintamente al di là della condizione sociale, culturale, famigliare o altro che possa sostenere preferenze o privilegi. Quale giudice discerne il bene e il male, quello che è corretto da quello che non lo è.

Pertanto, “Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento”. Il povero, la vedova e lo straniero sono le persone più vulnerabili, senza difesa alcuna e più esposte a ogni tipo di sfruttamento, sopruso e oppressione da parte dei ricchi e delle autorità. La loro voce, il loro lamento e la richiesta di giustizia non è presa in considerazione dai giudici corrotti, favorevoli agli interessi della gente potente, se accompagnata, per di più, da un adeguato compenso.

Il Signore “Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento”. Essi invocano il Signore affinché non tardi a provvedere del necessario e si affretti a farlo nel minor tempo possibile. Nessuno di loro è in condizione di trovare risposte o risolvere le cause della propria sofferenza e disagio.

L’esperienza dell’autore lo porta ad affermare che “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”.

L’indigente, cui si riferisce l'autore, non è solo chi è privo dei beni materiali di prima necessità, né solo la vittima dell’ingiustizia e del sopruso o l’emarginato dal convivio sociale; è anche chi pone la sua fiducia nell’Altissimo, l’umile che confida pienamente nel Signore coltivando nel suo cuore il corretto timore di Dio.

Il timore di Dio non è paura, imbarazzo, insicurezza dell’inferiore, del debole davanti all’infinitamente superiore e potente, ma l'atteggiamento fiducioso di attenzione, rispetto e devozione di chi mantiene correttamente il rapporto sincero con il Signore. Egli è motivato e sorretto dall’amore che non vuole far torto alla persona amata, con attenzione al minimo dettaglio, ben conoscendo i propri limiti e le proprie debolezze. In questo senso, l’umiltà conforma il suo essere ed è la porta d’entrata nella comunione con il Signore.

Questa condizione rende il povero “giusto” davanti al Signore. In virtù della fiducia, la sua preghiera, oltre ad esprimere il desiderio di sintonizzare con la presenza del Signore, è insistente e perseverante, “finché l’Altissimo non sia intervenuto”. Egli ritiene che il ritardo nella risposta corrisponda all’intento del Signore di perfezionare e favorire la sua crescita nella fiducia e nell’amore vicendevole. Con esso rafforza la sua fede in vista di eventuali momenti di debolezza o di scoraggiamento al limite della sopportazione, facendo sì che la gioiosa comunione diventi sempre più solida.

Quando il Signore darà "soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”, nel diritto e nella giustizia personale e sociale, sarà evidente l’efficacia della sua giustizia.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 17,8-13)

Dopo la liberazione dal male e dalla schiavitù dell’Egitto, Israele è in cammino verso la terra promessa. Nel percorso deve affrontare l’ostilità: “Amalèk venne a combattere Israele a Refidìm”. Non è possibile evitare o aggirare il confronto né fuggire o tornare indietro, sarebbe rinnegare il dono della liberazione operata dal Signore, perdere fiducia nella sua presenza e nella promessa riguardo alla nuova terra, meta della liberazione definitiva e luogo dell’avvento del regno aperto a tutte le nazioni. Pertanto Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amelèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio”.

Il vissuto odierno, nel mondo globalizzato, ripropone circostanze simili. Coloro che per la fede negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo sono liberi dalla forza del male, della schiavitù del peccato e in cammino verso nuovi orizzonti di giustizia, diritto e pace – il tesoro del regno di Dio, perla preziosa per la quale vale la pena vendere tutto – si imbattono in numerosi “amaleciti” nella comunità credente e nella società, che si frappongono come ostacoli e deviazione verso altri progetti.

È doveroso non soccombere e affrontare con determinazione il conflitto, sulla scia di Giosuè che "eseguì quanto aveva ordinato Mosè per combattere Amelèk”. È fondamentale, per mantenersi liberi dal male, crescere nel dono della libertà e consolidarla in vista di ostacoli che richiederanno maggiore impegno, immergendosi nell’amore e nella libertà sostenuti dallo Spirito di Dio.

Nel cammino e nel conflitto non si è soli. Come avvenne per il popolo d’Israele, si può contare ogni giorno sulla presenza, sull’aiuto e la forza del Signore, implorata nella preghiera di intercessione.

Mentre Giosuè combatteva, “Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle”. Il colle è il luogo dell’incontro con Dio, lo spazio dove percepire la familiarità con Lui che sostiene e motiva la pratica della giustizia e del diritto in ordine all’avvento del regno. Oggi, questo luogo è il cuore della persona – il suo pensiero, il progetto, l’assimilazione e l’adesione alle condizioni dell’avvento del Regno – lo spazio di accoglienza, dell’azione e forza dello Spirito.

La necessità e il potere dell’intercessione sono simbolizzate dal fatto che “Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amelèk”. L’orazione è l’anello di comunione fra Dio e il popolo: con essa Dio è riconosciuto e invocato come Signore che, guida sicura, cammina con il suo popolo.

La causa di Dio e quella del popolo sono la stessa realtà che sostiene lo stretto rapporto nel quale Dio e il popolo crescono nella qualità di vita per la comunione nell’amore che si stabilisce.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 5,14-17)

Il generale dell’esercito siro Naamàn, contagiato dalla lebbra e su consiglio di una schiava ebrea al servizio della moglie, si reca nel paese nemico – Samaria, Israele – per incontrare il profeta Eliseo. L’incontro rischia di fallire a causa di probabili complicazioni politiche e, se ciò accadesse, il generale si sentirebbe umiliato, non accolto all’altezza del suo rango.

Il profeta gli dice semplicemente di immergersi sette volte nel fiume, richiesta che irrita molto il generale, che aspettava ben altre indicazioni e prescrizioni rispetto al semplice bagno nelle acque del fiume. Solo il buon senso della schiava riesce a curare l’orgoglio ferito del generale, tanto che egli che “scese e s’immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Eliseo, uomo di Dio, e il suo corpo divenne come il corpo di un ragazzo, egli era purificato dalla sua lebbra”.

L’evento trasforma l’orgoglio in umiltà. Il generale ritorna da Eliseo, che aveva trattato grossolanamente e “stette in piedi davanti a lui”, in segno di rispetto e considerazione, come se volesse chiedere scusa. L’aver dominato e sottomesso l’orgoglio ha permesso di recuperare la salute, altrimenti inevitabilmente compromessa. È una lezione che va ben oltre la circostanza specifica.

Più ancora, il generale afferma: “Ecco, ora so che non c'è Dio sulla terra se non in Israele”. Un evento di tale portata apre la mente e il cuore a Dio, in nome del quale esso è avvenuto. Ecco la ragione dell’impegnativa affermazione del generale.

Molte persone, in circostanze simili, direbbero le stesse parole. Riconoscere Dio come Signore della propria vita, dopo il miracolo, è proprio del senso comune. È vero anche il caso di persone che, per un male o una circostanza irrimediabile, promettono mare e monti se graziate, per poi dimenticare tutto e tornare alla vita di prima, “dimenticando” le promesse.

Che cosa fa la differenza? L’inconsistenza e la superficialità del rapporto con Dio fa sì che la persona riduca la rivelazione solo all’avvicinamento strumentale e interessato. Ottenuta la grazia tutto rimane un bel ricordo per circostanze future, ma non motiva il coinvolgimento nella comunione e, meno ancora, l’identificazione fondante per un solido e costante rapporto.

Non è il caso di Naamàn che rivolgendosi al profeta aggiunge: “Adesso accetta un dono dal tuo servo”. Eliseo risponde con fermezza: “Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò”. La vita del Signore è amore gratuito, disinteressato e non ha altra finalità che l’amore stesso. L'accettazione del dono da parte di Eliseo avrebbe trasformato  l’evento in scambio, realtà lontana dalla presenza e dalla comunione con il Signore e avrebbe comportato il rapportarsi con un Dio che non è quello d’Israele.

Naamàn chiede il permesso di caricare la terra e portarla a casa e, inoltre, afferma che “non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi ma solo al Signore”. 

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AVVISO:

Nella sezione TEOLOGIA è stato inserita la stesura definitiva del testo di Padre Luigi Consonni dal titolo:

 "Il Paradigma e il Rinnovamento dell'Evangelizzazione dentro e fuori della Chiesa"

pubblicato l'11/09/2019.

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