Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Febbraio: 2020
L M M G V S D
« Gen    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
242526272829  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Lv 19,1-2.17-18)

Il brano è parte della legge di santità: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. Il termine santo significa “separato” e indica il soggetto separato da tutto ciò che non costituisce la sua essenza e la qualità della sua esistenza. La separazione, l’allontanamento, è necessaria per mantenere e accrescere, senza contaminazione alcuna, la propria identità, senza macchiare o diminuire l’autenticità e la purezza della propria condizione di vita.

Applicata a Dio, si riferisce alla separazione da tutto ciò che non ha nulla a che vedere con la sua realtà più vera e profonda: l’essenza e l’esistenza del puro amore. Come tale è “santo”, separato da tutto quel che non lo è.

In virtù della santità Dio interviene in varie circostanze per la formazione del suo “popolo eletto”. I momenti specifici e culminanti sono la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, l’Alleanza stabilita con Mosè sul Sinai e sigillata in Sichem, con l’entrata nella terra promessa.

La scelta di Dio, di Israele come suo popolo, non è motivata dalle qualità del popolo stesso ma dalla libera volontà e gratuità del suo amore. Con segni e prodigi Dio lo conduce nel deserto per poi introdurlo nella terra promessa. Tuttavia, nonostante l’incapacità di esso di mantenere la fiducia nell’Alleanza per le prove cui era sottoposto – al punto da rimpiangere il luogo da cui era stato liberato (la carne e le cipolle d’Egitto) -, Dio mantiene la sua santità, il suo amore con la promessa a loro favore, risollevandolo dalle ricadute e dalle devastanti conseguenze.

A ragione l’autore riferisce il messaggio: “Siate santi, perché io il Signore, vostro Dio, sono santo”, dato che solo l’Amore può sostenere un rapporto simile, nonostante l’infedeltà del popolo all’Alleanza. Ebbene, l’esortazione impegna a far sì che, con l’entrata nella terra promessa, il popolo comprenda la portata dell’amore di Dio in cui è immerso. Di conseguenza declini lo stesso amore nella vita individuale e sociale, in modo che gli individui diventino persone e la società l’ambito del regno di Dio nel diritto e nella giustizia, suscitando stupore e meraviglia nei popoli stranieri.

Ecco, allora, il comandamento: “Siate santi”. Esso non è finalizzato a sottomettere il popolo né alla sola gratificazione personale, ma lo coinvolge come attore dell’avvento del Regno in Israele e nelle altre nazioni. Con l’avvento del regno nella terra promessa la nuova società si strutturerà, e organizzerà, in modo diametralmente opposto a quello sperimentato in Egitto, espressione del male, dell’ingiustizia e del peccato. La nuova società sarà l’ambito del regno di Dio accogliendo il suo sogno, nella responsabilità, nella giustizia, nel diritto e nella fraternità.

Il testo traccia il cammino di santità indicando ciò che occorre fare o evitare: “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello (…) non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo”. Nei rapporti interpersonali, inevitabilmente segnati da divergenze, ambiguità – a volte da cattive intenzioni per interessi personali di denaro, di dominio o di potere – non deve mai prevalere e annidarsi l’odio, la vendetta e il rancore.

Questi sentimenti, molto comuni, sorgono nel cuore e diventano realtà in circostanze e avvenimenti specifici. È doveroso fare attenzione a che non dominino il pensiero, la riflessione, il proposito e l’azione – in una parola, il cuore -, e non impregnino il mondo interiore della persona e il conseguente declino in pratiche di rancore, ingiustizia, vendetta o altro ancora peggio.

La liberazione da tali sentimenti è possibile solo fissando la mente e il cuore sulla magnanimità di Dio nei confronti della persona e del popolo. La testardaggine e l’ottusità della persona, e del popolo, nel non sintonizzare con la griglia di discernimento dei valori da Lui proposti, con le conseguenti azioni distruttive per sé stesso e per altri, fanno sì che Dio si senta defraudato, deluso e amareggiato.

La conseguenza naturale è l’ira, propria di chi pensa di buttare tutto al macero e ricominciare, di nuovo, con altre persone. Ma prevale in Dio la compassione e la misericordia per risollevare dal baratro e offrire nuove opportunità, un nuovo inizio, con il correttivo della magnanimità del Suo amore e l’esperienza drammatica dell’abisso procurato da sé stessi.

Nella persona e nel popolo, memori di tale amore e facendo tesoro dell’esperienza, si va consolidando la santità del Signore, al punto che “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui”. 

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 -A2

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 15,16-21)

 

Il brano è del secondo secolo avanti Cristo e chi scrive è “Gesù, figlio di Sira, figlio di Eleàzaro, di Gerusalemme” (50,27). Il filo conduttore del libro è il concetto di sapienza. L’uomo che vi aderisce – il saggio – è riconosciuto tale perché osserva i precetti della Legge, affermandosi come timorato di Dio.

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Il timore di Dio si fonda sull’adesione responsabile, libera e cosciente all’Alleanza e, specificamente, alle esigenze della Legge, con attenzione alle prescrizioni, in modo da evitare atteggiamenti e comportamenti sgraditi a Dio.

Il saggio, il timorato di Dio, è chiamato ad attualizzarla nelle circostanze e nelle vicende individuali e sociali. La corretta comprensione, declinata nell’adeguate scelte e nell’impegno corrispondente, porta l’autore ad affermare: “I suoi occhi – di Dio – sono su coloro che lo temono”. Perciò il libro del Proverbi riporta “il timore del Signore è principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione” (Pr 1,7) e il libro della Sapienza incalza “Suo principio più autentico (della Sapienza) è il desiderio di istruzione, l’anelito per l’istruzione è amore” (Sap 6,17).

L’osservanza della legge è un atto della volontà sostenuta e motivata dalla fiducia – “Se vuoi osservare i suoi comandamenti (…) se hai fiducia in lui” – alle quali si aggiunge un terzo elemento, la libertà di adesione o meno: “Egli ti ha posto davanti" – due opposti – “fuoco e acqua (…) la vita e la morte, il bene e il male. A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà". I tre atteggiamenti, la volontà, la fiducia e la libertà qualificano la grandezza dell’uomo fatto a immagine e somiglianza del Creatore.

La libertà rimanda all’albero del bene e del male del paradiso terrestre. Il testo della Genesi rivela l’inganno del quale furono vittime Adamo ed Eva, sedotti dalla mezza verità: "sareste come Dio” (Gen 3,5). Vittime dell’inganno essi tralasciano l’ordine del Signore riguardo l’albero “della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gen2,17), sedotti dalla mezza verità.

La volontà di Dio è che ogni persona divenga come Lui perché tale è la vocazione alla quale è chiamata. L’inganno sta nel modo di arrivarci. Quando la persona procede di testa propria, sedotta dal proprio piacere, dal proprio criterio e dalla propria valutazione – come è accaduto ai progenitori: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6) – la volontà dimentica o tralascia il mandato del Signore e cade nell’astuta tentazione. L’insegnamento è che la tentazione non é mai una bugia al cento per cento, ma una mezza verità, una poderosa forza ingannatrice.

L’osservanza dei comandamenti nell’orizzonte del timore del Signore richiede attenzione e adeguata interpretazione. In tal modo essi “ti custodiranno” nella fedeltà all’Alleanza e non prevarrà la caduta nella tentazione ma, al contrario, rafforzerà la fiducia e la comunione nel Signore, in virtù delle quali “anche tu vivrai”.

Anteriormente alla libertà emerge, nel profondo della persona, la responsabilità che coinvolge immediatamente chi attende alla chiamata del Signore: farsi carico della missione a favore delle persone e della società, contando sulla sua presenza e il suo sostegno.

Accogliendo liberamente la responsabilità con i tre atteggiamenti sopra indicati il saggio accoglie il dono della sapienza: “Grande è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.

L’amore, la sapienza, la presenza e il potere del Signore sono aspetti che motivano determinazione e fermezza nell’aderire alla legge.

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 58,7-10)

 

Ai tempi del profeta Isaia era consolidata la convinzione sull’importanza della pratica del digiuno. La legge comandava il digiuno nel giorno del perdono dei peccati e gli osservanti scrupolosi, i rigorosi farisei al tempo di Gesù, lo praticavano due volte alla settimana, nella certezza di acquisire meriti che sarebbero stati ricompensati dal Messia facendo loro occupare i primi posti con l’avvento del regno.

Ma, di fatto, il digiuno non accompagnato da opere di giustizia era denunciato dai profeti come una vuota osservanza legale. Il profeta Isaia interviene al riguardo: “Non consiste forse il digiuno che voglio nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?”.

Il digiuno è funzionale alla giustizia, al diritto di ogni persona a disporre del necessario per vivere una vita degna; ed è correttamente finalizzato a rivolgere l’attenzione ai poveri, ai bisognosi che versano in condizioni disumane. È sostenuto dalla misericordia attiva delle necessità individuali e dall’impegno politico nell’applicare leggi del lavoro dignitoso e responsabile, fonte del guadagno necessario per sé e la famiglia senza dover mendicare; in altre parole si parla della giustizia sociale.

“Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto”. Le tenebre avvolgono la persona incentrata su  se stessa, sui propri interessi familiari o di lobby e disattenta, o addirittura indifferente, al bisogno di chi manca del necessario, pur praticando la preghiera e il culto nella convinzione di stare bene con Dio.

Il digiuno praticato con l'intento di acuire l’attenzione e la sollecitudine verso il necessitato è come la luce, come l’aurora che squarcia le tenebre dell’ingiustizia, della malvagità, dell’oppressione, della violenza verbale e fisica e di tutto ciò che ferisce la dignità della persona priva del necessario. Con esso sorge, e si consolida nell’animo, la gioiosa luce dell’aurora, del nuovo radioso giorno dell’amore, dell’avvento della sovranità di Dio nel cuore di chi dona e di chi riceve.

Non solo, ma chi digiuna constata l’attualizzazione delle parole del profeta: “la tua ferita si rimarginerà presto”. Il profeta si riferisce al disagio, al non stare bene con se stesso per l’indifferenza dell’altro, al vuoto interiore, alla mediocrità delle scelte di vita, alla schiavitù da dipendenze di vario tipo.

Ebbene, questa ferita si chiude mentre, ovviamente, la cicatrice rimane, perché non si può cancellare quello che si è fatto, ma non duole, non incomoda più. E si ricompone l’armonia, la serenità e la soddisfazione con  se stesso, nel dono gratuito e disinteressato,  per far sì che altri si riapproprino della loro dignità, di un futuro pieno di speranza: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).

Allora, “Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà". La pratica di giustizia è quella di Dio, coinvolta e sostenuta dallo stesso amore che caratterizza l’essere e l’agire di Dio. Di conseguenza, nella persona si manifesta la gloria del Signore. Un grande teologo del secondo secolo, S. Ireneo, afferma che la gloria è la vita degli uomini e la vita degli uomini è la lode a Dio, glorificato dallo stesso amore al prossimo con cui sono da Lui amati.

Questa singolare circolarità fa sì che “invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà ‘Eccomi!’”. 

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ml 3,1-4)

La comprensione generale del brano si attualizza ai tempi di Gesù, quando il Messia, atteso con la sua apparizione nel tempio di Gerusalemme, darà inizio al processo di purificazione del popolo con l’instaurazione del regno di Dio nella pratica del diritto, della giustizia e la restaurazione politica d’Israele con l’espulsione degli invasori romani.

Un evento di tale portata era atteso nella celebrazione della Pasqua, momento che riuniva in Gerusalemme circa centocinquantamila israeliti, superando di molto gli abituali venticinquemila, ragion per cui era rafforzata la presenza delle truppe romane con il procuratore Ponzio Pilato. Fra parentesi, si può capire lo sconcerto radicale di tutti, compresi gli apostoli, quando Gesù muore in croce invece di manifestarsi in modo che tutti lo avrebbero riconosciuto come il Messia atteso. Se poi si aggiunge l’annuncio della risurrezione, il tutto si complica ancora di più.

Ritornando al testo, dice il Signore: “Ecco, io manderò un mio messaggero e preparare la via davanti a me”. È un aspetto tipico di allora il far precedere da un ambasciatore l’arrivo del re o del principe. E “subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate”. Con il senno di poi, riferendosi a Gesù, l’entrata nel tempio corrisponde all’incarnazione, all’ingresso del Figlio nell’umanità assumendone la condizione umana, in quello specifico modo che ha caratterizzato la nascita, la missione, la morte e risurrezione.

Egli sarà “l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate”, il desiderio profondo dell’attesa realizzazione si esprime nel sospiro per una nuova alleanza stabilita dal messaggero del Signore – tale è l’angelo – che agirà come “il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”.

L’evento sarà così dirompente, sconvolgente e radicale, che il profeta si chiede: “Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?”. Tuttavia, si tratta del necessario intervento per rinnovare il popolo di Dio affinché le persone, e lo stesso popolo, “possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”.

La purificazione riguarda il nuovo ordine del rapporto con  se stessi e fra i membri del popolo, che rende capace di accogliere tutte le nazioni attratte dalla testimonianza nella fraternità, l’uguaglianza delle opportunità in sintonia con il diritto, la solidarietà e l’armonia con il creato; in una parola: il regno di Dio. In tal modo la finalità dell’alleanza e dell’intervento del Messia raggiunge lo scopo: “Allora l’offerta (…) sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani”.

È evidente che l’insieme della profezia si può trasporre ai nostri giorni, osservando la condizione delle persone, il vissuto di popoli, il rapporto fra le nazioni che, nella loro ambiguità, innescano possibili processi di auto-distruzione.

E tutto ciò nonostante il fatto che la purificazione abbia le caratteristiche proprie dell’intervento di Dio Padre nella persona del Figlio (Vedi seconda lettura). Intervento simile al “il fuoco del fonditore come lisciva dei lavandai”, perennemente disponibile e operante per l’azione dello Spirito nel discepolo e su tutta l’umanità, ed evidenziato con la Pentecoste.

Di conseguenza la fede – di questo si tratta – permette al credente, al discepolo, di percepirsi come lo vede il Padre: un soggetto rinnovato, rigenerato, trasformato dall’amore del Figlio, suo rappresentante.

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 8,23b-9,3)

“In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali”, a causa dell’invasione assira. L’umiliazione si deve al peccato del re e delle autorità per aver abbandonato il cammino dell’Alleanza e, di conseguenza, la fiducia in Dio. La ripercussione è la deportazione e il giogo della schiavitù: “la sbarra sulle spalle, e il bastone del suo aguzzino”. Per il popolo è come un camminare nelle tenebre, senza sapere dove andare, senza futuro né speranza.

Liberato il popolo dalla schiavitù dell’Egitto, il Signore l’ha costituito popolo eletto. Nel deserto, in cammino verso la terra promessa che raggiungerà dopo un lungo e travagliato cammino, stipula per mezzo di Mosè, sul Sinai, l’Alleanza, il patto di mutua fedeltà in virtù del quale Egli sarà il loro Dio ed essi il suo popolo eletto.

Nell’imminenza di entrare nella terra promessa, in Sichem, il popolo e le autorità rinnovano l’impegno dell’Alleanza, affinché nella terra promessa tutti conservino e crescano nella libertà loro donata con la pratica della giustizia e del diritto, con attenzione, soprattutto, alle persone più esposte al sopruso – la vedova, l’orfano e lo straniero – in modo da rendere evidente il regno di Dio nella vita personale e sociale.

Purtroppo, nonostante l’intervento dei profeti, ai quali le autorità non prestarono ascolto, le cose andarono ben diversamente, sino al crollo delle regioni del nord del paese – la Galilea – e l’esilio in terra straniera.

Anche oggi molte persone e comunità vivono da esiliate e straniere nella propria terra, per la prepotenza di chi pratica l’ingiustizia, la discriminazione, il sopruso e la corruzione a vantaggio proprio ed a scapito della collettività. La conseguenza è il sopravvento della sfiducia fra le persone, la perdita di autorevolezza delle autorità, il sospetto dell’inganno verso coloro che ingannano o opprimono invece di servire il popolo e la causa del regno di Dio.

Il desiderio di ricercare di una via d’uscita è frustrato dal sorgere o dal consolidare barriere che isolano l’uno dall’altro, e rendono difficile un autentico rapporto umano e di giustizia sociale. In molti c’è rassegnazione, accompagnata dal sentimento d’impotenza, senza speranza per un futuro migliore. Ad ogni proposta di lottare per uscire da questa situazione prevale il pessimismo e l’immobilismo delle autorità, con il conseguente rifugio nell’individualismo o la chiusura in circoli ristretti di persone, affini per sentimenti e prospettive.

Ebbene, “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. È il rifulgere della luce che dissolve le tenebre. Non sradica il male né lotta contro di esso, semplicemente prevale nel dissolvere le tenebre del male. È la luce dell’amore, della giustizia, del diritto e della carità, con particolare attenzione verso i più deboli. È l’intervento del Dio liberatore, con il suo amore per la persona e per l’umanità che affascina, stupisce e coinvolge a nuova vita, spingendo a elaborare un nuovo ordine sociale.

In tal modo “ha spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle spalle, il bastone dell’aguzzino, come nel giorno di Madian”. Il giorno di Madian richiama la potenza di Dio per mezzo di Gedeone che, con pochi uomini, organizza la battaglia in modo che i nemici, presi dal panico, si uccidono fra loro. Non sono gli Israeliti a battersi contro i loro nemici, ma la potenza di Dio. È una guerra santa condotta e vinta da Dio (Gdc 7). Il brano può essere letto come la metafora dell’amore di Dio di cui sopra, del potere e della forza di chi si lascia vincere dalla luce.

Per la potenza dell’amore del Signore e la fedeltà alla promessa – all’Alleanza – Egli stesso scende in campo e pone fine all’umiliazione del suo popolo, aprendo un futuro che “renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti”. Per sua iniziativa riabilita Israele alla condizione di popolo eletto – l’impegno dell’Alleanza – e, con essa, inizia una nuova epoca, un tempo rinnovato, una nuova opportunità per raggiungere gli obiettivi che il Signore aveva indicato come meta della fedeltà del popolo all’Alleanza. In tal modo il popolo si riappropria della terra promessa, ritrova la propria identità e rinnova il suo impegno con il Signore, nei termini del patto del Sinai.

Perciò lodano il Signore e Lo ringraziano perché “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la delizia”; un nuovo avvenire si profila e ritorna l’entusiasmo, la gioia e i propositi di ricominciare, ricostruire e consolidare sentimenti appropriati alla circostanza. 

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 49,3.5-6)

 

Il testo – il secondo dei quattro cantici del Servo sofferente – presenta alcuni aspetti della singolare figura del Servo. Il Signore lo chiama Israele: “Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”; con lo stesso termine è chiamato il popolo di Israele, il che indica che non si riferisce solo ad un singolo soggetto singolo ma anche a tutto il popolo eletto.

La figura del Servo – persona singola o tutto il popolo eletto – rimanda l’attenzione sul rapporto rappresentante/rappresentato che costituisce il legame inscindibile riguardo la vita, il progetto, le azioni e il destino dei due soggetti.

È importante prendere atto che, con l’entrata nel mondo del Figlio di Dio, si stabilisce lo stesso rapporto in virtù del quale la morte e risurrezione di Gesù è anche la morte e risurrezione del credente che, per la fede, sintonizza e assume questo rapporto,  diventando figlio di Dio per adozione, dono dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Sia su Israele che sul Servo il Signore dice: “manifesterò la mia gloria”, la santità – il suo essere e agire – per la quale essi sono separati da ciò che non è in sintonia e conforme all’amore del Signore, che coinvolge e rigenera l’opera delle sue mani affinché tutti abbiano vita in abbondanza.

L’intervento del Signore, con il ritorno del resto del popolo eletto dell’esilio a Babilonia ( conseguenza del peccato per aver disatteso l’Alleanza),  è di “ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele” nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio. Israele avrà modo, seguendo il Servo, di rigenerare la propria identità e la condizione di “popolo eletto”.

Il Servo sa che può contare dell'aiuto del Signore, che “mi ha plasmato suo servo dal seno materno”, perché onorato dal Signore e Dio è la sua forza. Tuttavia la missione si rivela particolarmente ardua e fallimentare al punto che afferma: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” (v.4).

L’esperienza del Servo è propria del credente di ogni tempo e luogo, seriamente impegnato per la causa dell’avvento del Regno di Dio in circostanze avverse, al punto da ritenere inutile o per lo meno infruttuoso il proprio servizio. Il sentirsi defraudato o deluso  suscita nel profondo dell’animo sconcerto per aver sprecato energie e tempo.

Tuttavia, la purezza del sentimento, la sincera e tenace dedicazione alla causa, senza seconde intenzioni o interesse personale, sostenuta dal fascino, dallo stupore e dalla pienezza di vita insita nell'incarico stesso, motiva la certezza della seconda parte del versetto, rapportabile a quello che Gesù sperimenterà nei momenti drammatici che lo coinvolgeranno: “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

Non meraviglia, quindi, che il Signore, invece di alleviare il carico, faccia il contrario: “È troppo poco ricondurre i superstiti d’Israele”. Egli rovescia la valutazione fatta dal Servo,  confermando la correttezza e la bontà dell’operato di quest'ultimo, esprimendogli gratificazione, sostegno e consolazione.

Logico sarebbe stato, invece, aspettarsi un alleggerimento dell’incarico; invece succede il contrario: lo attende un futuro ancora più impegnativo;

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 42,1-4.6-7)

Con il ritorno del “resto” d’Israele – fedele nel timore di Dio e desideroso di tornare nella terra promessa – dopo l’umiliante esilio a Babilonia causata dal peccato per aver abbandonato l’Alleanza – il Signore interviene indicando un soggetto, non meglio identificato, con il termine di servo: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio”, col proposito di ricostruire la nazione.

Ebbene, di lui dice il Signore: “Ti ho chiamato (…) ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Il servo si avvale dello speciale rapporto con il Signore, al punto da rappresentare davanti a Lui il popolo eletto e tutte le nazioni. È incaricato di stabilire, di espandere e coinvolgere tutte le nazioni nell’Alleanza stabilita nel Sinai, con l’uscita di Israele dalla schiavitù dell’Egitto.

Per lo svolgimento del compito il Signore afferma: “ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”. Lo spirito è la forza, la dinamica di Dio per l’esecuzione della missione. Solo così il servo raggiungerà l’obiettivo, sempre che i destinatari ne comprendano il progetto, la portata, l’importanza, e abbiano fiducia nel compimento della promessa, nella sovranità del Signore accogliendo e praticando i termini dell’Alleanza. Il servo indicherà loro cosa e, soprattutto, come fare per impiantare la giustizia, la responsabilità e la fraternità, nel rispetto delle diversità di ogni singolo popolo e nazione,  per l’avvento del regno di Dio.

Per raggiungere lo scopo il Signore lo istruisce sul come procedere: “Non griderà né alzerà la voce”. Il servo instaurerà il dialogo, la conversazione fraterna, come si fa con le persone che si pongono sullo stesso livello e sono interessate a capire la proposta in tutti i suoi aspetti, in modo da aderire per convinzione e non per costrizione.

Alzare il tono, gridare e usare la piazza è proprio di chi non ha rispetto e fiducia nella capacità di ascolto e comprensione degli uditori. Per di più, costui presume di avere autorità e potere in nome di una “superiorità” che deve essere riconosciuta e accettata da parte degli ascoltatori, senza alcuna obiezione o domanda.

Di maggiore importanza è che il servo “non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta, proclamerà il diritto con verità”. In primo luogo sarà attento a chi, agli estremi della fragilità umana o al limite della speranza, sta per cadere nell’irrimediabile. La sensibilità, la compassione per il disagio e la sofferenza lo muoverà nella prospettiva di aiuto, sostegno e stimolo per ristabilire la vita nelle sue diverse espressioni, in modo degno e soddisfacente. È proclamare non solo a parole ma con opere “il diritto con verità”.

Il Signore indirizza la finalità della missione del servo: “ti ho chiamato per la giustizia (…); ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Verità e giustizia camminano assieme nell’offrire i requisiti affinché le persone, e la società tutta, dispongano delle condizioni per rinvigorirsi, rinfrancarsi, riaccendere ed approfondire la speranza e il senso della vita in ordine alla sovranità di Dio, riconosciuta nel vissuto giornaliero e nei diversi ambiti. È la finalità del diritto.

Al riguardo il Signore segnala gli effetti del corretto svolgimento della missione: “perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. In senso metaforico questi termini indicano il successo della reintegrazione nei rapporti interpersonali e nell’ambito sociale dell’escluso, del marginalizzato, del peccatore ritenuto, erroneamente, castigato per le sue colpe e privato di futuro, di soddisfazione e di gioia.

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 24,1-4.12-16)

 

“La sapienza fa il proprio elogio” nel manifestare  se stessa come fosse una persona. Essa non è solo la facoltà astratta di un soggetto particolarmente dotato, ma può risiedere in ogni persona. Persona e sapienza cammino insieme. Fra l’altro, chi non desidera la sapienza? Essa cos’è senza attinenza né relazione con la persona, quest’ultima centro del creato?

“in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al popolo proclama la sua gloria”. La sapienza fa da ponte fra il divino e l’umano. È singolare il suo rapporto con Dio, che determina uno stato del proprio essere difficile da definire. Da un lato è co-eterna con Dio “Prima dei secoli, fin dal principio, (…) per tutta l’eternità non verrà meno”, dall’altro afferma di essere creata “colui che mi ha creato (…) fin dal principio, egli mi ha creato”. Una realtà creata che, allo stesso tempo, ha attinenza dell’eternità di Dio!

È un rapporto singolarissimo fra storia e metafisica che apre orizzonti di comprensione alla considerazione razionale ed umana. Umanamente, tempo ed eternità sono contrapposti ed escludenti. Tuttavia, per il tenore del testo, non si escludono ma si integrano; in altre parole, tempo ed eternità convivono assieme. (l’argomento meriterebbe ben più spazio e approfondimento).

La sapienza riceve dal Creatore un ordine: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele (…) Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere”. Essa si inserisce nel popolo perché manifesti la gloria di Dio, di cui partecipa e dispone. Nel libro dei Proverbi la sapienza si presenta come artefice dell’azione creatrice di Dio: “io (la sapienza) ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno” (8,30).

In effetti l’azione creatrice di Dio non è solo puntuale e determinata da un momento specifico, ma permanente. Essa è relazione, è rapporto degli esseri creati con il Creatore, il quale, in questo modo, li plasma e li ricrea costantemente. La sapienza è la collaboratrice nell’orizzonte della delizia e del gioco: “ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,30-31).

Bellissima la figura del gioco. Esso non è dovuto, né obbligatorio e, ancor meno, necessario, tuttavia, instaura l’ordine della gratuità, della non utilità, che è il vero orizzonte dell’amore, fonte della delizia. Aiuta a capire questa figura l'osservare il rapporto fra due o tre bambini di pochi anni che giocano tra loro; vivono il presente nella totale gratuità e  giocano non perché devono giocare, meno ancora perché obbligati o spinti da una necessità. Giocano perché il gioco ha un fine in  se stesso …

Il gioco coinvolge altri nel renderli partecipi della stessa dinamica: “ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 3,3-7.14-7a)

Nel brano il rilievo del padre è di gran lunga superiore a quello della madre. In effetti la donna era semplicemente ritenuta un contenitore per mettere al mondo dei figli; questo era il suo compito fondamentale e la sterilità un’umiliazione. L’idea che presiede l’istituzione della coppia è quella della fecondità, che garantisce la sopravvivenza e lo sviluppo del popolo di Dio.

La benedizione di Dio è la famiglia numerosa e felice. Nella disparità il marito poteva divorziare dalla propria moglie, se così decideva, ma la moglie non poteva divorziare dal marito senza il suo consenso. Tuttavia, l’autore onora il padre e la madre anche se non allo stesso livello.

La famiglia è il mezzo che trasmette le tradizioni religiose. E il rapporto coniugale è segnalato, dai profeti e dal Cantico dei Cantici, come realtà di grande portata umana e spirituale nell’orizzonte dell’amore di Dio per il suo popolo.

Gesù ricondurrà il rapporto coniugale alla realtà originale, quale volontà di Dio riguardante la tenacia e la consistenza della fedeltà nell’amore vicendevole, a immagine del Suo amore. La verifica della qualità e bontà del rapporto consiste nel non chiudere il rapporto in sé stesso ma declinarlo nel rapporto con ogni persona e con l’umanità, bisognosi di fraternità, responsabilità e giustizia interpersonale e sociale.

In tal modo emerge la testimonianza di accoglienza della sovranità di Dio, l’avvento del Suo regno, e con esso l’esperienza di armonia e di pace, estensiva a tutti i livelli del vivere profondamente umano, incluso il rapporto con il creato, il giardino che Dio ha posto nelle mani dell’uomo.

Il brano indica comportamenti di grande umanità: “Chi onora il padre espia i peccati”. Non solo, ma acquisisce anche le condizioni per evitali, il che fa della persona un soggetto libero per amare. Con esso “otterrà il perdono dei peccati”, nel saper gestire correttamente la fragilità del padre, “anche se perde il senno”,

Gli effetti faranno di lui un soggetto la cui intelligenza lo rende capace di “rinnovare la casa”, la propria famiglia, riguardo alla qualità dei comportamenti interpersonali e sociali, praticando il soccorso, il rispetto e l’indulgenza cui fa riferimento il brano.

Sono rilievi che hanno la loro importanza anche nella società attuale. È nota la crisi del rapporto coniugale, dell’unità e dell’armonia familiare nel presente. Nel mondo occidentale la famiglia e la Chiesa non reggono; le cause sono molteplici e interconnesse, in gran parte dovute alle costanti trasformazioni in atto suscitate dalle ricerche nei diversi settori della vita sociale a livello locale e globale, quali la tecnologia, la robotica, l’intelligenza artificiale, la comunicazione in tempo reale e altro…

Questo insieme di fattori genera una complessità sconcertante, causa di incertezza, timore e insicurezza, con il conseguente ripiegarsi sul passato. Tuttavia, la corretta gestione della complessità, assunta come opportunità di crescita in attenzione al Dio della Vita, richiede la capacità di elaborare tali fattori con l’audacia, il coraggio e la creatività che la Chiesa non possiede o che stenta ad assumere, imparando dalla scienza che, a diversi livelli, offre indicazioni molto pertinenti.

La conseguenza è l’autoreferenzialità ancorata al passato, con l’imbarazzo del presente e lo sconcerto del futuro prossimo.

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 52,7-10)

Con il ritorno dall’esilio di Babilonia gli esuli trovano Gerusalemme in condizioni pietose. Le sentinelle vegliano sulle mura diroccate e il cuore del popolo è avvilito. Ed ecco irrompere l’annuncio del profeta “Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme”.

Il riscatto è liberazione dalla prigionia, dalla schiavitù e da ogni sofferenza e malvagità insite in tale condizione. Si apre un futuro di libertà, di realizzazione piena, di soddisfazione per ogni persona, e per il popolo, la gioia della vita, la felicità di vivere.

“Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce”. Sentinelle poste dal Signore non solo per difendere quello che esiste, anche se in condizioni pietose, ma soprattutto per vedere da lontano che l’annuncio dell’evento è prossimo, imminente.

È il profeta che annunzia loro l’arrivo del messaggero di buone notizie che “annuncia la pace (…) la salvezza che dice a Sion: ‘regna il tuo Dio’”, con l’intento di dare le dritte per ricostruire nelle persone e nel popolo le condizioni per accogliere la sovranità di Dio, l’avvento del suo regno, in attenzione alla fedeltà di Dio all’Alleanza stabilita nel Sinai.

A tal fine “il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni”. In altre parole, impegna tutto se stesso, in modo tale che la grandezza e la magnanimità dell’evento coinvolga non solo Israele, ma tutte le nazioni nel percepire la portata dell’evento, con frutti di salvezza e di pace.

Con esso il messaggero manifesta la potenza e la forza del suo amore, la tenacia e la fermezza di agire, in modo da consolidare quello che fino allora non è stato correttamente compreso da Israele e, quindi, è causa della sua fragilità e debolezza riguardo alla fiducia ai termini dell’Alleanza, che lo hanno portato alla tragedia dell’esilio da cui è ritornato.

E la nuova opportunità che fa “belli i piedi del messaggero”, nel senso di ritenere benedizione l’arrivo che porta con sé l’opportunità di nuova vita. Opportunità della quale prenderanno coscienza tutte le nazioni, come una benedizione, dal momento che “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”. L’evento è a favore dell’umanità intera.

Tuttavia, lungo i secoli, non si realizzerà per la durezza di comprensione, per la mancanza di fede, per la seduzione di alti cammini e progetti.

Leggi il resto di questo articolo »

Print Friendly, PDF & Email