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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Lev 19,1-2.17-18)

Il brano è parte della legge di santità: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. Il termine santo significa “separato” da tutto ciò che non costituisce la sua essenza. La separazione, ovvero l’allontanamento, è necessaria per mantenere e accrescere, senza contaminazione alcuna, la propria essenza ed identità, senza macchiare o diminuire l’autenticità e la purezza della propria condizione. Applicata a Dio, si riferisce alla separazione da tutto ciò che non ha nulla a che vedere con la sua realtà più vera e profonda: l’essenza e l’esistenza del puro amore. Come tale è “santo”, separato da tutto quel che non lo è.

In virtù della santità interviene in varie circostanze per la formazione del suo “popolo eletto” ed i momenti culminanti sono la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, l’Alleanza stabilita con Mosè sul Sinai e sigillata in Sichem con l’entrata nella terra promessa. La scelta del popolo d’Israele da parte di Dio non avviene per le sue qualità ma per la volontà e gratuità del suo amore. Con segni e prodigi l’ha condotto verso la terra promessa e, nonostante l’incapacità del popolo di mantenere la fiducia nell’Alleanza per le prove cui era sottoposto – voleva addirittura tornare nel luogo da cui era stato liberato -, Dio mantiene il suo amore e la promessa a loro favore, risollevandolo dalle ricadute e dalle ovvie conseguenze.

A ragione afferma: “Siate santi, perché io il Signore, vostro Dio, sono santo”, perché solo l’Amore può sostenere un rapporto simile. Ebbene l’esortazione impegna a far sì che, con il possesso della terra promessa, il popolo comprenda la portata e l’importanza dell’amore in cui è immerso. Di conseguenza lo declini nella vita individuale e sociale, in modo che gli individui diventino persone e la società l’ambito del regno di Dio; e, pertanto, Dio è motivo di stupore e meraviglia per tutti i popoli.

Ecco, allora, l’ordine, il comandamento: “Siate santi”. La santità non è finalizzata alla sottomissione del popolo né alla sola gratificazione personale, ma coinvolge il popolo come attore dell’avvento del Regno in Israele e nelle altre nazioni; con essa la terra promessa, e la nuova società, non diventeranno un altro Egitto, espressione del male, dell’ingiustizia e del peccato ma, al contrario, saranno quel regno di giustizia, fraternità e responsabilità che Dio sogna.

Il testo traccia il cammino di santità indicando ciò che occorre fare o evitare: “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello (…) non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo”. Nei rapporti interpersonali, inevitabilmente segnati da divergenze, ambiguità – a volte da cattive intenzioni per interessi personali di denaro, dominio o potere – non deve mai prevalere e annidarsi l’odio, la vendetta e il rancore.

Questi sentimenti, molto comuni, sorgono nel cuore per circostanze o avvenimenti specifici, ed è doveroso fare attenzione a che non dominino il pensiero, la riflessione, il proposito e l’azione – il cuore -, e che non impregnino tutto il mondo interiore della persona  sostenendo il permanente rancore o, peggio, la vendetta.

La liberazione da questi sentimenti è possibile solo fissando, nella mente e nel cuore, la magnanimità di Dio nei confronti della persona e del popolo.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 15,16-21)

Chi scrive è “Gesù, figlio di Sira, figlio di Eleàzaro, di Gerusalemme” (50,27), nel secondo secolo avanti Cristo. Il concetto di sapienza è il filo conduttore del libro; l’uomo che vi aderisce – il saggio – è tale perché osserva i precetti della Legge – “Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai” – affermandosi come timorato di Dio.

La qualifica di timorato di Dio si fonda sull’adesione volontaria e cosciente di chi compie le esigenze della Legge, anche nelle minime cose, ed evita atteggiamenti e comportamenti sgraditi a Dio. Costui crede nella Legge come manifesta volontà di Dio, in sintonia con il contenuto dell’Alleanza stabilita sul Sinai fra Dio e Mosè. Il saggio, il timorato di Dio, è chiamato ad attualizzarla nelle circostanze e vicende individuali e sociali. In virtù del corretto atteggiamento, e dell’impegno corrispondente, l’autore afferma: “I suoi occhi – di Dio – sono su coloro che lo temono”. Perciò il libro del Proverbi riporta “il timore del Signore è principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione” (Pr 1,7).

L’osservanza della legge è un atto della volontà: “Se vuoi osservare i suoi comandamenti”; essa è sostenuta e motivata sulla fiducia: "se hai fiducia in lui”. Alla volontà e alla fiducia si aggiunge una terzo aspetto: la libertà: “Egli ti ha posto davanti" – due opposti – “fuoco e acqua (…) la vita e la morte, il bene e il male. A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà". I tre atteggiamenti qualificano la grandezza dell’uomo fatto a immagine e somiglianza del Creatore.

In modo particolare, la libertà rimanda all’albero del bene e del male del paradiso terrestre. Il testo della Genesi rivela l’inganno del quale furono vittime Adamo ed Eva, sedotti dalla mezza verità: "sareste come Dio” (Gen 3,5). Con esso tralasciano l’ordine esplicito del Signore: “dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gen2,17).

La mezza verità corrisponde alla volontà di Dio che ogni persona divenga come Lui, perché tale è la vocazione alla quale è chiamata. L’inganno sta nel modo di arrivarci. Quando la persona procede di testa propria, sedotta dal proprio piacere, dal proprio criterio e dalla propria valutazione – come accaduto ai progenitori: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6) – la volontà dimentica o tralascia il mandato del Signore e cade nell’astuta tentazione. L’insegnamento è che la tentazione non é mai una bugia al cento per cento, ma una mezza verità. In questa sta la sua poderosa forza,

L’osservanza dei comandamenti nell’orizzonte del timore del Signore richiede analisi e matura interpretazione, nella ricerca del senso in essi contenuto; allora “ti custodiranno” nella fedeltà all’Alleanza e non prevarrà la caduta nella tentazione ma si rafforzerà la fiducia e la comunione con il Signore, in virtù delle quali “anche tu vivrai”.

Per la libertà, “là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il malea ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 58,7-10)

Ai tempi del profeta Isaia era consolidata la convinzione sull’importanza della pratica del digiuno. La legge comandava il digiuno nel giorno del perdono dei peccati e gli osservanti scrupolosi, quali i rigorosi farisei al tempo di Gesù, lo praticavano due volte alla settimana,  nella certezza di acquisire meriti che sarebbero stati ricompensati dal Messia facendo loro occupare i primi posti con l’avvento del regno.

Ma, di fatto, il digiuno non accompagnato da opere di giustizia era denunciato dai profeti come una vuota osservanza legale. Il profeta Isaia interviene al riguardo: “Non consiste forse il digiuno che voglio nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?”.

Il digiuno è funzionale alla giustizia, al diritto della persona al minimo necessario per una vita degna; ed è correttamente finalizzato a rivolgere l’attenzione dei praticanti ai poveri ed  ai bisognosi che versano in condizioni disumane. Motiva la misericordia attiva nelle circostanze individuali e l’impegno politico nell’applicare leggi che sostengano il lavoro dignitoso e responsabile, fonte del guadagno necessario per sé e la famiglia senza dover mendicare.

“Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto”. Le tenebre avvolgono la persona incentrata su se stessa, nell’orizzonte dei propri interessi familiari o di lobby, disattenta o addirittura indifferente al bisogno di chi manca del necessario, pur praticando la preghiera e il culto nella convinzione di stare bene con Dio.

Il digiuno praticato con l'intento di acuire l’attenzione e la sollecitudine verso il necessitato è come la luce, come l’aurora che squarcia le tenebre dell’ingiustizia, della malvagità, dell’oppressione, della violenza verbale e fisica e di tutto quello che ferisce la dignità della persona priva del necessario. Sorge, e si consolida nell’animo, la gioiosa luce dell’aurora, del nuovo radioso giorno dell’amore, dell’avvento della sovranità di Dio nel cuore di chi dona e di chi riceve.

Non solo, ma chi digiuna constata l’attualizzazione delle parole del profeta: “la tua ferita che si rimarginerà presto”. Il profeta si riferisce al disagio, al non stare bene con se stesso di chi vive nell’indifferenza dell’altro, nel vuoto interiore, nella mediocrità delle scelta di vita, nella schiavitù di dipendenze di vario tipo.

Ebbene, questa ferita si chiude mentre, ovviamente, la cicatrice rimane perché non si può cancellare quello che è stato, ma non duole, non incomoda più. E si ricompone l’armonia, la serenità e la soddisfazione con se stesso nel dono gratuito e disinteressato, per far sì che altri si riapproprino della loro dignità, di un futuro pieno di speranza: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).

Allora, “Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà". La pratica di giustizia è quella di Dio, perché coinvolto e sostenuto dallo stesso amore che caratterizza l’essere e l’agire di Dio. Di conseguenza, attraverso la sua azione, si manifesta la gloria del Signore.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sof 2,3; 3,12-13)

Il profeta esorta il popolo, considerando il futuro “giorno dell’ira del Signore”. Sarà il giorno in cui, con il suo avvento, giudicherà le persone, il popolo e tutte le nazioni, e manifesterà la sua disapprovazione per coloro che non rispettarono le esigenze dell’Alleanza per una società nella quale tutti abbiano vita in abbondanza.

Di per sé “il giorno dell’ira” suscita timore e spavento a causa dell’infedeltà all’Alleanza,  al punto da commettere iniquità, proferire menzogne ed esprimersi in modo fraudolento, con tutte le conseguenze negative per la vita individuale dei poveri, delle persone che non hanno come difendersi e del tessuto sociale imbevuto di ingiustizia, oppressione e sopruso di ogni genere. Il contrario di ciò che il Signore si aspetta dal suo “popolo eletto”.

L’ira è la manifestazione del turbamento interiore di Dio. Sorpreso, deluso, amareggiato, non accetta quello che non poteva o non doveva succedere dopo tutto quello che ha fatto e continua a fare a loro favore. Il turbamento è maggiore quando è frutto di pertinace insistenza nel male, nel perseverare nell’errore nonostante il ripetuto richiamo dei profeti al rispetto dell’Alleanza.

L’ira di Dio assomiglia a quella di un padre defraudato dal figlio che, nonostante il ripetuto perdono per gli errori commessi, perdura in essi. E si chiede: perché continua ai comportarsi così? Che male gli ho fatto? In cosa l’ho contrariato? Dove ho sbagliato? In fondo l’ira manifesta l’amore che non viene meno, nonostante tutto.

Fra l’altro l’ira non corrisponde alla natura di Dio, anche se è comprensibile dal lato umano e dalle circostanze, perché quel che gli è proprio è la misericordia, la compassione, il perdono, la tenacia e la costanza nell’offrire nuove opportunità.

Dal rigore “del giorno dell’ira” chi potrà salvarsi? Afferma il profeta: “voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà”. Nei poveri che confidano nel Signore la giustizia e l’umiltà sono due riferimenti, accompagnati dalla coscienza della propria fragilità e vulnerabilità.

È giusto “eseguire i suoi ordini” con devota fiducia. Non si tratta di sottomissione cieca,  dovuta perché è il Signore, ma perché accoglie e sintonizza l’efficacia della giustizia e  del diritto, in attenzione al bisogno del povero e alla consolidamento della società nella responsabilità e solidarietà per un mondo più umano. Le virtù dell’umiltà e della giustizia costituiscono la base del corretto rapporto con Dio riguardo all’avvento del regno.

Il profeta si rivolge al “resto d’Israele”, un numero modesto di persone, affermando che esso “confiderà nel nome del Signore” e sarà di riferimento per tutti i poveri della terra che sintonizzeranno con le esigenze dell’Alleanza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 8,23b-9,3)

“In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali” a causa dell’invasione assira. L’umiliazione si deve al peccato del re e delle autorità per aver abbandonato il cammino dell’Alleanza e, di conseguenza, la fiducia in Dio. La ripercussione è la deportazione e il giogo della schiavitù: “la sbarra sulle spalle, e il bastone del suo aguzzino”. Per il popolo è come un camminare nelle tenebre, senza sapere dove andare, senza avere futuro né speranza.

Il Signore, liberato il popolo dalla schiavitù dell’Egitto, l’ha costituito come popolo eletto. Nel deserto, in cammino verso la terra promessa che raggiungerà dopo un lungo e travagliato cammino, stipula per mezzo di Mosè, sul Sinai, l’Alleanza, il patto di mutua fedeltà in virtù del quale Egli sarà il loro Dio ed essi il suo popolo eletto.

Nell’imminenza di entrare nella terra promessa, in Sichem, il popolo e le autorità rinnovano l’impegno dell’Alleanza, affinché nella terra promessa tutti si conservino e crescano nella libertà loro donata, con la pratica della giustizia e del diritto, in attenzione, soprattutto, alle persone più esposte al sopruso – la vedova, l’orfano e lo straniero -, in modo da rendere evidente il regno di Dio nella vita personale e sociale.

Purtroppo, nonostante l’intervento dei profeti, ai quali le autorità non prestarono ascolto, le cose andarono ben diversamente, sino al crollo delle regioni del nord del paese – la Galilea – e l’esilio in terra straniera.

Anche oggi molte persone e comunità sociali vivono la condizione di essere esiliate e straniere nella propria terra, per la prepotenza di chi pratica l’ingiustizia e la corruzione delle autorità. Cosicché cresce e prende il sopravvento la sfiducia fra le persone; le autorità dominano, opprimono invece di servire il popolo e la causa del regno di Dio. La ricaduta è il cercare con ansia una via d’uscita, che diventa una trappola per il sorgere o il consolidare barriere che isolano l’uno dall’altro e rendono difficile un autentico rapporto umano e di giustizia sociale.

In molti c’è rassegnazione, accompagnata dal sentimento d’impotenza, senza alcuna speranza per un futuro migliore. Ad ogni proposta di lottare per uscirne prevale il pessimismo e l’immobilismo delle autorità, con la conseguenza del rifugio nell’individualismo o la chiusura in circoli ristretti di persone, affini per sentimenti e prospettive.

Ebbene, “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. È la luce della liberazione, dovuta all’intervento di Dio, che “ha spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle spalle, il bastone dell’aguzzino, come nel giorno di Madian”.

Il giorno di Madian richiama la potenza di Dio per mezzo di Gedeone, che con pochi uomini, organizza la battaglia in modo che i nemici, presi dal panico, si uccidono fra loro. Non sono gli Israeliti a battersi contro i loro nemici, ma la potenza di Dio. È una guerra santa condotta e vinta da Dio. (Gdc 7).

Per la potenza del Signore, e la sua fedeltà alla promessa e all’Alleanza, Egli stesso scende in campo e pone fine all’umiliazione del suo popolo, aprendo un futuro che “renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti”. Per sua iniziativa è ristabilita la condizione di popolo eletto – l’impegno dell’Alleanza – e, con essa, inizia una nuova epoca, un tempo rinnovato, una nuova opportunità per raggiungere gli obiettivi che il Signore aveva indicato come meta della fedeltà del popolo all’Alleanza. In tal modo il popolo si riappropria della terra promessa, ritrova la propria identità e rinnova il suo impegno con il Signore, nei termini del patto del Sinai.

Perciò tutti lodano il Signore e Lo ringraziano perché “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la delizia”; un nuovo avvenire si profila e ritorna, con forza, l’entusiasmo, la gioia e i propositi di ricominciare, ricostruire e consolidare, sentimenti tipici di circostanze come queste.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 49,3.5-6)

Il testo – il secondo dei quattro cantici del Servo sofferente – presenta alcuni aspetti della singolare figura del personaggio. Il Signore lo chiama Israele: “Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”; con lo stesso termine è chiamato anche il popolo di Dio, perché per il Signore rappresenta tutto il suo popolo. È un legame che merita particolare attenzione; nello specifico, il rapporto rappresentante/rappresentato, perché costituisce l’elemento che lega indissolubilmente la vita, il progetto, le azioni e il destino dei due.

Al riguardo è importante prendere atto che, con l’entrata nel mondo del Figlio di Dio – Gesù – si stabilisce lo stesso rapporto. Ciò è fondamentale per capire come mai la morte e risurrezione di Gesù è anche la morte e risurrezione del credente che assume,  per la fede, lo specifico rapporto di cui sopra, come dono dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Sia su Israele che sul Servo il Signore dice: “manifesterò la mia gloria”, la santità – il suo essere e agire – per la quale essi sono separati da ciò che non è in sintonia e conforme all’amore del Signore, che coinvolge e rigenera l’opera delle sue mani, la creazione in generale, affinché tutto e tutti abbiano vita in abbondanza.

La finalità è “ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele”, nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio, la finalità ultima della creazione, – il “ridere dell’universo” riprendendo una felice espressione di J. Moltmann -.

Il popolo, al ritorno dell’esilio a Babilonia, interpretato questo come conseguenza del peccato per il disprezzo dell’Alleanza, avrà modo, seguendo il Servo, di ricomporre la sua identità e la condizione di “popolo eletto”.

Il Servo sa che per tale missione può contare sull'aiuto del Signore, perché “mi ha plasmato suo servo dal seno materno”, è onorato dal Signore e Dio è la sua forza. Tuttavia la missione si rivela particolarmente ardua, al punto che il Servo afferma: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma,certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” (v.4).

L’esperienza del Servo è quella del credente, di ogni tempo e luogo, seriamente impegnato per la causa dell’avvento del Regno di Dio in circostanze avverse, al punto da ritenere inutile e fallimentare, dal punto di vista del risultato immediato, il proprio servizio. La delusione, più ancora il sentirsi defraudato, suscita nel profondo dell’animo sconcerto e senso di inutilità per aver sprecato energie e tempo.

Tuttavia la purezza del sentimento e della dedicazione alla causa, senza nessuna seconda intenzione o interesse personale ma semplicemente per il fascino, lo stupore, e la pienezza di vita insita nell'incarico stesso, suscita la certezza della seconda parte del versetto. Si tratta di quello che, anche Gesù, sperimenterà: “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

Non meraviglia, quindi, che il Signore, invece di alleviare il carico, faccia il contrario: “È troppo poco ricondurre i superstiti d’Israele”. Con queste parole rovescia la valutazione fatta dal Servo e conferma la correttezza e bontà del suo operato, motivo di gratificazione, di sostegno e di consolazione.

Logico sarebbe stato, invece, aspettarsi un alleggerimento dell’incarico; invece succede il contrario, lo attende un futuro ancora più impegnativo – “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” – con una missione impossibile dal punto di vista di chi sente il peso dell’inutilità.

Il Signore lo conferma per chiedergli una fiducia qualitativamente maggiore e più coinvolgente, in virtù della singolare comunione con lui e dell’esperienza dell’avvento del Regno che, necessariamente, cresce nelle condizioni avverse e nella dinamica paradossale.

Gli chiede fiducia in modo che divenga Servo completo – secondo il Suo cuore – nell’orizzonte dell’ultimo e definitivo che Egli ha in mente a favore di ogni persona e dell’umanità intera, rendendolo solidale e responsabile dell’avvento definitivo del Regno, alla fine dei tempi.

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