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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 49,3.5-6)

 

Il testo – il secondo dei quattro cantici del Servo sofferente – presenta alcuni aspetti della singolare figura del Servo. Il Signore lo chiama Israele: “Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”; con lo stesso termine è chiamato il popolo di Israele, il che indica che non si riferisce solo ad un singolo soggetto singolo ma anche a tutto il popolo eletto.

La figura del Servo – persona singola o tutto il popolo eletto – rimanda l’attenzione sul rapporto rappresentante/rappresentato che costituisce il legame inscindibile riguardo la vita, il progetto, le azioni e il destino dei due soggetti.

È importante prendere atto che, con l’entrata nel mondo del Figlio di Dio, si stabilisce lo stesso rapporto in virtù del quale la morte e risurrezione di Gesù è anche la morte e risurrezione del credente che, per la fede, sintonizza e assume questo rapporto,  diventando figlio di Dio per adozione, dono dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Sia su Israele che sul Servo il Signore dice: “manifesterò la mia gloria”, la santità – il suo essere e agire – per la quale essi sono separati da ciò che non è in sintonia e conforme all’amore del Signore, che coinvolge e rigenera l’opera delle sue mani affinché tutti abbiano vita in abbondanza.

L’intervento del Signore, con il ritorno del resto del popolo eletto dell’esilio a Babilonia ( conseguenza del peccato per aver disatteso l’Alleanza),  è di “ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele” nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio. Israele avrà modo, seguendo il Servo, di rigenerare la propria identità e la condizione di “popolo eletto”.

Il Servo sa che può contare dell'aiuto del Signore, che “mi ha plasmato suo servo dal seno materno”, perché onorato dal Signore e Dio è la sua forza. Tuttavia la missione si rivela particolarmente ardua e fallimentare al punto che afferma: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” (v.4).

L’esperienza del Servo è propria del credente di ogni tempo e luogo, seriamente impegnato per la causa dell’avvento del Regno di Dio in circostanze avverse, al punto da ritenere inutile o per lo meno infruttuoso il proprio servizio. Il sentirsi defraudato o deluso  suscita nel profondo dell’animo sconcerto per aver sprecato energie e tempo.

Tuttavia, la purezza del sentimento, la sincera e tenace dedicazione alla causa, senza seconde intenzioni o interesse personale, sostenuta dal fascino, dallo stupore e dalla pienezza di vita insita nell'incarico stesso, motiva la certezza della seconda parte del versetto, rapportabile a quello che Gesù sperimenterà nei momenti drammatici che lo coinvolgeranno: “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

Non meraviglia, quindi, che il Signore, invece di alleviare il carico, faccia il contrario: “È troppo poco ricondurre i superstiti d’Israele”. Egli rovescia la valutazione fatta dal Servo,  confermando la correttezza e la bontà dell’operato di quest'ultimo, esprimendogli gratificazione, sostegno e consolazione.

Logico sarebbe stato, invece, aspettarsi un alleggerimento dell’incarico; invece succede il contrario: lo attende un futuro ancora più impegnativo;

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 42,1-4.6-7)

Con il ritorno del “resto” d’Israele – fedele nel timore di Dio e desideroso di tornare nella terra promessa – dopo l’umiliante esilio a Babilonia causata dal peccato per aver abbandonato l’Alleanza – il Signore interviene indicando un soggetto, non meglio identificato, con il termine di servo: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio”, col proposito di ricostruire la nazione.

Ebbene, di lui dice il Signore: “Ti ho chiamato (…) ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Il servo si avvale dello speciale rapporto con il Signore, al punto da rappresentare davanti a Lui il popolo eletto e tutte le nazioni. È incaricato di stabilire, di espandere e coinvolgere tutte le nazioni nell’Alleanza stabilita nel Sinai, con l’uscita di Israele dalla schiavitù dell’Egitto.

Per lo svolgimento del compito il Signore afferma: “ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”. Lo spirito è la forza, la dinamica di Dio per l’esecuzione della missione. Solo così il servo raggiungerà l’obiettivo, sempre che i destinatari ne comprendano il progetto, la portata, l’importanza, e abbiano fiducia nel compimento della promessa, nella sovranità del Signore accogliendo e praticando i termini dell’Alleanza. Il servo indicherà loro cosa e, soprattutto, come fare per impiantare la giustizia, la responsabilità e la fraternità, nel rispetto delle diversità di ogni singolo popolo e nazione,  per l’avvento del regno di Dio.

Per raggiungere lo scopo il Signore lo istruisce sul come procedere: “Non griderà né alzerà la voce”. Il servo instaurerà il dialogo, la conversazione fraterna, come si fa con le persone che si pongono sullo stesso livello e sono interessate a capire la proposta in tutti i suoi aspetti, in modo da aderire per convinzione e non per costrizione.

Alzare il tono, gridare e usare la piazza è proprio di chi non ha rispetto e fiducia nella capacità di ascolto e comprensione degli uditori. Per di più, costui presume di avere autorità e potere in nome di una “superiorità” che deve essere riconosciuta e accettata da parte degli ascoltatori, senza alcuna obiezione o domanda.

Di maggiore importanza è che il servo “non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta, proclamerà il diritto con verità”. In primo luogo sarà attento a chi, agli estremi della fragilità umana o al limite della speranza, sta per cadere nell’irrimediabile. La sensibilità, la compassione per il disagio e la sofferenza lo muoverà nella prospettiva di aiuto, sostegno e stimolo per ristabilire la vita nelle sue diverse espressioni, in modo degno e soddisfacente. È proclamare non solo a parole ma con opere “il diritto con verità”.

Il Signore indirizza la finalità della missione del servo: “ti ho chiamato per la giustizia (…); ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Verità e giustizia camminano assieme nell’offrire i requisiti affinché le persone, e la società tutta, dispongano delle condizioni per rinvigorirsi, rinfrancarsi, riaccendere ed approfondire la speranza e il senso della vita in ordine alla sovranità di Dio, riconosciuta nel vissuto giornaliero e nei diversi ambiti. È la finalità del diritto.

Al riguardo il Signore segnala gli effetti del corretto svolgimento della missione: “perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. In senso metaforico questi termini indicano il successo della reintegrazione nei rapporti interpersonali e nell’ambito sociale dell’escluso, del marginalizzato, del peccatore ritenuto, erroneamente, castigato per le sue colpe e privato di futuro, di soddisfazione e di gioia.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 24,1-4.12-16)

 

“La sapienza fa il proprio elogio” nel manifestare  se stessa come fosse una persona. Essa non è solo la facoltà astratta di un soggetto particolarmente dotato, ma può risiedere in ogni persona. Persona e sapienza cammino insieme. Fra l’altro, chi non desidera la sapienza? Essa cos’è senza attinenza né relazione con la persona, quest’ultima centro del creato?

“in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al popolo proclama la sua gloria”. La sapienza fa da ponte fra il divino e l’umano. È singolare il suo rapporto con Dio, che determina uno stato del proprio essere difficile da definire. Da un lato è co-eterna con Dio “Prima dei secoli, fin dal principio, (…) per tutta l’eternità non verrà meno”, dall’altro afferma di essere creata “colui che mi ha creato (…) fin dal principio, egli mi ha creato”. Una realtà creata che, allo stesso tempo, ha attinenza dell’eternità di Dio!

È un rapporto singolarissimo fra storia e metafisica che apre orizzonti di comprensione alla considerazione razionale ed umana. Umanamente, tempo ed eternità sono contrapposti ed escludenti. Tuttavia, per il tenore del testo, non si escludono ma si integrano; in altre parole, tempo ed eternità convivono assieme. (l’argomento meriterebbe ben più spazio e approfondimento).

La sapienza riceve dal Creatore un ordine: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele (…) Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere”. Essa si inserisce nel popolo perché manifesti la gloria di Dio, di cui partecipa e dispone. Nel libro dei Proverbi la sapienza si presenta come artefice dell’azione creatrice di Dio: “io (la sapienza) ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno” (8,30).

In effetti l’azione creatrice di Dio non è solo puntuale e determinata da un momento specifico, ma permanente. Essa è relazione, è rapporto degli esseri creati con il Creatore, il quale, in questo modo, li plasma e li ricrea costantemente. La sapienza è la collaboratrice nell’orizzonte della delizia e del gioco: “ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,30-31).

Bellissima la figura del gioco. Esso non è dovuto, né obbligatorio e, ancor meno, necessario, tuttavia, instaura l’ordine della gratuità, della non utilità, che è il vero orizzonte dell’amore, fonte della delizia. Aiuta a capire questa figura l'osservare il rapporto fra due o tre bambini di pochi anni che giocano tra loro; vivono il presente nella totale gratuità e  giocano non perché devono giocare, meno ancora perché obbligati o spinti da una necessità. Giocano perché il gioco ha un fine in  se stesso …

Il gioco coinvolge altri nel renderli partecipi della stessa dinamica: “ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 3,3-7.14-7a)

Nel brano il rilievo del padre è di gran lunga superiore a quello della madre. In effetti la donna era semplicemente ritenuta un contenitore per mettere al mondo dei figli; questo era il suo compito fondamentale e la sterilità un’umiliazione. L’idea che presiede l’istituzione della coppia è quella della fecondità, che garantisce la sopravvivenza e lo sviluppo del popolo di Dio.

La benedizione di Dio è la famiglia numerosa e felice. Nella disparità il marito poteva divorziare dalla propria moglie, se così decideva, ma la moglie non poteva divorziare dal marito senza il suo consenso. Tuttavia, l’autore onora il padre e la madre anche se non allo stesso livello.

La famiglia è il mezzo che trasmette le tradizioni religiose. E il rapporto coniugale è segnalato, dai profeti e dal Cantico dei Cantici, come realtà di grande portata umana e spirituale nell’orizzonte dell’amore di Dio per il suo popolo.

Gesù ricondurrà il rapporto coniugale alla realtà originale, quale volontà di Dio riguardante la tenacia e la consistenza della fedeltà nell’amore vicendevole, a immagine del Suo amore. La verifica della qualità e bontà del rapporto consiste nel non chiudere il rapporto in sé stesso ma declinarlo nel rapporto con ogni persona e con l’umanità, bisognosi di fraternità, responsabilità e giustizia interpersonale e sociale.

In tal modo emerge la testimonianza di accoglienza della sovranità di Dio, l’avvento del Suo regno, e con esso l’esperienza di armonia e di pace, estensiva a tutti i livelli del vivere profondamente umano, incluso il rapporto con il creato, il giardino che Dio ha posto nelle mani dell’uomo.

Il brano indica comportamenti di grande umanità: “Chi onora il padre espia i peccati”. Non solo, ma acquisisce anche le condizioni per evitali, il che fa della persona un soggetto libero per amare. Con esso “otterrà il perdono dei peccati”, nel saper gestire correttamente la fragilità del padre, “anche se perde il senno”,

Gli effetti faranno di lui un soggetto la cui intelligenza lo rende capace di “rinnovare la casa”, la propria famiglia, riguardo alla qualità dei comportamenti interpersonali e sociali, praticando il soccorso, il rispetto e l’indulgenza cui fa riferimento il brano.

Sono rilievi che hanno la loro importanza anche nella società attuale. È nota la crisi del rapporto coniugale, dell’unità e dell’armonia familiare nel presente. Nel mondo occidentale la famiglia e la Chiesa non reggono; le cause sono molteplici e interconnesse, in gran parte dovute alle costanti trasformazioni in atto suscitate dalle ricerche nei diversi settori della vita sociale a livello locale e globale, quali la tecnologia, la robotica, l’intelligenza artificiale, la comunicazione in tempo reale e altro…

Questo insieme di fattori genera una complessità sconcertante, causa di incertezza, timore e insicurezza, con il conseguente ripiegarsi sul passato. Tuttavia, la corretta gestione della complessità, assunta come opportunità di crescita in attenzione al Dio della Vita, richiede la capacità di elaborare tali fattori con l’audacia, il coraggio e la creatività che la Chiesa non possiede o che stenta ad assumere, imparando dalla scienza che, a diversi livelli, offre indicazioni molto pertinenti.

La conseguenza è l’autoreferenzialità ancorata al passato, con l’imbarazzo del presente e lo sconcerto del futuro prossimo.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 52,7-10)

Con il ritorno dall’esilio di Babilonia gli esuli trovano Gerusalemme in condizioni pietose. Le sentinelle vegliano sulle mura diroccate e il cuore del popolo è avvilito. Ed ecco irrompere l’annuncio del profeta “Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme”.

Il riscatto è liberazione dalla prigionia, dalla schiavitù e da ogni sofferenza e malvagità insite in tale condizione. Si apre un futuro di libertà, di realizzazione piena, di soddisfazione per ogni persona, e per il popolo, la gioia della vita, la felicità di vivere.

“Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce”. Sentinelle poste dal Signore non solo per difendere quello che esiste, anche se in condizioni pietose, ma soprattutto per vedere da lontano che l’annuncio dell’evento è prossimo, imminente.

È il profeta che annunzia loro l’arrivo del messaggero di buone notizie che “annuncia la pace (…) la salvezza che dice a Sion: ‘regna il tuo Dio’”, con l’intento di dare le dritte per ricostruire nelle persone e nel popolo le condizioni per accogliere la sovranità di Dio, l’avvento del suo regno, in attenzione alla fedeltà di Dio all’Alleanza stabilita nel Sinai.

A tal fine “il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni”. In altre parole, impegna tutto se stesso, in modo tale che la grandezza e la magnanimità dell’evento coinvolga non solo Israele, ma tutte le nazioni nel percepire la portata dell’evento, con frutti di salvezza e di pace.

Con esso il messaggero manifesta la potenza e la forza del suo amore, la tenacia e la fermezza di agire, in modo da consolidare quello che fino allora non è stato correttamente compreso da Israele e, quindi, è causa della sua fragilità e debolezza riguardo alla fiducia ai termini dell’Alleanza, che lo hanno portato alla tragedia dell’esilio da cui è ritornato.

E la nuova opportunità che fa “belli i piedi del messaggero”, nel senso di ritenere benedizione l’arrivo che porta con sé l’opportunità di nuova vita. Opportunità della quale prenderanno coscienza tutte le nazioni, come una benedizione, dal momento che “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”. L’evento è a favore dell’umanità intera.

Tuttavia, lungo i secoli, non si realizzerà per la durezza di comprensione, per la mancanza di fede, per la seduzione di alti cammini e progetti.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 7,10-14)

La dinastia del re Davide, alla quale è legato il compimento della promessa di Dio, è in pericolo perché i re di Aram e di Israele vogliono eliminarla. Il re d’Israele, Acaz, nelle circostanze in cui si trova, invece di chiedere l’aiuto a Dio fa immolare il suo unico figlio (2Re 16,3) e cerca l’alleanza con l’Assiria.

Il profeta tenta di dissuaderlo da tale proposito e, in nome del Signore, parla ad Acaz: “Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto”. Questi occulta le sue vere intenzioni e si cela dietro una falsa motivazione: “non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”. Il suo cuore è preso da un altro interesse e il pensiero determinato per un’altra strategia.

Nella sua persona si concretizza il peccato di sfiducia nel Signore, il disinteresse e l'infedeltà all’Alleanza stabilita dai padri, della quale dovrebbe garantire il compimento. Dalla trasgressione derivano i pensieri e le azioni peccaminose, quali la sottovalutazione del rapporto e l’allontanamento, o addirittura, il disprezzo dei valori etici che sostengono la vita personale e sociale.

È quello che succede anche oggi. L’allontanamento dal Signore, che pone se stesso, i propri criteri e progetti come riferimento principale, se non esclusivo, stabilisce nel migliore dei casi uno pseudo rapporto con il Signore secondo i propri canoni, il più delle volte strumentali ai propri fini egocentrici, particolarmente in circostanze di rilievo.

In tal modo si va formando un’abitudine al peccato di indifferenza e insensibilità verso il Signore Dio, le persone sofferenti e bisognose. Di conseguenza cresce la difficoltà di percepire la portata e il danno arrecato a se stesso e alle persone, alla società, soprattutto da parte di chi ha responsabilità di governo. Per usare una metafora è come affondare sempre più nelle sabbie mobili, al punto che è difficile uscirne se non con un radicale ma improbabile processo di conversione. Al riguardo afferma il libro della Sapienza: “La sapienza non entra in un’anima che compie il male né abita in un corpo oppresso dal peccato” (1,4).

Il profeta percepisce l’ambiguità di Acaz e la evidenzia apertamente a tutto il popolo: “Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio?”. Tuttavia, nonostante l’irritante risposta del re, Dio non desiste dal compiere la sua volontà e prende l’iniziativa di inviargli un segno: “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”.

Dio sa che senza il suo aiuto, e allontanandosi da Lui, il popolo si perderà e ritornerà alle condizioni di schiavitù dalle quali fu liberato. Di fatto, la terra promessa ha perso la condizione che Dio si aspettava e ha assunto quella di un nuovo Egitto, non per il dominio di una potenza straniera ma per causa propria, per non aver osservato i termini dell’Alleanza. La conseguenza è riprodurre i meccanismi di oppressione e di schiavitù di allora, questa volta per opera delle stesse autorità politiche e religiose.

Il significato del nome del figlio che nascerà – Emmanuele, Dio con noi – manifesta il proposito di Dio di non abbandonare il popolo alla deriva. Un concepimento così singolare rafforza la convinzione riguardo la ferma volontà del Signore d’impegnarsi nel compiere la Promessa con l’avvento della sua sovranità, l’avvento del suo Regno, quale specifica organizzazione sociale e religiosa. Impegno motivato dal Suo sincero e profondo amore per il popolo e la salvezza del genere umano.

È Impressionante la tenacia e la consistenza del Suo amore per un popolo che, seppure eletto, continuamente gli volta le spalle.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 35,1-6a.8a.10)

La profezia non specifica a chi è indirizzata; essa è la predizione di un destino paurosamente oscuro, il che caratterizza l’insieme apocalittico del testo. Tuttavia, diversamente da quello che si intende comunemente con il termine apocalittico – lo sconvolgente stravolgimento sociale e cosmico – indica lo svelamento dell’azione di Dio nella crisi.

La profezia è portatrice del messaggio di salvezza di Dio, che motiva e sostiene i destinatari alla resistenza, a non cedere allo sconforto, alla depressione o alla sfiducia. Allo stesso tempo suscita la speranza di un futuro radioso, frutto della fedeltà di Dio alla promessa. Il destinatario, nell’accoglierlo, sintonizza e declina lo stile di vita, le scelte personali e sociali con le indicazioni ivi contenute.

La crisi è segnata dall’aridità di vita, dalle carenze e dalle sofferenze della persona e del popolo, come lo è camminare nel deserto, nella steppa. Ecco, allora, l’annuncio della trasformazione del deserto inospitale in una sorgente di acqua e, riguardo alla steppa,  il sorgere di fiori inaspettati: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. (…) Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio”. È il passaggio dall’aridità alla magnificenza della terra fertile che manifesta la gloria di Dio, la vita in abbondanza e la gioia.

La trasformazione coinvolgerà le persone e il popolo. Il dono di Dio vince e sconfigge lo stato di insicurezza e di smarrimento generalizzato: “mani fiacche (…) ginocchia vacillanti (…) smarriti di cuore”) generati dalla certezza che Dio non avrebbe mai permesso che sprofondassero in tale situazione.

Ma di fatto il rapporto con Dio è andato perdendo consistenza, e con esso anche la fiducia in Lui, nonostante la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e le indicazioni dell’Alleanza, sul come procedere nel coinvolgere anche altri popoli nella libertà donata con l’uscita dall’Egitto. Invece sono prevalsi altri riferimenti nell’affrontare gli eventi politici, sociali e individuali.

Il dono è accompagnato dall’esortazione: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio (…) la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Si tratta di accogliere la pienezza della felicità e la salvezza, con la sconfitta e l’annientamento del male. Cesseranno le infermità attribuite alle conseguenze del peccato, e “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”.

Nella condizione odierna è lo schiudersi di orizzonti di senso, del cammino e di vita piena inaspettato. È quello che assicura l’affermazione: “Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa”; Gesù dirà: “Io sono il cammino” (Gv 14,6) la via santa nella quale procedere – coinvolgendosi sempre più profondamente nella dinamica, creativa e audace, dell’Avvento del Regno di Dio. Tutto il popolo determinato in tal senso riacquisirà la santità – nel senso di separato da ogni proposito e cammino contrario – ponendosi al servizio di Dio e percorrendo la strada sicura.

È la strada dei redenti, di coloro che Dio ha liberato, memori delle meraviglie operate da Lui, quando ha salvato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Rispetto al passato c’è di più. L’attuale ritorno è il nuovo ingresso nell’amata terra: i riscattati dal Signore “verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”. È il senso della metafora riguardo la trasformazione del deserto e della steppa.

Allora sarà manifesto il dono di Dio e il compimento della promessa. L’esilio sarà bandito per sempre, e la “felicità perenne” riempirà la terra senza afflizione e gemito. Dal punto di vista odierno è anticipazione della condizione escatologica, ultima e definitiva, che Dio realizzerà alla fine dei tempi, tracciata nei due ultimi capitoli dell’Apocalisse. 

La felicità perenne consiste nel vivere e crescere nella libertà, con la pratica del diritto, della giustizia e con particolare attenzione alle condizioni degli ultimi, i più deboli, l’orfano, la vedova e lo straniero, i più esposti al sopruso e allo sfruttamento.

Oggi non è difficile specchiarsi nell’esperienza personale e sociale del popolo d’Israele. Il peccato – il mistero dell’iniquità – è molto presente nella vita di tutti i giorni e a tutti i livelli, caratterizzato e sostenuto dall’atteggiamento di sfiducia, superficialità, indifferenza e disinteresse per l’avvento del regno di Dio, quale accoglienza della sua sovranità a livello personale e sociale per la pratica dell’amore declinato nella giustizia e nel diritto.

Oggi la celebrazione della Messa attualizza la redenzione nella persona e nella comunità, nel senso che coinvolge tutti nella dinamica dell’amore trinitario.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 3,9-15.20)

Questo famoso testo descrive le conseguenze del peccato originale, ovvero “Dopo che l’uomo ebbe mangiato dell’albero”. Occorre da specificare che ogni persona è creata da Dio e ha in essa la vocazione di somigliare sempre più a Lui, al punto da diventare come Lui (3,5). Il serpente ha sfruttato abilmente tale desiderio e tensione per spingere Adamo ed Eva sul cammino sbagliato. Invece di lasciarsi guidare da Dio, essi hanno preferito la loro percezione e il loro criterio, sfiduciando quello che Dio aveva preparato per loro. Una volta sbagliato il cammino, la meta è irraggiungibile e subentra la frustrazione e la delusione verso se stessi.

Con il peccato, Adamo esce dall’orizzonte di Dio. Egli stesso è cosciente dell’accaduto e, di conseguenza, di essersi perso e di aver perduto Dio, al punto che lo stesso Dio “lo chiamò e disse:’Dove sei?’”. Rispondendo, si giustifica per essersi nascosto, giacché “ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Alla fine del capitolo due, prima dell’inizio del racconto del peccato, si legge “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna” (Gen 2,25).

La prima conseguenza del peccato è il percepire un rapporto mutato tra se stesso e Dio, nel senso di provare “paura” verso Lui, poiché la cui sintonia e amicizia è venuta meno per aver rotto il legame di fiducia e l’alleanza. Ma cambia anche il rapporto con se stesso: subentra la “vergogna”, che impedisce ad Adamo di presentarsi per quello che realmente è, ossia, una persona non affidabile, vittima della seduzione del potere e dell’auto determinazione.

Un secondo aspetto riguarda l’incapacità di assumere le proprie responsabilità, quando Dio lo pone davanti al suo stesso comportamento chiedendo: “hai forse mangiato dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?”. La vergogna di ammettere il proprio sbaglio lo porta a scaricarlo su Eva; infatti, risponde: “La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”, come se egli fosse vittima dell’azione di lei, con l’aggravante di insinuare una certa colpevolezza in Dio, per aver messo al suo fianco un soggetto non all’altezza del compito. Cosicché, quella che prima del peccato aveva accolto con entusiasmo, – “osso elle mie ossa, carne della mia carne” (Gen 2,23) -, ora è quasi come un’estranea: “La donna”.

Ma anche la donna entra nella stessa dinamica rispetto alla domanda di Dio; “Che hai fatto?” e scarica la sua responsabilità: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. È un palleggio di responsabilità che evidenzia la frattura nei rapporti con se stessi, con Dio, e con il prossimo. Si è spezzata l’armonia, il senso profondo del vivere e della gioia.

È interessante notare che il serpente cammina nella polvere; “e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita”, e che “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita”(Gen 2,7).

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 2,1-5)

Il brano odierno, escatologico (termine che indica il discorso sulla realtà ultima e definitiva di tutto e di tutti), annuncia e profetizza ciò che accadrà “alla fine dei giorni”, con l’intervento di Dio. In altre parti della Bibbia tale intervento è indicato come il “terzo giorno”, espressione non di ordine cronologico ma metaforico, per indicare l’intervento decisivo di Dio a favore dell’umanità.

Cronologicamente nessuno sa quando avverrà; Gesù stesso ammette di non conoscerlo perché proprio del Padre, tuttavia, la risurrezione di Gesù si rapporta al “terzo giorno” (se fosse un’indicazione cronologica cadrebbe di lunedì e non la domenica prima dell’alba). Dopo la sepoltura nel venerdì, nessuno presenziò né affermò di essere stato presente alla risurrezione. In ogni caso, l’evento anticipa ciò che si manifesterà pienamente “alla fine dei giorni”.

Il primo riferimento è “il monte del tempio del Signore”. Per l’israelita il tempio è il centro del mondo, l’ombelico che unisce il cielo con la terra, il tabernacolo, il luogo dove Dio appoggia i suoi piedi. Il tabernacolo è accessibile – non senza timore – solo al Sommo Sacerdote, una volta all’anno, per il rito dell’espiazione dei peccati.

Ebbene, il tempio “sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli” trasmette l’idea di stabilità permanente, e il monte è ritenuto il luogo della manifestazione di Dio. Il tempio raffigura il trono, i colli l’umanità redenta e il creato, l’ambito del suo regno.

L’insieme è come la calamita che attrae la limatura di ferro. Ad esso “affluiranno tutte le genti”, in modo che il Dio di Giacobbe “ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri” del regno di Dio – della sua sovranità – ambito di comunione e di vita nella sua gloria.

Il popolo d’Israele ha coscienza della missione verso tutte le nazioni, con il compimento dell’Alleanza, nella la pratica del diritto e della giustizia fra le nazioni (suffragata dai valori etici fondamentali di convivenza solidaria e responsabile), nell’orizzonte dell’avvento del Regno di Dio già oggi, nel presente delle persone e dell’umanità.

Non si tratta di instaurare o costruire il Regno una volta per sempre. Al contrario, il termine avvento rimanda al divenire, al futuro che si fa presente. In esso la dinamica dell’orizzonte del “timore di Dio” o, meglio, nell’impegno pieno di gratitudine per vivere lo spirito della Legge, sigillo dell’Alleanza, il “popolo di Dio” e le singole persone percepiranno l’avvento del Regno nella storia, negli eventi sociali nazionali o locali, così come nelle circostanze particolari di singole persone.

L’avvento del Regno rimanda alla tensione tra il “già” e il “non ancora” dell’ultimo e definitivo dell’umanità e del creato. La tensione sarà opportunamente elaborata in ordine all’avvento del Regno se il popolo e le autorità accoglieranno che “da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore”, declinando con determinazione comportamenti audaci, coraggiosi e creativi, in attenzione alla realtà mutevole degli eventi storici, delle circostanze e vicende giornaliere individuali e sociali.

Ecco, pertanto, l’esortazione per la causa del regno: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo alla luce del Signore”. Il legame tra il presente e il futuro costituisce il solido e profondo senso della vita del popolo e di ogni persona.

La parola del Signore nello spirito della Legge – segno dell’alleanza – è luce per discernere il bene dal male, nel corretto cammino e nelle molteplici proposte e sollecitazioni del vissuto personale e sociale. L’avvento ha un valore universale per il quale Dio “sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli” in ordine alla nuova umanità, dove regnerà la pace universale.

A causa del non rispetto dell’Alleanza – i peccati del popolo – la pace universale è lontana non solo dal mondo ma anche da Israele.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Sam 5,1-3)

Con poche frasi è narrato uno degli avvenimenti più importanti della storia d’Israele. Si tratta dell’elezione e l’unzione di Davide come re del popolo. Il fatto avviene per la necessità di stabilizzare l’unione nazionale fra il regno del Nord e quello di Giuda, recentemente uniti dallo stesso Davide il quale, molto opportunamente, per manifestare l’equidistanza tra loro scelse come capitale Gerusalemme, città situata sul confine dei due regni.

A Davide, nato a Betlemme nella Giudea, “vennero tutte le tribù d’Israele” e dissero: “Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”. Non si tratta solo di un’indicazione antropologica, ma è l’attestato della partecipazione attiva della vita d’Israele. Il popolo riconosce in lui un autentico rappresentate dei sentimenti, delle attese e del sogno che costituiscono l’identità nazionale e la tradizione del popolo: “Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele”.

Ora constatano che il Signore gli ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele” e gli riconoscono autorevolezza e l’autorità per governare. Pascere significa orientare e guidare il popolo nel cammino e nelle scelte appropriate, quali la protezione, il soccorso nei momenti difficili e nel pericolo. Sono tutte virtù e atteggiamenti propri del re nello svolgimento della missione, in sintonia con il mandato ricevuto.

La missione del re – rappresentante di Dio – è la salvezza del popolo e, particolarmente, il  proteggere gli indifesi, i poveri, le vedove, gli stranieri, ossia le persone più esposte allo sfruttamento e al sopruso dei ricchi, dei potenti e alle loro prevaricazioni.

Al re il Signore affida la missione di vigilare, incoraggiare e procurare il necessario per la fedeltà all’Alleanza, in modo che la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto si consolidi sempre più nelle persone e nella coscienza del popolo, con la pratica corrispondente. Egli è il garante, come rappresentante del Signore dell’Alleanza e, con essa, del conformarsi del popolo eletto, appartenente a Dio, e viceversa. L’obiettivo è che Israele sia modello per tutte le nazioni quale espressione della gloria di Dio.

Davide è riconosciuto come tale da Dio e dal popolo e “concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele”. L’unzione, segno di consacrazione, separa il consacrato per la causa specifica affidatagli. È suo dovere dedicarsi con determinazione e generosità per il raggiungimento degli obiettivi. Il regno di Davide e del figlio Salomone saranno ricordati come il periodo d’oro della storia d’Israele,  nonostante compimento della missione sia stato solo parziale.

La storia presenta, sin da Salomone e figli, la successione di re fedeli e infedeli all’Alleanza, con prevalenza dei secondi.

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