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di Lorenzo Tosa – www.stradeonline.it del 6/12/2018

 

Andrò controcorrente, ma proprio non riesco a capire perché lo Stato dovrebbe scusarsi con Fredy Pacini.

Ormai le due scuole di pensiero dominanti – pro e contro la legittima difesa “assoluta” – sembrano essersi accomodate su un punto di caduta comune e intoccabile, che suona più o meno così: se una persona, dopo aver subito 38 furti, è costretto a barricarsi in un capannone armato, sparare e financo uccidere, quella è una sconfitta dello Stato. E per questo si deve scusare.

L’abbiamo sentito ripetere talmente tante volte in questi giorni, da essere entrato ormai nel nostro sentire comune. Lo hanno ribadito insospettabili intellettuali che certo non possono essere annoverati nel milieu salviniano. Ci crediamo così tanto da aver messo da parte persino la logica e le verità oggettive che oggi abbiamo a disposizione per leggere questa drammatica vicenda.

1) Le rapine non erano affatto 38, ma "appena" sei, come riportano fonti dei carabinieri, di cui due quelle effettivamente consumate (negli altri quattro casi si è trattato di tentati furti). Poche? Nient'affatto, sono tante, troppe: nessuno merita di vivere con la costante paura di essere rapinato. Ma 38 o due non sono la stessa cosa. Non è vero che "non cambia nulla", come ripetono ossessivamente i teorici della difesa indiscriminata.

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"Ho cominciato sui treni dei disperati. Il vescovo mi disse: affido a Luigi una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada"

 

di Fabrizio Ravelli

Don Luigi Ciotti è uno di quei preti lottatori che non mollano mai, che trovi per strada e non in sacrestia, che dà del tu a tutti (anche nel primo incontro con l'avvocato Agnelli, che non fece una piega). Il Gruppo Abele lo conoscono tutti. La sua vita, un po' meno. Si incontrano una maestra nervosa, un medico disperato, un vescovo coraggioso, e tanti altri. Conta molto che Ciotti sia un montanaro.

Montanaro veneto, no?

"Sì sono nato a Pieve di Cadore nel '45, ed emigrato in Piemonte con mio padre, mia madre e le mie sorelle per la ragione che nel dopoguerra spinse migliaia e migliaia di persone ad andare a cercare altrove la dignità di lavoro, la speranza".

E te ne sei andato a cinque anni.

"Mi ricordo l'impatto traumatico con la città di Torino, perché mio padre aveva trovato lavoro ma non aveva trovato casa. E quindi la nostra casa è stata la baracca del cantiere del Politecnico di Torino. Mio padre lavorava nell'impresa che ha costruito la parte più vecchia. Quegli anni hanno segnato la mia vita insieme con la baracca, il cantiere, le facili etichette che la gente ti mette perché tu vivi dietro uno steccato. Un pensiero sempre sbrigativo, che generalizza, e che tuttora resta una delle ferite aperte. Mio padre era muratore, poi è diventato il capocantiere, il capomastro".

A Torino da immigrato che viveva in una baracca.

"Sì, la baracca del cantiere. Dignitosa. Una delle cose che mi ricorderò sempre come un avvenimento è di quando una volta all'anno andavamo a comprare la carta da zucchero, quella blu, poi con le asticelle di legno che papà tagliava dalle assi attaccarla al soffitto. Era festa, festa in famiglia. Certo, il gabinetto era una baracca all'esterno. Però ho alcuni dei ricordi belli della mia infanzia. Il padrino della cresima che ho fatto nella parrocchia lì vicino era il gruista, Paolo il gruista. Eri un po' coccolato dagli operai. Poi venne la drammatica sera, credo fosse proprio un tornado che buttò giù i 42 metri della Mole Antonelliana, fece saltare tutti i tetti della Grandi Motori, e ci portò via gran parte della baracca. Ricordo la mia mamma che ci teneva stretti, un po' disperata. Volò via un pezzo di tetto, e il gabinetto lì vicino, che era fatto di assi".

E com'eri tu, bambino della baracca?

"L'altro ricordo è quello legato alla mia esperienza scolastica in prima elementare. Io dovevo andare a scuola in quel territorio, nella zona ricca di Torino. E avvenne un fatto che mi ha segnato molto. Questa scuola, la Michele Coppino, aveva un regolamento: tutti con il grembiule. Mia madre andò dalla maestra a dire che non era in grado di comprare il grembiule e il fiocco per me, perché aveva dovuto comprarlo alle mie sorelle, e non c'erano soldi. Quindi disse: per un mese manderò mio figlio a scuola senza il grembiule. Leggi il resto di questo articolo »

 

di Maurizio Ambrosini – Avvenire 5 dicembre 2018

Come è noto, uno slogan portante della retorica politica e governativa sulle migrazioni è «aiutiamoli a casa loro». Non è qui il caso di approfondire la validità dell’idea. Basti qui accennare al fatto che gli immigrati non arrivano dai Paesi più poveri in assoluto, ma da Paesi intermedi, e lo sviluppo di un territorio in una prima non breve fase suscita nuove partenze, anziché rallentarle. Sta di fatto che il governo ha varato un’imposta dell’1,5% sui trasferimenti di denaro verso Paesi extracomunitari, ossia principalmente sui risparmi che gli immigrati inviano alle loro famiglie.

Le contraddizioni con l’asserita volontà di prevenire le migrazioni, promuovendo lo sviluppo e le politiche effettive, saltano agli occhi. Le rimesse degli emigrati globalmente hanno raggiunto nel 2017 hanno raggiunto il valore di 613 miliardi di dollari, di cui 466 inviati in Paesi in via di sviluppo. Secondo la Banca mondiale, dovrebbero raggiungere i 642 miliardi nel 2018 e i 667 nel 2019, contribuendo a sostenere circa 800 milioni di persone nel mondo. Le rimesse sono più importanti in valore degli aiuti pubblici allo sviluppo. In altri termini: gli emigranti aiutano casa loro già da soli, e non poco.

Diversi Paesi del mondo hanno le rimesse tra le prime voci attive della bilancia dei pagamenti, e in qualche caso esse rappresentano la prima voce in assoluto. Questi flussi di denaro hanno inoltre la caratteristica di arrivare direttamente nelle mani dei beneficiari. Si calcola che le famiglie ne spendano circa i tre quarti per necessità basilari, come cibo, istruzione dei figli, assistenza medica, manutenzione e miglioramento delle abitazioni. Gli studi in verità colgono anche effetti negativi, ma qui interessa soprattutto fissare un punto. Chi manda consistenti rimesse è chi ha ancora i familiari in patria, specialmente i figli. Spedire rimesse è un modo per mantenere la famiglia nei luoghi di origine, prendendosene cura a distanza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 33,14-16)

“Ecco, verranno giorni”. Il profeta riferisce l’oracolo del signore riguardo al futuro, del quale anticipa alcune caratteristiche e ne indica i segni premonitori. Garantisce che in quei giorni il Signore realizzerà “le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda”.

Le promesse di bene riguardano il fare d’Israele una realtà di pienezza di vita individuale e sociale che sia modello per tutti i popoli della terra. In essa vi saranno pace e abbondanza di vita, perché governata dall’unico e vero Dio e per aver accolto le indicazioni della sua sovranità.

Sono le promesse che Dio fece al popolo, liberandolo dalla schiavitù, dell’Egitto e ratificate con l’Alleanza nel Sinai. Esse costituiscono il desiderio e il sogno del popolo eletto e sono come una calamita che attrae il senso ultimo e la meta della storia.

Il sogno di allora è lo stesso di oggi per tutta l’umanità, cosciente dell’importanza della pace, della corretta convivenza fra i popoli, del diritto e della qualità di vita di ogni persona. Tuttavia la realizzazione del sogno è contrastata da proposte alternative e ingannevoli,  camuffate nell’illusione di politiche di dominio, di ricchezza, di potere nelle mani di pochi a svantaggio di molti, confinati nell’ambito della marginalità, della strumentalizzazione, dell’esistenza disumana.

Rimanere nella promessa, e agire correttamente in ordine all’insegnamento del Signore, è l’atto di fede che sostiene e motiva l’adesione, ferma e determinata, a valori individuali e sociali. Con esso si consolida, nella coscienza, la tenacia per l’impegnativo processo e per il cammino di perfezionamento e di avvicinamento al sogno trasmesso dall’accoglienza della sovranità di Dio.

D’altro lato le forze contrarie, su indicate, generano quotidianamente conflitti vari, rendendo la meta un sogno irrealizzabile e sempre più lontano. Di conseguenza il conflitto è costante, drammatico e sconcertante per la durezza, per le estreme conseguenze di violenza e, addirittura, di morte.

Le persone e l'intera comunità sono costantemente provate, al punto che la sfiducia, lo scoraggiamento, l’insuccesso e il senso d’inutilità generano demotivazione dall’impegno, e favoriscono la ricerca di risposte individuali, con un senso d’impotenza e di frustrazione riguardo all’evolversi sociale della giustizia, dell’equità, del diritto e delle pari opportunità.

Tuttavia la parola di Dio rimane come dono, costante riferimento e promessa garantita per sempre. Promessa che vede Dio attivo, nel senso che fa sorgere persone e situazioni che,  correttamente comprese e accolte, sostengono la speranza e indicano la direzione giusta per ottenere un risultato soddisfacente.

In tal modo si anticipa il futuro nel presente: “farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”. La missione del re è praticare la salvezza, soprattutto a favore dei più deboli ed esposti al sopruso (vedove, orfani e stranieri).

Il re è apprezzato nella misura in cui è garante ed esecutore della giustizia. Il “germoglio giusto”, discendente del re Davide, agli occhi di Dio anticiperà quello che lo stesso consacrerà come espressione della sua volontà e del suo amore per il popolo, “in quei giorni” in cui la giustizia e la pace trionferanno pienamente.

La fiducia nella promessa è fondamentale per non soccombere alla forza devastatrice del male e del peccato e mantenere gli occhi fissi nel Signore è incidere nel futuro, per certi aspetti già presente, che esercita un’attrazione e motiva la speranza intrinsecamente sostenuta dalla verità etica del proprio comportamento.

“In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dn 7,13-14)

Nell’Antico Testamento la missione del re è salvare e difendere le vedove, gli orfani, gli stranieri e, in generale, le persone più vulnerabili ed esposte allo sfruttamento e alla prepotenza dei ricchi e potenti che dominano la vita sociale, economica e politica. Questi ultimi hanno fatto della terra promessa un nuovo Egitto per i primi, andando contro i termini dell’Alleanza stabilita nel Sinai, alla volontà del Dio liberatore.

Il profeta racconta la visione: “ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo”. Il cielo è quella parte della creazione in piena comunione con Dio, dove egli abita e sulla quale regna. Le nubi significano la presenza dello Spirito. Quindi, dal Padre e dallo Spirito ecco venire “uno simile al figlio dell’uomo”, un soggetto singolare per la provenienza e, allo stesso tempo, con caratteristiche simili all’uomo. Pertanto l’uomo, in quanto tale, non è estraneo alla realtà di Dio anzi, al contrario, è intimamente connesso a Lui.

L’importanza di questa figura consiste nel fatto che Gesù si attribuisce il titolo di “figlio d’uomo”, mai si presenta come Messia o Figlio di Dio. Tuttavia, il titolo mostra il suo singolare rapporto con il Padre, come se da un lato lo tenesse per mano e dall’altro tenesse per mano l’uomo. E la “corrente” che circola nei tre è lo Spirito.

È opportuno specificare che “figlio d’uomo” non si riferisce solo a una persona singola ma anche al “popolo del santi” (Dn 7,27), giacché nel linguaggio biblico non sempre è facile distinguere fra il soggetto individuale (il capo) e quello collettivo (il popolo). Lo stesso testo specifica come “il popolo dei santi” riceve il potere dopo la prova della persecuzione (Dn 7,25).

Così, come figlio d’uomo “giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui”. È condotto dallo Spirito alla presenza della massima autorità, la cui autorevolezza è indiscussa in virtù della lunga vita ed esperienza – vegliardo – che gli conferisce dignità, prestigio e condizione di governo.

Al “figlio d’uomo”, in virtù della sua singolare condizione, è concessa la partecipazione alla vita stessa di Dio, al suo potere e della sua autorità: “gli furono dati potere, gloria e regno”. Questi e il vegliardo sono in solida e profonda unione; di fatto i due si rapportano costantemente, mantenendo ognuno la propria specificità in ordine alla missione.

Il compimento di essa fa sì che “tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano”, giacché riconoscono l’autenticità della sua condizione divina nel costatare che “il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà distrutto” in radicale contrasto con i poteri e regni umani che sorgono, giungono alla loro auge e poi si dissolvono.

Il contrasto è motivato dalle caratteristiche ben diverse di chi esercita il potere secondo criteri usuali e comuni di dominio e sottomissione da quello che ha qualità del tutto opposte, proprio del regno di Dio, al punto da costituire una minaccia per il primo e divenire motivo di persecuzione. È quello che succederà a Gesù.

Gesù – il “figlio d’uomo” – dopo la persecuzione e la passione, si presenterà nello spazio della creazione di coloro che lo hanno seguito e sofferto per la fedeltà alla causa del regno; che hanno fatto propria nella pienezza dello Spirito del Risorto – Gesù Cristo , investito di potere eterno che non avrà mai fine e del regno che non verrà mai distrutto. Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dn 12,1-3)

Il testo indica alcuni aspetti del momento in cui la storia dell’umanità, e la creazione stessa, arriveranno al momento finale, alla meta. Dato che Dio è trascendente e inaccessibile nella sua realtà, Egli si manifesterà, secondo la tradizione dell'Antico Testamento, come angelo (messaggero) nella figura di Michele, “il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo”.

Ebbene, tale evento “Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo”, ossia di ansia, di intensa inquietudine, di uno stato di malessere determinato dalla percezione non razionalizzata del pericolo. Avverrà l’ultimo e definitivo intervento di Dio sull’opera delle sue mani e porterà a compimento la sua volontà, il suo progetto sulla creazione. Tutti saranno coinvolti; lo saranno anche la natura e il creato, come se tutto dovesse essere sottoposto a un mutamento radicale.

Evidentemente, nella prospettiva che ciò accada, è vivo lo stato di preoccupazione, sconcerto e paura nelle persone, ancor più per la sua eventuale prossimità. È un’angoscia intensa che, solo a pensare ciò che accadrà, lascia sgomenti e ingenera un malessere molto grande.

Tuttavia, “In quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro”. Questi ultimi sono coloro che hanno adempiuto fedelmente alla Legge. Ma chi riterrà di averla compiuta adeguatamente? Ecco, allora, l’impegno nella vita giornaliera di moltiplicare i precetti e la loro meticolosa osservanza per ottenere meriti al fine di essere iscritti nel libro.

In quel tempo, “molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna per l’infamia eterna”. Nell’insieme di questi riferimenti si percepisce l’evento della risurrezione, alla fine dei tempi. È doveroso precisare che nell’Antico Testamento, pur trovando chiari riferimenti alla risurrezione, essa ha assume un profilo ben diverso da quella che si realizzerà nella persona di Cristo e, conseguentemente, in noi. Accade, a volte, di dover usare la stessa parola pur indicando realtà ben diverse, come in questo caso, e con scarsa relazione fra di loro.

Nell’Antico Testamento l’argomento sulla risurrezione era finalizzato a dissuadere chi avesse voluto volesse ignorare, o non interessarsi, all'osservanza della Legge, motivando tale comportamento con il ritenere che, con la morte, essa non avrà nessuna rilevanza o potere. Ma non sarebbe stato così!

In quel tempo”, alla fine della storia, anche se morti, risorgeranno per essere giudicati secondo la Legge. Pertanto in nessun modo potranno fuggire dalle conseguenze di aver compiuto o meno i precetti e i suoi comandamenti. La Legge li raggiungerà anche dopo la morte e nessuna persona sfuggirà dal suo giudizio.

Invece la resurrezione di Cristo già è trasmessa, e ne è partecipe chi per la fede confida nel dono del perdono dei peccati, nel ristabilimento dell’Alleanza e nell’immersione nella vita eterna, come effetti della Sua morte.

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di Andrea Riccardi

Fonte: Avvenire 16 novembre 2018

 

Il nazionalismo era meno centrale nella vita dei popoli prima della caduta del Muro.

La globalizzazione ha riproposto la domanda: chi siamo noi, chi sono gli altri?

 

La nazione è una realtà storica recente, anche se, per autolegittimarsi, deve mostrare di esistere da sempre, o almeno da prima di altre nazioni che insistono sullo stesso territorio o confinano con esso. L’auto-accreditamento fa parte della narrazione della nazione. Nelle rappresentazioni la nazione appare sempre più come una casa omogenea di un popolo, nonostante la geografia e la demografia diano risultati diversi. La 'cultura nazionale' è stata un grande contenitore che ha dato efficienza all’odio: l’ha congelato e conservato negli anni, l’ha diffuso come educazione all’identità. Storia, lingua, geografia, epica letteraria hanno contribuito all’efficienza e alla diffusione dell’odio. Eppure l’invenzione della nazione è storia contemporanea. Dall’Ottocento in poi gli intellettuali sono stati i propagatori dell’idea nazionale. Hanno offerto, nello scontro tra popoli, di fronte a forme imperiali antiche, quali l’impero asburgico o ottomano, che erano multireligiose e multietniche, un’identità a chi si era sempre definito solo con la religione o al massimo con la regione. Non ci si definiva necessariamente in modo nazionale fino a cent’anni fa in varie parti del mondo.

La vicenda della nazione, dagli intellettuali e dalle élite politiche è passata progressivamente al popolo con i processi che George Mosse ha chiamato la 'nazionalizzazione delle masse'. Sono processi diversi, svoltisi in tempi differenti, che si misurano sempre con la costruzione del 'noi' e con la contrapposizione agli 'altri' o – in modo particolare e con odio – a un 'altro'. La nazionalizzazione delle masse si accompagna, specie nel Novecento, a un’opera di propaganda e di sensibilizzazione all’appartenenza, tanto da far parlare di 'religione della patria': la coscrizione obbligatoria dei cittadini maschi porta a morire in guerra per la nazione e richiede una buona dose di convincimento perché si compia questo passo. Si pensi alla propaganda che accompagna le due guerre mondiali, fatta di odio per il tedesco da parte del francese e viceversa, o di odio contro l’austriaco che occupa le terre italiane irredente, come Trento e Trieste durante la prima guerra mondiale.

Parole e linguaggio sono decisivi. Il nazionalismo e la nazionalizzazione sono realtà multiformi, che si contagiano e si contrappongono. Da Federico Chabod, grande storico del Novecento, tanti hanno notato in Europa che i processi di nazionalizzazione seguono due modelli. Uno d’origine francese, per cui «la nazione è il plebiscito di tutti i giorni» (lo diceva Ernest Renan), quindi un modello culturale, volontaristico, assimilatorio, tanto che un corso come Napoleone diventa imperatore dei francesi. Ed è anche il modello italiano, per cui i dalmati, pur con cognomi slavi, si sentono italiani e italofoni, come a Trieste o a Fiume. L’altro modello è tedesco, basato sulla 'terra e il sangue', che valorizza la discendenza: la nazione è una realtà in cui si nasce, non si entra, ma anche si esce a fatica. Questo modello diventa quello dei popoli slavi.

Ogni nazione ha il suo nemico. Esistono città segnate in profondità dall’odio nazionale, che ne ha cambiato radicalmente il volto. Nell’età dei nazionalismi c’è un gruppo etnico che non viene coinvolto dalla nazionalizzazione, forse per l’assenza di premesse territoriali e di élite: sono i rom, conviventi di sempre dei popoli europei, fatti ripetutamente segno di odio nelle varie società europee fino a oggi e, anzi, oggi in modo particolare nel quadro del disagio delle periferie.

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Presentiamo un resoconto del discorso del segretario di Stato Vaticano tenuto alla Lumsa in data 15 Novembre 2015 e ripreso dal sito di Rai News.

A seguire alcune riflessioni sul discorso curate dal nostro amico Piero Murineddu

 

 "La politica non di rado in anni recenti ha rinunciato al suo ruolo di mediazione sociale per edificare il bene comune, cedendo all'imprudente tentazione della ricerca di un facile consenso e cavalcando le paure ancestrali della popolazione". Questa la diagnosi del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, intervenuto oggi pomeriggio alla Università Lumsa al convegno della Fondazione Ratzinger sui diritti umani.

"Anche nel contesto internazionale, rincresce constatare – ha denunciato il Segretario di Stato – la minore propensione a collaborare nel ricercare soluzioni condivise fra gli Stati, a fronte del prevalere di nuove forme di nazionalismo". Mentre, ha aggiunto, il suo "impegno nella promozione della dignità dei più deboli, specialmente dei bambini e degli adolescenti che sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d'origine e separati dagli affetti familiari", ha procurato anche a Papa Francesco, "talvolta un sentimento di ostilità specialmente tra quanti hanno visto il proprio territorio fortemente investito dalle recenti migrazioni".

Da parte sua, ha però assicurato il segretario di Stato, "la Santa Sede, attraverso le Missioni Permanenti a New York, per quanto concerne i migranti, e a Ginevra, per quanto riguarda i rifugiati, continua a offrire il proprio contributo attivo alle discussioni e nelle consultazioni preparatorie, promuovendo la visione del Pontefice, incentrata attorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare".

"Ma lo stesso Francesco ha sottolineato che l'accoglienza deve essere ragionevole" Secondo Parolin, "non si deve tuttavia indulgere in fraintendimenti: lo stesso Papa Francesco non ha mancato di sottolineare che l'accoglienza deve essere ragionevole, ovvero deve essere accompagnata dalla capacità di integrare e dalla prudenza dei governanti. Affermare il diritto di chi è debole a ricevere protezione, non significa dunque esentarlo dal dovere di rispettare il luogo che lo accoglie, con la sua cultura e le sue tradizioni". "D'altra parte – ha poi concluso il segretario di Stato vaticano – il dovere degli Stati di intervenire in favore di chi è in pericolo, non significa abdicare al legittimo diritto di tutelare e proteggere i propri cittadini e i propri valori".

"Tali difficoltà – ha assicurato Parolin – non tolgono l'impegno della Santa Sede nel ricercare un dialogo costruttivo con tutti per difendere le vite in pericolo, né lo sforzo della Chiesa e delle sue istituzioni caritative a interagire con la società civile per favorire soluzioni concrete che allevino la sofferenza dei migranti e tutelino la vita e le attività dei cittadini".

Il cardinale Parolin ha pure lamentato "la crescente insofferenza che si avverte da più parti nei confronti delle Organizzazioni internazionali e della diplomazia multilaterale, mette oggi in serio pericolo l'interlocuzione sui diritti umani.

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di Giovanni Sarubbifonte: https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/direttore_1541336579.htm

 

Come ai tempi più bui del medioevo. Cadaveri scoperti nel pavimento di una proprietà del Vaticano nel cuore di Roma, in quella che è la nunziatura apostolica in Italia. E la procura della Repubblica di Roma apre una inchiesta per omicidio. Due, forse tre le donne uccise. Forse si tratta dei corpi di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, le due giovani quindicenni sparite dal Vaticano nel lontano 1983 e mai più ritrovate. E non è la prima volta che ciò accade in tempi recenti. Ricordiamo il caso della sedicenne Elisa Claps, scomparsa nel 1993 e il cui cadavere fu ritrovato nel sottotetto di una chiesa della sua città natale Potenza nel 2010. Anche lì un omicidio nascosto in una chiesa.

Da quando nel 2013 fu eletto Papa Francesco il tema della “crisi delle chiese cristiane” è stato come rimosso dal dibattito pubblico. “La scopa nuova fruscia”, dice un vecchio proverbio e Papa Francesco ha “frusciato” parecchio e ha fatto credere a molti che la “riforma” da lui avviata fosse irreversibile e destinata a sicuro successo e la crisi delle chiese del tutto superata.

Ma la “crisi delle chiese” cristiane è ancora tutta lì. Il cancro che le attanaglia per lo meno da un paio di secoli a questa parte è oggi ancora più diffuso e maligno e il ritrovamento di questi poveri resti umani ce lo dice con crudezza. È ancora sempre la solita vecchia chiesa.

Una chiesa, quella cattolica, dove ancora si uccide, si ruba, si specula sulla credulità dei fedeli, si fa simonia e si gozzoviglia col potere, si benedicono eserciti e si dicono messe per feroci dittatori. Una chiesa piena di preti, vescovi e cardinali tutti dediti ad attività che nulla hanno a che vedere con il Vangelo di Gesù di Nazareth che, dice il Vangelo, non aveva dove posare il capo.

Ed è una chiesa dove sono minoranza e sono perseguitati dalla gerarchia quei preti o religiosi che hanno invece sposato la causa del Vangelo “sine glossa”, del Vangelo che ha come proprio Dio l’umanità, quella derelitta, affamata, fatta di migranti, di rifugiati, di persone che fuggono dalla guerra e che alla guerra si oppongono o che lottano contro lo sfruttamento selvaggio di un sistema sociale disumano, basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Preti perseguitati in vita e poi magari fatti santi una volta morti.

Nonostante Papa Francesco i Vescovi sono e rimangono, con le poche dovute eccezioni, uomini di potere, proni al potere politico-economico che ancora oggi, 4 novembre 2018, celebreranno messe per ricordare “la vittoria” nella Prima Guerra Mondiale. Che c’è da celebrare e di quale vittoria si tratta? La vittoria del Re Savoia e delle industrie da guerra che sul sangue di una trentina di milioni di morti e di una intera generazione di giovani, che fu sterminata, costruirono le proprie ricchezze.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 17,10-16)

L’introduzione al testo sta nei versetti precedenti: “Fu rivolta a lui – Elia – la parola del Signore: ‘Alzati va a Serepta di Sidone; ecco io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti” (8-9). L’azione, pertanto, si svolge  in accordo con la volontà di Dio. Non è, quindi, desiderio  o atto volontario e umano del profeta.

Mosso dalla fiducia nella parola, Elia non teme di chiedere alla vedova quello che umanamente nessuno oserebbe, se avesse un poco di buon senso: “Prendimi un po’ d’acqua (…) anche un pezzo di pane,”, perché riguardo al pane il poco che essa aveva era tutto ciò che possedeva.

Per risposta la donna manifesta la condizione di estrema povertà; infatti ha “solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio (…) per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. Elia le disse ”Non temere” desiderando trasmetterle serenità e controllo della propria emotività, fortemente scossa dallo sconcerto per una tale richiesta, e percependo lo stato d’animo e la preoccupazione della vedova, non solo per se stessa ma anche per il figlio.

Il profeta ripete la richiesta: “Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela”,  forse come prova di fiducia nella sua parola, in quanto uomo di Dio. Allo stesso tempo la rassicura riguardo al volere del Signore: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà pioggia sulla faccia della terra”, (era tempo di grande penuria e carestia a causa della siccità).

Quella andò e fece come aveva detto Elia”. Non si sa con quali sentimenti abbia agito, se con fiducia piena o dubbiosa, se con rassegnazione o serena certezza, se con scoraggiamento o viva speranza. Comunque la vedova percepì l'autenticità e la verità nelle parole e nella proposta del profeta, al punto da vincere le comprensibili ed eventuali resistenze.

Con il senno di poi si può attribuire alla presenza e forza dello Spirito Santo la comprensione e la determinazione di accogliere le parole di Elia, assieme alla coscienza che a Dio niente è impossibile.

Di fatto la vedova constata la verità e l’efficacia della promessa: “La farina della giara non venne meno, e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. Dio agisce simultaneamente, nella vedova e in Elia, e genera sintonia in virtù della quale essi convergono nell’accettazione reciproca: da un lato il comando di fare e, dall’altro, la fiducia nell’eseguire.

Ci sono momenti nella vita di ognuno in cui la sintonia va oltre la semplice volontà individuale per la mediazione – nel caso specifico il profeta Elia – dell’auto-comunicazione di Dio. Dal punto di vista umano questa esperienza sfugge ad ogni controllo e determinazione previa da parte dei destinatari, quando costoro si coinvolgono nella misteriosa presenza e forza della verità e della giustizia, che lo Spirito imprime nell’intimo e alla quale è quasi impossibile sottrarsi.

D’altro lato lo stimolo di camminare in sintonia è attivato dall’umiltà e dalla supplica fiduciosa. Ogni persona è costituzionalmente capace di comprendere, assumere e agire in conformità alla dinamica che esse propongono.

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