Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Agosto: 2019
L M M G V S D
« Lug    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  

Login

Author Archives: admin

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 14,18-20)

“Melchìsedek, re di Salem”, di Gerusalemme, è un personaggio misterioso del quale il testo non dice nulla, eccetto che “era sacerdote del Dio altissimo”, identificato con lo stesso Dio di Abramo. La lettera agli Ebrei dirà che era “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita” (Eb 7,3) e lo associa ad una prefigurazione di Gesù Cristo, anch’egli con le stesse caratteristiche.

Ebbene, “in quei giorni”, dopo che Abramo aveva sconfitto i nemici, liberato il fratello Lot, recuperato “tutti i beni…, i suoi beni, con le donne e il popolo” e ridato libertà e dignità al suo popolo riscattandolo da un futuro di tristezza, di schiavitù e di dolore, entra in scena Melchisedek che incontra Abramo, al quale offre “pane e vino” – cibo che alimenta il corpo e bevanda che rallegra il cuore -, simboli augurali di bene e felicità.

Questi, quale “sacerdote del Dio altissimo”, esercita il suo servizio di mediazione benedicendolo: “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra”. Con queste parole Dio onora e mostra il suo compiacimento per l’opera compiuta da Abramo. Dio, creatore del cielo e della terra, è principio di ogni opera buona e approva la liberazione e il riscatto del fratello, non tollera la caduta nelle mani degli oppressori e la destinazione a un futuro di schiavitù e di morte.

La benedizione è parola “efficace” e irrevocabile. Pronunziata anche da un uomo, realizza il suo contenuto poiché è Dio stesso che benedice. L’effetto è rivolto alla fraternità, alla solidarietà e all’unione esercitata fruttuosamente nella libertà; la schiavitù, il dominio e l’oppressione sono abominio agli occhi di Dio. Ciò vale non solo nel rapporto con gli altri popoli o nazioni, ma anche all’interno della stessa comunità. Dio elegge Abramo quale capostipite del nuovo popolo che gli appartiene, e completa l’opera delle sue mani avvalendosi della sua collaborazione obbediente.

Più ancora, Melchìsedek onora, loda e dà gloria al “Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Egli attribuisce la vittoria di Abramo in primo luogo a Dio, del quale essa manifesta la sua presenza attiva nell’accompagnare, con la sua forza, il procedere di Abramo.

L’efficacia della presenza di Dio, quale fedeltà alla promessa, si manifesta nella vittoria sui nemici. Essa per Abramo sarà motivo di fiducia, serenità e fermezza, per continuare il cammino che Dio gli va indicando e far sì che gli eventi si svolgano in obbedienza e in sintonia alla Sua volontà.

Come per Abramo, così ogni creatura sperimenta la potenza e la fedeltà di Dio nel corso della propria vita, nelle circostanze in cui è coinvolta. Essa sostiene la determinazione nella battaglia di liberazione a favore della dignità della persona e del popolo, nel rispetto del creato che Dio ha posto nelle sue mani a favore dell’umanità. Il credente non è solo,  quando agisce in sintonia con la volontà di Dio, giacché nella comunione con Lui risiede la forza e la speranza della vittoria sul male.

Come risposta alla benedizione, Abramo “diede a lui la decima di tutto”, ossia ritorna al Dio altissimo una parte consistente di quello che possiede, quale espressione di gratitudine e riconoscimento che tutto proviene dall’opera delle sue mani, dalla sua provvidenza per il bene degli uomini. È un atto di adorazione alla santità di Dio, alla sua gloria che si manifesta e accompagna la persona e l’attività di Abramo.

Non si sa per quale finalità, e come, Melchìsedek disporrà della copiosità dei beni ricevuti. Quale re e sacerdote dell’Altissimo fa supporre che saranno destinati al bene dei poveri e al necessario per lo svolgimento dei suoi compiti.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Pr 8,22-31)

Il brano presenta la Sapienza come una persona in rapporto con Dio: “Così parla la Sapienza di Dio”, e rivela la sua origine: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra”. Essa è in Dio e con Dio fin dall’eternità, da prima della creazione.

Dio non è un soggetto individuale e solo; la Sapienza è al suo lato, partecipa della sua essenza, della sua esistenza nel testimoniare che il Signore, quando “fissava i cieli, io ero là”, e “quando disponeva le fondamenta della terra io ero con lui come artefice”, coinvolta nella creazione dell’universo quale mistero dell'insieme organicamente strutturato e sintonizzato a favore del progetto di sviluppo e crescita dell'umanità, del bene comune.

L'insieme ha in sé stesso gli elementi e le condizioni di comunione fra le persone e i popoli che lo compongono. Esso si può paragonare agli elementi di un’orchestra nella quale ognuno svolge la parte che gli compete, in sintonia con il progetto di armonia e pace proprio della Sapienza, conforme alla volontà del Signore.

È doveroso non perdere di vista tale aspetto perché ogni persona, ogni gruppo umano, ogni elemento del creato non è casuale né superfluo o senza senso, ma è necessario per il ridere dell’universo, che è l’estasi di Dio, come ben dice un teologo della portata di Moltmann, ovvero l’avvento del suo regno.

Tale estasi aggancia il con ruolo della Sapienza: “ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”, il cui gioco nell'ambito divino coinvolge gli uomini nell'elaborare e testimoniare l'evento della comunione, nell'orizzonte dell'armonia e della pace.

Cosicché ogni momento è camminare insieme nel dono di uno per l’altro, nel trovarsi l’uno nell’altro nel gioco, nell’allegria sincera, disinteressata, gratuita, senza secondi fini, nella trasparenza dell’autentico rapporto.

Sotto tale profilo un’immagine affine all’esperienza della vita in Dio è offerta da tre bambini in tenera età attratti dal gioco che li accomuna nello stare insieme. Essi vivono il presente con tutto se stessi, con intensità, nella pura gratuità, senza rivalità o competizione, ma totalmente presi e coinvolti nel gioco puro e semplice, il cui fine è la gioia.

È il gioco che in Dio suscita stupore e delizia: “ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno”, e fa sì che la Sapienza lo riversi nella creazione: "giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

Purtroppo gli stessi “figli dell’uomo” non si lasciano coinvolgere, resistono al gioco a causa della distorsione profonda del loro mondo interiore, deviato su altri cammini, spinti dalle loro immediate percezioni e sentimenti, sperando, ma allo stesso tempo illudendosi, di raggiungere gli stessi risultati.

Per loro il gioco ha tutt’altre caratteristiche.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,1-11)

L’evento di Pentecoste – cinquanta giorni dopo la Pasqua – segna un momento molto importante e decisivo per l’umanità, con l’invio dello Spirito Santo preannunciato da Gesù stesso ai discepoli il giorno dell’ascensione.

Ogni manifestazione di Dio è improvvisa, senza alcun avvertimento. Essa irrompe in modo sconcertante nell’ambiente, coinvolge e sconvolge la vita delle persone a cui è diretta. I discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, a porte chiuse per paura dei giudei. Per loro è difficile raccontare esattamente quello che è successo perché non ci sono parole adeguate e, necessariamente, ricorrono a comparazioni “quasi un vento che si abbatte impetuoso” “apparvero loro lingue come di fuoco”, giacché l’evento va molto oltre la capacità della corretta descrizione, essendo manifestazione dell’insondabile complessità del mistero di Dio.

Le ‘lingue’ si posarono su ciascuno di loro “e tutti furono colmati di Spirito Santo”. Esse sono il segno esterno dell’evento, che inciderà in modo determinate sull’opera di Dio nella storia, orientandola verso il fine da Lui stabilito riguardo alla partecipazione dell’umanità e del creato alla sua gloria con l'instaurazione del suo Regno.

L’essere colmati dallo Spirito che cosa ha significato per i discepoli e per gli apostoli in termini di comprensione dell’evento pasquale? e che ricaduta ha avuto sul loro comportamento riguardo alla missione affidata da Gesù?

Riguardo al primo aspetto, si è dato il rovesciamento dell’idea predominante sulla persona e attività di Gesù che da maledetto da Dio – tale era il significato del crocefisso – è annunciato come Salvatore e il Messia atteso. Nessuno se lo aspettava.

Pur avendolo visto Risorto, il significato pieno dell’evento rimane appannato, un misto tra lo stupore e l’incredulità. Lo Spirito, come un fuoco purificatore, ha fatto comprendere la portata dell’amore di Dio nel Risorto e l’avvento della sovranità di Dio, del regno in loro, fra loro e con tutta l’umanità.

Il rovesciamento riguarda non solo la comprensione della persona e l’attività di Gesù, ma anche degli stessi discepoli, della nuova percezione di sé stessi per il coinvolgimento e l’immersione nella realtà dell’amore di Dio, al punto da sentirsi trasformati, liberi dallo sconcerto e dal dubbio riguardo alla persona di Gesù Risorto.

Riguardo alla ricaduta sul loro comportamento, il coinvolgimento con il Risorto li porta ad annunciare e testimoniare il significato e la portata della risurrezione del Maestro; a donarsi per la causa del regno con lo stesso amore con il quale ognuno di loro è amato dal Signore e declinare tale amore nell’audacia coraggiosa dell’impeto missionario, rivolto alle autorità che condannarono Gesù, e ad  estenderlo a tutto il popolo e alle nazioni.

È l’esperienza “del vento impetuoso” – una forza irresistibile e incontrollabile – generata dalle “lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro” che crea lo spazio nella mente e nel cuore di ognuno, attivando la comprensione dell’evento e il loro coinvolgimento nel continuare la missione di Gesù Cristo a favore dell’umanità.

Come gli apostoli, ogni credente che apre la mente e il cuore allo Spirito trova l’autenticità di sé stesso nel fare propria la dinamica dell’amore di Gesù. In tal modo è reso capace di gestire quello che è caratteristico della propria cultura e del proprio patrimonio personale, nel rapporto simbiotico con sé stesso e altri appartenenti ad altre culture.

È attivata la dinamica della comunione fraterna e solidale e, nello stesso tempo, lo sviluppo, l’approfondimento di quello che di più vero appartiene a ogni soggetto preso singolarmente, con il risultato di rendere sempre più percepibile in ognuno, per la responsabilità a favore della causa del regno, l'immagine di Cristo.

Tale dinamica, nella misura in cui vi aderisce ogni gruppo etnico, senza rinunciare a ciò che è specifico della propria cultura, inclusa la fede religiosa, porta allo stupore, alla meraviglia come per coloro che si rivolgevano agli apostoli: “E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?”.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 1,1-11)

Chi ha familiarità con la Bibbia sa che gli Atti degli Apostoli sono attribuiti a Luca, lo stesso autore che ha scritto il Vangelo omonimo. Gli Atti sono la continuazione del vangelo, cui si riferiscono le parole “Nel primo racconto, o Teofilo…”. Il libro è la testimonianza dell’azione dello Spirito nel sorgere delle prime comunità e della diffusione del Vangelo nel mondo allora conosciuto.

Il testo di questa domenica presenta Gesù nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione, in dialogo con gli apostoli: “Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”. L’indicazione – “quaranta giorni” – non corrisponde al tempo cronologico ma, in sintonia con altri riferimenti analoghi nei testi biblici, indica un tempo prolungato.

Sorprende che Gesù non faccia alcun riferimento a sé stesso, alla grande ingiustizia di cui è stato vittima, alle sofferenze della croce e all’esperienza della risurrezione, al tradimento e abbandono degli apostoli, ma soltanto al fine della missione relativa al regno Dio. Non c’è parola o accenno e, ancora meno, critica o rammarico riguardo all’ingratitudine del popolo e al comportamento degli apostoli.

È come se stesse parlando senza che niente di speciale fosse accaduto, con il solo intento di istruire gli apostoli riguardo al fine della sua attività e missione. Gesù indica agli apostoli come attendere “l’adempimento della promessa del Padre”, l’avvento del regno, la manifestazione della sua sovranità.

Con l’adempimento della promessa gli apostoli saranno coinvolti, “battezzati in Spirito Santo” e, con l’immersione nello Spirito Santo, acquisiranno le condizioni necessarie per continuare la missione del Maestro. Il coinvolgimento darà loro la comprensione, nei loro confronti e in quelli dell’umanità intera, degli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo e, con essa, il motivo e la finalità della missione in ordine alla causa del regno.

Le parole di Gesù, probabilmente, furono intese dagli apostoli come riferimento alla predicazione di Giovanni Battista perché domandano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele”? Essendogli riconosciuta la condizione di Messia, l’attesa è che liberi la nazione dalla presenza dei romani e purifichi il popolo, separando chi non osserva da chi compie la legge nell’instaurare il regno.

La loro comprensione è ancora molto lontana da ciò che Gesù proponeva di fare per mezzo loro. Tuttavia egli non si sorprende, né pretende di correggere o dare altra spiegazione riguardo all’avvento del regno, ma afferma che non compete ad essi conoscere quando e come avverrà, perché riservato al Padre.

Annuncia che il primo passo del loro coinvolgimento avverrò con l’invio dello Spirito: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Lo Spirito li costituirà testimoni, garanti della verità, della realizzazione della salvezza personale di chi abbraccia, con amore e riconoscenza, il comportamento, la filosofia di vita e la dedicazione per amore alla persona di Gesù, avendo come fine della missione l'instaurazione di un mondo in sintonia con la volontà di Dio.

“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. In tal modo l’Ascensione universalizza la missione, in modo che si estenda fino ai confini della terra per mezzo della loro predicazione e testimonianza.

I discepoli svolgeranno la missione fino al “ritorno” del Maestro dalla gloria di Dio, nella quale è accolto.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (At 15,1-2.22-29)

In relazione alla prassi abituale e alle idee consolidate dalla tradizione, le novità alcune volte sono bene accette, soprattutto quando sono in sintonia con le attese; altre volte, quando rompono schemi ritenuti immutabili e quindi inattaccabili, sono motivo di forte tensione, di grande preoccupazione e sconcerto. In questo secondo caso trovare una via d’uscita non è facile, a causa di interessi e situazioni ritenute inconciliabili.

È il caso del brano odierno. La posta in gioco è molto seria: “Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati”. È in gioco la salvezza individuale e collettiva del popolo eletto, con l’ingresso nel regno di Dio e l'avvento del Messia.

Parallelamente, anche nella Chiesa, sino a qualche decennio fa, è maturata una convinzione del genere. Fino a poco fa si insegnava che senza il battesimo (la nuova circoncisione) e fuori della Chiesa (il nuovo popolo eletto) non c’è salvezza. Pastoralmente era considerato peccato grave da parte dei genitori cristiani ritardare il battesimo del neonato, giacché la morte, sempre in agguato, avrebbe potuto escluderlo dalla salvezza e relegarlo al limbo (ultimamente è stato rivisto questo aspetto). Era un grande peso per la coscienza dei genitori e per la chiesa lasciar morire il bambino senza battesimo.

La circoncisione era il segno visibile dell’alleanza con Dio, dell’appartenenza al popolo d’Israele, e obbligava al rispetto della legge mosaica. Ogni adulto pagano doveva sottomettersi alla circoncisione nel momento della conversione al Dio d’Israele: era impossibile la salvezza per un pagano non circonciso.

La domanda che si poneva in quei tempi era: è necessario per un pagano diventare giudeo – essere circonciso – o basta la fede in Gesù Cristo, sigillata nel battesimo? Gesù non aveva dato alcuna indicazione al riguardo, aveva solo detto di battezzare tutte le genti. Ora, mettere da parte la tradizione basata sull’autorità di Mosè non era irrilevante né, tanto meno, evidente per tutti.

Grandissima era la tensione nelle comunità appena sorte, per cui la questione non poteva essere risolta dalla comunità locale. Era necessario l’intervento dell’autorità centrale degli apostoli e degli anziani, cosicché fu deciso che “Paolo e Bàrnaba e alcuni altri salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

Era in gioco, oltre alla salvezza anche l’unità della comunità attorno a un aspetto decisivo e determinate della propria identità e all’azione pastorale nel suo insieme. La risposta fu audace e coraggiosa: no alla circoncisione. Le conseguenze furono enormi per lo smarcarsi dal giudaismo, e più avanti tale decisione determinerà la rottura con esso. Se non fosse stato così la chiesa sarebbe rimasta un’appendice del giudaismo. Da allora, la chiesa dovette reggersi, sempre più, per conto proprio.

Nonostante la decisione netta e chiara occorrerà tempo perché ciò sia assunto e assimilato nella pastorale della comunità. Rigurgiti di conservazione, con tutta la loro forza, tensione, polemiche e resistenze sono registrati nei testi del nuovo testamento.

Particolarmente significativo è il riferimento che motiva e argomenta la risposta: “È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo…”.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (At 14,21b-27)

 

Il brano è la parte finale del racconto del primo viaggio missionario di Paolo. L’attività di Paolo e Barnaba a Derbe, ultima tappa del loro percorso, mette in luce la feconda attività,  fatta soprattutto di contatti personali che aggregano un buon numero di persone: “Dopo aver evangelizzato quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornano a Listra, Icònio e Antiochia”.

Essi percorrono a ritroso il cammino fatto e incontrano le comunità precedentemente fondate, “confermando i discepoli ed esortandoli a restare fedeli nella fede ‘perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni’”.

La conferma e l’esortazione indicano la fragilità e la vulnerabilità dei convertiti. E non può essere altrimenti, considerata la portata del coinvolgimento nella fede in Gesù Cristo e l’entrata nel regno di Dio con l’accoglienza, l’adesione all’insegnamento e alla pratica di Gesù; e, similmente al supplizio della croce da Lui patito, anche i discepoli “attraverso molte tribolazioni” e partecipano allo stesso martirio, anche se non così estremo.

Tuttavia il processo di conversione in atto merita l’attenzione e la dedicazione di Paolo e Barnaba, per consolidare la struttura della comunità nascente sul lato dell’organizzazione interna, in modo da insegnare, trasmettere il contenuto e sostenere il cammino. A tal fine scelgono persone affidabili: “Designarono quindi in ogni Chiesa alcuni anziani”.

L’assegnazione è preceduta dalla preghiera e dal digiuno, con “l’affidamento al Signore nel quale avevano creduto”, in virtù della promessa di rimanere in mezzo a loro fino alla fine dei tempi. È la fede nella costante presenza del Signore che rende audaci e coraggiosi Paolo e Barnaba nel consegnare il cammino e la crescita delle comunità agli anziani designati.

È la fede nell’azione dello Spirito del Risorto, il vero agente del sostegno della comunità,  che suscita la certezza che non verrà meno, ai designati, il necessario per svolgere il loro servizio, con responsabilità e impegno. Ad essi spetta la responsabilità del cammino della comunità con l’adeguata organizzazione, indispensabile per l’efficace servizio pastorale di crescita nella grazia di Dio.

L’evento Pasquale, culmine dell’insegnamento e della vita di Gesù, ha trasformato la loro vita, sul modello di Paolo e Barnaba, costituendoli messaggeri, annunciatori e testimoni del Regno di Dio, nel quale sono coinvolti e destinatari, assicurando la vita delle comunità. Con Paolo e Barnaba essi, in Gesù Cristo – il Risorto -, hanno percepito il farsi del regno di Dio, il suo significato, il cammino da percorrere, le esigenze, la dinamica per entrare in esso. È ciò che testimoniano e insegnano nella comunità credente.

Il coinvolgimento, per la fede, negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ha determinato l’immersione nella Trinità e nella realtà del Regno, con lo sconvolgimento del loro mondo interiore e della vita in generale. È la trasformazione radicale che motiva Paolo e Barnaba, e ogni autentico credente, a dedicarsi integralmente all’attività missionaria a favore di popoli e culture diverse dalla loro.

Di conseguenza l’azione pastorale si riveste di coraggio e fermezza nelle molteplici difficoltà nelle quali s’imbattono.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 13, 14.43-52)

 

Il brano presenta il grande zelo missionario di Paolo e Bàrnaba. Passano da una città all’altra, da “Perge arrivarono ad Antiochia di Pisìdia”, annunciando il cammino di salvezza offerto da Gesù Cristo per gli effetti della sua morte e risurrezione, da loro stessi sperimentato.

Paolo dirà in un altro brano: “Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20). È il “per me” che suscita e sollecita l’attività missionaria, percependo e credendo nell’amore per il quale si è resi giusti davanti a Dio Padre, come persona trasformata, rigenerata e purificata.

Egli risponde al dono ricevuto, mosso dalla responsabilità e dall’impulso interiore di trasmetterlo, giacché il dono, fonte di liberazione, di gioia e di pienezza di vita, per sua natura spinge a farne partecipi gli altri, a trasmetterlo a chi ne è privo attraverso la predicazione e la pratica conseguente.

In effetti, per loro – Paolo, Bàrnaba e i primi apostoli – predicare la buona notizia non è solo trasmettere un’informazione, è far sì che gli uditori si coinvolgano in modo che la buona notizia diventi buona realtà per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, accolti dalla fede nella persona di Gesù e nella causa dell’avvento del regno per la quale ha consegnato sé stesso.

La giustificazione per la fede in Gesù Cristo, e soprattutto nella sua causa, si scontra radicalmente con la teologia del tempo che ritiene giusto chi osserva fedelmente la Legge stabilita dall’alleanza contratta nel Sinai, e poi ampliata e rielaborata dall’istituzione religiosa.

La loro predicazione è come un voltare la pagina della tradizione consacrata da più di mille anni di storia: con essa è in gioco la salvezza e l’entrata nel regno di Dio con l’avvento del Messia. Essi, con coraggio e audacia, testimoniano la loro fede nella sinagoga, riscontrando successo e adesioni; infatti “Molti giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio”. Il successo fu tale che “Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore”. 

Ma per le autorità ciò costituisce l’adesione a una dottrina eretica e blasfema. Di conseguenza si va allo scontro, alla diatriba per la quale questi, “con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo”, per gelosia e per la posta in gioco.

Tuttavia i due apostoli, con la sconvolgente proposta di cui erano portatori, argomentano nel vivo della polemica con determinazione: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi – Giudei – la parola di Dio” quali eredi della promessa in modo che, anch’essi, aderissero al suo compimento con la conversione.

Il loro rifiuto ad andare oltre la religione dei padri porta i due apostoli ad affermare con ironia: “poiché la respingete e non vi giudicate degni di vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”. 

Leggi il resto di questo articolo »

 

di Luca Soldi

Può essere condiviso il principio che umanità e sicurezza possano convivere nella nostra società o piuttosto ciò diventa l’alibi di una comunità che non riesce a ritrovare il sentiero di una ricostruzione dalle macerie del nostro tempo?

Ci siamo svegliati da un lungo sonno ed ecco di fronte a noi i fantasmi del passato, le povertà di nuovo cresciute, le indifferenze e gli egoismi trionfare.

Tutto concentrato in questo tempo dove la rabbia e le grida appaiono l’unico modo per far sentire la propria voce.

Le urla di un dolore che non si riesce ad ascoltare per l’essere concentrati tutti davanti al proprio io.

Ci siamo trovati abbagliati dal tutto possibile che si trasfigura nel niente possibile. Ci siamo resi conto che accantonata la memoria quei vaccini che pensavamo di aver assimilato in realtà non avevano alcun effetto

Le nostre case, le nostre famiglie trasformate in fortini in realtà avevano fragili mura. Pure associazioni e partiti che si ergevano a tutori del bene in realtà si sono ritrovate prigioniere di quelle stesse barriere e palizzate che si erano costruite attorno allo scopo di impedire contaminazioni esterne.

Qualche soluzione è parsa arrivare da giovani grandi leader che ancor prima di consolidare le fondamenta hanno usato la loro presunzione come grande forza ammaliatrice per proporre il niente.

E distruzioni sono state.

Leggi il resto di questo articolo »

 

Vittorino Andreoli: “Non è bullismo, è violenza.

Castrazione chimica? Un’imbecillità. Qui si castra la democrazia”

Il neuropsichiatra ad HuffPost: "Credevo ci fossero i medici per curare la malattia del Paese, ora non intravedo possibilità di cura. Ho fiducia nei giovani ma siamo in pericolo.

intervista di Luciana Matarese – Huffington Post

 

Professore Andreoli, l’impressione che arriva dalla cronaca è che in Italia sia ormai diffuso un bullismo trasversale, tutti bullizzano tutti. Stiamo diventando un Paese di bulli?

Non mi piacciono i termini “bulli” e “bullismo”, che dilagano pur non avendo fondamento né antropologico né scientifico. Qui non si tratta di bullismo, termine inventato dai giornalisti per riferirsi prevalentemente a comportamenti che riguardano i giovani.

Di cosa si tratta, allora?

Di violenza, caratteristica umana, biologica, che non essendoci più freni inibitori e in assenza di regole, principi, esempi, diventa comportamento dominante. 

Vittorino Andreoli spinge la riflessione oltre il racconto che ci arriva dalla cronaca.

Per il celebre neuropsichiatra veronese, 79 anni, tra i più autorevoli esponenti della psichiatria mondiale, membro della New York Academy of Sciences e autore di saggi, romanzi e raccolte di poesie, lo stupro di Viterbo, il pestaggio a morte dell’anziano di Manduria, ma anche l’aggressione della mamma di Lodi alla professoressa per la sospensione della figlia – per citare tre casi di cronaca negli ultimi giorni – sono l’effetto di una crisi più ampia, di una degenerazione del vivere civile che riguarda anche l’esercizio del potere. E rischia di affondare la nostra democrazia. L’analisi è spietata, il j’accuse pesantissimo.

Dilaga la violenza, dunque, professore. 

È un fatto diffuso – pensi anche alle violenze tra persone anziane – e di grosse dimensioni, che va spiegato tenendo sì presenti i comportamenti di chi compie l’atto violento specifico, ma mai dimenticando che essi sono derivati ed espressione di una grande crisi di civiltà. L’uomo che incontriamo è sempre meno razionale, sempre più pulsionale.

Che significa?

Parlando dello sviluppo della civiltà, Giambattista Vico spiegava come via via, nel corso dei secoli, si è passati dalla barbarie alla società della ragione, chiarendo che è la parte più umana – la ragione ma pure il rispetto degli affetti – che riesce a dominare gli istinti.

Leggi il resto di questo articolo »

 

Attacco alla solidarietà. Terzo settore: ecco i 200 casi di supplenza allo Stato.

In un rapporto sulle realtà non profit centinaia di storie in cui la cooperazione anticipa lo Stato Scuola, housing sociale, assistenza e cura sono i campi in cui la sussidiarietà.

di Viviana Daloiso – da Avvenire (8 maggio 2019)

 

Comunità, prima di tutto. Reti che si attivano, nell’ottica dell’inclusione e della promozione dei rapporti sociali, con l’obiettivo di creare partecipazione. Basterebbero questa vocazione e questo impegno a rendere il mondo del Terzo settore – che da giorni stiamo raccontando sulle pagine del nostro giornale attraverso le voci dei suoi protagonisti – un valore da tutelare, piuttosto che da calpestare e distruggere. Ma sul tavolo non c’è solo “contorno”. L’impegno del non profit ogni giorno cambia il volto del nostro Paese sopperendo alle mancanze – se non addirittura ai fallimenti – dello Stato. E riempiendo vuoti, prima ancora che attivando nuove energie.

Una macchina del bene. La mappa della sussidiarietà senza cui l’Italia soccomberebbe al ritardo delle istituzioni tocca tutti i punti nevralgici del vivere comune.

In un rapporto stilato a fine 2017 dal Forum del Terzo settore vengono messi in fila, secondo l’ordine che l’Onu ha dato ai suoi Obiettivi di sviluppo sostenibile: capisaldi del bene comune che si vorrebbero veder realizzati nel mondo entro la data (ottimistica) del 2030.

Si va dal dimezzamento della povertà e della fame all’istruzione universale, dal miglioramento della salute a quello della qualità della vita nelle città fino alla sostenibilità ambientale. Tutti fronti su cui il Terzo settore è in prima linea in Italia (e non solo in Italia) con progetti decisivi per i territori e per le comunità che li abitano: 200 quelli messi a fuoco dal Forum, per un totale di due milioni e mezzo di volontari impegnati da Nord a Sud (oltre a 487mila lavoratori), 11 milioni di partecipazioni associative, 12 miliardi di euro di ricavi annui. Una sterminata macchina del bene, senza cui lo Stato resterebbe improvvisamente immobile.

Fame e povertà. A livello nazionale sono ormai note le attività del Banco Alimentare (così come anche del Banco Farmaceutico), con le giornate nazionali di raccolta che coinvolgono i cittadini in migliaia di negozi: i prodotti raccolti sono destinati circa due milioni di poveri.

Leggi il resto di questo articolo »