Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Dicembre: 2019
L M M G V S D
« Nov    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Login

Senza categoria

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 38,4-6.8-10)

 

“Quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. Parole durissime, pesanti come un macigno che cade sulle spalle del profeta Geremia, con le quali i capi del popolo lo accusano davanti al re. Con l’assedio di Gerusalemme, da parte del re babilonese Nabucodonosor, i capi e le autorità del popolo esortano i cittadini a resistere, fiduciosi per la loro condizione di popolo eletto e nel tempio, quale pedana dove Dio poggia i suoi piedi e che è ritenuto l’ombelico del mondo che collega cielo e terra. Pertanto, nella concezione comune, mai Dio permetterebbe la profanazione né la vittoria dei nemici. Egli è a loro lato per liberare l’assedio.

Geremia invece predica il contrario: che la città che verrà invasa, il tempio distrutto, il popolo deportato in esilio a Babilonia a causa della infedeltà all’alleanza. Gli argomenti e le esortazioni dei capi sono ritenuti dal profeta un terribile e devastante inganno.

Come è ovvio in situazioni del genere, la tensione fra Geremia e le autorità giungono al culmine, al punto che i capi chiedono al re la sentenza di morte: “Si metta a morte Geremia, appunto perché scoraggia i guerrieri (…) e scoraggia tutto il popolo”, perché non vuole il bene del popolo ma il suo male. È l’accusa di tradimento.

Il re non ha la forza politica di opporsi, anche se interiormente non è d’accordo con la condanna. Egli aveva ascoltato Geremia in un incontro segreto e era rimasto  particolarmente impressionato. Tuttavia, non può opporsi agli accusatori e, di conseguenza, decide: “Ecco egli è nelle vostre mani; il re non ha poteri contro di voi "; e costoro lo gettano nella cisterna di fango, condannato a morire di stenti.

È il dramma dei profeti di ogni tempo. Chiamati da Dio, non si comportano da teologi di corte dicendo quel che le autorità e il potere si aspettano. Al contrario, smontano i loro piani e creano sconcerto nelle persone, nel popolo. La solitudine dei veri profeti è radicale, al punto che si domandano perché e che senso abbia la loro chiamata e l’affidamento della missione profetica.

Entra in scena Ebed-Mèlec, l’etiope, un eunuco che era nella reggia al servizio del re. Mosso a compassione e rattristato per quanto accaduto, si avvicina al re fuori della reggia, lontano dagli occhi e dalle orecchie indiscrete e supplica: “quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta (…) morirà di fame, perché non c’è più pane nella città”.

Per mezzo suo, uno straniero e per giunta eunuco (il tipo di persona più disprezzato dal popolo d’Israele), il Signore interviene a favore di Geremia strappandolo dall’inevitabile morte. È sorprendente e sconcertante che Dio agisca in tal modo, ma è proprio della libertà del Signore agire fuori da schemi o canoni ritenuti vincolanti e, pertanto, qualsiasi persona mossa dal senso di giustizia e di rettitudine media la volontà e l’azione del Signore, indipendentemente dalla nazione o dalla religione che professa.

Si profila l’apertura riguardo ai rapporti fra il Signore e le persone che appartengono alle più diverse origini e fedi. In essa si discerne l’azione di Dio nelle circostanze che sviliscono la giustizia e il diritto, in nome della dignità e sacralità della vita ingiustamente ferita o disprezzata. Il re, una volta liberato dalle precedenti pressioni, ordina d’intervenire immediatamente: “Prendi tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia”.

Normalmente l’attività profetica, che non si lascia corrompere da interessi di vario tipo (denaro, prestigio, incarichi di governo, benevolenza delle autorità costituite, ecc.), suscita divisioni, conflitti, tensioni con le istituzioni, i governanti e anche con le persone care legati da affetti sinceri.

Leggi il resto di questo articolo »

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 33,14-16)

Lo sguardo e l’interesse della profezia è rivolto al futuro: “Ecco, verranno giorni (…). In quei giorni e in quel tempo…”.

Fa parte del normale e ovvio della vita guardare avanti, rendersi conto della dinamica del presente, della complessità dell’esistente, delle nuove sfide che sorgono e scrutare il futuro, cercando di intuire cosa riserva attraverso la percezione dei segni premonitori.

Più ancora, se il futuro è atteso quale compimento della volontà di Dio in ordine alle promesse annunciate dai profeti, trasmettitori e garanti dell’attenzione di Dio negli eventi concreti del cammino del popolo fedele all’alleanza contratta nel Sinai. Il profeta riferisce con questi termini la parola del Signore: “…realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda”.

Il futuro di Dio ha come quadro di fondo la promessa di fare del popolo eletto, Israele, un modello di vita, una luce, come una calamita che attrae tutti i popoli della terra. Vi sarà pace e abbondanza di vita per tutti, perché governati dall’unico e vero Dio.

È la promessa che Dio fece a Israele liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto e ratificata con l’Alleanza nel Sinai. Essa costituisce il desiderio e il sogno di Dio per l’umanità e la creazione, e il permanente riferimento del procedere della storia verso la meta ultima e definitiva, avvicinandosi asintoticamente per “praticare la giustizia, amare la misericordia, e camminare umilmente con Dio” (Mi, 6,8).

Anche oggi essa è il desiderio e il sogno di tutta l’umanità, cosciente dell’importanza della pace, della corretta convivenza fra i popoli nella fraternità e responsabilità vicendevole, del diritto e della qualità di vita di ogni persona e delle genti.

La seduzione del potere e di altri aspetti ben noti e contrari, ostacolano e corrompono il cammino, impedendo la vera politica lungimirante nell’elaborare l’etica globale, indispensabile alla crescita verso la meta prefissata. Tuttavia, il permanere nella promessa è l’atto di fede necessario che sostiene e motiva l’adesione, ferma e determinata, ai valori individuali e sociali e al consolidamento della coscienza riguardo al processo di perfezionamento e avvicinamento al sogno.

D’altro lato, le forze contrarie generano conflitti vari, come si riscontra tutti i giorni. Essi – i conflitti – fanno percepire la meta come irrealizzabile e sempre più lontana, ossia come utopica. In tal modo, il conflitto è costante, e in alcune circostanze, agonico.

Pertanto, la persona, e la comunità credente, è costantemente provata al punto che l’insuccesso e il senso d’inutilità generano sfiducia, scoraggiamento, un senso d’impotenza e la demotivazione dall’impegno, favorendo la ricerca di risposte individuali (la persona si chiude in se stessa), accompagnata dalla la frustrazione riguardo all’evolversi sociale della giustizia, dell’equità, del diritto e delle pari opportunità.

Tuttavia la parola di Dio rimane come dono costante, riferimento e promessa garantita sulla sua autorità. Promessa che vede Dio attivo al riguardo, nel senso che fa sorgere persone e situazioni che, correttamente comprese e accolte, sostengono la speranza e orientano nella direzione corretta.

Questa parola motiva l’impegno ad anticipare il futuro nel presente. Al riguardo, dice il Signore: “farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”. La missione del re è praticare la salvezza, soprattutto a favore dei più deboli ed esposti al sopruso – vedove, orfani e stranieri -.

Il re sarà apprezzato nella misura in cui diverrà garante ed esecutore della giustizia.

Leggi il resto di questo articolo »

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Sm 3,3b-10.19)

Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio”. L'episodio si svolge nella casa del Signore la cui presenza è garantita dall’arca dell’Alleanza. Sono chiamati in causa Eli e Samuele, che coltivano intimità e familiarità con il Signore per il fatto di stare al suo servizio. I due sono identificati con la vita e la tradizione del popolo d’Israele.

Dio, per sua libera iniziativa, chiama il giovane Samuele con lo stesso timbro di voce del profeta Eli, al punto che la chiamata si ripete altre due volte prima che Eli capisca il significato e l’importanza del fatto: “allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane”. Di fatto, “Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore”, ma non così per Eli, data la sua condizione di profeta.

Da un lato, Eli rimase sorpreso che Dio si manifestasse con il timbro della sua stessa voce, ma dall’altro lato, fu proprio questo dettaglio che gli permise di capire ciò che stava succedendo: era la sua voce, ma non era lui che parlava. Può essere letto come un segno della sintonia del profeta con il suo Signore.

Il comportamento e le parole di Samuele – "Mi hai chiamato, eccomi!” – permisero all'intelligenza di Eli di comprendere ciò che stava succedendo. I due abitavano assieme e Samuele, che coltivava pronta e sincera devozione per Eli, era sempre disponibile alla sua chiamata.

La chiamata del Signore sorge nella situazione molto ben definita in termini d’inserzione nella realtà del popolo, in sintonia con la Sua presenza e nel rispetto dei termini dell’Alleanza. L’Arca era il segnale della presenza e la testimonianza visibile dell’Alleanza del Sinai; essa accompagnò il cammino del popolo verso la terra promessa per cui era un elemento fondamentale della memoria e della tradizione del popolo d’Israele.

Stare nella casa del Signore, vedere e partecipare della vita della stessa, sono un aspetto importante e imprescindibile per il salto qualitativo della propria esistenza. Non è casuale e senza significato che Dio si manifesti con la stessa voce di Eli. Essa è il segno di speciale sintonia di Dio con la missione del profeta, preludio al passaggio di consegne e allo stesso di continuità, come se fosse lo stesso Eli a chiamare Samuele. Allo stesso tempo, rappresenta anche il momento di apertura verso nuovi orizzonti che il proprio Eli ignora, giacché competono solo a Dio.

Eli capisce che “il Signore chiamava il giovane” e comprende che il cambio della guardia sta avvenendo. Consiglia Samuele con queste parole: “se ti chiamerà, dirai: parla Signore, perché il tuo servo ascolta”. Compie il suo ultimo atto, termina il suo servizio, esce dalla scena della storia e, al suo posto, subentra Samuele.

È un’uscita umile e silenziosa. Il modo di procedere di Dio deve aver riempito il cuore di consolazione e di soddisfazione, nel comprensibile stato d’animo di chi si sente messo da parte, ma con la coscienza di aver compiuto quello che doveva davanti al Signore. Da quel momento in avanti Eli, compiuta la sua missione, lascia il palco della storia ed entra Samuele: Dio e Samuele orienteranno la vita d’Israele e cammineranno assieme.

Il primo atteggiamento del profeta è l’ascolto. È ciò che Samuele fa alla terza chiamata del Signore: “Parla, perché il tuo servo ascolta”.

Leggi il resto di questo articolo »

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)

Dio “plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. La polvere è la realtà nella quale vive e si alimenta l’astuzia del male, il luogo dove abita il serpente tentatore. La tentazione è costitutiva dell’atto creatore, il che non vuol dire attribuirne a Dio l’origine; essa è quel mistero dell’iniquità, misteriosamente presente, con il quale Dio s’imbatte opponendosi come mistero della salvezza. Ebbene, sulla realtà della polvere, Dio compie il primo passo della salvezza, soffiando su di essa l’alito di vita – lo Spirito – e quello che era già inerme e morto prende vita: l’essere vivente, l’uomo.

Segue il secondo passo in cui si narra che Dio pone l'uomo nel giardino in Eden, con “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”.

Con l’albero della vita lo mantiene e lo fa crescere. Con quello della conoscenza del bene e del male avoca a se stesso il cammino corretto per sconfiggere definitivamente il mistero dell’iniquità, affinché raggiunga la pienezza di vita per la quale l’uomo è stato creato. Pertanto, il criterio di discernimento fra il bene e il male, fra vita e morte, è proprio ed esclusivo di Dio.

C’è da ritenere che Lui sia l’eterna e permanente vittoria del bene sul male. Infatti, più che interrogarsi sull’origine del male – un problema insolubile per la filosofia e la teologia – è affermata la sconfitta di questo da parte di Dio, in Dio stesso. Come Dio abbia conosciuto il male, che tipo esperienza abbia di esso, non è raccontato. E’ un mistero.

Pertanto, chi manterrà la comunione con Dio attraverso la libera adesione alle sue indicazioni, sperimenterà la stessa vittoria ed entrerà nel processo per Il quale si realizzerà il sogno di Dio di renderlo “come Dio”, come Lui stesso. Cosicché il “giardino in Eden” è il luogo del dialogo, della comunione amorosa, nel quale crescere nell’intimità e nella familiarità sempre più solida e soddisfacente per i due.

La realtà del male e la sua forza potente sono presentate come astuzia, come realtà capace di trarre in inganno: “Il serpente era il più astuto degli animali”.

E’ impressionante pensare come l’astuzia riesca a trarre dalla sua parte la persona creata da Dio, che sta in rapporto di familiarità e d’intimità con Lui. Il proprio dell’astuzia della tentazione è giocato sulla mezza verità; in altre parole, essa non presenta tutta la verità ma solo una parte, per giunta distorcendola, facendo apparire Dio come se fosse geloso della sua condizione.

Tale azione è sufficiente per attrarre l’attenzione e suscitare il desiderio di aderirvi, perché corrisponde a ciò che è vero e costitutivo della persona riguardo alla tensione e al desiderio di essere come Dio, giacché Lui stesso l’ha creato a tal fine, alla comunione con Lui e, pertanto, sarà come Lui e parteciperà della sua vita come figlio adottivo.

L’inganno non è sulla meta, ma sul modo di arrivarci. Non riferendosi a Dio, ma solo al criterio umano di cui la donna e l’uomo dispongono. “Allora”, accedendo all’invito della tentazione, la donna “vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquisire saggezza”. La seduzione raggiunge il suo scopo…

Immediatamente si produce come una spaccatura fra Eva e Adamo, prima mangia lei e poi lui; infatti, “prese il frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito”. Poi, “Si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. Se prima non avevano vergogna di essere nudi – totalmente trasparenti l’uno con l’altro -, adesso devono nascondere parte di se stessi per accettarsi vicendevolmente; ossia, per accettarsi devono indossare una maschera. Il testo continuerà descrivendo le conseguenze nefaste, ossia le condizioni nelle quali le persone e l’umanità intera versano ora.

Pertanto, ribadisco che la tentazione non ha come obiettivo il distogliere dal fine, ma il convincere che si arriverà per un altro cammino, più attraente e maggiormente in sintonia con i propri criteri e la propria esperienza, senza dover “dipendere” da altri, quant’anche fosse Dio.

E’ la vittoria della sfiducia nei riguardi di Dio, del sospetto che Dio voglia mantenere l’uomo soggiogato e sottomesso;

Leggi il resto di questo articolo »