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Spiritualità

 

di Giuseppe De Rita – www.corriere.it del 26/04/2019

 

Le riflessioni-guida della Via Crucis erano di una voluta potenza rispetto a chi, come tutti noi, vive senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

 

Potrà sembrare una enfatizzazione personale, da fratello saggio del figliol prodigo, ma più torno sulla ultima Via Crucis al Colosseo, più mi convinco che la Chiesa di Roma si allontana ogni giorno da noi: è sempre meno romana, sempre meno italiana, sempre meno europea. Con una distanza che si fa sempre più evidente, anche sul piano delle opinioni correnti.

Parto da un fatto fenomenologico, sto alle facce, alle preghiere, alle riflessioni comunicative di venerdì scorso: era impressionante vedere il video pieno non dei volti tipici della nostra quotidianità, ma di volti «altri», quasi tutti asiatici ed africani; i pochi bianchi casualmente inquadrati erano dei consumatori di turismo, ed infatti non rispondevano alle preghiere collettive. Queste erano tutte orientate a ricordare, interpellare, condividere le pene di milioni di persone (lontane miglia e miglia da quella scenografica piazza) che soffrono la fame, l’emarginazione, le guerre, i genocidi. Ed in più le riflessioni-guida della Via Crucis, benché scritte da una suora novantenne, erano di una voluta potenza (mai udita nelle abitudini ecclesiali) rispetto a chi, come tutti noi, vive nell’egoismo e spesso nella fatuità narcisistica, senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

Il Venerdì Santo era riservato ai protagonisti del dolore e della croce quotidiana. E così i volti, le preghiere, le riflessioni profonde hanno dato l’impressione che la Chiesa si stia allontanando da noi (romani e italiani) figli primogeniti. Questi forse non se ne accorgono, attenti solo a garantirsi quel servizio pastorale e devozionale che riteniamo utile per il nostro quotidiano galleggiamento religioso. Ma sotto sotto matura una reazione più forte, forse un rimprovero alla Chiesa che si allontana: come, noi romani, noi italiani, noi europei abbiamo fatto tanto per accumulare il suo patrimonio (storico, teologico, istituzionale, finanziario) ed essa ha occhi solo per altri da noi? Come minimo è irriconoscente, ma in più rischia di annullare il suo patrimonio, ed è di conseguenza naturale richiamare il rispetto del suo radicato insediamento nella nostra storia: girovagare altrove potrebbe renderla fragile.

Ed invece, proprio da figlio primogenito, venerdì scorso ho avvertito con chiarezza che la Chiesa si sta decisamente allontanando, sta andando altrove, vuole essere Chiesa Universale. Noi primogeniti non capiamo questa scelta di nuova destinazione, forse perché non abbiamo letto e capito la decadenza della Chiesa «romana e docente», che aveva in se stessa la verità e le certezze di una sua autoreferente identità.

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di Carlo Molari

Le riflessioni sulla necessità di imparare a diventare vecchi hanno più volte sfiorato quella che potremmo chiamare la legge del karma storico. Nella tradizione orientale, in particolare in quella induista, la legge del karma sottolinea l’influenza che le nostre azioni hanno nelle vite successive.

A parte l’affermazione mitica della serie di rinascite, questa concezione contiene una profonda verità vitale: l’importanza cioè che hanno le nostre scelte di ogni giorno sullo sviluppo della vita personale.

Nulla di ciò che permettiamo sia nella nostra esistenza passa senza lasciare il segno.

Nella nostra tradizione, soprattutto negli ultimi secoli, questo legame è stato descritto soprattutto in termini giuridici: di merito e di punizione.

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di Alberto Maggi

Quello dell'accoglienza dei migranti è un tema cruciale della nostra epoca. E se quotidianamente si sente purtroppo parlare di razzismo, il biblista Alberto Maggi riparte dal messaggio di Gesù

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.

“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.

Ero straniero

Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7).

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La buona politica è al servizio della pace

 

1. “Pace a questa casa!”

Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» ( Lc 10,5-6).

Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro, uomini e donne, che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana. [1] La “casa” di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.
Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “Pace a questa casa!”.

2. La sfida della buona politica

La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy; [2] è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Lo sappiamo: la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.

«Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» ( Mc 9,35). Come sottolineava Papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità». [3]

In effetti, la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto.

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di Aldo Antonelli – Da Rocca n. 24/2018

 

Due ricordi che ci servano da pista sulla quale intrecciare una riflessione/meditazione sul Natale.

1. Alla fine del novecento un cittadino americano agnostico si appellò alla Costituzione degli Stati Uniti, la quale non prevede feste religiose nel calendario nazionale, e chiese la soppressione del Natale come giornata festiva. La Corte Suprema, dopo lungo esame, respinse l’appello, sentenziando che già da tempo il Natale aveva cessato di essere una festa religiosa!

2. Circa trenta anni fa Marco Lodoli scrisse un romanzetto anarchico, di cui non ricordo il titolo, nel quale i protagonisti erano tre giovani libertari e ingenui che avevano della politica un’idea tutta poetica. La loro prima azione fu quella di rubare il Gesù Bambino dal grande presepe di piazza San Pietro. «Secondo le loro menti bizzarre bisognava – a detta dell’autore stesso – simbolicamente interrompere quel ciclo che ogni anno a Natale festeggia la nascita del bambino divino e a Pasqua poi lo crocifigge». E aggiunge: «Bisognava liberare il neonato da un destino feroce, mandarlo a giocare con gli altri bambini».

Prendiamo questa “parabola” come filigrana attraverso la quale contraddistinguere ed individuare la particolarità del discorso cristiano che, con l’Incarnazione, si discosta da quello religioso per rivestire i panni della “Profanità” e della “Laicità”.

Dio, in Gesù Cristo, esce dalla solitudine oligarchica e ontocratica in cui la religione lo ha imprigionato, per “mettere la tenda tra gli uomini”, per identificarsi con l’uomo, con la sua precarietà, la sua mondanità e, appunto, la sua “pro-fanità”, nel senso etimologico del termine. Non l’uomo surrettiziamente imbalsamato dentro il tempio del potere e dell’avere; ma l’uomo nella sua nudità, per il quale «non c’è posto in albergo».
Non quindi il Natale come “Festa” (religiosa o laica, poco conta!), ma il Natale come dimensione di vita quotidiana.

Contro la tendenza, ricorrente e naturale, dell’uomo a consacrare le cose, sottraendole all’uso comune e riservandole alla divinità, il Dio di Gesù Cristo si “sconsacra” diventando uomo comune e compagno di viaggio.

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"La nascita di Gesù è come impiastricciata in una melassa dolciastra, che rischia di impantanare la verità evangelica in una bella favola che va a toccare le corde dei sentimenti, ma che poco o nulla incide nella vita del credente…".

 

di Alberto Maggi

 

Tanto scarno e asciutto è quel che scrivono i vangeli riguardo al Natale, quanto mielosa è diventata la maniera di presentarlo e di viverlo. La nascita di Gesù è infatti come impiastricciata in una melassa dolciastra, che rischia di impantanare la verità evangelica in una bella favola che va a toccare le corde dei sentimenti, ma che poco o nulla incide nella vita del credente.

Gli evangelisti non hanno avuto alcuna intenzione di descrivere minuziosamente la cronaca del giorno, mese e anno sconosciuti, in cui a Betlemme, è nato un maschietto al quale i genitori hanno posto nome Gesù, l’ebraico Jeshua (“Il Signore salva”).

Quel che viene presentato nei vangeli non è una cronaca, ma un’interpretazione della nascita di Gesù, alla luce della sua morte e risurrezione, dove i sentimenti vengono fatti tacere per lasciare il posto solo ai significati. Per scoprire quali essi siano occorre procedere a un’efficace operazione di pulizia, per giungere al significato profondo della narrazione evangelica facendola riemergere da quel cumulo di leggende, tradizioni, devozioni, folklore, che l’aveva come seppellita. La luce che emerge dopo l’operazione di restauro è l’annuncio della realizzazione del progetto di Dio sull’umanità: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), avveratosi storicamente in Gesù di Nazareth e proposto, attraverso di lui, a ogni persona: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).

Ma chi l’ha accolto? Non i capi religiosi, ma i pastori, i pària di Israele, non i pii farisei, ma i magi, gli impuri pagani. Quelli che erano considerati esclusi dal piano di Dio hanno accolto Gesù; quelli che si ritenevano gli eletti privilegiati hanno rifiutato il disegno del Signore sull’umanità (“ma i suoi non lo hanno accolto”, Gv 1,11).

Ecco allora che quei particolari che gli evangelisti hanno inserito nella loro narrazione, una volta ripuliti da ogni elemento estraneo, acquistano tutta la loro portata, cominciando dai personaggi. Matteo presenta, una ragazza, Maria, che è incinta, viene sospettata di adulterio dal proprio sposo, e per questo rischia di essere lapidata. Il marito, Giuseppe, dilaniato tra l’osservanza della Legge divina, che gli impone di denunciare e uccidere la sposa infedele, e la compassione per la propria moglie, sceglie l’amore. Là dove la ferrea osservanza della Legge, della morale e della tradizione viene incrinata da un sentimento di misericordia, si permette a Dio di farsi strada e manifestarsi nella vita dell’uomo.

L’annuncio della nascita di Gesù, non suscita gioia, ma provoca il panico nella città santa, Gerusalemme. La venuta del “Dio con noi” (Mt 1,23), spaventa tutta Gerusalemme: da Erode, re illegittimo, ai sacerdoti, dagli abitanti ai teologi. Tutti allarmati, sbigottiti, e presi dalla paura di perdere il potere e i propri consolidati privilegi.

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In quel tempo, Gesù disse:

 

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Mt (11,28-30)

 

di Luciano Locatelli, presbitero

 

Il Vangelo di oggi ci propone questo bellissimo testo: “In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero»”.

L’attenzione di Gesù è rivolta costantemente ai piccoli della storia, a coloro che vivono oppressi dai potenti e spesso sono esclusi anche dalla religione del tempio. La loro vita è dura e la dottrina offerta dagli “esperti”, dai “maestri” la rende ancora più dura e difficile.

In questa situazione Gesù fa loro tre appelli. “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi”, primo appello. E’ diretto a tutte e tutti coloro che sentono la religione come un peso, che vivono oppressi da norme e dottrine che impediscono loro di percepire la gioia della salvezza. Se si incontrano in modo vitale con Gesù, sperimenteranno un ristoro immediato. E’ come uno che sta correndo e deve fermarsi a riprendere fiato: ecco, Gesù diventa il respiro che fa rifiatare, che riempie i polmoni di aria nuova, che fa uscire da quell’aria asfittica, a volte troppo satura di “incensi vari”, che impedisce di respirare.


“Prendete il mio giogo sopra di voi…”. E’ il secondo appello. Bisogna cambiare “giogo”. Abbandonare quello dei “sapienti e dei dotti” e prendere quello del Maestro che, nelle Beatitudini apre una via nuova. Gesù non è meno esigente, anzi, lo è di più. Ma esige in maniera diversa. Esige l’essenziale: l’amore che libera e fa vivere.


“Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Terzo appello.

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Come scrive il biblista Alberto Maggi, c'è "una chiesa silenziosa non perché costretta al silenzio, ma che tace semplicemente per convenienza. È silente perché connivente con ogni forma di potere, pur di non diminuire il proprio…". E dunque "non ha nulla a che vedere con Gesù"

di Alberto Maggi

 

Con la denominazione “chiesa del silenzio” ci si riferisce a una chiesa oppressa e perseguitata da un sistema politico ostile. Storicamente sono state chiese del silenzio quelle dell’est europeo sotto il potere dell’Unione Sovietica. Ma la definizione “chiesa del silenzio” si estende anche a tutte quelle comunità cristiane, a qualunque latitudine, che vivono nel nascondimento, nella clandestinità, in luoghi dove non è consentito dichiararsi apertamente cristiani e dove ogni forma di culto o di attività evangelica viene severamente proibito e represso. Ma questa chiesa del silenzio, anche se è invisibile, è esistente. È silenziosa perché viene costretta al silenzio, non per propria scelta. È una chiesa martire, ma per questo viva e vivificante.

C’è un’altra chiesa, in silenzio, è quella ben visibile, ma praticamente devitalizzata, che può parlare, e straparla, di quel che non le compete, ma tace sul suo unico mandato, quello di cercare “il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33). È questa una chiesa silenziosa non perché costretta al silenzio, ma che tace semplicemente per convenienza. È silente perché connivente con ogni forma di potere, pur di non diminuire il proprio. Ma una chiesa, che per motivi di opportunità taccia, non ha nulla a che vedere con quel Gesù, che non ha soggezione di alcuno perché non guarda in faccia a nessuno (Mc 12,14), e che invia i discepoli ad annunziare la buona notizia senza aver paura della persecuzione (“Non abbiate dunque paura di loro…”, Mt 10,26; 5,10). Una chiesa che invita ad annunciare sempre e in ogni circostanza la Parola (“Guai a me se non annuncio il Vangelo!”, 1 Cor 9,16), senza calcoli di convenienza: “insisti al momento opportuno e non opportuno” (2 Tm 4,2).

Le guide, i pastori e i fedeli delle chiese costrette al silenzio hanno spesso pagato, e pagano tuttora, con la persecuzione, il carcere, e anche la morte, la loro fedeltà al vangelo di Gesù. Ma il Signore si identifica con essi (Gv 15,20).

I pastori e i fedeli della chiesa in silenzio, quelli che non parlano perché è più conveniente restare zitti, non solo non offrono la propria vita per salvare il gregge (Gv 10,11), ma tacciono, per non disturbare il lupo. Vedono il massacro perpetrato dalle belve, ma preferiscono tacere. Non alzano la voce contro l’ingiustizia per non perdere i benefici che il lupo, il potente di turno, può loro togliere o elargire. Ma per il Signore, quei pastori che per il loro interesse, per il loro quieto vivere, per non mettere in pericolo la loro posizione, la loro carriera, non difendono il gregge, sono più pericolosi delle bestie feroci. Il gregge infatti cercava in essi una protezione, e ha invece trovato fauci spalancate (“Strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto… sono come lupi che dilaniano la preda, versano il sangue, fanno perire la gente per turpi guadagni”, Ez 22,27; 34,10). Per Gesù, costoro non sono neanche pastori, seppure pessimi, ma solo dei mercenari che svolgono un’attività esclusivamente per il proprio interesse e a proprio vantaggio, perché “non gli importa delle pecore” (Gv 10,16).

“Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci!” (Mt 7,15) avverte Gesù.

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"È solo unendo le piccole forze degli onesti

che possiamo diventare una grande forza"

 

 

 

 

 

di Paolo Farinella – Sacerdote

fonte: Il Fatto quotidiano del 6/12/2018

 

Il 2 dicembre 2018 è iniziato il nuovo anno liturgico (anno-C) e come ogni anno comincia con la prima domenica di Avvento, che non è preparazione al Natale ma proiezione del tempo e della storia nell’escatologia. In altri termini, il tempo di Avvento ci offre un ampio contesto dentro il quale scrutare, verificare e valutare la nostra vita e quella del mondo. Il Natale del Signore è un passaggio di questo percorso, anzi il punto di partenza, perché determina la possibilità d’instaurare una relazione verificabile con il Figlio di Dio, Gesù di Nazareth. Aver trasformato l’Avvento in preparazione al Natale è un ridimensionamento della sua portata e importanza.

 

Per chi dice di essere credente in questo Gesù e per l’Italia, sede della suprema autorità cattolica (il Vescovo di Roma), il 2018 è un annus horribilis, perché alla vigilia dell’Avvento il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva il decreto legge n. 113/2018. Esso è stato diabolicamente pensato per nascondere dietro un titolo chilometrico, appositamente redatto, atrocità incostituzionali, inganni, tradimenti e derive umanitarie: “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate (C. 1346)”.

Tutto questo coacervo di materie eterogenee e confuse unicamente per nascondere che si tratta di una legge contro gli immigrati, non più considerati come persone e ai quali non solo non vengono riconosciuti i diritti stabiliti da leggi e convenzioni universali, ma addirittura sono tolti e accorciati anche i più ovvi, riducendoli a merce scadente.

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