Get Adobe Flash player

Categorie Articoli

Archivi del sito

Calendario

ottobre: 2018
L M M G V S D
« Set    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Login

Teologia

 

di Alberto Maggi

La riflessione del biblista Alberto Maggi si rivolge a chi "rivendica le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione". Ma "se queste sono le radici, c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle". Anche perché "il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile…". E ancora:  "Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini"

Molti di quelli che rivendicano le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società cristiana dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione, della moglie e dei figli al capofamiglia, dei sudditi ai governanti e dei fedeli alle autorità religiose, in una gerarchia di valori indiscussa, da tutti accettata o subita.

Costoro sono i nostalgici di un passato, quando le chiese erano piene di cattolici che assistevano alla messa domenicale perché precettati (l’unica alternativa possibile era commettere peccato mortale e finire all’inferno per tutta l’eternità). Alcuni rimpiangono la famiglia cattolica, quando l’educazione religiosa alle spose le invitava ad accettare con cristiana rassegnazione anche i maltrattamenti da parte del coniuge (ancora negli anni ’60 era in voga un manuale della sposa cattolica, dove tra i doveri delle mogli si elencava quello di obbedire al marito come a un superiore, tacendo quando lo si vedeva alterato, ed essere sottomessa alla suocera).
 

Altri vorrebbero ritornasse quel tempo in cui i treni viaggiavano in orario, non c’era la delinquenza, e si poteva lasciare la chiave sulla porta di casa, in un ordine sociale garantito dall’obbedienza all’indiscusso capo, un uomo sempre inviato dalla Provvidenza, in risposta al bisogno atavico degli uomini di barattare la propria libertà con la sicurezza che offre la sottomissione acritica al potente di turno.

Le radici di questa società saranno state anche cristiane, ma i frutti evidentemente no, e in questo clima di soggezione a ogni forma di potere, la libertà era vista come uno spauracchio, una minaccia all’ordine costituito dai potenti e sempre sostenuto e benedetto dalla Chiesa. Obbedienza, sottomissione sono vocaboli assenti nel linguaggio di Gesù, il quale invece di rifarsi al passato, alle radici, invita a osservare i frutti (“dai loro frutti li riconoscerete”, Mt 7,20). Per Gesù “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7,17). L’albero che non produce frutti buoni è immagine di quanti non hanno cambiato vita a contatto con il suo messaggio; oppure hanno simulato tale cambiamento e continuano ad essere complici dell’ingiustizia della società.
 

Più che di radici bisognerebbe parlare di catene. Questa civiltà, tanto cristiana e tanto cattolica, all’insegna dell’ordine e dell’obbedienza, ha da sempre temuto la libertà, vista più come una minaccia che come un dono del Signore (Gv 8,32-36): “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1). E la Chiesa, anziché promuovere la dignità umana e il diritto alla libertà, cercò, finché le fu possibile, di sopprimerli, basta pensare a Gregorio XVI, il papa che nell’Enciclica Mirari vos, nel 1832, arrivò a parlare di quella “perversa opinione…errore velenosissimo” [pestilentissimo errori] o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza” (Denz. 2730).

C’è da chiedersi quale frutto perverso queste radici cristiane possano aver generato, se papi come Niccolò V, nella bolla Dum Diversas (1452), ribadita poi con la bolla Romanus Pontifex nel 1454, arrivò ad autorizzare i regnanti cattolici a “invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti”.

Leggi il resto di questo articolo »

 

‘Ero straniero e mi avete accolto’: la grande attualità del messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

 

di Alberto Maggi * –  31.08.2017


Quello dell'accoglienza dei migranti è un tema cruciale della nostra epoca. E se quotidianamente si sente purtroppo parlare di razzismo, su ilLibraio.it il biblista Alberto Maggi riparte dal messaggio di Gesù

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.

“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.


Ero straniero

Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7). Al tempo di Gesù vige una separazione totale tra giudei e stranieri, come riconosce Pietro: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).
In questo ambiente stupisce il comportamento del Cristo che da una parte arriva a identificarsi con gli ultimi della società (“Ero straniero e mi avete accolto”, Mt 25,35.43), e proclama benedetti quanti avranno ospitato lo straniero  (“Venite benedetti del Padre mio”¸ Mt 25,34), dall’altra, Gesù accusa con parole tremende quelli che non lo fanno (“Via, lontano da me, maledetti… perché ero straniero e non mi avete accolto”, Mt 25,41.43), con una maledizione che richiama quella del primo assassino della Bibbia, il fratricida Caino (“Ora sii maledetto”, Gen 4,11). Se la risposta alle altrui necessità era un fattore di vita, la mancata risposta è causa di morte. Per Gesù negare l’aiuto all’altro è come ucciderlo.

Gesù non solo si identifica nello straniero, ma nei vangeli il suo elogio va proprio per i pagani, personaggi tutti positivi (eccetto Pilato in quanto incarnazione del potere) e portatori di ricchezza. Si teme sempre cosa e quanto si debba dare allo straniero e non si riconosce quel che si riceve dallo stesso. Nella sua attività Gesù si troverà di fronte ottusità e incredulità persino da parte della sua famiglia e dei suoi stessi paesani, ma resterà ammirato dalla fede di uno straniero, il Centurione, e annuncerà che mentre i pagani entreranno nel suo regno, gli israeliti ne resteranno esclusi (Mt 8,5-13; Mt 27,54).

Nella sinagoga di Nazaret, il suo paese, Gesù rischierà il linciaggio per aver avuto l’ardire di tirare fuori dal dimenticatoio due storie che gli ebrei preferivano ignorare: Dio in casi di emergenza e di bisogno non fa distinzione tra il popolo eletto e i pagani, ma dirige il suo amore a chi più lo necessita. Così nel caso di una grande carestia che colpì tutto il paese, aiutò una straniera, una pagana, “una vedova a Sarepta di Sidone”  (Lc 4,26), e con tutti i lebbrosi che c’erano al tempo del profeta Eliseo, il signore guarì uno straniero:  “Naamàn, il Siro” (Lc 4,27).

Prima noi? Gesù, manifestazione vivente dell’amore universale del Padre, vuole condividere i pani in terra pagana così come ha fatto in Israele (Mt 14,13-21). La resistenza dei discepoli di portare anche agli stranieri la buona notizia, viene dagli evangelisti raffigurata nell’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea (fenicia) che invoca la liberazione della figlia da un demonio (Mt 15,22).

Leggi il resto di questo articolo »

Se lo straniero non è mio fratello, Dio non è mio padre.

Questa affermazione cambia la prospettiva abituale da cui si considera Dio. Siamo cresciuti nella convinzione che “Dio è nostro Padre, dunque tutti – anche gli stranieri- sono nostri fratelli/sorelle”.


Il centro dell'attenzione è Dio, l'amore fraterno ne è la conseguenza.

Qui si inverte la prospettiva: chi considera gli stranieri come fratelli, implicitamente crede in una paternità comune. É la Fraternità universale che ci fa credere in una Paternità universale. Negare la Fraternità universale (se lo straniero non è mio fratello) equivale a negare una Paternità universale (Dio non è mio Padre).

Mettere al centro dell'attenzione Dio (l'Essere perfettissimo della filosofia, cioè una nozione astratta, non dimostrabile scientificamente) mette l'Umanità in secondo piano, come una deduzione logica. Mettere al centro la fraternità universale dell'umanità (che è una nozione scientificamente dimostrata) nel nostro comportamento quotidiano (poiché tratto lo straniero come tratto un mio fratello) rende superflua la conseguenza teorica.

Il comportamento (cioè l'etica) è il criterio per la valutazione della validità di un messaggio filosofico (o religioso) autenticamente umano. Anche il messaggio di Gesù di Nazaret (Matteo 25) privilegia il comportamento pratico rispetto alle motivazioni teoriche (avete fatto…non sapevamo…)

Dio non lo ha mai visto nessuno. Il mio fratello (lo straniero) che vedo lo rende visibile e mi offre la possibilità di verificare la coerenza delle mie affermazioni nei confronti di Dio.

 

 

 

 

(1 Giov 2, 23) Chiunque nega (non riconosce) il figlio, non ha (non riconosce) nemmeno il padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.

(1 Giov 3, 18-19) Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore,

(1 Giov 4, 12) Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi.
(citazioni di Gianfranco Monaca)

1. PEDRO E LA SUA OPZIONE PER I POVERI

Qual è il segreto, la forza – se c'è – della permanente opzione di Pedro per i più deboli? Ho sempre pensato che per essere liberi e innovatori nelle cose grandi bisogna esserlo in quelle piccole. Con la sua consacrazione episcopale, Pedro espresse la sua libertà e creatività. Non gli bastava seguire diligentemente un rituale: cercò di tradurre in esso i suoi più profondi sentimenti e le sue più profonde convinzioni, lasciando da parte la forma stereotipata di quel rito che non poteva esprimere quello che portava dentro, il suo modo di essere e di sentirsi vescovo. Un punto assai significativo, perché se non si è liberi per cambiare una cerimonia, come si può esserlo in cose più importanti?

Pedro racconta che una volta, navigando per il Rio das Mortes, dovette assistere un moribondo. La comunità gli chiese di celebrare una messa. Non c'era né pane né vino. Non aveva nulla con sé per dire messa: «Ero più preoccupato di assistere l'uomo. Lì c'era una piccola taverna. Presi alcuni cracker e celebrai la messa. Mi sembrò una buona messa. Il popolo la voleva e io ero sacerdote: la Pasqua di Cristo può benissimo essere celebrata con il vino delle vigne d'Italia o di quelle della Catalogna, ma, in assenza di vino, perché non si poteva celebrare con l'alcol della canna da zucchero?».

Un'altra volta scomunicò due proprietà perché avevano pistoleiros che uccidevano i braccianti, tagliavano loro le orecchie e le portavano nella tenuta per dimostrare la loro morte: «Dopo il funerale di uno di questi braccianti assassinati, presi un pugno di terra dalla sua tomba, la posai sull'altare e scomunicai queste proprietà. Ma fu un atto contro le proprietà, non contro le persone».

A un certo punto, di fronte alla reiterata oppressione di tanti latifondisti, molti dei quali “profondamente cristiani”, decise di evitare ogni ambiguità: niente eucarestia nelle loro cappelle, nessun gesto di saluto. «Il Vangelo è per i ricchi, ma contro la loro ricchezza, i loro privilegi, la loro possibilità di sfruttare, dominare ed escludere. Se ogni settimana vado a casa di un ricco e non succede niente, non dico niente, non scuoto quella casa, non scuoto quella coscienza, vuol dire che già mi sono venduto e che ho negato la mia opzione per i poveri».

Forse l'itinerario che porta Pietro a porre nei poveri il centro della sua vita può sembrare complicato, ma non lo è. La questione è verificare in quale prossimo – immagine di Dio – il grado di offesa è maggiore e compiere una conseguente azione di riparazione. Alla restaurazione di questa dignità oppressa egli dedica tutta la sua vita, la sua opzione determinante: l'opzione per i poveri.

Giunto in Brasile nel '68, già nel '70 Pedro firmò il suo primo rapporto-denuncia, che raccoglieva, in una tragica litania, i casi in carne e ossa di braccianti ingannati, minacciati con le pistole, percossi, feriti o assassinati, assediati nella foresta, lasciati dalla legge nel più completo abbandono, senza nessun diritto, senza umana via di uscita.

Persino il nunzio gli chiese di non pubblicarlo all’estero e uno dei più grandi latifondisti lo avvertì che non doveva immischiarsi in tali questioni. Ma era il momento di mettere in pratica la sua opzione: «Non potevamo celebrare l’eucarestia all’ombra dei padroni, non potevamo accettare segni esteriori della loro amicizia. Era l'ora della scelta, che violentava il mio stesso temperamento, la mia voglia naturale di stare bene con tutti, la vecchia norma pastorale di non spegnere lo stoppino che ancora fuma… Mi si è sempre spezzato il cuore a vedere la povertà da vicino. Mi sono trovato bene con gli esclusi, forse perché ho sempre avuto una certa affinità con i margini, con i marginali. Forse per una sorta di spirito compassionevole o per una specie di vena poetica. Forse per una questione di sensibilità, perché sono incapace di assistere a una sofferenza senza reagire. D'altra parte, io non mi sono mai dimenticato di essere nato in una famiglia povera. Mi sento male in un ambiente borghese. Mi sono sempre chiesto perché, se posso vivere con tre camicie, ne devo aver dieci nell'armadio. I poveri della mia Prelatura vivono con due, quella che indossano e quella di ricambio. Sono doppiamente convinto che non si può avere una sensibilità rivoluzionaria e profetica ed essere liberi senza essere poveri. La libertà è profondamente unita alla povertà. Non si è veramente liberi con molta ricchezza. Essendo povero, mi sento più libero da tutto e per tutto. Il mio slogan è stato: essere libero per essere povero ed essere povero per poter essere libero.

Leggi il resto di questo articolo »

Misericordia e Giustizia

 

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno,

La Sacra Scrittura ci presenta Dio come misericordia infinita, ma anche come giustizia perfetta. Come conciliare le due cose? Come si articola la realtà della misericordia con le esigenze della giustizia? Potrebbe sembrare che siano due realtà che si contraddicono; in realtà non è così, perché è proprio la misericordia di Dio che porta a compimento la vera giustizia. Ma di quale giustizia si tratta?

Se pensiamo all’amministrazione legale della giustizia, vediamo che chi si ritiene vittima di un sopruso si rivolge al giudice in tribunale e chiede che venga fatta giustizia. Si tratta di una giustizia retributiva, che infligge una pena al colpevole, secondo il principio che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto.

Come recita il libro dei Proverbi: «Chi pratica la giustizia è destinato alla vita, ma chi persegue il male è destinato alla morte» (11,19). Anche Gesù ne parla nella parabola della vedova che andava ripetutamente dal giudice e gli chiedeva: «Fammi giustizia contro il mio avversario» (Lc 18,3).

Questa strada però non porta ancora alla vera giustizia perché in realtà non vince il male, ma semplicemente lo argina. È invece solo rispondendo ad esso con il bene che il male può essere veramente vinto.

Ecco allora un altro modo di fare giustizia che la Bibbia ci presenta come strada maestra da percorrere. Si tratta di un procedimento che evita il ricorso al tribunale e prevede che la vittima si rivolga direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza. In questo modo, finalmente ravveduto e riconoscendo il proprio torto, egli può aprirsi al perdono che la parte lesa gli sta offrendo. E questo è bello: a seguito della persuasione di ciò che è male, il cuore si apre al perdono, che gli viene offerto. È questo il modo di risolvere i contrasti all’interno delle famiglie, nelle relazioni tra sposi o tra genitori e figli, dove l’offeso ama il colpevole e desidera salvare la relazione che lo lega all’altro. Non tagliare quella relazione, quel rapporto.

Certo, questo è un cammino difficile. Richiede che chi ha subìto il torto sia pronto a perdonare e desideri la salvezza e il bene di chi lo ha offeso.

Leggi il resto di questo articolo »

Dal trattato «La confutazione di tutte le eresie» di sant’Ippolito, sacerdote (Cap. 10, 33-34; PG 16, 3452-3453).

​Il Verbo che si è fatto carne ci rende simili a Dio    Noi crediamo al Verbo di Dio. Non ci appoggiamo su parole senza senso, né ci lasciamo trasportare da improvvise e disordinate emozioni o sedurre dal fascino di discorsi ben congegnati, ma invece prestiamo fede alle parole della potenza di Dio.

Queste cose Dio le ordinava al suo Verbo. Il Verbo le diceva in parole per distogliere con esse l’uomo dalla sua disobbedienza. Non lo dominava come fa un padrone con i suoi schiavi, ma lo invitava a una decisione libera e responsabile.

Il Padre mandò sulla terra questa sua Parola nel tempo ultimo, poiché non voleva più che parlasse per mezzo dei profeti, né che fosse annunziata, in forma oscura e solo intravvista attraverso vaghi riflessi, ma desiderava che apparisse visibilmente in persona. Così il mondo, contemplandola, avrebbe potuto avere la salvezza. Il mondo, avendola sotto il suo sguardo, non avrebbe più sentito il disagio e il timore come quando si trovava di fronte a un’immagine divina riflessa dai profeti, né avrebbe provato lo smarrimento come quando essa veniva resa presente e manifestata mediante le potenze angeliche. Ormai avrebbe constatato di trovarsi alla presenza medesima di Dio che parla.

Noi sappiamo che il Verbo ha preso un corpo mortale dalla Vergine, e ha trasformato l’uomo vecchio nella novità di una creazione nuova. Noi sappiamo che egli si è fatto della nostra stessa sostanza. Se infatti non fosse della nostra stessa natura, inutilmente ci avrebbe dato come legge di essere imitatori suoi quale maestro. Se egli come uomo è di natura diversa, perché comanda a me, nato nella debolezza, la somiglianza con lui? E come può essere costui buono e giusto?

In verità, per non esser giudicato diverso da noi, egli ha tollerato la fatica, ha voluto la fame, non ha rifiutato la sete, ha accettato di dormire per riposare, non si è ribellato alla sofferenza, si è assoggettato alla morte e si è svelato nella risurrezione.

Leggi il resto di questo articolo »