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Teologia

Se lo straniero non è mio fratello, Dio non è mio padre.

Questa affermazione cambia la prospettiva abituale da cui si considera Dio. Siamo cresciuti nella convinzione che “Dio è nostro Padre, dunque tutti – anche gli stranieri- sono nostri fratelli/sorelle”.


Il centro dell'attenzione è Dio, l'amore fraterno ne è la conseguenza.

Qui si inverte la prospettiva: chi considera gli stranieri come fratelli, implicitamente crede in una paternità comune. É la Fraternità universale che ci fa credere in una Paternità universale. Negare la Fraternità universale (se lo straniero non è mio fratello) equivale a negare una Paternità universale (Dio non è mio Padre).

Mettere al centro dell'attenzione Dio (l'Essere perfettissimo della filosofia, cioè una nozione astratta, non dimostrabile scientificamente) mette l'Umanità in secondo piano, come una deduzione logica. Mettere al centro la fraternità universale dell'umanità (che è una nozione scientificamente dimostrata) nel nostro comportamento quotidiano (poiché tratto lo straniero come tratto un mio fratello) rende superflua la conseguenza teorica.

Il comportamento (cioè l'etica) è il criterio per la valutazione della validità di un messaggio filosofico (o religioso) autenticamente umano. Anche il messaggio di Gesù di Nazaret (Matteo 25) privilegia il comportamento pratico rispetto alle motivazioni teoriche (avete fatto…non sapevamo…)

Dio non lo ha mai visto nessuno. Il mio fratello (lo straniero) che vedo lo rende visibile e mi offre la possibilità di verificare la coerenza delle mie affermazioni nei confronti di Dio.

 

 

 

 

(1 Giov 2, 23) Chiunque nega (non riconosce) il figlio, non ha (non riconosce) nemmeno il padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.

(1 Giov 3, 18-19) Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore,

(1 Giov 4, 12) Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi.
(citazioni di Gianfranco Monaca)

1. PEDRO E LA SUA OPZIONE PER I POVERI

Qual è il segreto, la forza – se c'è – della permanente opzione di Pedro per i più deboli? Ho sempre pensato che per essere liberi e innovatori nelle cose grandi bisogna esserlo in quelle piccole. Con la sua consacrazione episcopale, Pedro espresse la sua libertà e creatività. Non gli bastava seguire diligentemente un rituale: cercò di tradurre in esso i suoi più profondi sentimenti e le sue più profonde convinzioni, lasciando da parte la forma stereotipata di quel rito che non poteva esprimere quello che portava dentro, il suo modo di essere e di sentirsi vescovo. Un punto assai significativo, perché se non si è liberi per cambiare una cerimonia, come si può esserlo in cose più importanti?

Pedro racconta che una volta, navigando per il Rio das Mortes, dovette assistere un moribondo. La comunità gli chiese di celebrare una messa. Non c'era né pane né vino. Non aveva nulla con sé per dire messa: «Ero più preoccupato di assistere l'uomo. Lì c'era una piccola taverna. Presi alcuni cracker e celebrai la messa. Mi sembrò una buona messa. Il popolo la voleva e io ero sacerdote: la Pasqua di Cristo può benissimo essere celebrata con il vino delle vigne d'Italia o di quelle della Catalogna, ma, in assenza di vino, perché non si poteva celebrare con l'alcol della canna da zucchero?».

Un'altra volta scomunicò due proprietà perché avevano pistoleiros che uccidevano i braccianti, tagliavano loro le orecchie e le portavano nella tenuta per dimostrare la loro morte: «Dopo il funerale di uno di questi braccianti assassinati, presi un pugno di terra dalla sua tomba, la posai sull'altare e scomunicai queste proprietà. Ma fu un atto contro le proprietà, non contro le persone».

A un certo punto, di fronte alla reiterata oppressione di tanti latifondisti, molti dei quali “profondamente cristiani”, decise di evitare ogni ambiguità: niente eucarestia nelle loro cappelle, nessun gesto di saluto. «Il Vangelo è per i ricchi, ma contro la loro ricchezza, i loro privilegi, la loro possibilità di sfruttare, dominare ed escludere. Se ogni settimana vado a casa di un ricco e non succede niente, non dico niente, non scuoto quella casa, non scuoto quella coscienza, vuol dire che già mi sono venduto e che ho negato la mia opzione per i poveri».

Forse l'itinerario che porta Pietro a porre nei poveri il centro della sua vita può sembrare complicato, ma non lo è. La questione è verificare in quale prossimo – immagine di Dio – il grado di offesa è maggiore e compiere una conseguente azione di riparazione. Alla restaurazione di questa dignità oppressa egli dedica tutta la sua vita, la sua opzione determinante: l'opzione per i poveri.

Giunto in Brasile nel '68, già nel '70 Pedro firmò il suo primo rapporto-denuncia, che raccoglieva, in una tragica litania, i casi in carne e ossa di braccianti ingannati, minacciati con le pistole, percossi, feriti o assassinati, assediati nella foresta, lasciati dalla legge nel più completo abbandono, senza nessun diritto, senza umana via di uscita.

Persino il nunzio gli chiese di non pubblicarlo all’estero e uno dei più grandi latifondisti lo avvertì che non doveva immischiarsi in tali questioni. Ma era il momento di mettere in pratica la sua opzione: «Non potevamo celebrare l’eucarestia all’ombra dei padroni, non potevamo accettare segni esteriori della loro amicizia. Era l'ora della scelta, che violentava il mio stesso temperamento, la mia voglia naturale di stare bene con tutti, la vecchia norma pastorale di non spegnere lo stoppino che ancora fuma… Mi si è sempre spezzato il cuore a vedere la povertà da vicino. Mi sono trovato bene con gli esclusi, forse perché ho sempre avuto una certa affinità con i margini, con i marginali. Forse per una sorta di spirito compassionevole o per una specie di vena poetica. Forse per una questione di sensibilità, perché sono incapace di assistere a una sofferenza senza reagire. D'altra parte, io non mi sono mai dimenticato di essere nato in una famiglia povera. Mi sento male in un ambiente borghese. Mi sono sempre chiesto perché, se posso vivere con tre camicie, ne devo aver dieci nell'armadio. I poveri della mia Prelatura vivono con due, quella che indossano e quella di ricambio. Sono doppiamente convinto che non si può avere una sensibilità rivoluzionaria e profetica ed essere liberi senza essere poveri. La libertà è profondamente unita alla povertà. Non si è veramente liberi con molta ricchezza. Essendo povero, mi sento più libero da tutto e per tutto. Il mio slogan è stato: essere libero per essere povero ed essere povero per poter essere libero.

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Misericordia e Giustizia

 

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno,

La Sacra Scrittura ci presenta Dio come misericordia infinita, ma anche come giustizia perfetta. Come conciliare le due cose? Come si articola la realtà della misericordia con le esigenze della giustizia? Potrebbe sembrare che siano due realtà che si contraddicono; in realtà non è così, perché è proprio la misericordia di Dio che porta a compimento la vera giustizia. Ma di quale giustizia si tratta?

Se pensiamo all’amministrazione legale della giustizia, vediamo che chi si ritiene vittima di un sopruso si rivolge al giudice in tribunale e chiede che venga fatta giustizia. Si tratta di una giustizia retributiva, che infligge una pena al colpevole, secondo il principio che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto.

Come recita il libro dei Proverbi: «Chi pratica la giustizia è destinato alla vita, ma chi persegue il male è destinato alla morte» (11,19). Anche Gesù ne parla nella parabola della vedova che andava ripetutamente dal giudice e gli chiedeva: «Fammi giustizia contro il mio avversario» (Lc 18,3).

Questa strada però non porta ancora alla vera giustizia perché in realtà non vince il male, ma semplicemente lo argina. È invece solo rispondendo ad esso con il bene che il male può essere veramente vinto.

Ecco allora un altro modo di fare giustizia che la Bibbia ci presenta come strada maestra da percorrere. Si tratta di un procedimento che evita il ricorso al tribunale e prevede che la vittima si rivolga direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza. In questo modo, finalmente ravveduto e riconoscendo il proprio torto, egli può aprirsi al perdono che la parte lesa gli sta offrendo. E questo è bello: a seguito della persuasione di ciò che è male, il cuore si apre al perdono, che gli viene offerto. È questo il modo di risolvere i contrasti all’interno delle famiglie, nelle relazioni tra sposi o tra genitori e figli, dove l’offeso ama il colpevole e desidera salvare la relazione che lo lega all’altro. Non tagliare quella relazione, quel rapporto.

Certo, questo è un cammino difficile. Richiede che chi ha subìto il torto sia pronto a perdonare e desideri la salvezza e il bene di chi lo ha offeso.

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Dal trattato «La confutazione di tutte le eresie» di sant’Ippolito, sacerdote (Cap. 10, 33-34; PG 16, 3452-3453).

​Il Verbo che si è fatto carne ci rende simili a Dio    Noi crediamo al Verbo di Dio. Non ci appoggiamo su parole senza senso, né ci lasciamo trasportare da improvvise e disordinate emozioni o sedurre dal fascino di discorsi ben congegnati, ma invece prestiamo fede alle parole della potenza di Dio.

Queste cose Dio le ordinava al suo Verbo. Il Verbo le diceva in parole per distogliere con esse l’uomo dalla sua disobbedienza. Non lo dominava come fa un padrone con i suoi schiavi, ma lo invitava a una decisione libera e responsabile.

Il Padre mandò sulla terra questa sua Parola nel tempo ultimo, poiché non voleva più che parlasse per mezzo dei profeti, né che fosse annunziata, in forma oscura e solo intravvista attraverso vaghi riflessi, ma desiderava che apparisse visibilmente in persona. Così il mondo, contemplandola, avrebbe potuto avere la salvezza. Il mondo, avendola sotto il suo sguardo, non avrebbe più sentito il disagio e il timore come quando si trovava di fronte a un’immagine divina riflessa dai profeti, né avrebbe provato lo smarrimento come quando essa veniva resa presente e manifestata mediante le potenze angeliche. Ormai avrebbe constatato di trovarsi alla presenza medesima di Dio che parla.

Noi sappiamo che il Verbo ha preso un corpo mortale dalla Vergine, e ha trasformato l’uomo vecchio nella novità di una creazione nuova. Noi sappiamo che egli si è fatto della nostra stessa sostanza. Se infatti non fosse della nostra stessa natura, inutilmente ci avrebbe dato come legge di essere imitatori suoi quale maestro. Se egli come uomo è di natura diversa, perché comanda a me, nato nella debolezza, la somiglianza con lui? E come può essere costui buono e giusto?

In verità, per non esser giudicato diverso da noi, egli ha tollerato la fatica, ha voluto la fame, non ha rifiutato la sete, ha accettato di dormire per riposare, non si è ribellato alla sofferenza, si è assoggettato alla morte e si è svelato nella risurrezione.

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Editoriale tratto da:

CENTRO STUDI BIBLICI "G. VANNUCCI"

Via dei servi,4 – 62010 Montefano (Mc)

 

Una tematica che sta a cuore a papa Francesco è indubbiamente quella dell’economia. Il papa più volte ritorna sull’argomento denunciando un sistema economico iniquo teso ad arricchire i ricchi e a impoverire sempre di più i poveri, un’economia che genera la cultura dello scarto: quel che non serve si elimina. Ed è proprio l’economia, il tema che il Centro Studi Biblici intende sviluppare organizzando incontri e dibattiti nel periodo 2014-2015.

La comunione di beni
Molte comunità religiose hanno preso come modello di vita la primitiva comunità giudeo-credente descritta da Luca negli Atti: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito ai singoli secondo il bisogno di ciascuno” (At 2,44-45; 4, 34-35).
Secondo questo modello gli apostoli erano divenuti gli amministratori dei beni comunitari. Gesù aveva chiamato i discepoli per inviarli “ad annunziare il regno di Dio” (Lc 9,2) ed essere suoi testimoni “fino agli estremi confini della terra” (At 1,8); e aveva chiesto loro di “non prendere nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro” (Lc 9,3) e di non stare con l’animo in ansia per il proprio sostentamento (Lc 12,29), dando così prova di fidarsi completamente dell’assistenza di quel Padre che dona queste cose ai suoi in sovrabbondanza (Lc 12,31). Ora questi discepoli si sono trasformati in sedentari amministratori della comunità ed esercitano un potere che viene unanimemente riconosciuto.
Gli inconvenienti di questo sistema economico emergono subito. Infatti, a Giuseppe, detto Barnaba, che vende i suoi averi consegnandoli ai piedi dei discepoli, l’evangelista contrappone una coppia, Anania e Saffìra, che prudentemente consegna solo una parte del ricavato agli apostoli tenendo il resto per sé (At 5,1-11). Nel preciso momento in cui si è ricorsi ad amministratori dei beni della comunità è iniziata l’ipocrisia e la finzione. Quella di Luca non è l’esaltazione di un modello, ma una severa critica dello stesso. La comunione di beni adottata dalla comunità giudeo-credente di Gerusalemme con la creazione di un’amministrazione centralizzata, fu un fallimento: due terzi della comunità (Anania e Saffìra contro Barnaba) ricorsero alla simulazione per sfuggire al controllo degli amministratori, portando così la comunità alla rovina.
Se l’ideale, vantato dalla comunità di Gerusalemme, era che “la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (At 4,32), la realtà mostrava un volto ben diverso. Di fatto in questa comunità emergeranno subito gravi ingiustizie che faranno sorgere “un malcontento fra gli Ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana” (At 6,1). È evidente che non solo la comunione di beni non funzionava, ma ad esser emarginate erano proprio le categorie più deboli. Da questi elementi l’evangelista fa già presagire la fame e la povertà che la chiesa di Gerusalemme dovrà patire (At 11,28-29).

Un modello cristiano
La comunità giudeo-credente di Gerusalemme, almeno inizialmente, ha mostrato di non aver compreso la radicalità assoluta che esige il messaggio del Cristo e si è conformata alle istituzioni religiose giudaiche, “godendo del favore di tutto il popolo” (At 2,47). Quello di Luca non è un benemerito attestato alla comunità di Gerusalemme, ma una denuncia del suo comportamento. Questa comunità non gode del favore di Dio, ma di tutto il popolo, dimentica del monito di Gesù: “Ahi a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6,26). Nonostante Gesù avesse dichiarato il Tempio “un covo di ladri” (Lc 19,45) e ne avesse annunciata la totale distruzione (Lc 21,5), la comunità giudeo-credente di Gerusalemme continua a crederlo un’istituzione ancora valida e seguita a frequentarlo. Ma c’è un’altra comunità, nata in terra pagana per opera di evangelizzatori provenienti dal mondo e dalla cultura greca, non vincolati dai nazionalismi dei discepoli di Gerusalemme, che “non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei” (At 11,19), i quali iniziano ad annunziare il vangelo anche ai pagani: “Alcuni di loro, cittadini di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunziando la buona notizia del Signore Gesù” (At 11,20).
E qui, in terra pagana, accade un fatto insperato: “La mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore” (At 11,21).

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di Padre Luigi Consonni

 

“LASCIA CHE I MORTI SEPPELLISCANO I LORO MORTI, TU INVECE VÀ E ANNUNCIA IL REGNO DI DIO”(LC 9,60)

– La dinamica che conduce dalla disgrazia alla grazia: il processo di conversione per la causa del Regno –

 

LA DISGRAZIA: GLI EFFETTI DEL PECCATO PERSONALE

a) Gli effetti del peccato

San Paolo afferma: “il salario del peccato è la morte” (Rm 5,23). Non riguarda solo l’eventuale morte fisica, ma la realtà di morte che, dal punto di vista di Dio, fa della persona, perfettamente sana fisicamente, un cadavere ambulante. Essa si declina a livello

Umano: disumanità, indifferenza, insensibilità, disinteresse per tutto ciò che non la riguarda direttamente o indirettamente.

Psicologico: vuoto interiore, senso di illusione, noia, apatia, superficialità, chiusura egocentrica, ecc.

Morale: violenza, corruzione, arroganza, prepotenza, rapporti interpersonali strumentalizzati solo per perseguire propri fini egoistici , infedeltà alla parola data, ecc.

Sociale: discriminazione etnica, disprezzo delle altre culture, violazione dei diritti umani, appoggio a strutture e organizzazioni anti etiche (che generano il peccato strutturale e la sua dinamica ricorsiva (la circolarità causa-effetto), ecc.

Ecologico: danni irreparabili al creato, irresponsabilità riguardo al giardino che Dio ha affidato alla cura degli uomini, minando la qualità di vita.

Spirituale. Lo spirito della persona è come narcotizzato: non vede l’azione dello Spirito – la misericordia di Dio – che rigenera chi è nella condizione di “morte”(peccato contro lo Spirito).

b) Caratteri del peccato

L’asse portante è costituito dal non accogliere il dono – la grazia – del regno di Dio offerto dalla vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Esso è per la persona, la società e la creazione. È sempre un dono, mai possesso del destinatario. Trascurare questo aspetto ci porta a dimenticare che l'unico santo è Lui ed è Lui la fonte di ogni santità; il profeta Geremia ci mette in guardia contro tale pericolo con le seguenti parole: "Ecco io ti chiamo in giudizio perché hai detto 'non ho peccato'" (Ger 2,35).

Il dono del Regno è costituito da tre aspetti intimamente connessi: il perdono dei peccati, il ristabilimento della nuova ed eterna alleanza e l’immersione nella vita eterna, anticipo della risurrezione.

Essi, come paletti, demarcano l’ambito del regno, il “luogo” dove Dio regna. I tre aspetti sono paragonabili anche alle robuste gambe del tavolo che sostengono la mensa.

Ebbene, quando per superficialità, disinteresse, trascuratezza, insufficiente presa di coscienza, o anche per le molteplici prove e difficoltà della vita, per la seduzione di altri cammini o per coltivare un rapporto meramente opportunista e strumentale, viene meno la fiducia riguardo a una o a tutte e tre le gambe del tavolo, la mensa cede, la persona viene meno, si allontana dal regno di Dio e lo abbandona.

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di Giuseppe Nadir Perin*

 

La “misericordia”, non è un’idea astratta, né indica un sentimento passeggero legato al momento in cui qualcuno ci chiede aiuto. Ma è un modo di essere della persona “misericordiosa” che si manifesta in ogni sua azione.

E’ l’essere e l’agire di Dio ( agere sequitur esse) che, con l’Incarnazione, si è reso visibile in Gesù Cristo, il figlio Unigenito del Padre.

La misericordia è l’essenza della rivelazione, perché s’incarna nel volto della persona Gesù Cristo. E’ lui che, nelle sue parole e nei suoi gesti, rende visibile l’amore del Padre, manifestando la vera rivoluzione che il Vangelo è in grado di compiere.

In tutta la storia della salvezza, la misericordia trova riscontro nel permanente agire di Dio. Essa si trasforma in “intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano” e che permettono di identificare Dio come colui che è responsabile nei nostri confronti. La misericordia costituisce l’essenza di Dio-Amore e indica la propensione di Dio verso i deboli, gli afflitti, i poveri, gli ammalati, i peccatori. In pratica verso tutta l’umanità che giace nella miseria della condizione umana, retaggio del peccato.

La misericordia mette in movimento il cuore di Dio, perché nel linguaggio umano, il cuore è propriamente il centro di irradiazione della misericordia, così come fa intendere la stessa parola nella lingua latina : “miseris cor : un cuore aperto verso i miseri.

 

Nella Bibbia, i termini usati per indicare la “misericordia” sono:

a)“rahamin” : letteralmente indica le viscere materne per esprimere che, nella misericordia di Dio verso il suo popolo, c’è una profonda componente di tenerezza.

Nel linguaggio biblico misericordia e tenerezza sono due parole intercambiabili, al punto che nella nuova traduzione dei salmi, là dove prima si leggeva “misericordia”, oggi si legge “tenerezza” (cfr Sal 103,11;13). Forse, si potrebbe semplicemente dire che la tenerezza è il filo d’oro di cui è intessuta l’umile stoffa della misericordia. Infatti, il termine “rahamin” (misericordia) esprime l’idea di compassione, di sofferenza con… di vivere la passione con…nel significato di “abbracciare visceralmente, con le proprie fibre interiori, la situazione dell’altro”.

b) “hesed” – che la versione greca dei LXX traduce con “éleos”– esprime l’idea che la misericordia di Dio è fedeltà amorosa ad un progetto di salvezza.

 

Nell’Antico Testamento, il termine hesed, indica la solidarietà alla quale sono vincolati i contraenti di un patto. Per questo viene spesso associato a fedeltà (1). La misericordia non viene intesa come un sentimento di pietà, ma come un “concreto soccorso” con il quale la parte in difficoltà viene aiutata a tornare dentro i termini dell’alleanza.

Quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono misericordioso” (Es 22,26); “Aiutami, Signore, mio Dio, salvami per la tua misericordia” ( Sal 109,26).

La misericordia, quasi sempre è attribuita a Dio (2), ed indica la caratteristica che lo rende riconoscibile ed esprime l’azione concreta con la quale il Signore non solo recupera il suo popolo infedele, ma lo rinnova con il suo amore” ( cfr.Sof 3,17). “ Il Signore passò davanti a lui proclamando: Il Signore, il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” ( Es 34,6; cfr Dt 4,32; Tb 3,11; Sap. 9,1); “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella misericordia e nell’amore” ( Os 2,21); “Perdona l’iniquità di questo popolo, secondo la grandezza della tua misericordia” ( Nm 14,19; cfr Ger 3,12; Sal 25,7)

Tutta la storia della salvezza, dalla creazione in poi, secondo il Salmo 136, è racchiusa nella hesed di Dio. Tutto è manifestazione della misericordia amorosa e fedele di Dio, perchè “eterna è la sua misericordia”.

Il Salmo 103 celebra l’amore di Dio per il suo popolo e sintetizza i tratti della misericordia di Dio: “Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono… come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono” (Salmo 103,8-13).

Usare misericordia”, è proprio di Dio e in questo si manifesta la sua onnipotenza: “O Dio che riveli tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”.

Il nome di Dio che viene rivelato a Mosè è quello di “misericordioso e paziente”. “Egli è colui che “ conserva il suo amore per mille generazioni” e che perdona la colpa” (Es 34,7). Ma, rivelando la sua compassione, Dio insegna agli uomini la via della misericordia.

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Discorso tenuto ad Assisi il 21 agosto 2015 al 73° Corso di studi cristiani sul tema:

“Responsabili dell’immagine di Dio”.

di Raniero La Valle

Mi era stato chiesto di raccontare “Il Dio in cui credo, il Dio in cui non credo”. Ma questo voleva dire aprire l’armadio di tutte le definizioni di Dio, di tutte le fantasie su Dio, e scegliere fior da fiore, per ricostruire il Dio che mi piace, ed escludere i connotati del Dio che non mi piace. Ma chi sono io per fare questa cernita?

Invece vi parlerò del Dio con cui sto. E’ chiaro che c’è un rapporto tra il Dio in cui si crede e il Dio con cui si sta. Ma non sempre coincidono. Se si crede in un Dio che sulla croce apre le braccia a tutti e poi in nome di Dio si mettono sul rogo gli eretici, è chiaro che non si tratta dello stesso Dio. Il boia sta con un altro Dio.

La storia è piena delle macerie provocate dal contrasto tra la fede creduta e le opere compiute in suo nome. Tutta la storia del popolo di Israele nell’Antico Testamento è attraversata da questa tragedia. Il Dio dei profeti non è il Dio nel cui nome le città cananee erano votate allo sterminio.

E oggi il dramma storico è tale, e così tragico l’abuso per cui Dio viene innalzato sulle picche degli assassini, con la testa dei decapitati in suo nome, che la salvezza non viene se ci mettiamo a discutere sulle nostre diverse professioni di fede, ma se il Dio con cui decidiamo di stare non è il Dio della morte ma il Dio della vita, non è il Dio che fa uccidere gli infedeli ma è il Dio nel quale non c’è il nemico.

Il male più grande viene da chi sta con un Dio sbagliato, che corrisponda o no al Dio in cui dice di credere.

Ma c’è anche il problema di chi segue come se fosse un Dio qualcuno o qualcosa che sa benissimo non essere un Dio.

Quelli ad esempio che stanno col Dio denaro sanno benissimo che quello non è un Dio, ma un idolo; però ci stanno lo stesso, perché se non fosse un idolo non potrebbero offrirgli sacrifici umani, come fanno gli Stati che chiudono le porte dell’Europa provocando l’eccidio di migliaia di profughi o come hanno fatto i potentati europei, a cominciare dal nostro governo. dandogli la Grecia in sacrificio

Sono questi i motivi per cui preferisco parlare del Dio con cui sto.

 

Credere e amare

Del resto il credere non è la prima fase del rapporto con Dio. La prima fase è l’incontro. Nei Vangeli la gente seguiva Gesù senza sapere che fosse il Figlio di Dio. E a me sembra che la questione prioritaria oggi sia quella del Dio che decidiamo di amare. Questo mi pare il vero problema interreligioso ed ecumenico. E questa mi pare che sia la scelta che papa Francesco sta proponendo al mondo: prima credere o prima amare?

La sua risposta è che prima bisogna amare. Perché questo è quello che fa Dio, ci ama prima ancora di preoccuparsi se noi abbiamo fede in lui. Papa Francesco sempre dice che Dio ci precede nell’amore. Per questo Dio è misericordia. Francesco dice che Dio ci precede nell’amore, e lo dice prendendo in prestito dallo spagnolo, e dallo slang di Buenos Aires, una parola che significa arrivare per primo, amare per primo, magari anche picchiare per primo: la parola è primerear.

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Relazione di Raniero La Valle all’Assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”

Roma, 9 maggio 2015

 

Cari Amici,

quando tre anni fa abbiamo cominciato i nostri incontri per celebrare i 50 anni dal Concilio, e abbiamo previsto di giungere a parlare della Gaudium et Spes, abbiamo corso un grosso rischio. Perché se nel frattempo non fosse successo niente, se non fosse arrivato papa Francesco, oggi avremmo rischiato di fare dell’archeologia.

Avremmo parlato di un documento ormai vecchio, obsoleto, che non era piaciuto neanche allora ai migliori protagonisti del Concilio, per una sua certa dipendenza mondana, per un suo ottimismo della volontà che sembrava non fondato ed ingenuo, per un suo evangelismo debole e per la mancanza di un’intelligenza messianica; un documento che aveva condannato la guerra totale ma non aveva messo al bando l’atomica, che aveva accondisceso alla deterrenza e relegato in una nota a piè di pagina la Pacem in terris, che si era accorto dell’amore umano tra i coniugi ma poi aveva lasciato al papa di decidere come dovessero farlo; e mentre il nostro movimento aveva preso il nome della Chiesa dei poveri, i poveri nella Chiesa oggi starebbero ancora nelle catacombe, come dalle catacombe era uscito il “patto” dei vescovi più conciliari sulla povertà della Chiesa; i poveri sarebbero nelle catacombe e non si riunirebbero invece in Vaticano nell’aula del “vecchio Sinodo”, non si farebbero il bagno e la barba sotto il colonnato di san Pietro, non andrebbero al concerto ai primi posti nell’aula Paolo VI e non sarebbero invitati a visitare la cappella Sistina, dato che anch’essi hanno diritto non solo al pane ma anche alla bellezza.

Il rischio dell’archiviazione del Concilio

E se ancora fossimo nel deserto in cui eravamo tre anni fa, il Concilio stesso sarebbe oggi dilaniato tra le diverse ermeneutiche, sarebbe rimosso come un “non-evento”, sarebbe esorcizzato perché, come aveva detto Paolo VI, attraverso le sue fessure il fumo di Satana era penetrato nel tempio di Dio, e infine sarebbe sostituito dal Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, che secondo il cardinale Levada e  Benedetto XVI doveva essere assunto come la vera ricezione del Concilio nell’anno della fede 2012; e talmente il Vaticano II avrebbe dovuto essere considerato ormai chiuso e archiviato che alcuni tra noi avevano pensato che ci volesse un Vaticano III.

Tutto questo abbiamo rischiato di vivere oggi; abbiamo rischiato di riunirci come carbonari di una Chiesa che non c’è, di ricordare un Concilio ormai “digerito”, per usare un’espressione di Benedetto XVI, avremmo rischiato di rievocare una Chiesa che aveva parlato di gioia e speranza, senza avere però oggi né gioia né speranza.

Ed ecco invece che quello che poteva essere un sopraluogo archeologico diventa un affacciarsi sul futuro, e noi oggi non siamo un’assemblea di nostalgici, ma siamo dei viandanti che con maggiore lena possono riprendere il cammino.

E questo si verifica perché mentre la Gaudium et Spes, come ha scritto Giuseppe Ruggieri, non era riuscita a definire i “segni dei tempi” e a farne la teologia, ecco che il segno dei tempi è accaduto, infischiandosene delle nostre ecclesiologie.

È un segno dei tempi che mostra che c’è una dinamica divina nella storia, e che l’ “oggi” di Dio non è mai come l’ieri di Dio, e nemmeno come l’ieri dei suoi figli, e per questo i profeti di sventura hanno torto, e tutto può sempre accadere.

Concilio e papa Francesco, un unico evento

Il segno dei tempi ha preso la figura di papa Francesco e questo ormai lo sappiamo, e ne avevamo preso atto già l’anno scorso.

Ciò che di più ora sappiamo, è che il pontificato di Francesco non è un fungo spuntato nella Chiesa, ma non è altro che il Concilio che riprende e continua. Concilio e papa Francesco non sono più due eventi a distanza di 50 anni l’uno dall’altro, ma sono ormai un unico evento..

Questo pontificato si rivela oggi come parte di un processo che è cominciato l’11 settembre 1962 con il discorso giovanneo sulla Chiesa di tutti e specialmente dei poveri, è continuato con la Gaudet Mater Ecclesia dell’11 ottobre e col Concilio, è giunto con la Gaudium et Spes alla tappa della chiusura del Concilio l’8 dicembre 1965 e poi, dopo una traversata nel deserto durata dieci anni di più dei quaranta regolamentari, attraverso la Evangelii Gaudium giungerà ora all’appuntamento dell’8 dicembre 2015, quando si apriranno le porte sante del Giubileo.

E allora qui veramente continua il Concilio, qui la Chiesa veramente riparte esattamente dal punto in cui il Concilio si era interrotto. Il Concilio infatti si era occupato della Chiesa, per rispondere alla domanda che le aveva posto il cardinale Montini: “Chiesa di Cristo che cosa dici di te stessa?”, ma il suo vero fine pastorale, che gli aveva dato papa Giovanni, era quello di ripresentare al mondo il volto di Dio (il “tesoro” della fede), in quel modo per cui la nostra età potesse comprenderlo: ea ratione quam tempora postulant nostra; ed ecco che ora Francesco gioca tutto il suo pontificato, il suo programma, la sua Chiesa nel far noto al mondo il volto di Dio. Un volto che è il volto della misericordia, misericordiae vultus, e per questo indice il Giubileo.

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