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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sof 3,14-18)

Il profeta si rivolge a Gerusalemme con parole di giubilo e di speranza annunciando che, in quel momento, “Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico”. In tal modo pone fine all'invasione e al dominio da parte dell’Assiria perché “ha disperso il tuo nemico”. La condanna era stata inflitta per l’infedeltà all’alleanza, per aver assunto pratiche idolatriche, per la violenza dei potenti, per l’oppressione di principi, sacerdoti giudici e profeti a scapito del popolo e, in particolare, della povera gente.

Ebbene, con la liberazione dal nemico, il Signore ristabilisce l’alleanza con la sua presenza in mezzo al popolo, che lo riteneva ormai assente. Perciò lo riconosceranno come “Re d’Israele”; e la sua missione è la salvezza del popolo e, particolarmente, delle persone più deboli ed esposte alla prepotenza dei potenti e delle autorità: la vedova, l’orfano e lo straniero.

Il Signore, fedele all’alleanza, sosterrà l’avvento della sua sovranità e, con essa, la manifestazione del regno di Dio, che il popolo riconoscerà come tale. Riconoscere l’azione del Signore, e rispondere positivamente con una pratica di vita in sintonia con la finalità della legge e il senso ultimo dell’alleanza – la pace e l’armonia con tutti e tutto -, equivale a riconoscere la sua presenza, a constatare l’avvenuta promessa del profeta: "il Signore è in mezzo a te”, e la sicurezza che essa offre: "tu non temerai più alcuna sventura”.

Con il Signore accanto si può guardare al futuro con fiducia e serenità, in modo da fare del proprio lavoro, della propria azione, e dei rapporti interpersonali e sociali connessi, una benedizione, un cammino di crescita umana e spirituale per ogni persona, per il popolo intero e, in ultima analisi, per se stessi.

La promessa si compirà sicuramente “In quel giorno”, un tempo futuro, ma anche prossimo. Vale specificare che il compimento non corrisponde al termine esaurimento, per cui si tratterà sempre di una realtà aperta a un oltre che si proietta in avanti, nel futuro. Il profeta anticipa che allora sarà vinto ogni timore, scoraggiamento e angustia perché “Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è salvatore potente”.

Con tale evento Dio “gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia”. Allo stesso tempo è la gioia stessa che inonda il cuore delle persone e del popolo, nella certezza che Dio protegge la loro vita, il loro cammino e la loro crescita, come un bene preziosissimo.

Dio ha scelto il suo popolo e ha creato l’umanità perché partecipi della sua vita, della salvezza da ogni pericolo, liberandolo da ogni male. Stabilisce la sua presenza, indica il cammino e mezzi necessari. Cosa doveva fare di più, che non ha compiuto? La felicità, la gioia nel presente e nel futuro del popolo, richiede soltanto la libera adesione alla pratica della giustizia e del diritto.

Questa scelta non è unilaterale ma richiede un dialogo sincero e trasparente. Gli abbagli e le seduzioni a cui sono sottoposte le persone e la collettività per voler intraprendere, solo da se stessi, il cammino e i mezzi per raggiungere tale traguardo portano conseguenze deludenti, disastrose e drammatiche, come l’esperienza normalmente conferma.

Il mistero dell’iniquità, operante nel mondo, non permette che le persone ripongano nel Signore la fiducia e la speranza che merita. Soccombere ad essa, il più delle volte, è un'esperienza che si ripete continuamente, nonostante i drammatici e deludenti risultati.

L’esistenza è una continua lotta tra la fiducia in se stessi, nelle proprie idee, nel proprio progetto e ciò che il Signore offre. Molte volte prevale la prima opzione, configurando la realtà del peccato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Bar 5,1-9)

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione”. Il versetto si riferisce alla condizione del popolo, in esilio a Babilonia dopo la conquista di Gerusalemme. “Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici”, tra il radicale sconcerto e lo sconvolgente abbattimentoLa causa di questa situazione è attribuita al popolo e alle autorità per non aver ascoltato la voce del profeta e per aver seguito altri cammini, sfiduciando i termini dell’alleanza e la promessa del Signore.

Essi, non a parole ma nella pratica, hanno rotto l’alleanza, con conseguenze disastrose  nonostante il profeta Geremia li avesse avvertito del pericolo cui andavano incontro. Dopo il lungo periodo di oscurità e amarezza in terra straniera, il profeta Baruc annuncia l’approssimarsi del ritorno. Per chi ha sofferto grandemente non è difficile immaginare lo stato d’animo e il sentimento di gioia che che prova e che il profeta descrive in modo particolareggiato.

In primo luogo annuncia che Dio ha stabilito la fine dell’esilio e il ritorno in patria del “resto d’Israele”. Sarà lui stesso a ricondurli, "Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui”.

A questa determinazione corrisponde l’azione misericordiosa. Il suo cuore, rivolto alla miserevole condizione del popolo, ritiene che sia giusto riscattarlo dall’esilio, restituirgli la dignità di popolo eletto e conferirgli quello di cui ha bisogno. In questo senso compie la giustizia, dettata dall’amore che riscatta e rinnova.

Il popolo, sentendosi perdonato, riscattato e ricondotto alla terra promessa, percepisce in sé la gloria di Dio; Egli sta operando nei riguardi del suo popolo per donargli nuova vita, offrirgli la condizione di persone libere e un futuro pieno di speranza. È come una nuova creazione. Questa condizione è luce nella quale Dio gioisce.

Oggigiorno molte forme di schiavitù soggiogano nazioni e moltitudini al punto da farli sentire stranieri e, addirittura, schiavi nella propria terra. L’aver tralasciato la pratica della giustizia, dell’uguale opportunità, del diritto per tutti senza discriminazioni, della solidarietà e di altri valori etici per un mondo più giusto, più umano e vissuto nella luce della gloria di Dio, ha fatto sì che il nuovo Egitto – la schiavitù e il dominio – prendesse piede in molte circostanze e in diversi luoghi. Grano e zizzania, come a macchia di leopardo, crescono assieme.

Ma Dio non susciterà un “resto dell’umanità” con il quale porre rimedio, rigenerare e ricostruire una realtà mondiale condizionata dalla seduzione di prospettive sociali e culturali fortemente intrise di disumanità e pericolosamente sull’orlo dell’auto distruzione?

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 33,14-16)

“Ecco, verranno giorni”. Il profeta riferisce l’oracolo del signore riguardo al futuro, del quale anticipa alcune caratteristiche e ne indica i segni premonitori. Garantisce che in quei giorni il Signore realizzerà “le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda”.

Le promesse di bene riguardano il fare d’Israele una realtà di pienezza di vita individuale e sociale che sia modello per tutti i popoli della terra. In essa vi saranno pace e abbondanza di vita, perché governata dall’unico e vero Dio e per aver accolto le indicazioni della sua sovranità.

Sono le promesse che Dio fece al popolo, liberandolo dalla schiavitù, dell’Egitto e ratificate con l’Alleanza nel Sinai. Esse costituiscono il desiderio e il sogno del popolo eletto e sono come una calamita che attrae il senso ultimo e la meta della storia.

Il sogno di allora è lo stesso di oggi per tutta l’umanità, cosciente dell’importanza della pace, della corretta convivenza fra i popoli, del diritto e della qualità di vita di ogni persona. Tuttavia la realizzazione del sogno è contrastata da proposte alternative e ingannevoli,  camuffate nell’illusione di politiche di dominio, di ricchezza, di potere nelle mani di pochi a svantaggio di molti, confinati nell’ambito della marginalità, della strumentalizzazione, dell’esistenza disumana.

Rimanere nella promessa, e agire correttamente in ordine all’insegnamento del Signore, è l’atto di fede che sostiene e motiva l’adesione, ferma e determinata, a valori individuali e sociali. Con esso si consolida, nella coscienza, la tenacia per l’impegnativo processo e per il cammino di perfezionamento e di avvicinamento al sogno trasmesso dall’accoglienza della sovranità di Dio.

D’altro lato le forze contrarie, su indicate, generano quotidianamente conflitti vari, rendendo la meta un sogno irrealizzabile e sempre più lontano. Di conseguenza il conflitto è costante, drammatico e sconcertante per la durezza, per le estreme conseguenze di violenza e, addirittura, di morte.

Le persone e l'intera comunità sono costantemente provate, al punto che la sfiducia, lo scoraggiamento, l’insuccesso e il senso d’inutilità generano demotivazione dall’impegno, e favoriscono la ricerca di risposte individuali, con un senso d’impotenza e di frustrazione riguardo all’evolversi sociale della giustizia, dell’equità, del diritto e delle pari opportunità.

Tuttavia la parola di Dio rimane come dono, costante riferimento e promessa garantita per sempre. Promessa che vede Dio attivo, nel senso che fa sorgere persone e situazioni che,  correttamente comprese e accolte, sostengono la speranza e indicano la direzione giusta per ottenere un risultato soddisfacente.

In tal modo si anticipa il futuro nel presente: “farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”. La missione del re è praticare la salvezza, soprattutto a favore dei più deboli ed esposti al sopruso (vedove, orfani e stranieri).

Il re è apprezzato nella misura in cui è garante ed esecutore della giustizia. Il “germoglio giusto”, discendente del re Davide, agli occhi di Dio anticiperà quello che lo stesso consacrerà come espressione della sua volontà e del suo amore per il popolo, “in quei giorni” in cui la giustizia e la pace trionferanno pienamente.

La fiducia nella promessa è fondamentale per non soccombere alla forza devastatrice del male e del peccato e mantenere gli occhi fissi nel Signore è incidere nel futuro, per certi aspetti già presente, che esercita un’attrazione e motiva la speranza intrinsecamente sostenuta dalla verità etica del proprio comportamento.

“In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dn 7,13-14)

Nell’Antico Testamento la missione del re è salvare e difendere le vedove, gli orfani, gli stranieri e, in generale, le persone più vulnerabili ed esposte allo sfruttamento e alla prepotenza dei ricchi e potenti che dominano la vita sociale, economica e politica. Questi ultimi hanno fatto della terra promessa un nuovo Egitto per i primi, andando contro i termini dell’Alleanza stabilita nel Sinai, alla volontà del Dio liberatore.

Il profeta racconta la visione: “ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo”. Il cielo è quella parte della creazione in piena comunione con Dio, dove egli abita e sulla quale regna. Le nubi significano la presenza dello Spirito. Quindi, dal Padre e dallo Spirito ecco venire “uno simile al figlio dell’uomo”, un soggetto singolare per la provenienza e, allo stesso tempo, con caratteristiche simili all’uomo. Pertanto l’uomo, in quanto tale, non è estraneo alla realtà di Dio anzi, al contrario, è intimamente connesso a Lui.

L’importanza di questa figura consiste nel fatto che Gesù si attribuisce il titolo di “figlio d’uomo”, mai si presenta come Messia o Figlio di Dio. Tuttavia, il titolo mostra il suo singolare rapporto con il Padre, come se da un lato lo tenesse per mano e dall’altro tenesse per mano l’uomo. E la “corrente” che circola nei tre è lo Spirito.

È opportuno specificare che “figlio d’uomo” non si riferisce solo a una persona singola ma anche al “popolo del santi” (Dn 7,27), giacché nel linguaggio biblico non sempre è facile distinguere fra il soggetto individuale (il capo) e quello collettivo (il popolo). Lo stesso testo specifica come “il popolo dei santi” riceve il potere dopo la prova della persecuzione (Dn 7,25).

Così, come figlio d’uomo “giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui”. È condotto dallo Spirito alla presenza della massima autorità, la cui autorevolezza è indiscussa in virtù della lunga vita ed esperienza – vegliardo – che gli conferisce dignità, prestigio e condizione di governo.

Al “figlio d’uomo”, in virtù della sua singolare condizione, è concessa la partecipazione alla vita stessa di Dio, al suo potere e della sua autorità: “gli furono dati potere, gloria e regno”. Questi e il vegliardo sono in solida e profonda unione; di fatto i due si rapportano costantemente, mantenendo ognuno la propria specificità in ordine alla missione.

Il compimento di essa fa sì che “tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano”, giacché riconoscono l’autenticità della sua condizione divina nel costatare che “il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà distrutto” in radicale contrasto con i poteri e regni umani che sorgono, giungono alla loro auge e poi si dissolvono.

Il contrasto è motivato dalle caratteristiche ben diverse di chi esercita il potere secondo criteri usuali e comuni di dominio e sottomissione da quello che ha qualità del tutto opposte, proprio del regno di Dio, al punto da costituire una minaccia per il primo e divenire motivo di persecuzione. È quello che succederà a Gesù.

Gesù – il “figlio d’uomo” – dopo la persecuzione e la passione, si presenterà nello spazio della creazione di coloro che lo hanno seguito e sofferto per la fedeltà alla causa del regno; che hanno fatto propria nella pienezza dello Spirito del Risorto – Gesù Cristo , investito di potere eterno che non avrà mai fine e del regno che non verrà mai distrutto. Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dn 12,1-3)

Il testo indica alcuni aspetti del momento in cui la storia dell’umanità, e la creazione stessa, arriveranno al momento finale, alla meta. Dato che Dio è trascendente e inaccessibile nella sua realtà, Egli si manifesterà, secondo la tradizione dell'Antico Testamento, come angelo (messaggero) nella figura di Michele, “il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo”.

Ebbene, tale evento “Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo”, ossia di ansia, di intensa inquietudine, di uno stato di malessere determinato dalla percezione non razionalizzata del pericolo. Avverrà l’ultimo e definitivo intervento di Dio sull’opera delle sue mani e porterà a compimento la sua volontà, il suo progetto sulla creazione. Tutti saranno coinvolti; lo saranno anche la natura e il creato, come se tutto dovesse essere sottoposto a un mutamento radicale.

Evidentemente, nella prospettiva che ciò accada, è vivo lo stato di preoccupazione, sconcerto e paura nelle persone, ancor più per la sua eventuale prossimità. È un’angoscia intensa che, solo a pensare ciò che accadrà, lascia sgomenti e ingenera un malessere molto grande.

Tuttavia, “In quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro”. Questi ultimi sono coloro che hanno adempiuto fedelmente alla Legge. Ma chi riterrà di averla compiuta adeguatamente? Ecco, allora, l’impegno nella vita giornaliera di moltiplicare i precetti e la loro meticolosa osservanza per ottenere meriti al fine di essere iscritti nel libro.

In quel tempo, “molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna per l’infamia eterna”. Nell’insieme di questi riferimenti si percepisce l’evento della risurrezione, alla fine dei tempi. È doveroso precisare che nell’Antico Testamento, pur trovando chiari riferimenti alla risurrezione, essa ha assume un profilo ben diverso da quella che si realizzerà nella persona di Cristo e, conseguentemente, in noi. Accade, a volte, di dover usare la stessa parola pur indicando realtà ben diverse, come in questo caso, e con scarsa relazione fra di loro.

Nell’Antico Testamento l’argomento sulla risurrezione era finalizzato a dissuadere chi avesse voluto volesse ignorare, o non interessarsi, all'osservanza della Legge, motivando tale comportamento con il ritenere che, con la morte, essa non avrà nessuna rilevanza o potere. Ma non sarebbe stato così!

In quel tempo”, alla fine della storia, anche se morti, risorgeranno per essere giudicati secondo la Legge. Pertanto in nessun modo potranno fuggire dalle conseguenze di aver compiuto o meno i precetti e i suoi comandamenti. La Legge li raggiungerà anche dopo la morte e nessuna persona sfuggirà dal suo giudizio.

Invece la resurrezione di Cristo già è trasmessa, e ne è partecipe chi per la fede confida nel dono del perdono dei peccati, nel ristabilimento dell’Alleanza e nell’immersione nella vita eterna, come effetti della Sua morte.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 17,10-16)

L’introduzione al testo sta nei versetti precedenti: “Fu rivolta a lui – Elia – la parola del Signore: ‘Alzati va a Serepta di Sidone; ecco io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti” (8-9). L’azione, pertanto, si svolge  in accordo con la volontà di Dio. Non è, quindi, desiderio  o atto volontario e umano del profeta.

Mosso dalla fiducia nella parola, Elia non teme di chiedere alla vedova quello che umanamente nessuno oserebbe, se avesse un poco di buon senso: “Prendimi un po’ d’acqua (…) anche un pezzo di pane,”, perché riguardo al pane il poco che essa aveva era tutto ciò che possedeva.

Per risposta la donna manifesta la condizione di estrema povertà; infatti ha “solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio (…) per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. Elia le disse ”Non temere” desiderando trasmetterle serenità e controllo della propria emotività, fortemente scossa dallo sconcerto per una tale richiesta, e percependo lo stato d’animo e la preoccupazione della vedova, non solo per se stessa ma anche per il figlio.

Il profeta ripete la richiesta: “Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela”,  forse come prova di fiducia nella sua parola, in quanto uomo di Dio. Allo stesso tempo la rassicura riguardo al volere del Signore: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà pioggia sulla faccia della terra”, (era tempo di grande penuria e carestia a causa della siccità).

Quella andò e fece come aveva detto Elia”. Non si sa con quali sentimenti abbia agito, se con fiducia piena o dubbiosa, se con rassegnazione o serena certezza, se con scoraggiamento o viva speranza. Comunque la vedova percepì l'autenticità e la verità nelle parole e nella proposta del profeta, al punto da vincere le comprensibili ed eventuali resistenze.

Con il senno di poi si può attribuire alla presenza e forza dello Spirito Santo la comprensione e la determinazione di accogliere le parole di Elia, assieme alla coscienza che a Dio niente è impossibile.

Di fatto la vedova constata la verità e l’efficacia della promessa: “La farina della giara non venne meno, e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. Dio agisce simultaneamente, nella vedova e in Elia, e genera sintonia in virtù della quale essi convergono nell’accettazione reciproca: da un lato il comando di fare e, dall’altro, la fiducia nell’eseguire.

Ci sono momenti nella vita di ognuno in cui la sintonia va oltre la semplice volontà individuale per la mediazione – nel caso specifico il profeta Elia – dell’auto-comunicazione di Dio. Dal punto di vista umano questa esperienza sfugge ad ogni controllo e determinazione previa da parte dei destinatari, quando costoro si coinvolgono nella misteriosa presenza e forza della verità e della giustizia, che lo Spirito imprime nell’intimo e alla quale è quasi impossibile sottrarsi.

D’altro lato lo stimolo di camminare in sintonia è attivato dall’umiltà e dalla supplica fiduciosa. Ogni persona è costituzionalmente capace di comprendere, assumere e agire in conformità alla dinamica che esse propongono.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 6,2-6)

Il brano fa riferimento all'intervento e alle raccomandazioni di Mosè al popolo nell'imminenza dell'entrata nella terra promessa, dopo la liberazione dalla schiavitù d'Egitto e la traversata nel deserto. Si sta compiendo la promessa del Signore di introdurre il popolo in una terra di “latte e miele”, metafora usata per indicare una condizione di benessere, armonia e pace.

La nuova condizione di persone libere dalla schiavitù, rigenerate nella dignità di popolo eletto dal Signore, deve essere non solo mantenuta, ma sviluppata con le indicazioni che Mosè trasmette :”Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore, vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nella terra in cui state entrando per prenderne possesso”.

La motivazione è: “perché tu tema il Signore tuo Dio”, coinvolga tuo figlio, la discendenza,  e si prolunghino i tuoi giorni. In altri testi si afferma che il timore di Dio è il principio della sapienza; essa consiste nell'accogliere, con intelligenza e opportuna disposizione, la conoscenza delle azioni del Signore lungo la storia, e farne un tesoro irrinunciabile.

Di conseguenza, la fiducia nel Signore, e nel suo agire nel presente, motiva la volontà di assumere il senso ultimo e profondo della legge e dei comandamenti, con quel rispetto, quella dedicazione reverenziale e quella gratitudine che costituiscono l'essenza del timore.

Il timore non corrisponde, in prima istanza, con qualsiasi forma di paura, di castigo o di rimprovero. Certamente il Signore non resterà indifferente alla trasgressione, all'indifferenza, alla superficialità rispetto ad essa, ma non è rapportabile con il senso ultimo del timore richiesto.

Il corretto timore, tradotto nella pratica, farà sì che il popolo d'Israele, e ogni membro, “sia felice e diventiate molto numerosi – segno di benedizione – nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei vostri padri, ti ha detto”. Verrà formata, in sostanza, una società di persone libere, che coltivano la libertà nella pratica del diritto e della giustizia, l'opposto di quello che era stata la condizione vissuta in Egitto.

La fedeltà all'obiettivo richiede un atteggiamento di fondo sostenuto e motivato dall'esortazione che, fra l'altro, costituisce l'asse del credo d'Israele. Sono parole molto impegnative, che il buon Israelita recita tre volte al giorno: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le tue forze”.

Ascoltare è molto più che udire, o percepire una semplice informazione.

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NELL'INTENZIONE DIVINA NON VI E' BIANCO, NERO, GIALLO, RESIDENTE O MIGRATO,

CITTADINO O STRANIERO, CON PASSAPORTO O SENZA,

MA SOLO "ADAM", CIOE' IL "GENERE UMANO"

di Paolo Farinella, prete

Narra un midràsh ebraico, ripreso anche da un apocrifo, che dopo aver creato la terra, prima di creare l’uomo, al crepuscolo del quinto giorno della creazione, Dio incaricò l’arcangelo Michele di raggiungere i quattro angoli della terra a nord, a sud, ad est e a ovest, e di portargli un pizzico di polvere da ogni angolo, con cui avrebbe creato Àdam, simbolo di tutta l’umanità.

Non esiste, dunque, angolo della terra, che non sia sotto il segno di Dio. Egli, infatti, ricevuta la polvere dei quattro punti cardinali, impastò, diede forma, animò e infine «ecco l’uomo» che nell’intenzione divina non è bianco, nero, giallo, residente o migrato, cittadino o straniero, con passaporto o senza, ma è solo «Àdam», cioè il «genere umano».

Ogni individuo per definizione, per scienza e per rivelazione, porta in sé tutta l’umanità e tutta l’umanità è contenuta in ogni persona, uomo o donna, di qualunque paese, nazione, cultura e lingua (cf Ap 7,9); ogni individuo, infatti, ha solo una caratteristica: è «immagine eterna di Dio». Nessuno la può violare senza compiere un sacrilegio.

La memoria di Tutti i Santi è la solennità dell’universalità ecclesiale e della fede, la Chiesa dà forza teologica a questa realtà, celebrando la festa di «tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra», senza differenze, come dice la 1a lettura tratta dall’Apocalisse: «Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9).

Com’è bella questa prospettiva! Nessuno è straniero, ma tutti siamo cittadini; nessuno è «extra-comunitario», ma tutti siamo figli di un solo Padre e quindi figli in una sola famiglia; nessuno è di un’altra razza (insulto alla scienza e alla ragione!), ma tutti siamo cittadini del mondo; nessuno è superiore perché tutti siamo figli del «Padre», del dolore, della gioia e della speranza.

Prendiamo atto di appartenere alla «Chiesa Cattolica», cioè «universale» per sua natura, ma anche per mandato del Signore.
Oggi è il giorno dell’universalità per eccellenza, per cui questa celebrazione porta a compimento pieno quanto ci aveva anticipato la liturgia nella domenica 30a del tempo ordinario -A-, con la messa in guardia di non maltrattare lo straniero (cf Es 22,20-26), perché tutti gli stranieri sono, come noi, figli sotto la protezione di Dio.

La fede cristiana espressa nella liturgia odierna è incompatibile con chi nutre sentimenti razzisti, antisemiti e anti-immigrati. Chi si dice credente e ancora vota partiti che hanno fatto o fanno del razzismo e della demonizzazione dello straniero la loro bandiera, non può celebrare l’Eucaristia perché radicale è l’incompatibilità, senza possibilità di mediazione.

Oggi il richiamo alla «santità» non fa riferimento a un «modello eroico» di vita, ma alla condizione ordinaria della vita cristiana che non può non essere «santa», se non altro per il principio di causa/effetto: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; 11,45; 20,7.26).

È la coerenza all’interno di una relazione che si fonda sulla coscienza di vivere in ogni condizione di esistenza, indipendentemente dai condizionamenti di qualunque genere, un rapporto privilegiato di Dio che si manifesta nella vita di ciascuno. Un padre, una madre, un educatore sono credibili solo se quello che pretendono dai figli, essi lo vivono prima di chiederlo, altrimenti c’è scollamento e perdita di autorità.

Nessuno è chiuso all’azione di Dio, ma tutti siamo chiamati a rendere visibile il volto di Dio e credibile attraverso la nostra credibilità. In questa prospettiva, alle coppie che felicemente convivono, sposati in chiesa, in comune o solo conviventi; ai separati, ai divorziati e ai gay, oggi giunge un messaggio chiaro e forte: restate perché l’Eucaristia è il vostro posto e voi siete il «luogo» dove Dio risiede.

Nessuno, infatti, è estraneo a Dio e nessuno può essere privato dell’Eucaristia che è «il pane del cielo [dato] per la loro fame» (Ne 9,15; cf Gv 6,51) come nutrimento per portare insieme i pesi e compiere ogni legge: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

Ai razzisti, agli xenofobi, invece, occorre dire: andate perché non potete celebrare l’Eucaristia, che è il sacramento della fraternità universale e la mensa su cui il Padre nutre i suoi figli, specialmente coloro che hanno coscienza di non esserne degni: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pr 9,5) e più esplicitamente: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Lc 5,31).

Non c’è Eucaristia senza coerenza del cuore e dell’anima con i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 31,7-9)

L’agire del Signore nei confronti del popolo eletto è motivato dalla seguente considerazione: “perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito”. Il cuore di Dio è pieno di gioia nel rinsaldare la sua paternità e la sua attenzione al popolo, ritenuto come figlio primogenito. È il punto finale del periodo di esilio del popolo per aver disatteso l’alleanza e le sue esigenze.

Ora il popolo ritorna alle condizioni di prima dell’allontanamento da Dio, e dall’esilio in terra straniera, per aver rinnegato l’alleanza, abbandonato il cammino del Signore e seguito altre vie, nonostante il profeta avesse richiamato le autorità e il popolo al rispetto dell’alleanza, alla pratica del diritto e della giustizia paventando, in caso contrario, l’invasione che poi avverrà da parte di Nabucodonosor.

Di conseguenza si apre la via alla deportazione in Babilonia, con grande sconcerto per l’occupazione di Gerusalemme e la distruzione del tempio; infatti, “erano partiti nel pianto”. Nell’esilio molti di loro si sono dispersi, ma è rimasto un “resto d’Israele”, un gruppo di persone che hanno mantenuto viva la loro identità e la loro speranza, memori della tradizione e della promessa del Signore di fedeltà all’alleanza che ha sostenuto, e motivato, l’insistente supplica per il ritorno alla terra promessa.

Dopo un lungo periodo in terra straniera – circa settanta anni – Dio risponde positivamente alla supplica, anche perché il suo Spirito non li aveva abbandonati ma, lasciando il tempio,  profanato dalla loro infedeltà all’alleanza e poi distrutto dall’invasore, è andato con loro in esilio e ha partecipato alle loro stesse sofferenze.

Ebbene, il momento del ritorno non riguarda solo i deportati a Babilonia ma anche i dispersi in altri paesi: “Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra”. Non si tratta soltanto di dispersione geografica, ma anche di smarrimento interiore, ossia l'aver smarrito il cammino. Perciò il Signore, fedele alla promessa, fa sì che il “resto d’Israele”, memore dell’alleanza e della fedeltà di Dio, intraprenda il ritorno in patria.

Con costoro, in virtù della sua azione misericordiosa e rigeneratrice, forma un nuovo popolo rinnovato e trasformato; inclusi “fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in grande folla”. Si riferisce a tutte quelli ritenuti indegni,  perché peccatori o impuri.

Il “resto” diventerà una grande nazione. Il Signore investe di nuovo nel sogno originario,  rinnovando la sua misericordia affinché il popolo, appresa la lezione dell’esilio, sperimenti l’efficacia dell’alleanza nel rispetto delle sue indicazioni ed esigenze: “li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada diritta in cui non inciamperanno”.

Non è difficile immaginare la gioia di Dio, dopo la delusione e l’amarezza dovuto all'allontanamento, nel riprendere con il nuovo popolo il cammino della realizzazione del Regno. L’entusiasmo è anche del “resto”, motivato ad esternarlo secondo l’indicazione del profeta: “Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: ‘Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele’”.

Il Signore fa del nuovo popolo “la prima delle nazioni”, nel senso di farla diventare  riferimento e modello per le altre nazioni affinché, motivate nello stabilire a loro volta l’alleanza, ne assumano il cammino corrispondente. Allora sarà la pace universale e la manifestazione piena della Signoria di Dio sulla creazione.

Pertanto, il “resto” sarà segno di speranza per le nazioni; basterà che esse rivolgano lo sguardo e il cuore alla nuova realtà che sta sorgendo per il dono della fedeltà del Signore alla promessa; in tal modo gli sfiduciati, i disperati, quelli che hanno davanti a sé un futuro tenebroso e senza speranza incontreranno una luce, un nuovo significato e la felicità della loro vita. Allora l’esultanza del Signore sarà grande, per la comunione con Lui e la sincera fraternità delle nazioni.

“Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”. Il contrario della gioia non è la sofferenza ma la tristezza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 53,10-11)

Il testo presenta un breve passo di quello che, comunemente, è chiamato il “quarto canto del Servo del Signore”. Nella liturgia tutto il canto è letto il Venerdì Santo. Il Servo è inviato non solo per ricondurre Israele al Signore, ma per coinvolgere tutte le nazioni nell’accogliere le esigenze e la dinamica dell’avvento del Regno di Dio.

Il brano descrive le sofferenze e la passione del Servo, la cui missione è rigettata violentemente dalle autorità e dal popolo d’Israele, perché ritenuta falsa e deviante dalla volontà di Dio. Di conseguenza, ricade su di lui tutta la sfiducia e il disprezzo di coloro che rifiutano di ascoltarlo.

Il testo inizia con un’affermazione sorprendente: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori”. Preso alla lettera il termine “piaciuto” sconcerta e lascia perplessi, in quanto trasmette un’immagine ben lontana da quella che si attende da Dio. Nell’insieme si capisce che il senso di queste parole non riguarda la sofferenza e il dolore in sé stessi, ma l’obiettivo da raggiungere: “il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

Ciò si compirà “Quando offrirà sé stesso in sacrificio di riparazione” (…) si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”. Riparare un danno e pagare il debito altrui, addossandosi “le loro iniquità”, è un bel gesto esemplare di generosità gratuita. Ma perché “prostrarlo con dolori”? È necessario? Non c’è altro modo che eviti dolore e sofferenze così grandi?

Il servo carica su di sé le conseguenze dell’indifferenza, disinteresse, disprezzo e rigetto di quello che indica come cammino di Dio per la salvezza nel presente, quale realizzazione circostanziale, penultima, del Regno. Ciò accade perché i destinatari hanno altri criteri e perseguono altri cammini, riconducibili ad un’idea errata di Dio e della salvezza.

Il rifiuto drammatico e violento nei confronti del Servo manifesta la realtà e la forza sconcertante del peccato. Perciò quest’ultimo, prima di essere una trasgressione, un comportamento contrario ai comandamenti e alla legge di Dio, è costituito e si alimenta dall’errata idea di Dio.

La deformazione è talmente seducente e poderosa che le autorità, e il popolo in generale,  ritengono inganno, presunzione e pazzia la missione del Servo, al punto da ritenere che li avrebbe condotti a rinnegare Dio stesso. Di conseguenza lo accusano di essere come un senza Dio, e la pretesa familiarità con Dio è anch’essa ritenuta sacrilega, meritevole del massimo rifiuto e del “prostrarlo nei dolori”.

Pertanto il Servo carica su di sé gli effetti e le conseguenze della “loro iniquità” – del peccato – in termini di solitudine e isolamento da tutti, di rifiuto e di violenza al massimo livello, fino alla morte. Non piegandosi al peccato – rinnegherebbe la missione se si  adeguasse alle loro attese – rende vana la sua forza e lo svuota del suo potere. Paradossalmente, la sua morte è la vittoria sul peccato, è la morte del peccato.

Orbene, con tale evento il Servo carica su di sé il peccato e rappresenta ogni peccatore sottomesso al suo potere e alla sua forza. La determinazione, il coraggio, la forza e la resistenza del Servo, fino alla morte, non è solo una vittoria personale ma appartiene a tutti coloro che, per la fede, si sentono rappresentati.

La vittoria sul peccato, per la quale il Servo è costituto “giusto”, è trasmessa e donata ai rappresentati.

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