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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10, 34 a.37- 43)

Nessuno degli apostoli dice di aver visto né assistito alla risurrezione di Gesù, per cui non si sa né quando né come tale evento si è svolto, e come è successo. Il testo odierno è tratto dal discorso di Pietro il giorno di Pentecoste. Solo allora, per lo Spirito Santo, gli apostoli prendono coscienza della portata e dell’importanza della risurrezione di Gesù, evento che si manifesta loro lungo i quaranta giorni che precedettero l'ultima apparizione, l'Ascensione.

Pietro, anche a nome degli altri apostoli, afferma: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui – Gesù Cristo – compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”, e riassume alcuni aspetti rilevanti dello stare e camminare con Lui, “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.

Beneficare e risanare sono due termini che sintetizzano la finalità dell’azione di Gesù. Essi manifestano il compiersi del regno di Dio quale azione di guarigione verso ogni tipo di sofferenza, e di riscatto da ogni forma di esclusione e ingiustizia, individuale e sociale. Gesù è mosso dalla compassione e dalla misericordia verso ogni persona o gruppo sociale prigioniero dalla schiavitù che separa, e allontana, dalla pratica dell'amore, della giustizia fraterna e dalla responsabilità per un mondo più umano, in armonia e in pace.

La pretesa messianica di Gesù gli costò il rifiuto estremo da parte delle autorità: “Essi lo uccisero appendendolo dalla croce". Morì come un maledetto dagli uomini e da Dio, così ritenevano coloro che approvarono la sua crocifissione. Tuttavia, costoro rimasero sconcertati e increduli quando risuonò l’annuncio: “ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno”. Con tale evento il giudizio di Dio su Gesù è ribaltato completamente.

Il terzo giorno non è un tempo cronologico ma teologico. Esso indica il momento del radicale e definitivo intervento di Dio a favore dell’umanità. Cosicché la risurrezione è l’evento dirimente, lo spartiacque del prima e dopo nella storia e nella vita dell’umanità di tutti i tempi.

Ebbene, Dio “volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio …”, a coloro che camminarono con Lui, seguendolo dall’inizio della sua attività. Il legame fra risurrezione e attività svolta è di grande importanza. La risurrezione è intrinsecamente legata alla vita di ogni giorno: è l’anima, la forza dell’autentico e indistruttibile divenire. Ciò che unisce vita e risurrezione è l’amore per la causa del Regno,  attivo nel disinteresse per sé stesso, per la propria vita, e a favore del bene delle persone e dell’umanità: “per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo”, recita il credo.

La risurrezione non è un atto di potere, di forza, d’imposizione, davanti al quale rimanere annichiliti, stupiti e necessariamente sottomessi. Se così fosse Gesù sarebbe sceso dalla croce, e si sarebbe presentato al Sommo Sacerdote e a Pilato per prendersi la rivincita. Essa è il trionfo della vita spesa come quella di Gesù.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Il brano è tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo”, che tracciano il profilo e l’azione di un personaggio (alcuni ritengono, in modo fondato, che si tratti di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele all’Alleanza) chiamato e unto dallo Spirito per la missione. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli e gli apostoli identificarono il misterioso personaggio con Gesù Cristo.

La missione consiste nell’attività profetica in nome di Dio, nell’insegnare e indicare il cammino corretto riguardo al rapporto con sé stessi, con le altre persone, con la società e il creato, in sintonia con la volontà di Dio riguardo all’avvento del suo regno, nel presente e nelle concrete circostanze della vita personale e sociale.

L’avvento del regno nell’oggi, nell’attualità, è un anticipo e caparra della realtà ultima e definitiva che si manifesterà alla fine dei tempi, con il ritorno del Risorto, nella quale si rivelerà la portata dell'affermazione di Paolo per la quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

A tal fine Dio ha dato al “Servo” una lingua da discepolo, perché “sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”, ossia a chi ha perso speranza e fiducia in un futuro di redenzione dalle sofferenze e dall’umiliazione; a chi è schiavo del peccato e del male e desidera il riscatto, la liberazione e la nuova vita con l’entrata nel regno di Dio.

La liberazione – la nuova vita – si qualifica per la duplice conversione, personale e sociale,  nell’assumere la nuova filosofia di vita, la rinnovata organizzazione sociale in attenzione al diritto e alla giustizia in sintonia con i termini dell’alleanza, per la vita più umana, fraterna, responsabile e degna di ogni singola persona e della società.

È Dio stesso che indica il cammino e il modo di procedere, perciò “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. L’umiltà di chi ascolta e impara è la prima caratteristica del discepolo. L’istruzione, riguardo allo svolgimento della missione, ha dello sconvolgente: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Si tratta di un cammino difficile e drammatico per le resistenze e opposizioni al processo di cambiamento.

Ora il Servo descrive le sofferenze e le umiliazioni che ha incontrato: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. È l’esperienza del grande disprezzo, da parte del popolo,  per la portata e la radicalità del rifiuto, ossia del rigetto del “Servo”. Essa è interpretata dagli aguzzini come manifestazione dell’abbandono di Dio, per aver osato attribuirsi la pretesa messianica. Una blasfemia imperdonabile e meritevole di quanto sopra riportato.

Il Servo, invece di mostrare abbattimento, depressione, delusione, scoraggiamento, manifesta uno stato d’animo singolare; afferma di non restare svergognato né confuso. Manifesta una forza d’animo, uno stato psicologico e una capacità di sopportazione del dolore fisico sorprendente, oltre ogni umana attesa.

La causa è da ricercarsi nella presenza del Signore: “Il Signore mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. In cosa consista concretamente l’aiuto non è specificato. È probabile che, paradossalmente, il "Servo" percepisca “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16),  come linfa vitale proveniente dalla radicale fedeltà di Dio, anticipo della sconfitta del male e vittoria sul peccato.

Questo fa sì che il Egli, in virtù della sua fedeltà alla missione e per la fiducia nella promessa del suo Signore, percepisca nel profondo del suo animo, nella sua persona, la trascendenza del suo Dio o, meglio ancora, la potenza dell'amore insita nella causa del Regno.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 43, 16-21)

“Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”. Il Signore si rivolge al popolo che gli appartiene, da lui generato, chiamato all’esistenza e costituito come suo “popolo eletto”. Il profeta ricorda loro il momento culminante della presenza e azione del Signore, quando “aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti”. Fu il grande evento della liberazione e della salvezza dalla schiavitù dell’Egitto – simbolo del male e del potere oppressore – con l’annientamento dell’esercito oppressore nelle acque del mar Rosso nel quale “… giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti”.

Con autorevolezza li esorta a guardare avanti: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!”. Non perché esse non meritino di essere conosciute per  trarne le opportune considerazioni e insegnamenti; anzi, il Signore stesso fa riferimento agli eventi del passato – alla liberazione – che costituiscono il contenuto della professione di fede del popolo, nello specifico il racconto di fatti storici importanti e decisivi relativi all’intervento del Signore e alle vicende che seguirono.

Ricordare, fare memoria, non è semplicemente riportare alla mente un evento del passato, pensare a cosa è accaduto e fare delle considerazioni: è molto di più! Per il Signore, e il popolo, è una liturgia di attualizzazione degli effetti di quell’evento, in modo da sentirsi di nuovo coinvolti in esso come se stessero riattraversando il mar Rosso e coinvolti nuovamente in quello che poi sarà l’impegno di attivare nel presente, e nelle circostanze attuali, le condizioni della “terra promessa”.

È essenziale l’attenzione e l’impegno per non farsi prendere dai criteri e dalle condizioni di vita che generano di nuovo la schiavitù e il dominio del male, giacché coloro che si comportarono in tal modo “giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti”. Sarebbe come instaurare un regime di morte, non di vita.

Alla schiavitù del passato il Signore contrappone la sua presenza attiva e creativa: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Egli fa germogliare il nuovo, in modo da attrarre l’attenzione e l’interesse per quello che esso prospetta e determina in merito al vivere bene e alla qualità della vita. Egli è il Signore della vita, e ciò che sta operando è un germoglio portatore di vita in abbondanza.

A conferma di ciò, per sostenere la fiducia nel buon risultato del germoglio, annuncia un futuro che nessuna persona o istituzione potrebbe realizzare: “Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”; di questo fruiranno tutti gli animali, “bestie selvatiche, sciacalli e struzzi” e anch’essi, con tutto il popolo, glorificheranno il Signore  perché portatori di pienezza di vita e, secondo il loro stato e condizione, manifesteranno la presenza del Signore.

Allora il popolo eletto "che io – il Signore – ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”. La gloria di Dio è la pienezza di vita degli uomini; e la vita degli uomini è lodare Dio, rispondendo a Lui motivati dal suo amore e imitando la sua presenza misericordiosa e la sua azione in mezzo ai fratelli, per un mondo più umano e giusto dove sono instaurati  rapporti personali e sociali autentici, di vera fraternità.

La lode si riferisce al coinvolgimento con Dio a favore dell’umanità e del creato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gs 5,9-12)

Si tratta di un momento decisivo e determinate per il popolo d’Israele. Con l’arrivo nella terra promessa, la peregrinazione nel deserto è terminata. Ora il popolo si trova “nelle steppe di Gerico” e, come primo atto, celebra la Pasqua. Con essa fa memoria dell’uscita, della liberazione, dall’Egitto – simbolo del male e del peccato -, dell’alleanza stabilita con Dio nel Sinai e del processo drammatico di purificazione e consolidamento della propria libertà nel deserto.

L’esperienza segna il passaggio dalla schiavitù alla condizione di uomini liberi: la Pasqua. Essa sarà celebrata ogni anno per attualizzare gli effetti di quell’evento fondante, in modo che ogni partecipante, e tutte le generazioni future che non hanno vissuto direttamente quell’evento, siano come se abbiano tutti, stipulando l’Alleanza, lasciato l’Egitto e attraversato il mare, in direzione della terra promessa. La Pasqua annuale sarà sempre un punto d’arrivo e di partenza.

Il Signore ha fatto di loro un popolo libero, ha donato loro la libertà per amare con lo stesso amore con cui sono amati da Lui. La pratica della giustizia e il diritto, a livello individuale e sociale, è la mediazione concreta di tale amore che, elaborata correttamente,  è espansiva e coinvolgente verso tutti i popoli.

Si apre un nuovo orizzonte nel quale consolidare la vita personale e sociale secondo le esigenze e le attese stabilite nell’alleanza. Si tratta di vivere e approfondire la libertà donata da Dio ed essa costituisce il timbro di autenticità dell’identità del popolo da Lui eletto.

Il nuovo insediamento – la terra promessa – darà loro “latte e miele” (metafora della pienezza di vita, dell’armonia e della pace per la pratica del diritto e della giustizia), asse portante della fedeltà all’Alleanza. Non ci sarà risultato soddisfacente senza la loro attiva, intelligente e coraggiosa adesione a tale esigenza.

Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua”, e Giosuè – successore di Mosè – annuncia che il Signore, oggi, ha "allontanato da voi l’infamia dell’Egitto”. La schiavitù è una condizione di vita del passato che deve rimanere nel passato, sepolta nelle acque de mar Rosso una volta per sempre.

Il mondo in cui siamo è la terra promessa e non esistono altri mondi o altra terra. Si tratta di fare di questa una nuova terra, e di questo un nuovo mondo (Ap 21,1), non un’altra terra o un altro mondo. Subito dopo la Pasqua, il giorno dopo, “mangiarono i prodotti della terra, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò”.

Infatti non è più necessario che Dio intervenga, con il miracolo, per alimentare il popolo con la manna.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 3,1-8a. 13-15)

Il testo narra la chiamata di Mosè. L’iniziativa parte da Dio e suscita in Mosè stupore, interesse e curiosità, per mezzo del roveto che “ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava”. In effetti, ogni autentica vocazione è caratterizzata dall’irrompere, nel profondo dell’animo, dello stupore e della meraviglia, in ordine al coinvolgimento proiettato in un futuro permanente che “non si consuma”, e dà senso pieno all’attività e ai frutti di essa, come un fuoco ardente.

C'è una grande voglia di vivere in ogni persona, la cui metafora è il fuoco inestinguibile del roveto. Essa, nell’orizzonte della volontà di Dio, è intrisa e sostenuta dal sincero desiderio di giustizia, rispetto, dignità e fraternità nel rapporto con altri per un nuovo mondo, una nuova società, con l’accoglienza della sovranità di Dio, del suo regno. Questa stessa voglia, probabilmente, ha segnato il mondo interiore di Mosè, al punto da reagire violentemente contro l’egiziano che stava maltrattando lo schiavo ebreo, compromettendo in tal modo il suo futuro alla corte del faraone.

Tale voglia di vivere è come un fuoco che non si consuma. È il presupposto che, come in Mosè, suscita lo stupore davanti al roveto, al quale si era avvicinato per osservare l'accadimento con un misto di curiosità, rispetto e un certo timore per la singolarità dell'accadimento.

Dal profondità del cuore, del suo mondo interiore, una “voce” lo chiama: “Mosè, Mosè!”, lo interpella e, ad essa risponde prontamente: “Eccomi!”. La “voce” è accompagnata dalla percezione di trovarsi come in terra straniera – che non gli appartiene – intrisa di una sacralità che sorpassa ogni immaginazione, non disponibile alla propria volontà e sulla quale è doveroso rimanere in contatto con profondo rispetto: "Non ti avvicinare oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo!”.

Segue la sorprendente rivelazione: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”, ossia il Dio della tradizione e della promessa. “Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio” (a quel tempo si riteneva che nessuno potesse vedere il volto di Dio e rimanere in vita). Mosè s’incontra con il mistero e il fascino della propria esistenza, ne percepisce la consistenza, la voce e la chiamata. Il contatto con Dio è stabilito.

Dio manifesta il suo progetto, la sua volontà di coinvolgere Mosè: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze”. Grande è la sorpresa di Mosè; infatti la lunga schiavitù portava a ritenere che Dio si fosse dimenticato della promessa e avesse abbandonato il popolo al triste destino.

Invece, “Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”, e gli conferisce autorità e potere per portare a termine il progetto in suo nome.

Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo sconcerto e lo spavento per un compito  del genere. Non volendo manifestare esplicitamente la sua insicurezza, Mosè tenta, con tutte le argomentazioni possibili, di sostenere le sue difficoltà e perplessità affinché Dio lo sollevi dall’incarico (vedi fino al capitolo 4,13 per approfondire la portata delle sue richieste, e il modo in cui Dio le smonta una ad a una, fino a che, stremato, si arrende).

Una delle sue richieste, la seconda, è la credenziale davanti al popolo, dovendo presentarsi come inviato dal Dio dei Padri, dal Dio della promessa. Mosè disse a Dio: “Mi diranno: ‘Qual è il suo nome?’. E io che cosa risponderò loro?”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 15,5-12.17-18)

 

Abramo, con la moglie sterile – i due anziani -, è in cammino verso una meta sconosciuta che Dio gli indicherà al momento opportuno. È motivato dalla promessa e sostenuto dalla fede che avrà una discendenza numerosa come il numero delle stelle del cielo e la quantità di grani di sabbia della spiaggia del mare. Dopo molto tempo non riceve risposta da parte di Dio riguardo al figlio – la discendenza – e allora “Dio condusse fuori dalla tenda Abramo” per rassicurarlo riguardo alla promessa.

Dio gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, e se riesci a contarle”; ma come contare nel deserto le miriadi di stelle del firmamento completamente limpido? Posto Abramo davanti all’impossibilità, Dio aggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”, e rinnova la sua promessa senza specificare, ancora, il quando, il luogo e la circostanza del compimento.

Abramo “credette al Signore (…)”. Egli non accenna a sentimenti di delusione, frustrazione, ansia o preoccupazione, possibili quando le attese vanno oltre il limite ritenuto accettabile, ma rinnova la sua fiducia. Dio conosce il cuore, i pensieri, le considerazioni e riflessioni che conformano la coscienza e il mondo interiore di Abramo e percepisce l’autenticità della fiducia.

Ritenuto sincero e attendibile, lo “accreditò come giustizia”. È giusto perseverare nella fiducia riguardo alla promessa del Signore; è la corretta disposizione nei suoi riguardi e verso sé stesso: due piani diversi – di Dio e dell’uomo – in comunione simbiotica.

Con il rinnovo della promessa della discendenza, Dio aggiunge quella di “darti in possesso questa terra”. La discendenza e la terra abbracciano la totalità dell’orizzonte di vita e del desiderio di realizzazione piena. Ed ecco, allora, l’immediata risposta di Abramo: “Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”.

Dio si impegna solennemente a compiere la sua promessa. Quando ormai è buio fitto, Egli stesso passa come fuoco in mezzo agli animali squartati e divisi. Nella cultura di allora è il modo di stipulare un’alleanza invocando su di sé, in caso d’inadempienza, la stessa sorte degli animali squartati.

Da notare l’importante dettaglio che è soltanto Dio a passare fra gli animali squartati, anche se Abramo acconsente a preparali. Impressiona moltissimo il fatto che, in un patto fra disuguali, solo la parte più forte assuma radicalmente, e senza riserve, la responsabilità.

Il Signore s’impegna con un atto unilaterale, segno di somma volontà ed espressione di un amore incondizionato, totalmente gratuito e disinteressato, nel senso di non avere altra finalità che compiere ciò che darà gioia e vita piena ad Abramo e alla sua discendenza.

Nella celebrazione dell’alleanza Abramo ha un ruolo prevalentemente passivo; infatti “un torpore cadde su Abramo, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono”. Il Signore prende l’iniziativa e conduce lo svolgimento del rinnovo dell’Alleanza, mentre Abramo è come in caduta libera, avvolto nel tremendo e sconcertante mistero di Dio e totalmente in balia da esso.

Gli vengono meno le forze e le condizioni per reagire, stando in un’oscurità che rende assolutamente impossibile alcun tentativo di modificare la situazione. Di conseguenza è comprensibile lo stato di terrore e l’oscurità che lo assale; probabilmente si sente come perso e avvolto nel vortice dello sgomento e dell’impotenza dal quale non può uscire.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 26,4-10)

 

Il testo corrisponde al nostro “credo”. È la professione di fede del popolo ebraico liberato dalla schiavitù dell’Egitto e condotto attraverso il deserto alla terra promessa. La sua fede è la testimonianza di una storia, di un cammino, che inizia con Abramo, il capostipite: “Mio padre era un Aramèo errante”.

Le vicende che seguirono fecero della poca gente una “nazione grande, forte e numerosa”. Tuttavia la sintonia iniziale con la vicenda di Giuseppe – divenne viceré d’Egitto – col passare degli anni essa si tramutò in una minaccia per L’Egitto: “I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divenendo numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno” (Es 1,7).

Non si conosce la causa della fallita integrazione. Viene soltanto registrato il rapporto fra i due popoli, valutato sul numero dei membri, sulla loro forza, il potere e l’eventualità che uno prevaricasse sull’altro. La conseguenza è che “gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù”, il che succede quando la paura si associa al potere, e allora ecco la schiavitù o, addirittura, la strage.

Tuttavia può darsi che il popolo d’Israele, numeroso, forte e sicuro di sé, si sia allontanato dal Dio della promessa e abbia fatto di Lui semplicemente, e deduttivamente, il Dio del privilegio, “ammutolendo”. Altrimenti come spiegare il lungo silenzio di Dio nei riguardi del suo popolo maltrattato?

L’avvertenza è illuminante per oggi, riguardo all’efficace e positivo processo di accoglienza e integrazione dei migranti in cerca di pane, pace e di sicurezza di vita. Considerare la propria condizione esclusivamente nell’ambito del privilegio e del diritto acquisito porta a ritenere, e vedere nei migranti bisognosi di aiuto, una minaccia o,  peggio, un pericolo. La conseguenza è la chiusura delle frontiere.

In ogni modo, riprendendo il testo non è difficile immaginare la condizione devastante a  livello generale del popolo e, individuale, di ogni persona. L’interrogativo è: Dio ha dimenticato la sua promessa? Ha ritirato il suo favore? L’angoscia da un lato, e la memoria nella fedeltà di Dio alla promessa dall'altro, motivano l’invocazione d’aiuto.

“Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la mostra umiliazione, la nostra miseria, la nostra oppressione”. La compassione e la misericordia, l’amore fedele del Signore prevale: “E il Signore ascoltò la nostra voce (…) ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio, spargendo terrore e operando segni e prodigi”.

La memoria del grande evento della liberazione, elemento centrale della fede del popolo, e la finalità e il destino ultimo di tale evento, costituiscono il quadro di riferimento per il presente e il futuro del popolo.

Dio ha liberato il popolo perché faccia del dono della liberazione memoria che ne attualizza gli effetti per le generazioni future. Resterà impressa nel loro patrimonio di fede e d’identità il passaggio dalla condizione di schiavitù e oppressione a quello di popolo libero ed erede della benedizione, della promessa di Dio e riferimento per tutte le nazioni.

Uscito dall’Egitto, il popolo intraprende il cammino nel deserto, nel quale attraverso prove e difficoltà perfeziona, purifica e consolida il frutto della liberazione e rende comprensibile la portata e significato dell’Alleanza contratta nel Sinai, in modo che, correttamente intesa e praticata, farà della terra promessa l’ambito dell’avvento della sovranità di Dio.

Proseguendo, il “credo” afferma: “Ci introdusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 27,4-8)

Il Siracide (precedentemente indicato con il titolo di Ecclesiastico – libro da leggere nell’assemblea e, infatti, l’opera era molto letta nella comunità ecclesiale – N.B.: da non confondere con l'Ecclesiaste o Qoelet) è un libro sapienziale ricco di insegnamenti rivolti a ogni categoria di persone, e valido per diverse situazioni di vita.

Abbraccia aspetti positivi e negativi dell’esistenza umana e presenta una visione serena del mondo e della vita, sorretta dalla presenza di Dio e dalla bontà della sua provvidenza. Profondamente radicato nella tradizione religiosa dei padri, vede nella legge del Signore il fondamento e la fonte prima della vera sapienza data a Israele.

Il testo considera, in generale, l’attività intellettuale della persona e, specificamente, la comunicazione attraverso la parola, la conversazione, la manifestazione del pensiero e afferma: “Quando si agita un setaccio, restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.

Vagliare l’uso della parola – riferimento in senso lato ad ogni mezzo e forma di comunicazione – con intelligenza e umiltà riguardo alla ricezione, all’incomprensione o al rifiuto del contenuto da parte dei destinatari è come agitare il vaglio e discernere la reale efficacia e opportunità o meno di essa.

Riflettere, ritornare su sé stessi e attivare il discernimento è motivo di crescita sotto tutti gli aspetti o di chiusura in sé stessi, nel proprio ambito, nel proprio mondo interiore, rendendo impossibile, in tal caso la crescita di nuovi e positivi sviluppi. È quello che, normalmente,  succede quando prevale la paura, l’orgoglio, l’invidia o la gelosia.

“La prova dell’uomo si ha nella sua conversazione”, nella quale affiora la qualità umana, psicologica e spiritale della stessa. Qualità che disvela l’adeguata e competente argomentazione, o meno, del tema di cui si parla, per la capacità di ascolto e di accoglienza di opinioni diverse, per l’esposizione di argomenti contrari ma opportuni che aprono nuovi orizzonti, per la pazienza e l’equilibrio psicologico nelle eventuali incomprensioni, provocazioni pungenti o anche frasi o parole inopportune o, addirittura,  offensive. Un consiglio saggio è “non tanto dire quello che si pensa, quanto pensare quello che si dice…”.

Un aspetto di fondamentale importanza è l’ascolto. Il libro del Deuteronomio – l’ultimo dei cinque che costituiscono la Legge dell’Antico Testamento – esorta, con insistenza, il popolo eletto: “Ascolta Israele…”, nel senso di porre tutta l’attenzione e la disposizione interiore per discernere, nel contenuto della comunicazione, gli elementi di novità che sostengono il progetto di vita e il cammino in sintonia alle esigenze dell’Alleanza, stipulata da Mosè nel Sinai.

La Parola di Dio è registrata nei testi biblici, ma non solo. È anche la storia – gli eventi dell’attività umana – che, nella loro globalità, sono sostenuti dalla presenza e dall’azione Trinitaria. Solo che il progresso umano, frutto dell’indagine in tutti i campi del mistero della vita, non è scevro da ambiguità e, di conseguenza, portatore di bene e di male per le persone e l’umanità; più specificamente, di bene per pochi, escludendo il bisogno di uscire dalla sofferenza e dal disagio umano di molti.

“Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo”. Vale specificare che per la bibbia la parola non è solo quella pronunciata della persona, ma ogni azione della stessa che ha senso e significato, e incide nel rapporto interpersonale e sociale a vantaggio o danno di sé, dell’interlocutore, della società o del creato.

Qui l’etica ha un ruolo fondamentale nel dimostrare in che modo è coltivata la vita individuale, sociale ed ecologica.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

 

Il brano riferisce la forte tensione e disagio di Saul nei confronti di Davide, quest’ultimo chiamato dal Signore e unto dal profeta per sostituirlo nel condurre Israele. Saul non accetta l’evento e cerca di sopprimere Davide che, d’altro lato conta sull’amicizia di suo figlio, Gionata, che lo mette in guardia dalle intenzioni e del progetto del Padre, salvandogli la vita col rifugio nel deserto.

È in esso che Saul persegue il suo intento, con determinazione e impiego di un numero considerevole di uomini: “Saul si mosse e scese nel deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele per ricercare Davide”.

Alla mossa del re, Davide e Abisài abilmente si intrufolano nell’accampamento, si impadroniscono della lancia e della brocca d’acqua del re che stava dormendo. Quest’ultimo legge la circostanza come disegno di Dio da assumere con determinazione: “ti ha messo nelle mani il nemico. Lascia dunque che io lo inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”.

Ma Davide si oppone: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. L’unzione che Saul ha ricevuto merita rispetto e l’eventuale trasgressione, pur motivata dalla necessità di proteggersi dal pericolo e dall’eventualità di soccombere, sarebbe foriera di disgrazia per lui stesso, pur avendola ricevuta per sostituirlo.

Ebbene, sempre, alla luce della fede – e anche nell’orizzonte più ampio della dignità umana – ogni persona è unta, cioè è sacra, perché creata a immagine e somiglianza di Dio e, ancor più, perché redenta dalla missione e consegna di Gesù Cristo per la causa del regno, della sovranità di Dio in essa e nell’umanità intera.

Il non rispetto della dignità umana, a causa dello sfruttamento, della violenza di ogni tipo e di tutto ciò che la diminuisce, o addirittura la sopprime, è un’offesa alla sacralità della persona, del gruppo o dell’etnia alla quale appartiene. Innesca non la punizione di Dio – che sempre ricompone nella persona la vita di chi si rivolge a lui con cuore sincero – ma processi di distruzione della vita altrui e, allo stesso tempo, della propria, nel senso di essere precipitati nella disumanità e in tutto ciò che di male essa porta con sé.

Ebbene, tornando al brano, Davide si limita a dimostrare la reale possibilità di eliminare Saul ma non vuole macchiarsi le mani del suo sangue.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 17,5-8)

La missione a cui è chiamato Geremia si svolgerà nei termini indicati dal Signore stesso nel momento della sua elezione: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare” (Ger 1, 10).

Dovrà dire quello che il popolo e le autorità non vogliono udire; indicare il cammino contrario a quello da loro perseguito; profetizzare l’opposto delle loro speranze rispetto alle loro attese e annunciare l’avvento di un futuro devastante in caso di disobbedienza, il che avverrà con l’invasione del re Nabucodonosor e la deportazione in Babilonia.

Il libro registra la grande sofferenza del profeta, non solo per l’opposizione e il rigetto generalizzato ma, soprattutto, per il “silenzio del Signore” dal quale egli si sente defraudato, deluso e, di conseguenza, al limite delle forze per continuare la missione.

Tuttavia, in mezzo alla prova, il Signore interviene per sostenerlo: “Allora il Signore rispose: ‘Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro e di fronte a questo popolo ti renderò come un muro durissimo di bronzo’” (Ger 15, 19-20).

La sottolineatura fa capire dove sta il punto critico e, precisamente, nel discernimento che è venuto meno. Il Signore evidenzia al profeta la necessità di adeguarsi al corretto criterio di giudizio per portare a termine, coraggiosamente, la missione. Non solo, ma gli trasmette i due orizzonti radicalmente contrapposti da prendere in considerazione per il discernimento stesso.

Il primo porta con sé la maledizione, l’insuccesso, il fallimento: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”. L’orizzonte denuncia l’uomo il cui cuore – o meglio il progetto, le scelte e la filosofia di vita sono contrarie a quelle del Signore, ed a causa delle quali si è allontanato da Lui, dalle esigenze dell’alleanza, dal fine della sua azione e presenza in ordine all’avvento del regno di Dio. L’uomo ha fatto prevalere il proprio progetto, le proprie scelte, il proprio fine, non avendo nulla a che vedere con quello del Signore. Questa condizione si riassume nel termine “carne”, nella quale l’uomo pone “il suo sostegno”.

Il secondo è il contrario, porta con sé la benedizione “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e nel Signore è la sua fiducia”, per sintonizzare con il progetto di Dio e ciò che consegue, similmente ad un albero florido, ben sostenuto, che “non smette di produrre frutti”.

Viene da chiedersi: cos’è che affievolisce o, addirittura, mina la fiducia nel Signore e fa sì che l’uomo si allontani, perda la fiducia in Lui e si diriga, in un certo senso, verso l’auto-distruzione, nell’illusione di una effimera e inconsistente felicità?

La risposta è, usando un termine generale: il peccato. Quante volte nelle vicende umane si dice "che peccato!", Intendendo che si è persa una grande opportunità, per il prevalere di progetti e prospettive proprie, inefficaci e illusorie o, anche, per la seduzione di cammini alternativi attraenti e di facile o immediata soluzione.

In sostanza il peccato consiste nel cadere, essere come trascinati nell’inganno per la mezza verità che lo sostiene, per poi rivelarsi il contrario di quello che faceva intravedere per gli effetti negativi, e a volte, devastanti e irrecuperabili.

La difficoltà nel dare piena fiducia al Signore deriva dalla caratteristica della sua proposta e del suo insegnamento, che vanno molto oltre quello che l’umana condizione considera ragionevole ed efficace.

In primo luogo la magnanimità del suo amore costante e perseverante, il Suo non curarsi della debolezza, della fragilità e vulnerabilità umana e, soprattutto, la gratuità di esso.

In secondo luogo – non per importanza ma per l’argomentazione – la necessità del pieno coinvolgimento in esso, che comporta l'assunzione della stessa dinamica, delle stesse scelte, degli stessi criteri nel rapporto interpersonale con la collettività, la società e il creato.

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