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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Pr 8,22-31)

Il brano presenta la Sapienza come una persona in rapporto con Dio: “Così parla la Sapienza di Dio”, e rivela la sua origine: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra”. Essa è in Dio e con Dio fin dall’eternità, da prima della creazione.

Dio non è un soggetto individuale e solo; la Sapienza è al suo lato, partecipa della sua essenza, della sua esistenza nel testimoniare che il Signore, quando “fissava i cieli, io ero là”, e “quando disponeva le fondamenta della terra io ero con lui come artefice”, coinvolta nella creazione dell’universo quale mistero dell'insieme organicamente strutturato e sintonizzato a favore del progetto di sviluppo e crescita dell'umanità, del bene comune.

L'insieme ha in sé stesso gli elementi e le condizioni di comunione fra le persone e i popoli che lo compongono. Esso si può paragonare agli elementi di un’orchestra nella quale ognuno svolge la parte che gli compete, in sintonia con il progetto di armonia e pace proprio della Sapienza, conforme alla volontà del Signore.

È doveroso non perdere di vista tale aspetto perché ogni persona, ogni gruppo umano, ogni elemento del creato non è casuale né superfluo o senza senso, ma è necessario per il ridere dell’universo, che è l’estasi di Dio, come ben dice un teologo della portata di Moltmann, ovvero l’avvento del suo regno.

Tale estasi aggancia il con ruolo della Sapienza: “ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”, il cui gioco nell'ambito divino coinvolge gli uomini nell'elaborare e testimoniare l'evento della comunione, nell'orizzonte dell'armonia e della pace.

Cosicché ogni momento è camminare insieme nel dono di uno per l’altro, nel trovarsi l’uno nell’altro nel gioco, nell’allegria sincera, disinteressata, gratuita, senza secondi fini, nella trasparenza dell’autentico rapporto.

Sotto tale profilo un’immagine affine all’esperienza della vita in Dio è offerta da tre bambini in tenera età attratti dal gioco che li accomuna nello stare insieme. Essi vivono il presente con tutto se stessi, con intensità, nella pura gratuità, senza rivalità o competizione, ma totalmente presi e coinvolti nel gioco puro e semplice, il cui fine è la gioia.

È il gioco che in Dio suscita stupore e delizia: “ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno”, e fa sì che la Sapienza lo riversi nella creazione: "giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

Purtroppo gli stessi “figli dell’uomo” non si lasciano coinvolgere, resistono al gioco a causa della distorsione profonda del loro mondo interiore, deviato su altri cammini, spinti dalle loro immediate percezioni e sentimenti, sperando, ma allo stesso tempo illudendosi, di raggiungere gli stessi risultati.

Per loro il gioco ha tutt’altre caratteristiche.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,1-11)

L’evento di Pentecoste – cinquanta giorni dopo la Pasqua – segna un momento molto importante e decisivo per l’umanità, con l’invio dello Spirito Santo preannunciato da Gesù stesso ai discepoli il giorno dell’ascensione.

Ogni manifestazione di Dio è improvvisa, senza alcun avvertimento. Essa irrompe in modo sconcertante nell’ambiente, coinvolge e sconvolge la vita delle persone a cui è diretta. I discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, a porte chiuse per paura dei giudei. Per loro è difficile raccontare esattamente quello che è successo perché non ci sono parole adeguate e, necessariamente, ricorrono a comparazioni “quasi un vento che si abbatte impetuoso” “apparvero loro lingue come di fuoco”, giacché l’evento va molto oltre la capacità della corretta descrizione, essendo manifestazione dell’insondabile complessità del mistero di Dio.

Le ‘lingue’ si posarono su ciascuno di loro “e tutti furono colmati di Spirito Santo”. Esse sono il segno esterno dell’evento, che inciderà in modo determinate sull’opera di Dio nella storia, orientandola verso il fine da Lui stabilito riguardo alla partecipazione dell’umanità e del creato alla sua gloria con l'instaurazione del suo Regno.

L’essere colmati dallo Spirito che cosa ha significato per i discepoli e per gli apostoli in termini di comprensione dell’evento pasquale? e che ricaduta ha avuto sul loro comportamento riguardo alla missione affidata da Gesù?

Riguardo al primo aspetto, si è dato il rovesciamento dell’idea predominante sulla persona e attività di Gesù che da maledetto da Dio – tale era il significato del crocefisso – è annunciato come Salvatore e il Messia atteso. Nessuno se lo aspettava.

Pur avendolo visto Risorto, il significato pieno dell’evento rimane appannato, un misto tra lo stupore e l’incredulità. Lo Spirito, come un fuoco purificatore, ha fatto comprendere la portata dell’amore di Dio nel Risorto e l’avvento della sovranità di Dio, del regno in loro, fra loro e con tutta l’umanità.

Il rovesciamento riguarda non solo la comprensione della persona e l’attività di Gesù, ma anche degli stessi discepoli, della nuova percezione di sé stessi per il coinvolgimento e l’immersione nella realtà dell’amore di Dio, al punto da sentirsi trasformati, liberi dallo sconcerto e dal dubbio riguardo alla persona di Gesù Risorto.

Riguardo alla ricaduta sul loro comportamento, il coinvolgimento con il Risorto li porta ad annunciare e testimoniare il significato e la portata della risurrezione del Maestro; a donarsi per la causa del regno con lo stesso amore con il quale ognuno di loro è amato dal Signore e declinare tale amore nell’audacia coraggiosa dell’impeto missionario, rivolto alle autorità che condannarono Gesù, e ad  estenderlo a tutto il popolo e alle nazioni.

È l’esperienza “del vento impetuoso” – una forza irresistibile e incontrollabile – generata dalle “lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro” che crea lo spazio nella mente e nel cuore di ognuno, attivando la comprensione dell’evento e il loro coinvolgimento nel continuare la missione di Gesù Cristo a favore dell’umanità.

Come gli apostoli, ogni credente che apre la mente e il cuore allo Spirito trova l’autenticità di sé stesso nel fare propria la dinamica dell’amore di Gesù. In tal modo è reso capace di gestire quello che è caratteristico della propria cultura e del proprio patrimonio personale, nel rapporto simbiotico con sé stesso e altri appartenenti ad altre culture.

È attivata la dinamica della comunione fraterna e solidale e, nello stesso tempo, lo sviluppo, l’approfondimento di quello che di più vero appartiene a ogni soggetto preso singolarmente, con il risultato di rendere sempre più percepibile in ognuno, per la responsabilità a favore della causa del regno, l'immagine di Cristo.

Tale dinamica, nella misura in cui vi aderisce ogni gruppo etnico, senza rinunciare a ciò che è specifico della propria cultura, inclusa la fede religiosa, porta allo stupore, alla meraviglia come per coloro che si rivolgevano agli apostoli: “E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 1,1-11)

Chi ha familiarità con la Bibbia sa che gli Atti degli Apostoli sono attribuiti a Luca, lo stesso autore che ha scritto il Vangelo omonimo. Gli Atti sono la continuazione del vangelo, cui si riferiscono le parole “Nel primo racconto, o Teofilo…”. Il libro è la testimonianza dell’azione dello Spirito nel sorgere delle prime comunità e della diffusione del Vangelo nel mondo allora conosciuto.

Il testo di questa domenica presenta Gesù nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione, in dialogo con gli apostoli: “Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”. L’indicazione – “quaranta giorni” – non corrisponde al tempo cronologico ma, in sintonia con altri riferimenti analoghi nei testi biblici, indica un tempo prolungato.

Sorprende che Gesù non faccia alcun riferimento a sé stesso, alla grande ingiustizia di cui è stato vittima, alle sofferenze della croce e all’esperienza della risurrezione, al tradimento e abbandono degli apostoli, ma soltanto al fine della missione relativa al regno Dio. Non c’è parola o accenno e, ancora meno, critica o rammarico riguardo all’ingratitudine del popolo e al comportamento degli apostoli.

È come se stesse parlando senza che niente di speciale fosse accaduto, con il solo intento di istruire gli apostoli riguardo al fine della sua attività e missione. Gesù indica agli apostoli come attendere “l’adempimento della promessa del Padre”, l’avvento del regno, la manifestazione della sua sovranità.

Con l’adempimento della promessa gli apostoli saranno coinvolti, “battezzati in Spirito Santo” e, con l’immersione nello Spirito Santo, acquisiranno le condizioni necessarie per continuare la missione del Maestro. Il coinvolgimento darà loro la comprensione, nei loro confronti e in quelli dell’umanità intera, degli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo e, con essa, il motivo e la finalità della missione in ordine alla causa del regno.

Le parole di Gesù, probabilmente, furono intese dagli apostoli come riferimento alla predicazione di Giovanni Battista perché domandano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele”? Essendogli riconosciuta la condizione di Messia, l’attesa è che liberi la nazione dalla presenza dei romani e purifichi il popolo, separando chi non osserva da chi compie la legge nell’instaurare il regno.

La loro comprensione è ancora molto lontana da ciò che Gesù proponeva di fare per mezzo loro. Tuttavia egli non si sorprende, né pretende di correggere o dare altra spiegazione riguardo all’avvento del regno, ma afferma che non compete ad essi conoscere quando e come avverrà, perché riservato al Padre.

Annuncia che il primo passo del loro coinvolgimento avverrò con l’invio dello Spirito: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Lo Spirito li costituirà testimoni, garanti della verità, della realizzazione della salvezza personale di chi abbraccia, con amore e riconoscenza, il comportamento, la filosofia di vita e la dedicazione per amore alla persona di Gesù, avendo come fine della missione l'instaurazione di un mondo in sintonia con la volontà di Dio.

“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. In tal modo l’Ascensione universalizza la missione, in modo che si estenda fino ai confini della terra per mezzo della loro predicazione e testimonianza.

I discepoli svolgeranno la missione fino al “ritorno” del Maestro dalla gloria di Dio, nella quale è accolto.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (At 15,1-2.22-29)

In relazione alla prassi abituale e alle idee consolidate dalla tradizione, le novità alcune volte sono bene accette, soprattutto quando sono in sintonia con le attese; altre volte, quando rompono schemi ritenuti immutabili e quindi inattaccabili, sono motivo di forte tensione, di grande preoccupazione e sconcerto. In questo secondo caso trovare una via d’uscita non è facile, a causa di interessi e situazioni ritenute inconciliabili.

È il caso del brano odierno. La posta in gioco è molto seria: “Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati”. È in gioco la salvezza individuale e collettiva del popolo eletto, con l’ingresso nel regno di Dio e l'avvento del Messia.

Parallelamente, anche nella Chiesa, sino a qualche decennio fa, è maturata una convinzione del genere. Fino a poco fa si insegnava che senza il battesimo (la nuova circoncisione) e fuori della Chiesa (il nuovo popolo eletto) non c’è salvezza. Pastoralmente era considerato peccato grave da parte dei genitori cristiani ritardare il battesimo del neonato, giacché la morte, sempre in agguato, avrebbe potuto escluderlo dalla salvezza e relegarlo al limbo (ultimamente è stato rivisto questo aspetto). Era un grande peso per la coscienza dei genitori e per la chiesa lasciar morire il bambino senza battesimo.

La circoncisione era il segno visibile dell’alleanza con Dio, dell’appartenenza al popolo d’Israele, e obbligava al rispetto della legge mosaica. Ogni adulto pagano doveva sottomettersi alla circoncisione nel momento della conversione al Dio d’Israele: era impossibile la salvezza per un pagano non circonciso.

La domanda che si poneva in quei tempi era: è necessario per un pagano diventare giudeo – essere circonciso – o basta la fede in Gesù Cristo, sigillata nel battesimo? Gesù non aveva dato alcuna indicazione al riguardo, aveva solo detto di battezzare tutte le genti. Ora, mettere da parte la tradizione basata sull’autorità di Mosè non era irrilevante né, tanto meno, evidente per tutti.

Grandissima era la tensione nelle comunità appena sorte, per cui la questione non poteva essere risolta dalla comunità locale. Era necessario l’intervento dell’autorità centrale degli apostoli e degli anziani, cosicché fu deciso che “Paolo e Bàrnaba e alcuni altri salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

Era in gioco, oltre alla salvezza anche l’unità della comunità attorno a un aspetto decisivo e determinate della propria identità e all’azione pastorale nel suo insieme. La risposta fu audace e coraggiosa: no alla circoncisione. Le conseguenze furono enormi per lo smarcarsi dal giudaismo, e più avanti tale decisione determinerà la rottura con esso. Se non fosse stato così la chiesa sarebbe rimasta un’appendice del giudaismo. Da allora, la chiesa dovette reggersi, sempre più, per conto proprio.

Nonostante la decisione netta e chiara occorrerà tempo perché ciò sia assunto e assimilato nella pastorale della comunità. Rigurgiti di conservazione, con tutta la loro forza, tensione, polemiche e resistenze sono registrati nei testi del nuovo testamento.

Particolarmente significativo è il riferimento che motiva e argomenta la risposta: “È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo…”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (At 14,21b-27)

 

Il brano è la parte finale del racconto del primo viaggio missionario di Paolo. L’attività di Paolo e Barnaba a Derbe, ultima tappa del loro percorso, mette in luce la feconda attività,  fatta soprattutto di contatti personali che aggregano un buon numero di persone: “Dopo aver evangelizzato quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornano a Listra, Icònio e Antiochia”.

Essi percorrono a ritroso il cammino fatto e incontrano le comunità precedentemente fondate, “confermando i discepoli ed esortandoli a restare fedeli nella fede ‘perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni’”.

La conferma e l’esortazione indicano la fragilità e la vulnerabilità dei convertiti. E non può essere altrimenti, considerata la portata del coinvolgimento nella fede in Gesù Cristo e l’entrata nel regno di Dio con l’accoglienza, l’adesione all’insegnamento e alla pratica di Gesù; e, similmente al supplizio della croce da Lui patito, anche i discepoli “attraverso molte tribolazioni” e partecipano allo stesso martirio, anche se non così estremo.

Tuttavia il processo di conversione in atto merita l’attenzione e la dedicazione di Paolo e Barnaba, per consolidare la struttura della comunità nascente sul lato dell’organizzazione interna, in modo da insegnare, trasmettere il contenuto e sostenere il cammino. A tal fine scelgono persone affidabili: “Designarono quindi in ogni Chiesa alcuni anziani”.

L’assegnazione è preceduta dalla preghiera e dal digiuno, con “l’affidamento al Signore nel quale avevano creduto”, in virtù della promessa di rimanere in mezzo a loro fino alla fine dei tempi. È la fede nella costante presenza del Signore che rende audaci e coraggiosi Paolo e Barnaba nel consegnare il cammino e la crescita delle comunità agli anziani designati.

È la fede nell’azione dello Spirito del Risorto, il vero agente del sostegno della comunità,  che suscita la certezza che non verrà meno, ai designati, il necessario per svolgere il loro servizio, con responsabilità e impegno. Ad essi spetta la responsabilità del cammino della comunità con l’adeguata organizzazione, indispensabile per l’efficace servizio pastorale di crescita nella grazia di Dio.

L’evento Pasquale, culmine dell’insegnamento e della vita di Gesù, ha trasformato la loro vita, sul modello di Paolo e Barnaba, costituendoli messaggeri, annunciatori e testimoni del Regno di Dio, nel quale sono coinvolti e destinatari, assicurando la vita delle comunità. Con Paolo e Barnaba essi, in Gesù Cristo – il Risorto -, hanno percepito il farsi del regno di Dio, il suo significato, il cammino da percorrere, le esigenze, la dinamica per entrare in esso. È ciò che testimoniano e insegnano nella comunità credente.

Il coinvolgimento, per la fede, negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ha determinato l’immersione nella Trinità e nella realtà del Regno, con lo sconvolgimento del loro mondo interiore e della vita in generale. È la trasformazione radicale che motiva Paolo e Barnaba, e ogni autentico credente, a dedicarsi integralmente all’attività missionaria a favore di popoli e culture diverse dalla loro.

Di conseguenza l’azione pastorale si riveste di coraggio e fermezza nelle molteplici difficoltà nelle quali s’imbattono.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 13, 14.43-52)

 

Il brano presenta il grande zelo missionario di Paolo e Bàrnaba. Passano da una città all’altra, da “Perge arrivarono ad Antiochia di Pisìdia”, annunciando il cammino di salvezza offerto da Gesù Cristo per gli effetti della sua morte e risurrezione, da loro stessi sperimentato.

Paolo dirà in un altro brano: “Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20). È il “per me” che suscita e sollecita l’attività missionaria, percependo e credendo nell’amore per il quale si è resi giusti davanti a Dio Padre, come persona trasformata, rigenerata e purificata.

Egli risponde al dono ricevuto, mosso dalla responsabilità e dall’impulso interiore di trasmetterlo, giacché il dono, fonte di liberazione, di gioia e di pienezza di vita, per sua natura spinge a farne partecipi gli altri, a trasmetterlo a chi ne è privo attraverso la predicazione e la pratica conseguente.

In effetti, per loro – Paolo, Bàrnaba e i primi apostoli – predicare la buona notizia non è solo trasmettere un’informazione, è far sì che gli uditori si coinvolgano in modo che la buona notizia diventi buona realtà per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, accolti dalla fede nella persona di Gesù e nella causa dell’avvento del regno per la quale ha consegnato sé stesso.

La giustificazione per la fede in Gesù Cristo, e soprattutto nella sua causa, si scontra radicalmente con la teologia del tempo che ritiene giusto chi osserva fedelmente la Legge stabilita dall’alleanza contratta nel Sinai, e poi ampliata e rielaborata dall’istituzione religiosa.

La loro predicazione è come un voltare la pagina della tradizione consacrata da più di mille anni di storia: con essa è in gioco la salvezza e l’entrata nel regno di Dio con l’avvento del Messia. Essi, con coraggio e audacia, testimoniano la loro fede nella sinagoga, riscontrando successo e adesioni; infatti “Molti giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio”. Il successo fu tale che “Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore”. 

Ma per le autorità ciò costituisce l’adesione a una dottrina eretica e blasfema. Di conseguenza si va allo scontro, alla diatriba per la quale questi, “con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo”, per gelosia e per la posta in gioco.

Tuttavia i due apostoli, con la sconvolgente proposta di cui erano portatori, argomentano nel vivo della polemica con determinazione: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi – Giudei – la parola di Dio” quali eredi della promessa in modo che, anch’essi, aderissero al suo compimento con la conversione.

Il loro rifiuto ad andare oltre la religione dei padri porta i due apostoli ad affermare con ironia: “poiché la respingete e non vi giudicate degni di vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 5,27b-32.40b-41)

Con l’evento della Pentecoste gli apostoli prendono coscienza del significato e dell’importanza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. L’evento illumina la loro mente riguardo alla svolta radicale e impensabile del passaggio di Gesù da maledetto da Dio – tale era il significato della morte in croce – a Salvatore, glorificato dal Padre per mezzo dello Spirito Santo.

La nuova coscienza porta con sé la necessità dell'annuncio, della predicazione dell’evento Gesù Cristo in Gerusalemme. Lo scontro degli apostoli con le autorità è inevitabile; il sommo sacerdote e il Sinedrio sono spiazzati, privati della loro autorevolezza e addirittura incolpati dell’ingiusta condanna.

La reazione del sommo sacerdote è categorica: “Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo”. La disobbedienza degli apostoli suscita forte tensione fra il sommo sacerdote, il sinedrio e gli umili sconosciuti seguaci del crocefisso, esposti al pericolo di subire la stessa sorte del maestro.

Pur nella loro insignificanza sociale e religiosa davanti alla massima autorità, Pietro, con agli altri, non s’intimorisce né si lascia prendere dal senso d’inferiorità ma con audacia e coraggio afferma: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Per obbedienza a Dio sconfessa la loro autorevolezza e di tutti quelli che intendono proibire la loro predicazione e l’insegnamento ritenendolo eretico, una bestemmia, la negazione della vera fede nel messia e nell’avvento della sovranità di Dio.

Pietro argomenta con grande audacia e coraggio, sapendo del rischio che corre. Motiva loro i motivi del dissenso e annuncia il contenuto fondante dell’insegnamento: “Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù (…) lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati”. In altre parole, Dio ha rovesciato il loro giudizio su Gesù e, tuttavia, anche per costoro il rovesciamento è opportunità di conversione, di perdono della loro incredulità e della sfiducia nei riguardi di Gesù, ora costituito Cristo alla destra di Dio Padre.

Il coraggio e la determinazione emergono dalla convinzione interiore e profonda che “di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. L’obbedienza a Dio per la fede – nell’accettare di essere accettati da Gesù Cristo, trasformati dagli effetti della sua morte e risurrezione e continuatori dell’avvento della causa del regno – manifesta la stabilità, la consistenza della comunione con Lui, per l’azione dello Spirito Santo che li rende autentici testimoni nell’assumere la predicazione e l’annuncio anche a costo dello scontro.

Lo scontro è motivato da due idee opposte – quella del sinedrio e la loro – escludenti e irriducibili una con l’altra riguardo a Dio. In nome dello stesso Dio, quelli che condannarono e uccisero Gesù lo fecero con l’intenzione di “salvare” Dio, il popolo, il tempio e la religione, vedendo il Lui il pericolo di sopravvivenza della stessa nazione, come disse Caifa: “è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!” (Gv11,50).

Il Dio di Gesù che gli apostoli annunciano e testimoniano è instaura l’avvento del regno di Dio e, con esso, della rigenerazione di ogni credente e lo strutturarsi della nuova società nei termini dell’Alleanza, rimasta incompiuta perché asservita al mantenimento del potere.

Il sommo sacerdote e le autorità non hanno nessuna intenzione di rivedere le loro convinzioni e, pertanto, agli apostoli hanno “espressamente proibito di insegnare". La risposta di Pietro a chi può condannarlo a morte è ferma e determinata: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. In tal modo testimonia la forte e consistente identificazione con l’evento pasquale e la persona stessa di Gesù. "La bocca parla di ciò che ha pieno il cuore”, particolarmente in circostanze simili dove è in gioco la propria irrinunciabile identità, anche a costo della vita.

Il coraggio e l’audacia sorgono in chi è solidamente identificato con la causa del regno, in comunione con Gesù Cristo, con fedeltà solida.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 5,12-16)

Il testo è un breve riassunto dell’attività pastorale degli apostoli: “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli”. Essi agiscono con gli stessi poteri di Gesù Cristo il quale ha affermato, durante la sua vita pubblica, che chi crede in lui compirà le sue stesse opere, anzi ne farà ancora più grandi delle sue.

L’inciso in cui si riferisce che la gente pone gli ammalati stesi su lettucci e barelle, “perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro”, trasmette l’idea che Gesù continua ad agire e a compiere la sua missione per mezzo degli apostoli. È la testimonianza della loro identificazione con il Risorto e la certezza che la missione continua.

La loro predicazione non è accolta da tutti: lo indica il fatto che, nel portico di Salomone,  “nessuno degli altri osava associarsi a loro”. Non è spiegato il motivo per cui chi era presente nel portico mantenesse la distanza, tuttavia può essere attribuito all’incomprensione del messaggio o alla volontà di non scontrarsi con l’ostilità delle autorità alla predicazione nel constatare la crescita del numero di aderenti.

Si può ipotizzare che, per la loro vita personale, sociale e formazione religiosa, non abbiano ritenuto convincente la predicazione e l’annuncio del regno nei termini proposti dagli apostoli. Un giustiziato sulla croce – quindi maledetto da Dio – annunciato come il Messia atteso e salvatore è un salto gigantesco, rompe con tutti gli schemi ben consolidati.

Porre come centro il mistero pasquale era qualcosa di sconvolgente, incomprensibile, fuori dai loro orizzonti, che non li riguardava o ritenevano di non aver bisogno, per cui viene meno la motivazione per osare di fare un passo in avanti, avvicinandosi alla cerchia dei credenti.

Al contrario, invece, “il popolo li esaltava (…). Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva”; quindi, “sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e donne”. La guarigione degli ammalati e di “persone tormentate da spiriti impuri” era ritenuta segno della presenza del Messia, o per lo meno di un profeta, un inviato da Dio.

L’adesione entusiasta del popolo è più che giustificata, non solo per il beneficio della salute, il recupero delle forze e delle condizioni psicologiche e morali, ma anche per la vita che rifiorisce con la riammissione, a pieno diritto, nella comunità e nella convivenza sociale.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10, 34 a.37- 43)

Nessuno degli apostoli dice di aver visto né assistito alla risurrezione di Gesù, per cui non si sa né quando né come tale evento si è svolto, e come è successo. Il testo odierno è tratto dal discorso di Pietro il giorno di Pentecoste. Solo allora, per lo Spirito Santo, gli apostoli prendono coscienza della portata e dell’importanza della risurrezione di Gesù, evento che si manifesta loro lungo i quaranta giorni che precedettero l'ultima apparizione, l'Ascensione.

Pietro, anche a nome degli altri apostoli, afferma: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui – Gesù Cristo – compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”, e riassume alcuni aspetti rilevanti dello stare e camminare con Lui, “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.

Beneficare e risanare sono due termini che sintetizzano la finalità dell’azione di Gesù. Essi manifestano il compiersi del regno di Dio quale azione di guarigione verso ogni tipo di sofferenza, e di riscatto da ogni forma di esclusione e ingiustizia, individuale e sociale. Gesù è mosso dalla compassione e dalla misericordia verso ogni persona o gruppo sociale prigioniero dalla schiavitù che separa, e allontana, dalla pratica dell'amore, della giustizia fraterna e dalla responsabilità per un mondo più umano, in armonia e in pace.

La pretesa messianica di Gesù gli costò il rifiuto estremo da parte delle autorità: “Essi lo uccisero appendendolo dalla croce". Morì come un maledetto dagli uomini e da Dio, così ritenevano coloro che approvarono la sua crocifissione. Tuttavia, costoro rimasero sconcertati e increduli quando risuonò l’annuncio: “ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno”. Con tale evento il giudizio di Dio su Gesù è ribaltato completamente.

Il terzo giorno non è un tempo cronologico ma teologico. Esso indica il momento del radicale e definitivo intervento di Dio a favore dell’umanità. Cosicché la risurrezione è l’evento dirimente, lo spartiacque del prima e dopo nella storia e nella vita dell’umanità di tutti i tempi.

Ebbene, Dio “volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio …”, a coloro che camminarono con Lui, seguendolo dall’inizio della sua attività. Il legame fra risurrezione e attività svolta è di grande importanza. La risurrezione è intrinsecamente legata alla vita di ogni giorno: è l’anima, la forza dell’autentico e indistruttibile divenire. Ciò che unisce vita e risurrezione è l’amore per la causa del Regno,  attivo nel disinteresse per sé stesso, per la propria vita, e a favore del bene delle persone e dell’umanità: “per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo”, recita il credo.

La risurrezione non è un atto di potere, di forza, d’imposizione, davanti al quale rimanere annichiliti, stupiti e necessariamente sottomessi. Se così fosse Gesù sarebbe sceso dalla croce, e si sarebbe presentato al Sommo Sacerdote e a Pilato per prendersi la rivincita. Essa è il trionfo della vita spesa come quella di Gesù.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Il brano è tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo”, che tracciano il profilo e l’azione di un personaggio (alcuni ritengono, in modo fondato, che si tratti di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele all’Alleanza) chiamato e unto dallo Spirito per la missione. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli e gli apostoli identificarono il misterioso personaggio con Gesù Cristo.

La missione consiste nell’attività profetica in nome di Dio, nell’insegnare e indicare il cammino corretto riguardo al rapporto con sé stessi, con le altre persone, con la società e il creato, in sintonia con la volontà di Dio riguardo all’avvento del suo regno, nel presente e nelle concrete circostanze della vita personale e sociale.

L’avvento del regno nell’oggi, nell’attualità, è un anticipo e caparra della realtà ultima e definitiva che si manifesterà alla fine dei tempi, con il ritorno del Risorto, nella quale si rivelerà la portata dell'affermazione di Paolo per la quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

A tal fine Dio ha dato al “Servo” una lingua da discepolo, perché “sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”, ossia a chi ha perso speranza e fiducia in un futuro di redenzione dalle sofferenze e dall’umiliazione; a chi è schiavo del peccato e del male e desidera il riscatto, la liberazione e la nuova vita con l’entrata nel regno di Dio.

La liberazione – la nuova vita – si qualifica per la duplice conversione, personale e sociale,  nell’assumere la nuova filosofia di vita, la rinnovata organizzazione sociale in attenzione al diritto e alla giustizia in sintonia con i termini dell’alleanza, per la vita più umana, fraterna, responsabile e degna di ogni singola persona e della società.

È Dio stesso che indica il cammino e il modo di procedere, perciò “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. L’umiltà di chi ascolta e impara è la prima caratteristica del discepolo. L’istruzione, riguardo allo svolgimento della missione, ha dello sconvolgente: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Si tratta di un cammino difficile e drammatico per le resistenze e opposizioni al processo di cambiamento.

Ora il Servo descrive le sofferenze e le umiliazioni che ha incontrato: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. È l’esperienza del grande disprezzo, da parte del popolo,  per la portata e la radicalità del rifiuto, ossia del rigetto del “Servo”. Essa è interpretata dagli aguzzini come manifestazione dell’abbandono di Dio, per aver osato attribuirsi la pretesa messianica. Una blasfemia imperdonabile e meritevole di quanto sopra riportato.

Il Servo, invece di mostrare abbattimento, depressione, delusione, scoraggiamento, manifesta uno stato d’animo singolare; afferma di non restare svergognato né confuso. Manifesta una forza d’animo, uno stato psicologico e una capacità di sopportazione del dolore fisico sorprendente, oltre ogni umana attesa.

La causa è da ricercarsi nella presenza del Signore: “Il Signore mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. In cosa consista concretamente l’aiuto non è specificato. È probabile che, paradossalmente, il "Servo" percepisca “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16),  come linfa vitale proveniente dalla radicale fedeltà di Dio, anticipo della sconfitta del male e vittoria sul peccato.

Questo fa sì che il Egli, in virtù della sua fedeltà alla missione e per la fiducia nella promessa del suo Signore, percepisca nel profondo del suo animo, nella sua persona, la trascendenza del suo Dio o, meglio ancora, la potenza dell'amore insita nella causa del Regno.

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