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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ml 3,19-20a)

Nell’approssimarsi della fine dell’anno liturgico, i testi indicano la meta del creato, della storia, dell’umanità e di ogni persona, con un evento umanamente sconcertante: “Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno”. È importante porre attenzione all’evento finale: conoscere la meta è condizione necessaria per individuare il cammino, sul come e cosa investire in modo soddisfacente.

Gesù dirà di sé: “Io sono il cammino” (Gv 10,6), non la meta, il regno di Dio, che va oltre la sua persona. Assumendo il cammino si entra nella dinamica del regno ultimo e definitivo e, con esso, nella comunione con Lui. Procedendo nel cammino si ridisegna la storia, o meglio la nuova storia (non si tratta di un’altra storia, ma la stessa storia trasformata per la gloria di Dio) che non avrà fine, per la partecipazione all’inesauribile dinamica del Suo amore.

Il profeta annuncia che “sta per venire il giorno”. È noto che il fine ultimo è sempre il primo nell’intenzione e l’ultimo nell’esecuzione. Quello che motiva e sostiene l’azione è il fine, senza il quale si procede barcollando, senza sapere dove si va, vagando un passo dopo l’altro nell’incertezza, nel timore e nel disagio proprio di chi cammina nella fitta nebbia.

Dal punto di vista di Dio la storia comincia dal finale, dalla meta, alla cui luce la persona e l’umanità determinano il corretto rapporto con Dio nell’accogliere l’avvento del Regno oggi – il dono della sua sovranità – nella condizione penultima, perché circostanziale ma in tensione verso l’ultimo e definitivo. Tale cammino e processo qualifica ogni attimo del presente, che racchiude in sé la verità della promessa di Dio trasmessa, di generazione in generazione, e il futuro di pienezza di vita con la partecipazione nella Sua gloria.

Quel giorno del compimento atteso sarà “rovente come un forno”. Immagine spaventosa e  motivo di sconcerto, al punto che la persona preferisce rimuoverlo. Cosicché ogni catastrofe naturale suscita l’interrogativo se non sia un segno premonitore della fine.

Tuttavia, l’immagine “rovente come un forno” può evocare altri scenari: il roveto ardente di Mosè; la colonna di fuoco che accompagna e guida il popolo d’Israele, liberato dal male e dalla schiavitù dell’Egitto, verso la terra promessa; la fornace dove il profeta Daniele e i suoi compagni furono gettati per ordine del re e da cui uscirono incolumi.

Oltre all’immagine spaventosa, quindi, c’è anche quella dell’amore liberatore, della purificazione e della glorificazione. È l’esperienza del Gesù storico – dalla nascita alla risurrezione – in virtù della quale è costituito Gesù Cristo, lo Spirito che dà vita.

Il “giorno rovente come un forno” è il giorno di tutti i giorni, acceso dall’evento Gesù Cristo. Il “forno” rimane acceso e attivo nella persona per la fede, tuttavia, la cenere dell’incredulità lo smorza e ne impedisce l’efficacia rigenerativa.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Mac 7,1-2.9-14)

Il brano narra il tragico racconto del martirio di sette fratelli e della madre per opera di Antioco Epifane che, nel II secolo prima di Cristo, invase Israele e volle sottomettere la popolazione ai costumi e alla religione dei greci. A tutti i costi – anche con la tortura fino alla morte – gli Israeliti dovevano rinnegare la religione dei padri. Di conseguenza sorge la reazione guidata dai Maccabei e il brano mostra le conseguenze estreme dei resistenti.

Le risposte dei martiri al torturatore offrono delle considerazioni che meritano rilievo: “Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri”. Il coraggio e la determinazione di opporsi alla trasgressione dei precetti manifestano la fermezza e la consistenza dell’identità, della filosofia di vita e dell’osservanza della Legge.

Essa è ritenuta un dono, più importante della stessa vita. Dirà il salmo 63: “la tua grazia vale più della vita”, e si riferisce al dono della Legge. Come abbiano acquisito tale identità non è detto, ma si può ben intuire che proviene dall’educazione familiare, dal vissuto sociale cui appartengono e, soprattutto, dalla pratica stessa della Legge.

Infatti essa non è intesa come un dovere o un obbligo da compiere, perché proviene da Dio e manifesta la sua volontà. Il motivo della fedeltà non consiste nell'evitare la condanna e il castigo, ma, in positivo, nella certezza della vita eterna – “dopo che saremo morti per le sue leggi – di Dio – ci risusciterà a vita nuova ed eterna” -. La fedeltà all’Alleanza, con l’intelligente e audace pratica di essa in ordine all’avvento del Regno di Dio, è la finalità della missione d’Israele.

La risurrezione, nell’Antico Testamento, ha una portata e un significato diverso da quella cui siamo abituati a pensare riguardo a Gesù Cristo. Essa ha come sfondo la certezza che nessuno potrà sottrarsi al compimento della Legge, neanche dopo la morte. Se qualcuno dovesse pensare che la Legge vale per questa vita e gabbarla, perché dopo la morte non ha più senso, è in errore. Sarà risorto, giudicato secondo la Legge e non potrà sfuggire al giudizio di condanna eterna. La risurrezione è il trionfo della Legge.

D’altro lato è doveroso affermare che, non solo la prospettiva del merito, ma soprattutto il misterioso rapporto d’amore con il Signore, sostiene la forza e la determinazione di sopportare il martirio e conformare la certezza della speranza. Il merito fine a sé stesso non ha la forza necessaria per sostenere la fedeltà in circostanze del genere.

Perciò, “È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere di nuovo risuscitati”. Cosicché, “Dal cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero riaverle di nuovo”.

La speranza nella risurrezione si fonda e prende consistenza nell’osservanza della Legge che, con il passare del tempo, sarà ritenuta il mezzo per acquisire meriti, come se il Signore non potesse esimersi dal concedere la risurrezione in virtù della scrupolosa e fedele osservanza.

Rimanere nell’orizzonte del merito fa sì che la preoccupazione del credente sia accumularne quanto più possibile, con osservanza sempre più rigorosa.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 11,22-12,2)

 

Il testo è l’orazione dell’autore riguardo la compassione, la misericordia, la bontà, la tenerezza e il perdono di Dio verso chi si rapporta al Signore con cuore sincero, nonostante il peccato. Per l’autore il mondo è poco più di niente, una realtà fragile, inconsistente e debole – “è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra” –, vulnerabile al peccato.

Tuttavia, afferma che Dio esercita il suo infinito amore motivato dalla compassione – “Hai compassione di tutti, perché tutto puoi” – in virtù della quale partecipa della sofferenza, della condizione disumana in cui giace l’umanità per causa propria. Nella sua misericordia “chiude gli occhi sui peccati degli uomini” e, “aspettando il loro pentimento”, esercita la pazienza e la speranza nella fiduciosa attesa che emerga in loro il pentimento.

Dato che tutto procede da Dio e a lui ritorna, l’autore afferma che egli “non prova disgusto per nessuna delle cose che hai creato”, e rafforza la convinzione che “se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?”. L’amore, quale atto creativo, è proprio della sua essenza ed esistenza.

La creazione, più che un momento puntuale nel quale le cose appaiono dal nulla, è un atto permanente della volontà di Dio che chiama alla comunione con Lui, nella quale crea e ricrea costantemente ogni essere vivente. È la dinamica proiettata alla realizzazione piena della vita di ogni persona e dell’umanità intera, la cui meta è l’evento ultimo e definitivo alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

La creatura è chiamata a farsi coinvolgere con l’azione creatrice di Dio, evento di salvezza nel presente. L’amore donato si declina immediatamente nella responsabilità del ricevente, non solo verso sé stesso ma ineludibilmente verso altri e l’umanità. La corretta comprensione e adesione al dono vince il peccato, ovvero, la sfiducia, l’indifferenza o il rifiuto nelle sue diverse espressioni.

Lo Spirito è la linfa del processo vitale. Egli è incorruttibile nel trascorrere del tempo e integro nella sua essenza e azione. È presente nella persona e nella creazione – “il tuo spirito incorruttibile è presente in tutte le cose” – perché tutto appartiene a Dio. Il mondo da Lui creato a Lui tende nella comunione di vita, perché amante della pienezza di vita di tutto ciò che esiste.

Ecco perché egli esercita la sua misericordia con indulgenza verso la debolezza e il peccato degli uomini: “Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 35,15b-17. 20-22a)

 

“Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone”, perché assume criteri oggettivi, validi per tutti indistintamente al di là della condizione sociale, culturale, famigliare o altro che possa sostenere preferenze o privilegi. Quale giudice discerne il bene e il male, quello che è corretto da quello che non lo è.

Pertanto, “Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento”. Il povero, la vedova e lo straniero sono le persone più vulnerabili, senza difesa alcuna e più esposte a ogni tipo di sfruttamento, sopruso e oppressione da parte dei ricchi e delle autorità. La loro voce, il loro lamento e la richiesta di giustizia non è presa in considerazione dai giudici corrotti, favorevoli agli interessi della gente potente, se accompagnata, per di più, da un adeguato compenso.

Il Signore “Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento”. Essi invocano il Signore affinché non tardi a provvedere del necessario e si affretti a farlo nel minor tempo possibile. Nessuno di loro è in condizione di trovare risposte o risolvere le cause della propria sofferenza e disagio.

L’esperienza dell’autore lo porta ad affermare che “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”.

L’indigente, cui si riferisce l'autore, non è solo chi è privo dei beni materiali di prima necessità, né solo la vittima dell’ingiustizia e del sopruso o l’emarginato dal convivio sociale; è anche chi pone la sua fiducia nell’Altissimo, l’umile che confida pienamente nel Signore coltivando nel suo cuore il corretto timore di Dio.

Il timore di Dio non è paura, imbarazzo, insicurezza dell’inferiore, del debole davanti all’infinitamente superiore e potente, ma l'atteggiamento fiducioso di attenzione, rispetto e devozione di chi mantiene correttamente il rapporto sincero con il Signore. Egli è motivato e sorretto dall’amore che non vuole far torto alla persona amata, con attenzione al minimo dettaglio, ben conoscendo i propri limiti e le proprie debolezze. In questo senso, l’umiltà conforma il suo essere ed è la porta d’entrata nella comunione con il Signore.

Questa condizione rende il povero “giusto” davanti al Signore. In virtù della fiducia, la sua preghiera, oltre ad esprimere il desiderio di sintonizzare con la presenza del Signore, è insistente e perseverante, “finché l’Altissimo non sia intervenuto”. Egli ritiene che il ritardo nella risposta corrisponda all’intento del Signore di perfezionare e favorire la sua crescita nella fiducia e nell’amore vicendevole. Con esso rafforza la sua fede in vista di eventuali momenti di debolezza o di scoraggiamento al limite della sopportazione, facendo sì che la gioiosa comunione diventi sempre più solida.

Quando il Signore darà "soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”, nel diritto e nella giustizia personale e sociale, sarà evidente l’efficacia della sua giustizia.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 17,8-13)

Dopo la liberazione dal male e dalla schiavitù dell’Egitto, Israele è in cammino verso la terra promessa. Nel percorso deve affrontare l’ostilità: “Amalèk venne a combattere Israele a Refidìm”. Non è possibile evitare o aggirare il confronto né fuggire o tornare indietro, sarebbe rinnegare il dono della liberazione operata dal Signore, perdere fiducia nella sua presenza e nella promessa riguardo alla nuova terra, meta della liberazione definitiva e luogo dell’avvento del regno aperto a tutte le nazioni. Pertanto Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amelèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio”.

Il vissuto odierno, nel mondo globalizzato, ripropone circostanze simili. Coloro che per la fede negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo sono liberi dalla forza del male, della schiavitù del peccato e in cammino verso nuovi orizzonti di giustizia, diritto e pace – il tesoro del regno di Dio, perla preziosa per la quale vale la pena vendere tutto – si imbattono in numerosi “amaleciti” nella comunità credente e nella società, che si frappongono come ostacoli e deviazione verso altri progetti.

È doveroso non soccombere e affrontare con determinazione il conflitto, sulla scia di Giosuè che "eseguì quanto aveva ordinato Mosè per combattere Amelèk”. È fondamentale, per mantenersi liberi dal male, crescere nel dono della libertà e consolidarla in vista di ostacoli che richiederanno maggiore impegno, immergendosi nell’amore e nella libertà sostenuti dallo Spirito di Dio.

Nel cammino e nel conflitto non si è soli. Come avvenne per il popolo d’Israele, si può contare ogni giorno sulla presenza, sull’aiuto e la forza del Signore, implorata nella preghiera di intercessione.

Mentre Giosuè combatteva, “Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle”. Il colle è il luogo dell’incontro con Dio, lo spazio dove percepire la familiarità con Lui che sostiene e motiva la pratica della giustizia e del diritto in ordine all’avvento del regno. Oggi, questo luogo è il cuore della persona – il suo pensiero, il progetto, l’assimilazione e l’adesione alle condizioni dell’avvento del Regno – lo spazio di accoglienza, dell’azione e forza dello Spirito.

La necessità e il potere dell’intercessione sono simbolizzate dal fatto che “Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amelèk”. L’orazione è l’anello di comunione fra Dio e il popolo: con essa Dio è riconosciuto e invocato come Signore che, guida sicura, cammina con il suo popolo.

La causa di Dio e quella del popolo sono la stessa realtà che sostiene lo stretto rapporto nel quale Dio e il popolo crescono nella qualità di vita per la comunione nell’amore che si stabilisce.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 5,14-17)

Il generale dell’esercito siro Naamàn, contagiato dalla lebbra e su consiglio di una schiava ebrea al servizio della moglie, si reca nel paese nemico – Samaria, Israele – per incontrare il profeta Eliseo. L’incontro rischia di fallire a causa di probabili complicazioni politiche e, se ciò accadesse, il generale si sentirebbe umiliato, non accolto all’altezza del suo rango.

Il profeta gli dice semplicemente di immergersi sette volte nel fiume, richiesta che irrita molto il generale, che aspettava ben altre indicazioni e prescrizioni rispetto al semplice bagno nelle acque del fiume. Solo il buon senso della schiava riesce a curare l’orgoglio ferito del generale, tanto che egli che “scese e s’immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Eliseo, uomo di Dio, e il suo corpo divenne come il corpo di un ragazzo, egli era purificato dalla sua lebbra”.

L’evento trasforma l’orgoglio in umiltà. Il generale ritorna da Eliseo, che aveva trattato grossolanamente e “stette in piedi davanti a lui”, in segno di rispetto e considerazione, come se volesse chiedere scusa. L’aver dominato e sottomesso l’orgoglio ha permesso di recuperare la salute, altrimenti inevitabilmente compromessa. È una lezione che va ben oltre la circostanza specifica.

Più ancora, il generale afferma: “Ecco, ora so che non c'è Dio sulla terra se non in Israele”. Un evento di tale portata apre la mente e il cuore a Dio, in nome del quale esso è avvenuto. Ecco la ragione dell’impegnativa affermazione del generale.

Molte persone, in circostanze simili, direbbero le stesse parole. Riconoscere Dio come Signore della propria vita, dopo il miracolo, è proprio del senso comune. È vero anche il caso di persone che, per un male o una circostanza irrimediabile, promettono mare e monti se graziate, per poi dimenticare tutto e tornare alla vita di prima, “dimenticando” le promesse.

Che cosa fa la differenza? L’inconsistenza e la superficialità del rapporto con Dio fa sì che la persona riduca la rivelazione solo all’avvicinamento strumentale e interessato. Ottenuta la grazia tutto rimane un bel ricordo per circostanze future, ma non motiva il coinvolgimento nella comunione e, meno ancora, l’identificazione fondante per un solido e costante rapporto.

Non è il caso di Naamàn che rivolgendosi al profeta aggiunge: “Adesso accetta un dono dal tuo servo”. Eliseo risponde con fermezza: “Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò”. La vita del Signore è amore gratuito, disinteressato e non ha altra finalità che l’amore stesso. L'accettazione del dono da parte di Eliseo avrebbe trasformato  l’evento in scambio, realtà lontana dalla presenza e dalla comunione con il Signore e avrebbe comportato il rapportarsi con un Dio che non è quello d’Israele.

Naamàn chiede il permesso di caricare la terra e portarla a casa e, inoltre, afferma che “non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi ma solo al Signore”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ab 1,2-3; 2,2-4)

È un momento di grande tensione per Abacuc: "Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti”; si sente abbandonato e defraudato da Colui che lo ha chiamato alla missione profetica. Tutto ha un limite di sopportazione e di pazienza, oltre il quale subentra uno stato di esasperazione e di sconforto, proprio di chi è in un vicolo cieco, senza uscita. Lo sconcerto è totale per la mancanza di risposta. E rinnova la supplica chiedendo: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”.

Il profeta descrive la condizione in cui si trova: “…Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”, nella certezza che tutto passa sotto gli occhi del Signore e non muove un dito! Com’è possibile che ciò accada? Perché non fa niente? Angosciato e al limite della sopportazione il profeta sfoga la sua amarezza: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, e a te alzerò il grido: ‘Violenza!’?”, nella speranza di ottenere la risposta.

Il popolo e le autorità non rispettano l’Alleanza stabilita con l’uscita dalla schiavitù dell’Egitto. La liberazione, dono del Signore, non è assunta e vissuta come radice e linfa dei rapporti interpersonali, dell’organizzazione sociale sui binari del diritto e della giustizia, in modo che la terra promessa sia l’ambito di fraternità responsabile e luce per le altre nazioni.

La liberazione finalizzata a fare delle persone soggetti liberi, capaci di coltivare in sé stessi il dono della libertà, per coinvolgere e attrarre nell’avvento del regno i popoli stranieri si sta rivelando un fallimento. Non solo, ma quello che emerge è proprio il contrario: la terra promessa sta configurandosi come un nuovo Egitto – sinonimo di schiavitù e impero del male – tradendo la finalità dell’Alleanza.

Il profeta, chiamato dal Signore a rappresentarlo presso il popolo, avendo rilevato l’allontanamento di esso da Lui e dall’alleanza, si trova in una condizione di particolare disagio e sofferenza, a causa della consistenza e della radicalità della situazione che perdurerà indefinitamente. È il senso della domanda: “Fino a quando?” che, fra l’altro,  manifesta la stanchezza, il peso insopportabile dell’impotenza, della solitudine, la mancanza di percezione di una via d’uscita.

Nell’attualità, situazioni sociali incancrenite, interminabili guerre e conflitti, avvilenti esperienze personali di sofferenza, rovesci professionali, mancanza di lavoro, insuccessi affettivi, solitudini interminabili e altro portano alla stessa domanda: fino a quando? Se Dio esiste perché ciò accade? Perché non interviene? E molti si chiedono: ma allora davvero esiste?

Entra in crisi la fede nella bontà paterna di Dio, tanto è il peso dello sconcerto. Ci sono situazioni nelle quali è difficile trovare la risposta adeguata. Il mistero profondo di Dio si presenta come oscurità, nebbia, perdita di riferimento nel quale risalta tutta la sua incomprensibilità.

Tuttavia, arriva il momento in cui il Signore si fa sentire e si schiera: “Scrivi la visione, incidila bene su tavolette perché si legga speditamente”. Le parole offrono la certezza che, pur nel silenzio, Dio non è assente né ignora quello che sta succedendo. Più ancora, si compromette personalmente nell’intervenire con determinazione e chiarezza. Non stabilisce il momento esatto, perché il quando resta indeterminato: “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”.

L’esperienza assicura che il Signore è fedele alla promessa, a quello che dice.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 6,1a-4-7)

“Guai agli spensierati di Sion”. Il profeta si riferisce ai ricchi, alle loro condizioni di vita e alla spensieratezza di cui godono, in contrasto con la povera gente che non ha di che mangiare e vive nella più grande precarietà, insicurezza e sofferenza. Non solo, ma in quelle condizioni, i ricchi “si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!”

Il profeta è profondamente sconcertato e annuncia l’imminente castigo del Signore ai ricchi la cui condizione di vita scandalosa è in radicale contrasto con le esigenze dell’Alleanza e l’avvento del regno di Dio. L’indignazione del Signore è che loro, “della rovina di Giacobbe – il popolo d’Israele – non si preoccupano”, ma vivono spensierati, sicuri, anche se la loro vita offende la dignità dei poveri, privandoli del necessario per vivere degnamente.

Il riferimento a Sion e alla montagna di Samaria fa pensare al luogo del culto che, celebrato con devozione e correttamente, si declina nella sicurezza di stare con Dio, di averlo dalla propria parte. Fra l’altro la ricchezza era ritenuta come benedizione e protezione divina. Ebbene, il profeta ammonisce che il loro vivere nell’ingiustizia rende insignificante la celebrazione religiosa e illusorio l’incontro con Dio, perché la loro vita svuota il senso del culto e priva del coinvolgimento nella causa del diritto e della giustizia per tutti.

Il lusso e la corruzione rende il ricco insensibile alle condizioni di chi soffre la povertà e l’indigenza disumana. Non si preoccupano della sofferenza e meno ancora dell’infelicità dei poveri, degli esclusi e degli oppressi. Sono preoccupati solamente di sé stessi e pensano a godere la vita fra di loro: “Distesi su letti d’avorio (…), mangiano gli agnelli del gregge (…) canterellano (…) bevono vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati”.

La ricchezza, accompagnata dall’avarizia, chiude il cuore, uccide la sensibilità umana, distrugge i sentimenti di solidarietà e cancella i rapporti di fraternità. In altre parole,  allontana e sconvolge non solo dal rapporto umano ma anche dal rapporto con Dio.

I ricchi vivono in un mondo chiuso in sé stesso, schiavizzati dai propri beni, come lo è il dipendente dalla droga. Essi sono come in una gabbia d’oro ma, nonostante il fascino della ricchezza ed i vantaggi corrispondenti, è pur sempre la gabbia della solitudine, del vuoto e della povertà interiore, da colmare attraverso l’apparenza esterna che il lusso e il denaro sostiene.

Il profeta annuncia il castigo imminente di Dio: “Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”. La storia registra che ciò accadrà con l’occupazione del territorio da parte dell’Assiria e la conseguente deportazione. Il profeta vede nell’evento il compimento della profezia, l’irrompere di una grande rovina e lo sconcerto di tutti loro.

L‘evento è indicativo della disgrazia che tocca le persone nelle loro stesse condizioni e con gli stessi atteggiamenti. Non si tratta di fatti storici analoghi, ma della condizione di “esilio” e disfacimento dovuto al vuoto interiore, alla condizione d’insipienza, superficialità e fragilità del rapporto fra loro. Essi vivono di apparenza, che costituisce l’esilio da sé stessi, dalla gioia duratura che si genera e rigenera nel profondo del cuore.

Mi diceva una persona, conoscitore dell’ambiente dei ricchi, che nei rapporti fra loro fingono di essere felici. Nell’“l’orgia dei dissoluti” non ha spessore né consistenza la vita e  appena manca il denaro, o alle prime difficoltà, mancano loro le condizioni per sostenere l’apparenza e il rapporto di amicizia viene meno.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 8,4-7)

Il Signore disse: “Certo non dimenticherò mai le loro opere”. Il profeta trasmette la grande sofferenza e lo sconvolgimento interiore del Signore per lo sfruttamento e la sorte riservata ai poveri e agli indigenti. Il Signore è così profondamente turbato da esprimersi con parole che risuonano come un giuramento, tanta è la determinazione nel procedere a loro favore.

Il brano indica le forme di sfruttamento e di corruzione, comuni in ogni tempo e luogo, motivate dell’avarizia, dall’accumulo del denaro e dalla ricchezza a tutti i costi, senza alcun riguardo per chi ne soffre le conseguenze o affonda ancor più nella precaria situazione in cui si trova. La corruzione è tale che il povero e l’umile, sperando nella sentenza corretta dei giudici, sono defraudati.

Da parte dei ricchi e delle autorità non ci sono né misericordia né compassione e, meno ancora, il rispetto del diritto e della giustizia. Le condizioni dell’Alleanza, stabilita da Mosè sul Sinai, sono stravolte. Altro che terra promessa e “popolo eletto”! Agli occhi del Signore la terra è diventata il nuovo Egitto e, di “eletto”, non è rimasto niente, perché costoro e i detentori del potere economico acconsentono a che ciò accada, qualificandosi come oppressori e nuovi aguzzini. È sotto gli occhi di tutti, e sulla pelle di tante persone, che oggi con la globalizzazione dell’economia non è cambiato molto rispetto ad allora, anzi!

Il Signore aveva liberato il popolo dalla schiavitù e condotto nella terra promessa affinché,  nella pratica dell’Alleanza, che malauguratamente stavano stravolgendo, impiantassero e consolidassero la liberazione attraverso lo sviluppo e la crescita della libertà per amare, quella che il Signore aveva donato. Si trattava di fare della liberazione, offerta da Dio, l’impulso della pratica di libertà per amare allo stesso modo di come Dio li aveva amati e insegnato loro il cammino della giustizia e del diritto.

L’esercizio dell’amore, a livello interpersonale e sociale, configura l’azione liturgica e il culto che il Signore si aspetta dalla singola persona e dal suo popolo. Ma le autorità hanno fatto sì che il culto nel tempio sostituisse l'esercizio del corretto rapporto con il Signore, slegando le esigenze dell’alleanza – la pratica del diritto e della giustizia – a favore dell’interpretazione della Legge, con complicate regole di purezza legale e comandamenti.

Il profeta, con le durissime parole del brano, li richiama a prendere atto dell’equivoco e, allo stesso tempo, avverte il popolo che la corruzione e lo sfruttamento sono sotto gli occhi del Signore e suscitano la sua intensa e immensa indignazione.

Oggigiorno molti cristiani vivono la scissione, il distacco, fra il dovere religioso delle celebrazioni – la messa domenicale, il battesimo dei figli, la prima comunione e cresima, le abituali pratiche devozionali – e la pratica dell’onestà individuale, della responsabilità sociale a livello locale, nazionale, mondiale e della solidarietà nella giustizia per gli esclusi da una vita umanamente degna. Molti si autogiustificano, ritenendo sufficiente la tradizione consolidata, il costume sociale, un sentimento generico di appartenenza a Dio trasmessa dal battesimo e dalla devozione religiosa.

Comportarsi diversamente è come camminare contromano, dovendo pagare un “prezzo” ritenuto eccessivo.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 32,7-11. 13-14)

Mosè è alla presenza del Signore, sul monte Sinai, per stabilire l’Alleanza dopo la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Con il popolo è in cammino verso la terra promessa nella quale, secondo i termini dell’Alleanza, dovrà instaurare un nuovo ordine sociale di pace e armonia, condizioni indispensabili per la realizzazione personale e sociale di ognuno e di tutti. È in tale processo che si manifesta l’avvento del Regno di Dio, o meglio, l’accoglienza della Sua sovranità.

Il prolungarsi dell’assenza fa sì che la debole e inconsistente fede del popolo dia spazio e concretezza allo sconcerto, alla sfiducia nei riguardi di Dio e al dubbio sulla fedeltà di questi alla promessa. Il comportamento conseguente è rilevato con amarezza da Dio che afferma: “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato!” e si rivolge a Mosè: “Va, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito”.

Di conseguenza il popolo opta per dare a Dio sembianze e caratteristiche in sintonia con il modo di pensare. “Si sono fatti un vitello di metallo fuso”, attribuendo all’immagine la forza e il potere del Dio che li liberò dall’Egitto, nella convinzione che rendendogli il culto appropriato risponda nei tempi e nei modi ritenuti convenienti e opportuni.

È l’intento di avere dalle loro parte il Dio d’Israele esecutore della loro volontà. La visibilità dell’immagine dà loro maggiore certezza e sicurezza di essere esauditi. Non si tratta, quindi, di sostituire Dio liberatore con un altro dio; è lo stesso Dio, ma “modellato” sui propri criteri.

L’idolo, prima di concretizzarsi nell’immagine del vitello di metallo fuso, è prodotto nel loro intimo, incapace e impossibilitato a mantenere la fiducia nella promessa a causa delle difficoltà e dei rovesci lungo il cammino verso la terra promessa. Fiducia che viene meno nel ritenere che Dio, davanti al quale Mosè sta inaspettatamente prolungando la sua presenza, eluda il rapporto di reciprocità per il quale "Lui è il nostro Dio e noi il suo popolo eletto” e, di conseguenza, venga meno quel tipo di rapporto che si aspettano.

Quanto successo allora accade anche oggi, nel senso di modellare nella propria mente un’immagine di Dio secondo le proprie attese e convinzioni. Come allora il vero idolo è elaborato nell’intimo della persona stessa. In tal caso è particolarmente difficile da individuare e distruggere, perché modella e sostiene il proprio punto di vista che blinda ogni alternativa. E il Signore constata: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo di dura cervice”.

L’elaborazione di un’idea di Dio è inevitabile e necessaria ma occorre evitare di trasformarla in un idolo. Le circostanze della vita, la pluralità e la singolarità degli avvenimenti, spingono a rielaborare l’idea di Dio, tenendo presente il significato ultimo dell’alleanza, i presupposti basilari del regno, la qualità di vita per tutti, il rispetto delle circostanze e delle diversità, in modo da personalizzare l’evento della conversione nell’orizzonte della comunione fraterna, espressione del mistero dell’amore che proviene da Dio e a Lui conduce.

Dio, nella sua bontà, suscita avvenimenti o persone che distruggono l’idolo, ben sapendo che la costruzione di un altro nuovo può ripetersi in altri modi e con nuovi contenuti. Quest’ultimo aspetto è un pericolo costante che esige, da parte del credente, di non abbassare la guardia e sostenere la creatività e l’audacia nel processo di conversione, in attenzione al momento e alla circostanza.

La vita in Dio è una costante lotta per abbattere gli idoli che costruiamo nel nostro intimo, avvicinandoci o addentrandoci sempre più nell’amore in Lui, a Lui stesso. La conversione permanente prima di essere un evento di carattere etico è di ordine teologico riguardo l’idea di Dio che non può essere “imprigionata” in nessuno schema o sintesi operata dal credente.

Dio dice a Mosè: “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”. Solo una persona che ama molto reagisce con tanta determinazione nel sentirsi defraudato e deluso dalla persona amata. Tuttavia, la promessa rimane valida, per cui Egli manifesta l’intenzione di costituire un altro popolo che corrisponda a ciò che gli è dovuto.

Mosè intercede efficacemente: “Ricordati di Abramo di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto (…)”. 

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