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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 53,10-11)

Il testo presenta un breve passo di quello che, comunemente, è chiamato il “quarto canto del Servo del Signore”. Nella liturgia tutto il canto è letto il Venerdì Santo. Il Servo è inviato non solo per ricondurre Israele al Signore, ma per coinvolgere tutte le nazioni nell’accogliere le esigenze e la dinamica dell’avvento del Regno di Dio.

Il brano descrive le sofferenze e la passione del Servo, la cui missione è rigettata violentemente dalle autorità e dal popolo d’Israele, perché ritenuta falsa e deviante dalla volontà di Dio. Di conseguenza, ricade su di lui tutta la sfiducia e il disprezzo di coloro che rifiutano di ascoltarlo.

Il testo inizia con un’affermazione sorprendente: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori”. Preso alla lettera il termine “piaciuto” sconcerta e lascia perplessi, in quanto trasmette un’immagine ben lontana da quella che si attende da Dio. Nell’insieme si capisce che il senso di queste parole non riguarda la sofferenza e il dolore in sé stessi, ma l’obiettivo da raggiungere: “il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

Ciò si compirà “Quando offrirà sé stesso in sacrificio di riparazione” (…) si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”. Riparare un danno e pagare il debito altrui, addossandosi “le loro iniquità”, è un bel gesto esemplare di generosità gratuita. Ma perché “prostrarlo con dolori”? È necessario? Non c’è altro modo che eviti dolore e sofferenze così grandi?

Il servo carica su di sé le conseguenze dell’indifferenza, disinteresse, disprezzo e rigetto di quello che indica come cammino di Dio per la salvezza nel presente, quale realizzazione circostanziale, penultima, del Regno. Ciò accade perché i destinatari hanno altri criteri e perseguono altri cammini, riconducibili ad un’idea errata di Dio e della salvezza.

Il rifiuto drammatico e violento nei confronti del Servo manifesta la realtà e la forza sconcertante del peccato. Perciò quest’ultimo, prima di essere una trasgressione, un comportamento contrario ai comandamenti e alla legge di Dio, è costituito e si alimenta dall’errata idea di Dio.

La deformazione è talmente seducente e poderosa che le autorità, e il popolo in generale,  ritengono inganno, presunzione e pazzia la missione del Servo, al punto da ritenere che li avrebbe condotti a rinnegare Dio stesso. Di conseguenza lo accusano di essere come un senza Dio, e la pretesa familiarità con Dio è anch’essa ritenuta sacrilega, meritevole del massimo rifiuto e del “prostrarlo nei dolori”.

Pertanto il Servo carica su di sé gli effetti e le conseguenze della “loro iniquità” – del peccato – in termini di solitudine e isolamento da tutti, di rifiuto e di violenza al massimo livello, fino alla morte. Non piegandosi al peccato – rinnegherebbe la missione se si  adeguasse alle loro attese – rende vana la sua forza e lo svuota del suo potere. Paradossalmente, la sua morte è la vittoria sul peccato, è la morte del peccato.

Orbene, con tale evento il Servo carica su di sé il peccato e rappresenta ogni peccatore sottomesso al suo potere e alla sua forza. La determinazione, il coraggio, la forza e la resistenza del Servo, fino alla morte, non è solo una vittoria personale ma appartiene a tutti coloro che, per la fede, si sentono rappresentati.

La vittoria sul peccato, per la quale il Servo è costituto “giusto”, è trasmessa e donata ai rappresentati.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 7,7-11)

Gli studiosi affermano che il testo è una rilettura della preghiera di Salomone (1Re 3,6-13; Sap 9,1-11): “Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza”. Il re, cosciente che la prudenza e la sapienza non gli appartengono, manifesta la sua umiltà, accetta la sua dimessa condizione nei confronti della maestà di Dio e chiede al Signore il dono della prudenza e della sapienza.

L’umiltà è il modo corretto di porsi alla presenza di Dio; essa fa della persona un soggetto recettivo del dono che Egli dispensa a ogni essere umano sincero e autentico con sé stesso. Può sorprendere che il re chieda tali doni giacché, in virtù della sua condizione regale, dovrebbe già possederli ed esercitarli in modo abituale e autorevole.

Ma non è così. Al di là della singolare condizione personale e sociale, partecipa della comune condizione di ogni essere umano. La méta e le condizioni per raggiungere e ottenere risultati soddisfacenti nella missione sono comuni a tutti; inoltre, il dono non è un possesso ma proviene dal donante, ed è efficace alle condizioni che lo stesso determina. Il possesso è pienamente gestito dal detentore sotto ogni aspetto.

“L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta”. Il re è affascinato dalla sapienza, con il cuore pieno di vita e di soddisfazione. Essa l’ha coinvolto in maniera così gratificante da divenire il suo patrimonio profondo, e costituisce il dono preferito su tutti gli altri.

“La preferii a scettri e troni (…) non la paragonai a una gemma inestimabile neppure, perché (…)”. Non c’è un bene maggiore. In genere, per governare, il re ha bisogno di prestigio e di denaro; affermare una preferenza per la Sapienza è assolutamente sconcertante, innovativo, e trasmette l’idea di quanto grande sia considerato il dono della Sapienza.

Essa è ciò che il re Salomone chiese in Gabaon quando, per la sua giovane età e spaventato di dover governare, Dio gli apparve in sogno promettendogli ciò che gli avrebbe chiesto. Era normale, per quei tempi, chiedere potere, vittoria sui nemici e denaro. Salomone, invece, chiese: “Signore dammi un cuore che sappia ascoltare” (1Re 3,9), per saper discernere correttamente il bene dal male.

Dio si complimentò con Salomone per aver formulato la richiesta corretta, e non solo gli concesse la sapienza per la quale divenne famoso nella storia, ma anche denaro, splendore del regno e vittoria sui nemici. Non è da escludere che, a quel singolare periodo di splendore, facciano riferimento le parole seguenti: “Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”.

La sapienza non è riconducibile meramente all’ampiezza dell’istruzione, ma all’acutezza e alla capacità di discernere ciò che è soggetto all’ambiguità, a un insieme di vero e falso, di corretto e sbagliato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,18-24)

“Non è bene che l’uomo sia solo”. Dio desidera il meglio per l’opera delle sue mani. Lasciando l’uomo solo questi non raggiungerebbe l’obiettivo, da Lui stabilito, di vita piena e di gioia. Perciò la decisione: “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”, altrimenti rimane un soggetto isolato e infelice.

La solitudine è parte integrante della realtà umana e condizione per realizzare la comunione con gli altri. Solitudine e comunione sono due lati della stessa moneta, della vita di ogni persona. La solitudine – non l'isolamento, ovviamente – è necessaria per la vera e solida comunione, così come quest’ultima esige l’accettazione e la corretta gestione della solitudine.

Dio completa la carenza che l’individualità contiene in sé stessa e, dopo aver creato gli animali e gli uccelli – essere viventi – “li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato degli esseri viventi quello doveva essere il suo nome”. Conferisce, quindi, all’uomo superiorità e potere su di loro. Secondo la cultura di allora conoscere il nome è condizione per dominare e disporre del soggetto conosciuto, secondo i propri criteri e la propria volontà.

Se da un lato Dio conferisce tale potere, dall’altro vi è la coscienza dell’impossibilità di raggiunge l’obiettivo perché “l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Ne consegue un principio fondamentale per il corretto vivere umano: dominare e possedere non è quello di cui l’uomo ha bisogno per vivere bene la solitudine. Quest’ultima, finalizzata a sé stessa, diventa isolamento.

Tuttavia il dominio e il possesso segnano profondamente l’essere umano. Per molti diventano l’elemento principale della ricerca del senso del proprio vivere, che esercita una seduzione molto forte, affascinante per il senso di superiorità, di successo, di comando e sottomissione di altre persone alla propria volontà, al punto da fare di esse degli strumenti  o, peggio, delle cose di cui disporre per scopi altrimenti irraggiungibili. È il fondamento della falsa e ingannevole comunione.

Sorge la domanda: che tipo di rapporto si instaura fra chi possiede e l’altro che non ha nulla e ha bisogno di lui per vivere? Il dislivello è tale da rendere impossibile il rapporto di complementarietà; quel che si instaura è la dipendenza, la sottomissione e l’esposizione al dominio e alla circolarità del rapporto con altre persone, producendo l’effetto secondo cui il soggiogato, a sua volta, è causa di estensione dello stesso malsano rapporto verso altri.

L'antidoto al desiderio di possesso è il non perdere di vista la caratteristica del dono della vita. Per essere dono, è gratuito e ricevuto senza alcun merito che lo possa rendere  esigibile. Di più, il donante non richiede alcun ritorno: è felice nel solo donare, è gioia di trasmettere vita. Se comportasse qualche tipo di riconoscenza, il dono perderebbe la sua essenza, divenendo un semplice scambio. Tale aspetto è poco preso in considerazione, e facilmente messo da parte, anche perché l’affanno d’incontrare sicurezza nel possedere suscita la gelosia, con conseguenze deplorevoli.

Dio procede su un altro piano e crea un essere di pari dignità. All’uomo “gli tolse una delle costole (…) e formò con la costola (…) una donna e la condusse all’uomo”, ma non per dargli il nome e dominare su di lei, ma per fargli riconoscere l’aiuto di cui ha bisogno. Non si tratta di una copia carbone, ma di un soggetto diverso e, allo stesso tempo, con affinità molto grande, al punto che l’uomo esclama con entusiasmo: “Questa volta è ossa delle mie ossa, carne della mia carne”.

L’uomo dovrà porre attenzione a non farne oggetto di possesso perché svuoterebbe,  simultaneamente, la dignità della donna e la propria. I due sono dono di Dio, e dono uno per l’altro. Mantenersi nel dono è rimanere in Dio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Nm 11,25-29)

L’attività profetica è essenziale alla vita del popolo d’Israele. Infatti, Elia è il prototipo dei profeti e Mosè è colui che ha trasmesso la legge che sancisce l’alleanza di Dio con il popolo. La Legge e la profezia – Mosè ed Elia – sono come le due gambe sulle quali cammina il popolo dell’Alleanza, chiamato a testimoniare alle altre nazioni l’avvento del regno di Dio ovvero l’esercizio della sua sovranità.

In particolare, il profeta vigila sul corretto cammino del popolo, affinché sia in sintonia con la legge interpretata dalle autorità. Egli agisce quale coscienza critica che valuta, e giudica,  il cammino e le circostanze personali e sociali nelle quali essa è applicata.

L’intervento del profeta non è quasi mai bene accetto, soprattutto quando segnala e sanziona il governo. le autorità e i notabili per azioni compiute in modo contrario alle esigenze dell’alleanza. Essi vengono esposti all’incomprensione, all’isolamento, all’esilio e,  talvolta, al ripudio violento.

Ancora, nel cammino nel deserto, prima dell’arrivo nella terra promessa, è molto impegnativa per Mosè anche l’attività profetica a causa dell'impossibilità di dirimere le innumerevoli cause del popolo. Perciò Il Signore parlò a Mosè e “tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani”. In fondo è una decisione di buon senso, e istituisce persone per il servizio, inviando e donando loro lo Spirito.

Desta attenzione che l’esercizio della profezia non è legato solo all’istituzione dei settanta  ma alla libera determinazione della volontà di Dio. La profezia è, e rimarrà, sempre un dono, mai un possesso del profeta e, meno ancora, dell’istituzione, in modo tale che essa ne possa disporre a suo piacimento. Perciò, “quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Non è detto il perché e se corrisponde all’esplicita volontà del Signore.

Possedere è dominio e potere sullo Spirito. Attribuirsi tale condizione è appropriarsi di quel che appartiene unicamente a Dio ed è, quindi, un abuso. Pertanto, pur avendo ricevuto l’investitura profetica, l’esercizio di essa dipende unicamente, ed esclusivamente, dalla libertà di Dio, dalla sua volontà per far compiere il servizio che Dio lo ritiene opportuno.

Accade che su due uomini, che erano rimasti nell’accampamento, “Lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento”. I due non presenziarono alla celebrazione e non ne viene spiegato il motivo; ciò lascia un alone di mistero e confusione in merito al modo di procedere di Dio. È evidente, quindi, che la sua azione non è soggetta a nessun vincolo previo, neanche all’investitura ufficiale da Lui stesso approvata.

Dio è libero dalle sue stesse determinazioni nel fare ciò che ritiene necessario per il bene del popolo. Sconcerta e pone fuori rotta chi pretende che Dio abbia un criterio fisso per agire, come nel caso del giovane che corre da Mosè, annunciando che “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento” e chiede: “Mosè, mio signore, impediscili!”.

Quante volte nella storia della chiesa, e nell’attualità, persone a capo dell’istituzione ordinarono di far tacere voci profetiche perché dissonanti da quel che consideravano corretto e veritiero? E dopo anni e, nella grande maggioranza dei casi, dopo la morte degli stessi, sono state riabilitate, assumendo l’errore e chiedendo il perdono?

L’istituzione auto-giustifica sé stessa, ammettendo di essere, allo stesso tempo, santa e peccatrice, e riconoscendo di essersi appropriata di ciò che non era dovuto. Il peggio è che molti pensano che ciò sia inevitabile e dovrà ancora accadere, senza analizzare le cause dell’errore e pensare ad un’organizzazione e ad un procedere dell’istituzione che sia alternativa.

La risposta di Mosè mostra la grandezza e la consistenza dell’uomo di Dio: “Sei tu geloso di me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 2, 12.17-20)

È un testo di grande attualità, elaborato della sapienza ebraica nella città di Alessandria d’Egitto, e scritto circa cinquant’anni prima della nascita di Gesù.

Tutto il capitolo descrive il contrasto fra il giusto, che teme Dio e si comporta in sintonia con la Legge, e l’empio, il suo contrario. Non è un contrasto sulle idee di Dio ma sulla condotta, sul comportamento. Ed è quest’ultimo che determina la condizione di credente o di ateo pratico – non teorico – come diremmo oggi. È descritta, con precisione, la distorta e perversa condotta dell’empio, che si comporta come se la Legge non esistesse affatto.

“Dissero gli empi”, infastiditi e incomodati dalla condotta del giusto, dal suo comportamento che “si oppone alle nostre azioni”, incluso quello di non associarsi e mantenersi distante da loro. Sono due mondi vicini, ma contrapposti.

Gli empi ricevettero la stessa educazione ma preferirono un altro genere di vita, contrario allo stile di vita del giusto. Quest’ultimo è un continuo richiamo all’educazione che gli empi rinnegano, rimuovono e vorrebbero mai ricordare.

Essi sono molto infastiditi della presenza del giusto che, per il solo fatto di esistere, “ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. Il comportamento, accompagnato dal silenzio, è più provocante della parola e del richiamo verbale.

Lontani dal voler cambiare vita sorge in loro un sentimento d’avversione e il contrasto giunge un punto tale da essere avvertito come una seria minaccia ai loro convincimenti, al loro stile di vita e al loro agire. L‘avversione cresce fino a generare la determinazione di sopprimere il giusto.

È quello che mettono in atto: “Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione”. L’intento è distruggerlo, fisicamente e moralmente, in modo da sopprimerne non solo la presenza ma anche la memoria, infangandola affinché non diventi un martire, un modello per le generazioni future.

A ciò si aggiunge il sarcasmo della verifica riguardo alla consistenza della bontà e della mitezza nel tormento e nella sofferenza, ritenute caratteristiche di colui che si ritiene "giusto". Ancora più audacemente, l’empio sfida addirittura Dio, dal quale aspetta la manifestazione, l’intervento a favore del giusto, ritenuto figlio di Dio come insegna l’educazione ricevuta: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari (…) perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà”.

L’intervento diretto di Dio è prova definitiva e irrefutabile.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,5-9a)

 

Il testo, tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo del Signore”, presenta quest’ultimo come un uomo perseguitato a causa della parola che ascolta e annunzia. “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho posto resistenza, non mi sono tirato indietro”.

Nel secondo cantico il Servo è chiamato da Dio a svolgere la missione a favore del popolo d’Israele e, a tal fine, è investito con l’unzione dello Spirito Santo. Le prove, le difficoltà, le opposizioni e il rifiuto violento sembrano renderla vana, ma tuttavia il Servo resta saldo nel compito a favore di Israele e di tutte le nazioni del mondo.

Quello che ora il Signore gli comunica non è né piacevole né rispondente ai desideri e alle attese del popolo. Il Servo ne percepisce la portata sconcertante e sorprendente, al punto  che avrà per lui stesso risvolti drammatici; e richiederà determinazione e coraggio da parte sua. Infatti afferma: “non ho posto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Presagisce che non incontrerà accoglienza e adesione nel comunicare quel che non vogliono udire, e proporre quel che sembrerà blasfemo, contro la tradizione, perché sconvolge le abitudini solidamente consolidate.

La reazione delle autorità, e del popolo in generale, non si fa attendere. È di una violenza inaudita e sommamente umiliante: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Il Servo non è sorpreso e affronta le difficoltà con piena coscienza, avendo già preso in considerazione tale eventualità.

Pur prevista la reazione contraria, occorre chiedersi: che cosa ha motivato il Servo nel non tirarsi indietro né lamentarsi, come sarebbe stato più che ovvio dal punto di vista dell’esperienza comune? La risposta sta nella posta in gioco, ovvero l’affermazione della verità e l’identificazione con chi lo ha inviato. In altri termini, la missione come manifestazione della fedeltà all’alleanza per la realizzazione della promessa, cioè l’avvento del regno di Dio e la realizzazione della sua sovranità per una società alternativa nel diritto e nella giustizia, il senso profondo dell’esistenza come “popolo di Dio” e la pienezza di vita di ogni singola persona, incluso egli stesso.

Di conseguenza il Servo sopporta tutte le contrarietà, l’umiliazione, la sofferenza e afferma: “non resto svergognato (…) rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. È lo stato d’animo di chi mette in atto la resistenza al dolore fisico e mostra la lucidità della coscienza, permeata dai valori che sorreggono il mondo interiore,  per aver abbracciato la missione nel modo corretto e con le dovute disposizioni.

Nel Servo c’è la certezza che “Il Signore Dio mi assiste (…). È vicino chi mi rende giustizia”. Non si sente abbandonato dal Signore, sostenuto dalla convinzione che la giustizia prevarrà, nel senso che la causa del regno non andrà persa ma avrà compimento. Ciò rende evidente lo spessore e la consistenza della personalità del Servo e di chi si dedica, come lui, con rettitudine e determinazione ad assumere la causa del Signore per la quale è stato chiamato e coinvolto.

Servire autenticamente e sinceramente il Signore è come immagazzinare in sé stesso un pozzo di “acqua viva” al quale attingere nei momenti di solitudine, di dolore, di aridità e di fallimento dal punto di vista umano, come l’esperienza del Servo testimonia.

È come bere dell’acqua del proprio pozzo, al quale fa riferimento il vangelo di Giovanni: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me (…) Dal suo grembo – di colui che crede – sgorgheranno fiumi di acque viva” (Gv 7,37-38).

Quest'“acqua” gli permette di affermare: “E’ vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci”. 

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