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Commenti alle letture

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dn 12,1-3)

Il testo indica alcuni aspetti del momento in cui la storia dell’umanità, e la creazione stessa, arriveranno al momento finale, alla meta. Dato che Dio è trascendente e inaccessibile nella sua realtà, Egli si manifesterà, secondo la tradizione dell'Antico Testamento, come angelo (messaggero) nella figura di Michele, “il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo”.

Ebbene, tale evento “Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo”, ossia di ansia, di intensa inquietudine, di uno stato di malessere determinato dalla percezione non razionalizzata del pericolo. Avverrà l’ultimo e definitivo intervento di Dio sull’opera delle sue mani e porterà a compimento la sua volontà, il suo progetto sulla creazione. Tutti saranno coinvolti; lo saranno anche la natura e il creato, come se tutto dovesse essere sottoposto a un mutamento radicale.

Evidentemente, nella prospettiva che ciò accada, è vivo lo stato di preoccupazione, sconcerto e paura nelle persone, ancor più per la sua eventuale prossimità. È un’angoscia intensa che, solo a pensare ciò che accadrà, lascia sgomenti e ingenera un malessere molto grande.

Tuttavia, “In quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro”. Questi ultimi sono coloro che hanno adempiuto fedelmente alla Legge. Ma chi riterrà di averla compiuta adeguatamente? Ecco, allora, l’impegno nella vita giornaliera di moltiplicare i precetti e la loro meticolosa osservanza per ottenere meriti al fine di essere iscritti nel libro.

In quel tempo, “molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna per l’infamia eterna”. Nell’insieme di questi riferimenti si percepisce l’evento della risurrezione, alla fine dei tempi. È doveroso precisare che nell’Antico Testamento, pur trovando chiari riferimenti alla risurrezione, essa ha assume un profilo ben diverso da quella che si realizzerà nella persona di Cristo e, conseguentemente, in noi. Accade, a volte, di dover usare la stessa parola pur indicando realtà ben diverse, come in questo caso, e con scarsa relazione fra di loro.

Nell’Antico Testamento l’argomento sulla risurrezione era finalizzato a dissuadere chi avesse voluto volesse ignorare, o non interessarsi, all'osservanza della Legge, motivando tale comportamento con il ritenere che, con la morte, essa non avrà nessuna rilevanza o potere. Ma non sarebbe stato così!

In quel tempo”, alla fine della storia, anche se morti, risorgeranno per essere giudicati secondo la Legge. Pertanto in nessun modo potranno fuggire dalle conseguenze di aver compiuto o meno i precetti e i suoi comandamenti. La Legge li raggiungerà anche dopo la morte e nessuna persona sfuggirà dal suo giudizio.

Invece la resurrezione di Cristo già è trasmessa, e ne è partecipe chi per la fede confida nel dono del perdono dei peccati, nel ristabilimento dell’Alleanza e nell’immersione nella vita eterna, come effetti della Sua morte.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 17,10-16)

L’introduzione al testo sta nei versetti precedenti: “Fu rivolta a lui – Elia – la parola del Signore: ‘Alzati va a Serepta di Sidone; ecco io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti” (8-9). L’azione, pertanto, si svolge  in accordo con la volontà di Dio. Non è, quindi, desiderio  o atto volontario e umano del profeta.

Mosso dalla fiducia nella parola, Elia non teme di chiedere alla vedova quello che umanamente nessuno oserebbe, se avesse un poco di buon senso: “Prendimi un po’ d’acqua (…) anche un pezzo di pane,”, perché riguardo al pane il poco che essa aveva era tutto ciò che possedeva.

Per risposta la donna manifesta la condizione di estrema povertà; infatti ha “solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio (…) per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. Elia le disse ”Non temere” desiderando trasmetterle serenità e controllo della propria emotività, fortemente scossa dallo sconcerto per una tale richiesta, e percependo lo stato d’animo e la preoccupazione della vedova, non solo per se stessa ma anche per il figlio.

Il profeta ripete la richiesta: “Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela”,  forse come prova di fiducia nella sua parola, in quanto uomo di Dio. Allo stesso tempo la rassicura riguardo al volere del Signore: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà pioggia sulla faccia della terra”, (era tempo di grande penuria e carestia a causa della siccità).

Quella andò e fece come aveva detto Elia”. Non si sa con quali sentimenti abbia agito, se con fiducia piena o dubbiosa, se con rassegnazione o serena certezza, se con scoraggiamento o viva speranza. Comunque la vedova percepì l'autenticità e la verità nelle parole e nella proposta del profeta, al punto da vincere le comprensibili ed eventuali resistenze.

Con il senno di poi si può attribuire alla presenza e forza dello Spirito Santo la comprensione e la determinazione di accogliere le parole di Elia, assieme alla coscienza che a Dio niente è impossibile.

Di fatto la vedova constata la verità e l’efficacia della promessa: “La farina della giara non venne meno, e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. Dio agisce simultaneamente, nella vedova e in Elia, e genera sintonia in virtù della quale essi convergono nell’accettazione reciproca: da un lato il comando di fare e, dall’altro, la fiducia nell’eseguire.

Ci sono momenti nella vita di ognuno in cui la sintonia va oltre la semplice volontà individuale per la mediazione – nel caso specifico il profeta Elia – dell’auto-comunicazione di Dio. Dal punto di vista umano questa esperienza sfugge ad ogni controllo e determinazione previa da parte dei destinatari, quando costoro si coinvolgono nella misteriosa presenza e forza della verità e della giustizia, che lo Spirito imprime nell’intimo e alla quale è quasi impossibile sottrarsi.

D’altro lato lo stimolo di camminare in sintonia è attivato dall’umiltà e dalla supplica fiduciosa. Ogni persona è costituzionalmente capace di comprendere, assumere e agire in conformità alla dinamica che esse propongono.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 6,2-6)

Il brano fa riferimento all'intervento e alle raccomandazioni di Mosè al popolo nell'imminenza dell'entrata nella terra promessa, dopo la liberazione dalla schiavitù d'Egitto e la traversata nel deserto. Si sta compiendo la promessa del Signore di introdurre il popolo in una terra di “latte e miele”, metafora usata per indicare una condizione di benessere, armonia e pace.

La nuova condizione di persone libere dalla schiavitù, rigenerate nella dignità di popolo eletto dal Signore, deve essere non solo mantenuta, ma sviluppata con le indicazioni che Mosè trasmette :”Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore, vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nella terra in cui state entrando per prenderne possesso”.

La motivazione è: “perché tu tema il Signore tuo Dio”, coinvolga tuo figlio, la discendenza,  e si prolunghino i tuoi giorni. In altri testi si afferma che il timore di Dio è il principio della sapienza; essa consiste nell'accogliere, con intelligenza e opportuna disposizione, la conoscenza delle azioni del Signore lungo la storia, e farne un tesoro irrinunciabile.

Di conseguenza, la fiducia nel Signore, e nel suo agire nel presente, motiva la volontà di assumere il senso ultimo e profondo della legge e dei comandamenti, con quel rispetto, quella dedicazione reverenziale e quella gratitudine che costituiscono l'essenza del timore.

Il timore non corrisponde, in prima istanza, con qualsiasi forma di paura, di castigo o di rimprovero. Certamente il Signore non resterà indifferente alla trasgressione, all'indifferenza, alla superficialità rispetto ad essa, ma non è rapportabile con il senso ultimo del timore richiesto.

Il corretto timore, tradotto nella pratica, farà sì che il popolo d'Israele, e ogni membro, “sia felice e diventiate molto numerosi – segno di benedizione – nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei vostri padri, ti ha detto”. Verrà formata, in sostanza, una società di persone libere, che coltivano la libertà nella pratica del diritto e della giustizia, l'opposto di quello che era stata la condizione vissuta in Egitto.

La fedeltà all'obiettivo richiede un atteggiamento di fondo sostenuto e motivato dall'esortazione che, fra l'altro, costituisce l'asse del credo d'Israele. Sono parole molto impegnative, che il buon Israelita recita tre volte al giorno: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le tue forze”.

Ascoltare è molto più che udire, o percepire una semplice informazione.

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NELL'INTENZIONE DIVINA NON VI E' BIANCO, NERO, GIALLO, RESIDENTE O MIGRATO,

CITTADINO O STRANIERO, CON PASSAPORTO O SENZA,

MA SOLO "ADAM", CIOE' IL "GENERE UMANO"

di Paolo Farinella, prete

Narra un midràsh ebraico, ripreso anche da un apocrifo, che dopo aver creato la terra, prima di creare l’uomo, al crepuscolo del quinto giorno della creazione, Dio incaricò l’arcangelo Michele di raggiungere i quattro angoli della terra a nord, a sud, ad est e a ovest, e di portargli un pizzico di polvere da ogni angolo, con cui avrebbe creato Àdam, simbolo di tutta l’umanità.

Non esiste, dunque, angolo della terra, che non sia sotto il segno di Dio. Egli, infatti, ricevuta la polvere dei quattro punti cardinali, impastò, diede forma, animò e infine «ecco l’uomo» che nell’intenzione divina non è bianco, nero, giallo, residente o migrato, cittadino o straniero, con passaporto o senza, ma è solo «Àdam», cioè il «genere umano».

Ogni individuo per definizione, per scienza e per rivelazione, porta in sé tutta l’umanità e tutta l’umanità è contenuta in ogni persona, uomo o donna, di qualunque paese, nazione, cultura e lingua (cf Ap 7,9); ogni individuo, infatti, ha solo una caratteristica: è «immagine eterna di Dio». Nessuno la può violare senza compiere un sacrilegio.

La memoria di Tutti i Santi è la solennità dell’universalità ecclesiale e della fede, la Chiesa dà forza teologica a questa realtà, celebrando la festa di «tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra», senza differenze, come dice la 1a lettura tratta dall’Apocalisse: «Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9).

Com’è bella questa prospettiva! Nessuno è straniero, ma tutti siamo cittadini; nessuno è «extra-comunitario», ma tutti siamo figli di un solo Padre e quindi figli in una sola famiglia; nessuno è di un’altra razza (insulto alla scienza e alla ragione!), ma tutti siamo cittadini del mondo; nessuno è superiore perché tutti siamo figli del «Padre», del dolore, della gioia e della speranza.

Prendiamo atto di appartenere alla «Chiesa Cattolica», cioè «universale» per sua natura, ma anche per mandato del Signore.
Oggi è il giorno dell’universalità per eccellenza, per cui questa celebrazione porta a compimento pieno quanto ci aveva anticipato la liturgia nella domenica 30a del tempo ordinario -A-, con la messa in guardia di non maltrattare lo straniero (cf Es 22,20-26), perché tutti gli stranieri sono, come noi, figli sotto la protezione di Dio.

La fede cristiana espressa nella liturgia odierna è incompatibile con chi nutre sentimenti razzisti, antisemiti e anti-immigrati. Chi si dice credente e ancora vota partiti che hanno fatto o fanno del razzismo e della demonizzazione dello straniero la loro bandiera, non può celebrare l’Eucaristia perché radicale è l’incompatibilità, senza possibilità di mediazione.

Oggi il richiamo alla «santità» non fa riferimento a un «modello eroico» di vita, ma alla condizione ordinaria della vita cristiana che non può non essere «santa», se non altro per il principio di causa/effetto: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; 11,45; 20,7.26).

È la coerenza all’interno di una relazione che si fonda sulla coscienza di vivere in ogni condizione di esistenza, indipendentemente dai condizionamenti di qualunque genere, un rapporto privilegiato di Dio che si manifesta nella vita di ciascuno. Un padre, una madre, un educatore sono credibili solo se quello che pretendono dai figli, essi lo vivono prima di chiederlo, altrimenti c’è scollamento e perdita di autorità.

Nessuno è chiuso all’azione di Dio, ma tutti siamo chiamati a rendere visibile il volto di Dio e credibile attraverso la nostra credibilità. In questa prospettiva, alle coppie che felicemente convivono, sposati in chiesa, in comune o solo conviventi; ai separati, ai divorziati e ai gay, oggi giunge un messaggio chiaro e forte: restate perché l’Eucaristia è il vostro posto e voi siete il «luogo» dove Dio risiede.

Nessuno, infatti, è estraneo a Dio e nessuno può essere privato dell’Eucaristia che è «il pane del cielo [dato] per la loro fame» (Ne 9,15; cf Gv 6,51) come nutrimento per portare insieme i pesi e compiere ogni legge: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

Ai razzisti, agli xenofobi, invece, occorre dire: andate perché non potete celebrare l’Eucaristia, che è il sacramento della fraternità universale e la mensa su cui il Padre nutre i suoi figli, specialmente coloro che hanno coscienza di non esserne degni: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pr 9,5) e più esplicitamente: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Lc 5,31).

Non c’è Eucaristia senza coerenza del cuore e dell’anima con i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 31,7-9)

L’agire del Signore nei confronti del popolo eletto è motivato dalla seguente considerazione: “perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito”. Il cuore di Dio è pieno di gioia nel rinsaldare la sua paternità e la sua attenzione al popolo, ritenuto come figlio primogenito. È il punto finale del periodo di esilio del popolo per aver disatteso l’alleanza e le sue esigenze.

Ora il popolo ritorna alle condizioni di prima dell’allontanamento da Dio, e dall’esilio in terra straniera, per aver rinnegato l’alleanza, abbandonato il cammino del Signore e seguito altre vie, nonostante il profeta avesse richiamato le autorità e il popolo al rispetto dell’alleanza, alla pratica del diritto e della giustizia paventando, in caso contrario, l’invasione che poi avverrà da parte di Nabucodonosor.

Di conseguenza si apre la via alla deportazione in Babilonia, con grande sconcerto per l’occupazione di Gerusalemme e la distruzione del tempio; infatti, “erano partiti nel pianto”. Nell’esilio molti di loro si sono dispersi, ma è rimasto un “resto d’Israele”, un gruppo di persone che hanno mantenuto viva la loro identità e la loro speranza, memori della tradizione e della promessa del Signore di fedeltà all’alleanza che ha sostenuto, e motivato, l’insistente supplica per il ritorno alla terra promessa.

Dopo un lungo periodo in terra straniera – circa settanta anni – Dio risponde positivamente alla supplica, anche perché il suo Spirito non li aveva abbandonati ma, lasciando il tempio,  profanato dalla loro infedeltà all’alleanza e poi distrutto dall’invasore, è andato con loro in esilio e ha partecipato alle loro stesse sofferenze.

Ebbene, il momento del ritorno non riguarda solo i deportati a Babilonia ma anche i dispersi in altri paesi: “Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra”. Non si tratta soltanto di dispersione geografica, ma anche di smarrimento interiore, ossia l'aver smarrito il cammino. Perciò il Signore, fedele alla promessa, fa sì che il “resto d’Israele”, memore dell’alleanza e della fedeltà di Dio, intraprenda il ritorno in patria.

Con costoro, in virtù della sua azione misericordiosa e rigeneratrice, forma un nuovo popolo rinnovato e trasformato; inclusi “fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in grande folla”. Si riferisce a tutte quelli ritenuti indegni,  perché peccatori o impuri.

Il “resto” diventerà una grande nazione. Il Signore investe di nuovo nel sogno originario,  rinnovando la sua misericordia affinché il popolo, appresa la lezione dell’esilio, sperimenti l’efficacia dell’alleanza nel rispetto delle sue indicazioni ed esigenze: “li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada diritta in cui non inciamperanno”.

Non è difficile immaginare la gioia di Dio, dopo la delusione e l’amarezza dovuto all'allontanamento, nel riprendere con il nuovo popolo il cammino della realizzazione del Regno. L’entusiasmo è anche del “resto”, motivato ad esternarlo secondo l’indicazione del profeta: “Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: ‘Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele’”.

Il Signore fa del nuovo popolo “la prima delle nazioni”, nel senso di farla diventare  riferimento e modello per le altre nazioni affinché, motivate nello stabilire a loro volta l’alleanza, ne assumano il cammino corrispondente. Allora sarà la pace universale e la manifestazione piena della Signoria di Dio sulla creazione.

Pertanto, il “resto” sarà segno di speranza per le nazioni; basterà che esse rivolgano lo sguardo e il cuore alla nuova realtà che sta sorgendo per il dono della fedeltà del Signore alla promessa; in tal modo gli sfiduciati, i disperati, quelli che hanno davanti a sé un futuro tenebroso e senza speranza incontreranno una luce, un nuovo significato e la felicità della loro vita. Allora l’esultanza del Signore sarà grande, per la comunione con Lui e la sincera fraternità delle nazioni.

“Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”. Il contrario della gioia non è la sofferenza ma la tristezza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 53,10-11)

Il testo presenta un breve passo di quello che, comunemente, è chiamato il “quarto canto del Servo del Signore”. Nella liturgia tutto il canto è letto il Venerdì Santo. Il Servo è inviato non solo per ricondurre Israele al Signore, ma per coinvolgere tutte le nazioni nell’accogliere le esigenze e la dinamica dell’avvento del Regno di Dio.

Il brano descrive le sofferenze e la passione del Servo, la cui missione è rigettata violentemente dalle autorità e dal popolo d’Israele, perché ritenuta falsa e deviante dalla volontà di Dio. Di conseguenza, ricade su di lui tutta la sfiducia e il disprezzo di coloro che rifiutano di ascoltarlo.

Il testo inizia con un’affermazione sorprendente: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori”. Preso alla lettera il termine “piaciuto” sconcerta e lascia perplessi, in quanto trasmette un’immagine ben lontana da quella che si attende da Dio. Nell’insieme si capisce che il senso di queste parole non riguarda la sofferenza e il dolore in sé stessi, ma l’obiettivo da raggiungere: “il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

Ciò si compirà “Quando offrirà sé stesso in sacrificio di riparazione” (…) si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”. Riparare un danno e pagare il debito altrui, addossandosi “le loro iniquità”, è un bel gesto esemplare di generosità gratuita. Ma perché “prostrarlo con dolori”? È necessario? Non c’è altro modo che eviti dolore e sofferenze così grandi?

Il servo carica su di sé le conseguenze dell’indifferenza, disinteresse, disprezzo e rigetto di quello che indica come cammino di Dio per la salvezza nel presente, quale realizzazione circostanziale, penultima, del Regno. Ciò accade perché i destinatari hanno altri criteri e perseguono altri cammini, riconducibili ad un’idea errata di Dio e della salvezza.

Il rifiuto drammatico e violento nei confronti del Servo manifesta la realtà e la forza sconcertante del peccato. Perciò quest’ultimo, prima di essere una trasgressione, un comportamento contrario ai comandamenti e alla legge di Dio, è costituito e si alimenta dall’errata idea di Dio.

La deformazione è talmente seducente e poderosa che le autorità, e il popolo in generale,  ritengono inganno, presunzione e pazzia la missione del Servo, al punto da ritenere che li avrebbe condotti a rinnegare Dio stesso. Di conseguenza lo accusano di essere come un senza Dio, e la pretesa familiarità con Dio è anch’essa ritenuta sacrilega, meritevole del massimo rifiuto e del “prostrarlo nei dolori”.

Pertanto il Servo carica su di sé gli effetti e le conseguenze della “loro iniquità” – del peccato – in termini di solitudine e isolamento da tutti, di rifiuto e di violenza al massimo livello, fino alla morte. Non piegandosi al peccato – rinnegherebbe la missione se si  adeguasse alle loro attese – rende vana la sua forza e lo svuota del suo potere. Paradossalmente, la sua morte è la vittoria sul peccato, è la morte del peccato.

Orbene, con tale evento il Servo carica su di sé il peccato e rappresenta ogni peccatore sottomesso al suo potere e alla sua forza. La determinazione, il coraggio, la forza e la resistenza del Servo, fino alla morte, non è solo una vittoria personale ma appartiene a tutti coloro che, per la fede, si sentono rappresentati.

La vittoria sul peccato, per la quale il Servo è costituto “giusto”, è trasmessa e donata ai rappresentati.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 7,7-11)

Gli studiosi affermano che il testo è una rilettura della preghiera di Salomone (1Re 3,6-13; Sap 9,1-11): “Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza”. Il re, cosciente che la prudenza e la sapienza non gli appartengono, manifesta la sua umiltà, accetta la sua dimessa condizione nei confronti della maestà di Dio e chiede al Signore il dono della prudenza e della sapienza.

L’umiltà è il modo corretto di porsi alla presenza di Dio; essa fa della persona un soggetto recettivo del dono che Egli dispensa a ogni essere umano sincero e autentico con sé stesso. Può sorprendere che il re chieda tali doni giacché, in virtù della sua condizione regale, dovrebbe già possederli ed esercitarli in modo abituale e autorevole.

Ma non è così. Al di là della singolare condizione personale e sociale, partecipa della comune condizione di ogni essere umano. La méta e le condizioni per raggiungere e ottenere risultati soddisfacenti nella missione sono comuni a tutti; inoltre, il dono non è un possesso ma proviene dal donante, ed è efficace alle condizioni che lo stesso determina. Il possesso è pienamente gestito dal detentore sotto ogni aspetto.

“L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta”. Il re è affascinato dalla sapienza, con il cuore pieno di vita e di soddisfazione. Essa l’ha coinvolto in maniera così gratificante da divenire il suo patrimonio profondo, e costituisce il dono preferito su tutti gli altri.

“La preferii a scettri e troni (…) non la paragonai a una gemma inestimabile neppure, perché (…)”. Non c’è un bene maggiore. In genere, per governare, il re ha bisogno di prestigio e di denaro; affermare una preferenza per la Sapienza è assolutamente sconcertante, innovativo, e trasmette l’idea di quanto grande sia considerato il dono della Sapienza.

Essa è ciò che il re Salomone chiese in Gabaon quando, per la sua giovane età e spaventato di dover governare, Dio gli apparve in sogno promettendogli ciò che gli avrebbe chiesto. Era normale, per quei tempi, chiedere potere, vittoria sui nemici e denaro. Salomone, invece, chiese: “Signore dammi un cuore che sappia ascoltare” (1Re 3,9), per saper discernere correttamente il bene dal male.

Dio si complimentò con Salomone per aver formulato la richiesta corretta, e non solo gli concesse la sapienza per la quale divenne famoso nella storia, ma anche denaro, splendore del regno e vittoria sui nemici. Non è da escludere che, a quel singolare periodo di splendore, facciano riferimento le parole seguenti: “Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”.

La sapienza non è riconducibile meramente all’ampiezza dell’istruzione, ma all’acutezza e alla capacità di discernere ciò che è soggetto all’ambiguità, a un insieme di vero e falso, di corretto e sbagliato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,18-24)

“Non è bene che l’uomo sia solo”. Dio desidera il meglio per l’opera delle sue mani. Lasciando l’uomo solo questi non raggiungerebbe l’obiettivo, da Lui stabilito, di vita piena e di gioia. Perciò la decisione: “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”, altrimenti rimane un soggetto isolato e infelice.

La solitudine è parte integrante della realtà umana e condizione per realizzare la comunione con gli altri. Solitudine e comunione sono due lati della stessa moneta, della vita di ogni persona. La solitudine – non l'isolamento, ovviamente – è necessaria per la vera e solida comunione, così come quest’ultima esige l’accettazione e la corretta gestione della solitudine.

Dio completa la carenza che l’individualità contiene in sé stessa e, dopo aver creato gli animali e gli uccelli – essere viventi – “li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato degli esseri viventi quello doveva essere il suo nome”. Conferisce, quindi, all’uomo superiorità e potere su di loro. Secondo la cultura di allora conoscere il nome è condizione per dominare e disporre del soggetto conosciuto, secondo i propri criteri e la propria volontà.

Se da un lato Dio conferisce tale potere, dall’altro vi è la coscienza dell’impossibilità di raggiunge l’obiettivo perché “l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Ne consegue un principio fondamentale per il corretto vivere umano: dominare e possedere non è quello di cui l’uomo ha bisogno per vivere bene la solitudine. Quest’ultima, finalizzata a sé stessa, diventa isolamento.

Tuttavia il dominio e il possesso segnano profondamente l’essere umano. Per molti diventano l’elemento principale della ricerca del senso del proprio vivere, che esercita una seduzione molto forte, affascinante per il senso di superiorità, di successo, di comando e sottomissione di altre persone alla propria volontà, al punto da fare di esse degli strumenti  o, peggio, delle cose di cui disporre per scopi altrimenti irraggiungibili. È il fondamento della falsa e ingannevole comunione.

Sorge la domanda: che tipo di rapporto si instaura fra chi possiede e l’altro che non ha nulla e ha bisogno di lui per vivere? Il dislivello è tale da rendere impossibile il rapporto di complementarietà; quel che si instaura è la dipendenza, la sottomissione e l’esposizione al dominio e alla circolarità del rapporto con altre persone, producendo l’effetto secondo cui il soggiogato, a sua volta, è causa di estensione dello stesso malsano rapporto verso altri.

L'antidoto al desiderio di possesso è il non perdere di vista la caratteristica del dono della vita. Per essere dono, è gratuito e ricevuto senza alcun merito che lo possa rendere  esigibile. Di più, il donante non richiede alcun ritorno: è felice nel solo donare, è gioia di trasmettere vita. Se comportasse qualche tipo di riconoscenza, il dono perderebbe la sua essenza, divenendo un semplice scambio. Tale aspetto è poco preso in considerazione, e facilmente messo da parte, anche perché l’affanno d’incontrare sicurezza nel possedere suscita la gelosia, con conseguenze deplorevoli.

Dio procede su un altro piano e crea un essere di pari dignità. All’uomo “gli tolse una delle costole (…) e formò con la costola (…) una donna e la condusse all’uomo”, ma non per dargli il nome e dominare su di lei, ma per fargli riconoscere l’aiuto di cui ha bisogno. Non si tratta di una copia carbone, ma di un soggetto diverso e, allo stesso tempo, con affinità molto grande, al punto che l’uomo esclama con entusiasmo: “Questa volta è ossa delle mie ossa, carne della mia carne”.

L’uomo dovrà porre attenzione a non farne oggetto di possesso perché svuoterebbe,  simultaneamente, la dignità della donna e la propria. I due sono dono di Dio, e dono uno per l’altro. Mantenersi nel dono è rimanere in Dio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Nm 11,25-29)

L’attività profetica è essenziale alla vita del popolo d’Israele. Infatti, Elia è il prototipo dei profeti e Mosè è colui che ha trasmesso la legge che sancisce l’alleanza di Dio con il popolo. La Legge e la profezia – Mosè ed Elia – sono come le due gambe sulle quali cammina il popolo dell’Alleanza, chiamato a testimoniare alle altre nazioni l’avvento del regno di Dio ovvero l’esercizio della sua sovranità.

In particolare, il profeta vigila sul corretto cammino del popolo, affinché sia in sintonia con la legge interpretata dalle autorità. Egli agisce quale coscienza critica che valuta, e giudica,  il cammino e le circostanze personali e sociali nelle quali essa è applicata.

L’intervento del profeta non è quasi mai bene accetto, soprattutto quando segnala e sanziona il governo. le autorità e i notabili per azioni compiute in modo contrario alle esigenze dell’alleanza. Essi vengono esposti all’incomprensione, all’isolamento, all’esilio e,  talvolta, al ripudio violento.

Ancora, nel cammino nel deserto, prima dell’arrivo nella terra promessa, è molto impegnativa per Mosè anche l’attività profetica a causa dell'impossibilità di dirimere le innumerevoli cause del popolo. Perciò Il Signore parlò a Mosè e “tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani”. In fondo è una decisione di buon senso, e istituisce persone per il servizio, inviando e donando loro lo Spirito.

Desta attenzione che l’esercizio della profezia non è legato solo all’istituzione dei settanta  ma alla libera determinazione della volontà di Dio. La profezia è, e rimarrà, sempre un dono, mai un possesso del profeta e, meno ancora, dell’istituzione, in modo tale che essa ne possa disporre a suo piacimento. Perciò, “quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Non è detto il perché e se corrisponde all’esplicita volontà del Signore.

Possedere è dominio e potere sullo Spirito. Attribuirsi tale condizione è appropriarsi di quel che appartiene unicamente a Dio ed è, quindi, un abuso. Pertanto, pur avendo ricevuto l’investitura profetica, l’esercizio di essa dipende unicamente, ed esclusivamente, dalla libertà di Dio, dalla sua volontà per far compiere il servizio che Dio lo ritiene opportuno.

Accade che su due uomini, che erano rimasti nell’accampamento, “Lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento”. I due non presenziarono alla celebrazione e non ne viene spiegato il motivo; ciò lascia un alone di mistero e confusione in merito al modo di procedere di Dio. È evidente, quindi, che la sua azione non è soggetta a nessun vincolo previo, neanche all’investitura ufficiale da Lui stesso approvata.

Dio è libero dalle sue stesse determinazioni nel fare ciò che ritiene necessario per il bene del popolo. Sconcerta e pone fuori rotta chi pretende che Dio abbia un criterio fisso per agire, come nel caso del giovane che corre da Mosè, annunciando che “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento” e chiede: “Mosè, mio signore, impediscili!”.

Quante volte nella storia della chiesa, e nell’attualità, persone a capo dell’istituzione ordinarono di far tacere voci profetiche perché dissonanti da quel che consideravano corretto e veritiero? E dopo anni e, nella grande maggioranza dei casi, dopo la morte degli stessi, sono state riabilitate, assumendo l’errore e chiedendo il perdono?

L’istituzione auto-giustifica sé stessa, ammettendo di essere, allo stesso tempo, santa e peccatrice, e riconoscendo di essersi appropriata di ciò che non era dovuto. Il peggio è che molti pensano che ciò sia inevitabile e dovrà ancora accadere, senza analizzare le cause dell’errore e pensare ad un’organizzazione e ad un procedere dell’istituzione che sia alternativa.

La risposta di Mosè mostra la grandezza e la consistenza dell’uomo di Dio: “Sei tu geloso di me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 2, 12.17-20)

È un testo di grande attualità, elaborato della sapienza ebraica nella città di Alessandria d’Egitto, e scritto circa cinquant’anni prima della nascita di Gesù.

Tutto il capitolo descrive il contrasto fra il giusto, che teme Dio e si comporta in sintonia con la Legge, e l’empio, il suo contrario. Non è un contrasto sulle idee di Dio ma sulla condotta, sul comportamento. Ed è quest’ultimo che determina la condizione di credente o di ateo pratico – non teorico – come diremmo oggi. È descritta, con precisione, la distorta e perversa condotta dell’empio, che si comporta come se la Legge non esistesse affatto.

“Dissero gli empi”, infastiditi e incomodati dalla condotta del giusto, dal suo comportamento che “si oppone alle nostre azioni”, incluso quello di non associarsi e mantenersi distante da loro. Sono due mondi vicini, ma contrapposti.

Gli empi ricevettero la stessa educazione ma preferirono un altro genere di vita, contrario allo stile di vita del giusto. Quest’ultimo è un continuo richiamo all’educazione che gli empi rinnegano, rimuovono e vorrebbero mai ricordare.

Essi sono molto infastiditi della presenza del giusto che, per il solo fatto di esistere, “ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. Il comportamento, accompagnato dal silenzio, è più provocante della parola e del richiamo verbale.

Lontani dal voler cambiare vita sorge in loro un sentimento d’avversione e il contrasto giunge un punto tale da essere avvertito come una seria minaccia ai loro convincimenti, al loro stile di vita e al loro agire. L‘avversione cresce fino a generare la determinazione di sopprimere il giusto.

È quello che mettono in atto: “Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione”. L’intento è distruggerlo, fisicamente e moralmente, in modo da sopprimerne non solo la presenza ma anche la memoria, infangandola affinché non diventi un martire, un modello per le generazioni future.

A ciò si aggiunge il sarcasmo della verifica riguardo alla consistenza della bontà e della mitezza nel tormento e nella sofferenza, ritenute caratteristiche di colui che si ritiene "giusto". Ancora più audacemente, l’empio sfida addirittura Dio, dal quale aspetta la manifestazione, l’intervento a favore del giusto, ritenuto figlio di Dio come insegna l’educazione ricevuta: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari (…) perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà”.

L’intervento diretto di Dio è prova definitiva e irrefutabile.

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