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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 13, 14.43-52)

 

Il brano presenta il grande zelo missionario di Paolo e Bàrnaba. Passano da una città all’altra, da “Perge arrivarono ad Antiochia di Pisìdia”, annunciando il cammino di salvezza offerto da Gesù Cristo per gli effetti della sua morte e risurrezione, da loro stessi sperimentato.

Paolo dirà in un altro brano: “Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20). È il “per me” che suscita e sollecita l’attività missionaria, percependo e credendo nell’amore per il quale si è resi giusti davanti a Dio Padre, come persona trasformata, rigenerata e purificata.

Egli risponde al dono ricevuto, mosso dalla responsabilità e dall’impulso interiore di trasmetterlo, giacché il dono, fonte di liberazione, di gioia e di pienezza di vita, per sua natura spinge a farne partecipi gli altri, a trasmetterlo a chi ne è privo attraverso la predicazione e la pratica conseguente.

In effetti, per loro – Paolo, Bàrnaba e i primi apostoli – predicare la buona notizia non è solo trasmettere un’informazione, è far sì che gli uditori si coinvolgano in modo che la buona notizia diventi buona realtà per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, accolti dalla fede nella persona di Gesù e nella causa dell’avvento del regno per la quale ha consegnato sé stesso.

La giustificazione per la fede in Gesù Cristo, e soprattutto nella sua causa, si scontra radicalmente con la teologia del tempo che ritiene giusto chi osserva fedelmente la Legge stabilita dall’alleanza contratta nel Sinai, e poi ampliata e rielaborata dall’istituzione religiosa.

La loro predicazione è come un voltare la pagina della tradizione consacrata da più di mille anni di storia: con essa è in gioco la salvezza e l’entrata nel regno di Dio con l’avvento del Messia. Essi, con coraggio e audacia, testimoniano la loro fede nella sinagoga, riscontrando successo e adesioni; infatti “Molti giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio”. Il successo fu tale che “Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore”. 

Ma per le autorità ciò costituisce l’adesione a una dottrina eretica e blasfema. Di conseguenza si va allo scontro, alla diatriba per la quale questi, “con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo”, per gelosia e per la posta in gioco.

Tuttavia i due apostoli, con la sconvolgente proposta di cui erano portatori, argomentano nel vivo della polemica con determinazione: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi – Giudei – la parola di Dio” quali eredi della promessa in modo che, anch’essi, aderissero al suo compimento con la conversione.

Il loro rifiuto ad andare oltre la religione dei padri porta i due apostoli ad affermare con ironia: “poiché la respingete e non vi giudicate degni di vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 5,27b-32.40b-41)

Con l’evento della Pentecoste gli apostoli prendono coscienza del significato e dell’importanza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. L’evento illumina la loro mente riguardo alla svolta radicale e impensabile del passaggio di Gesù da maledetto da Dio – tale era il significato della morte in croce – a Salvatore, glorificato dal Padre per mezzo dello Spirito Santo.

La nuova coscienza porta con sé la necessità dell'annuncio, della predicazione dell’evento Gesù Cristo in Gerusalemme. Lo scontro degli apostoli con le autorità è inevitabile; il sommo sacerdote e il Sinedrio sono spiazzati, privati della loro autorevolezza e addirittura incolpati dell’ingiusta condanna.

La reazione del sommo sacerdote è categorica: “Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo”. La disobbedienza degli apostoli suscita forte tensione fra il sommo sacerdote, il sinedrio e gli umili sconosciuti seguaci del crocefisso, esposti al pericolo di subire la stessa sorte del maestro.

Pur nella loro insignificanza sociale e religiosa davanti alla massima autorità, Pietro, con agli altri, non s’intimorisce né si lascia prendere dal senso d’inferiorità ma con audacia e coraggio afferma: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Per obbedienza a Dio sconfessa la loro autorevolezza e di tutti quelli che intendono proibire la loro predicazione e l’insegnamento ritenendolo eretico, una bestemmia, la negazione della vera fede nel messia e nell’avvento della sovranità di Dio.

Pietro argomenta con grande audacia e coraggio, sapendo del rischio che corre. Motiva loro i motivi del dissenso e annuncia il contenuto fondante dell’insegnamento: “Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù (…) lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati”. In altre parole, Dio ha rovesciato il loro giudizio su Gesù e, tuttavia, anche per costoro il rovesciamento è opportunità di conversione, di perdono della loro incredulità e della sfiducia nei riguardi di Gesù, ora costituito Cristo alla destra di Dio Padre.

Il coraggio e la determinazione emergono dalla convinzione interiore e profonda che “di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. L’obbedienza a Dio per la fede – nell’accettare di essere accettati da Gesù Cristo, trasformati dagli effetti della sua morte e risurrezione e continuatori dell’avvento della causa del regno – manifesta la stabilità, la consistenza della comunione con Lui, per l’azione dello Spirito Santo che li rende autentici testimoni nell’assumere la predicazione e l’annuncio anche a costo dello scontro.

Lo scontro è motivato da due idee opposte – quella del sinedrio e la loro – escludenti e irriducibili una con l’altra riguardo a Dio. In nome dello stesso Dio, quelli che condannarono e uccisero Gesù lo fecero con l’intenzione di “salvare” Dio, il popolo, il tempio e la religione, vedendo il Lui il pericolo di sopravvivenza della stessa nazione, come disse Caifa: “è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!” (Gv11,50).

Il Dio di Gesù che gli apostoli annunciano e testimoniano è instaura l’avvento del regno di Dio e, con esso, della rigenerazione di ogni credente e lo strutturarsi della nuova società nei termini dell’Alleanza, rimasta incompiuta perché asservita al mantenimento del potere.

Il sommo sacerdote e le autorità non hanno nessuna intenzione di rivedere le loro convinzioni e, pertanto, agli apostoli hanno “espressamente proibito di insegnare". La risposta di Pietro a chi può condannarlo a morte è ferma e determinata: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. In tal modo testimonia la forte e consistente identificazione con l’evento pasquale e la persona stessa di Gesù. "La bocca parla di ciò che ha pieno il cuore”, particolarmente in circostanze simili dove è in gioco la propria irrinunciabile identità, anche a costo della vita.

Il coraggio e l’audacia sorgono in chi è solidamente identificato con la causa del regno, in comunione con Gesù Cristo, con fedeltà solida.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 5,12-16)

Il testo è un breve riassunto dell’attività pastorale degli apostoli: “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli”. Essi agiscono con gli stessi poteri di Gesù Cristo il quale ha affermato, durante la sua vita pubblica, che chi crede in lui compirà le sue stesse opere, anzi ne farà ancora più grandi delle sue.

L’inciso in cui si riferisce che la gente pone gli ammalati stesi su lettucci e barelle, “perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro”, trasmette l’idea che Gesù continua ad agire e a compiere la sua missione per mezzo degli apostoli. È la testimonianza della loro identificazione con il Risorto e la certezza che la missione continua.

La loro predicazione non è accolta da tutti: lo indica il fatto che, nel portico di Salomone,  “nessuno degli altri osava associarsi a loro”. Non è spiegato il motivo per cui chi era presente nel portico mantenesse la distanza, tuttavia può essere attribuito all’incomprensione del messaggio o alla volontà di non scontrarsi con l’ostilità delle autorità alla predicazione nel constatare la crescita del numero di aderenti.

Si può ipotizzare che, per la loro vita personale, sociale e formazione religiosa, non abbiano ritenuto convincente la predicazione e l’annuncio del regno nei termini proposti dagli apostoli. Un giustiziato sulla croce – quindi maledetto da Dio – annunciato come il Messia atteso e salvatore è un salto gigantesco, rompe con tutti gli schemi ben consolidati.

Porre come centro il mistero pasquale era qualcosa di sconvolgente, incomprensibile, fuori dai loro orizzonti, che non li riguardava o ritenevano di non aver bisogno, per cui viene meno la motivazione per osare di fare un passo in avanti, avvicinandosi alla cerchia dei credenti.

Al contrario, invece, “il popolo li esaltava (…). Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva”; quindi, “sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e donne”. La guarigione degli ammalati e di “persone tormentate da spiriti impuri” era ritenuta segno della presenza del Messia, o per lo meno di un profeta, un inviato da Dio.

L’adesione entusiasta del popolo è più che giustificata, non solo per il beneficio della salute, il recupero delle forze e delle condizioni psicologiche e morali, ma anche per la vita che rifiorisce con la riammissione, a pieno diritto, nella comunità e nella convivenza sociale.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10, 34 a.37- 43)

Nessuno degli apostoli dice di aver visto né assistito alla risurrezione di Gesù, per cui non si sa né quando né come tale evento si è svolto, e come è successo. Il testo odierno è tratto dal discorso di Pietro il giorno di Pentecoste. Solo allora, per lo Spirito Santo, gli apostoli prendono coscienza della portata e dell’importanza della risurrezione di Gesù, evento che si manifesta loro lungo i quaranta giorni che precedettero l'ultima apparizione, l'Ascensione.

Pietro, anche a nome degli altri apostoli, afferma: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui – Gesù Cristo – compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”, e riassume alcuni aspetti rilevanti dello stare e camminare con Lui, “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.

Beneficare e risanare sono due termini che sintetizzano la finalità dell’azione di Gesù. Essi manifestano il compiersi del regno di Dio quale azione di guarigione verso ogni tipo di sofferenza, e di riscatto da ogni forma di esclusione e ingiustizia, individuale e sociale. Gesù è mosso dalla compassione e dalla misericordia verso ogni persona o gruppo sociale prigioniero dalla schiavitù che separa, e allontana, dalla pratica dell'amore, della giustizia fraterna e dalla responsabilità per un mondo più umano, in armonia e in pace.

La pretesa messianica di Gesù gli costò il rifiuto estremo da parte delle autorità: “Essi lo uccisero appendendolo dalla croce". Morì come un maledetto dagli uomini e da Dio, così ritenevano coloro che approvarono la sua crocifissione. Tuttavia, costoro rimasero sconcertati e increduli quando risuonò l’annuncio: “ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno”. Con tale evento il giudizio di Dio su Gesù è ribaltato completamente.

Il terzo giorno non è un tempo cronologico ma teologico. Esso indica il momento del radicale e definitivo intervento di Dio a favore dell’umanità. Cosicché la risurrezione è l’evento dirimente, lo spartiacque del prima e dopo nella storia e nella vita dell’umanità di tutti i tempi.

Ebbene, Dio “volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio …”, a coloro che camminarono con Lui, seguendolo dall’inizio della sua attività. Il legame fra risurrezione e attività svolta è di grande importanza. La risurrezione è intrinsecamente legata alla vita di ogni giorno: è l’anima, la forza dell’autentico e indistruttibile divenire. Ciò che unisce vita e risurrezione è l’amore per la causa del Regno,  attivo nel disinteresse per sé stesso, per la propria vita, e a favore del bene delle persone e dell’umanità: “per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo”, recita il credo.

La risurrezione non è un atto di potere, di forza, d’imposizione, davanti al quale rimanere annichiliti, stupiti e necessariamente sottomessi. Se così fosse Gesù sarebbe sceso dalla croce, e si sarebbe presentato al Sommo Sacerdote e a Pilato per prendersi la rivincita. Essa è il trionfo della vita spesa come quella di Gesù.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Il brano è tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo”, che tracciano il profilo e l’azione di un personaggio (alcuni ritengono, in modo fondato, che si tratti di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele all’Alleanza) chiamato e unto dallo Spirito per la missione. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli e gli apostoli identificarono il misterioso personaggio con Gesù Cristo.

La missione consiste nell’attività profetica in nome di Dio, nell’insegnare e indicare il cammino corretto riguardo al rapporto con sé stessi, con le altre persone, con la società e il creato, in sintonia con la volontà di Dio riguardo all’avvento del suo regno, nel presente e nelle concrete circostanze della vita personale e sociale.

L’avvento del regno nell’oggi, nell’attualità, è un anticipo e caparra della realtà ultima e definitiva che si manifesterà alla fine dei tempi, con il ritorno del Risorto, nella quale si rivelerà la portata dell'affermazione di Paolo per la quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

A tal fine Dio ha dato al “Servo” una lingua da discepolo, perché “sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”, ossia a chi ha perso speranza e fiducia in un futuro di redenzione dalle sofferenze e dall’umiliazione; a chi è schiavo del peccato e del male e desidera il riscatto, la liberazione e la nuova vita con l’entrata nel regno di Dio.

La liberazione – la nuova vita – si qualifica per la duplice conversione, personale e sociale,  nell’assumere la nuova filosofia di vita, la rinnovata organizzazione sociale in attenzione al diritto e alla giustizia in sintonia con i termini dell’alleanza, per la vita più umana, fraterna, responsabile e degna di ogni singola persona e della società.

È Dio stesso che indica il cammino e il modo di procedere, perciò “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. L’umiltà di chi ascolta e impara è la prima caratteristica del discepolo. L’istruzione, riguardo allo svolgimento della missione, ha dello sconvolgente: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Si tratta di un cammino difficile e drammatico per le resistenze e opposizioni al processo di cambiamento.

Ora il Servo descrive le sofferenze e le umiliazioni che ha incontrato: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. È l’esperienza del grande disprezzo, da parte del popolo,  per la portata e la radicalità del rifiuto, ossia del rigetto del “Servo”. Essa è interpretata dagli aguzzini come manifestazione dell’abbandono di Dio, per aver osato attribuirsi la pretesa messianica. Una blasfemia imperdonabile e meritevole di quanto sopra riportato.

Il Servo, invece di mostrare abbattimento, depressione, delusione, scoraggiamento, manifesta uno stato d’animo singolare; afferma di non restare svergognato né confuso. Manifesta una forza d’animo, uno stato psicologico e una capacità di sopportazione del dolore fisico sorprendente, oltre ogni umana attesa.

La causa è da ricercarsi nella presenza del Signore: “Il Signore mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. In cosa consista concretamente l’aiuto non è specificato. È probabile che, paradossalmente, il "Servo" percepisca “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16),  come linfa vitale proveniente dalla radicale fedeltà di Dio, anticipo della sconfitta del male e vittoria sul peccato.

Questo fa sì che il Egli, in virtù della sua fedeltà alla missione e per la fiducia nella promessa del suo Signore, percepisca nel profondo del suo animo, nella sua persona, la trascendenza del suo Dio o, meglio ancora, la potenza dell'amore insita nella causa del Regno.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 43, 16-21)

“Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”. Il Signore si rivolge al popolo che gli appartiene, da lui generato, chiamato all’esistenza e costituito come suo “popolo eletto”. Il profeta ricorda loro il momento culminante della presenza e azione del Signore, quando “aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti”. Fu il grande evento della liberazione e della salvezza dalla schiavitù dell’Egitto – simbolo del male e del potere oppressore – con l’annientamento dell’esercito oppressore nelle acque del mar Rosso nel quale “… giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti”.

Con autorevolezza li esorta a guardare avanti: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!”. Non perché esse non meritino di essere conosciute per  trarne le opportune considerazioni e insegnamenti; anzi, il Signore stesso fa riferimento agli eventi del passato – alla liberazione – che costituiscono il contenuto della professione di fede del popolo, nello specifico il racconto di fatti storici importanti e decisivi relativi all’intervento del Signore e alle vicende che seguirono.

Ricordare, fare memoria, non è semplicemente riportare alla mente un evento del passato, pensare a cosa è accaduto e fare delle considerazioni: è molto di più! Per il Signore, e il popolo, è una liturgia di attualizzazione degli effetti di quell’evento, in modo da sentirsi di nuovo coinvolti in esso come se stessero riattraversando il mar Rosso e coinvolti nuovamente in quello che poi sarà l’impegno di attivare nel presente, e nelle circostanze attuali, le condizioni della “terra promessa”.

È essenziale l’attenzione e l’impegno per non farsi prendere dai criteri e dalle condizioni di vita che generano di nuovo la schiavitù e il dominio del male, giacché coloro che si comportarono in tal modo “giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti”. Sarebbe come instaurare un regime di morte, non di vita.

Alla schiavitù del passato il Signore contrappone la sua presenza attiva e creativa: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Egli fa germogliare il nuovo, in modo da attrarre l’attenzione e l’interesse per quello che esso prospetta e determina in merito al vivere bene e alla qualità della vita. Egli è il Signore della vita, e ciò che sta operando è un germoglio portatore di vita in abbondanza.

A conferma di ciò, per sostenere la fiducia nel buon risultato del germoglio, annuncia un futuro che nessuna persona o istituzione potrebbe realizzare: “Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”; di questo fruiranno tutti gli animali, “bestie selvatiche, sciacalli e struzzi” e anch’essi, con tutto il popolo, glorificheranno il Signore  perché portatori di pienezza di vita e, secondo il loro stato e condizione, manifesteranno la presenza del Signore.

Allora il popolo eletto "che io – il Signore – ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”. La gloria di Dio è la pienezza di vita degli uomini; e la vita degli uomini è lodare Dio, rispondendo a Lui motivati dal suo amore e imitando la sua presenza misericordiosa e la sua azione in mezzo ai fratelli, per un mondo più umano e giusto dove sono instaurati  rapporti personali e sociali autentici, di vera fraternità.

La lode si riferisce al coinvolgimento con Dio a favore dell’umanità e del creato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gs 5,9-12)

Si tratta di un momento decisivo e determinate per il popolo d’Israele. Con l’arrivo nella terra promessa, la peregrinazione nel deserto è terminata. Ora il popolo si trova “nelle steppe di Gerico” e, come primo atto, celebra la Pasqua. Con essa fa memoria dell’uscita, della liberazione, dall’Egitto – simbolo del male e del peccato -, dell’alleanza stabilita con Dio nel Sinai e del processo drammatico di purificazione e consolidamento della propria libertà nel deserto.

L’esperienza segna il passaggio dalla schiavitù alla condizione di uomini liberi: la Pasqua. Essa sarà celebrata ogni anno per attualizzare gli effetti di quell’evento fondante, in modo che ogni partecipante, e tutte le generazioni future che non hanno vissuto direttamente quell’evento, siano come se abbiano tutti, stipulando l’Alleanza, lasciato l’Egitto e attraversato il mare, in direzione della terra promessa. La Pasqua annuale sarà sempre un punto d’arrivo e di partenza.

Il Signore ha fatto di loro un popolo libero, ha donato loro la libertà per amare con lo stesso amore con cui sono amati da Lui. La pratica della giustizia e il diritto, a livello individuale e sociale, è la mediazione concreta di tale amore che, elaborata correttamente,  è espansiva e coinvolgente verso tutti i popoli.

Si apre un nuovo orizzonte nel quale consolidare la vita personale e sociale secondo le esigenze e le attese stabilite nell’alleanza. Si tratta di vivere e approfondire la libertà donata da Dio ed essa costituisce il timbro di autenticità dell’identità del popolo da Lui eletto.

Il nuovo insediamento – la terra promessa – darà loro “latte e miele” (metafora della pienezza di vita, dell’armonia e della pace per la pratica del diritto e della giustizia), asse portante della fedeltà all’Alleanza. Non ci sarà risultato soddisfacente senza la loro attiva, intelligente e coraggiosa adesione a tale esigenza.

Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua”, e Giosuè – successore di Mosè – annuncia che il Signore, oggi, ha "allontanato da voi l’infamia dell’Egitto”. La schiavitù è una condizione di vita del passato che deve rimanere nel passato, sepolta nelle acque de mar Rosso una volta per sempre.

Il mondo in cui siamo è la terra promessa e non esistono altri mondi o altra terra. Si tratta di fare di questa una nuova terra, e di questo un nuovo mondo (Ap 21,1), non un’altra terra o un altro mondo. Subito dopo la Pasqua, il giorno dopo, “mangiarono i prodotti della terra, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò”.

Infatti non è più necessario che Dio intervenga, con il miracolo, per alimentare il popolo con la manna.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 3,1-8a. 13-15)

Il testo narra la chiamata di Mosè. L’iniziativa parte da Dio e suscita in Mosè stupore, interesse e curiosità, per mezzo del roveto che “ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava”. In effetti, ogni autentica vocazione è caratterizzata dall’irrompere, nel profondo dell’animo, dello stupore e della meraviglia, in ordine al coinvolgimento proiettato in un futuro permanente che “non si consuma”, e dà senso pieno all’attività e ai frutti di essa, come un fuoco ardente.

C'è una grande voglia di vivere in ogni persona, la cui metafora è il fuoco inestinguibile del roveto. Essa, nell’orizzonte della volontà di Dio, è intrisa e sostenuta dal sincero desiderio di giustizia, rispetto, dignità e fraternità nel rapporto con altri per un nuovo mondo, una nuova società, con l’accoglienza della sovranità di Dio, del suo regno. Questa stessa voglia, probabilmente, ha segnato il mondo interiore di Mosè, al punto da reagire violentemente contro l’egiziano che stava maltrattando lo schiavo ebreo, compromettendo in tal modo il suo futuro alla corte del faraone.

Tale voglia di vivere è come un fuoco che non si consuma. È il presupposto che, come in Mosè, suscita lo stupore davanti al roveto, al quale si era avvicinato per osservare l'accadimento con un misto di curiosità, rispetto e un certo timore per la singolarità dell'accadimento.

Dal profondità del cuore, del suo mondo interiore, una “voce” lo chiama: “Mosè, Mosè!”, lo interpella e, ad essa risponde prontamente: “Eccomi!”. La “voce” è accompagnata dalla percezione di trovarsi come in terra straniera – che non gli appartiene – intrisa di una sacralità che sorpassa ogni immaginazione, non disponibile alla propria volontà e sulla quale è doveroso rimanere in contatto con profondo rispetto: "Non ti avvicinare oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo!”.

Segue la sorprendente rivelazione: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”, ossia il Dio della tradizione e della promessa. “Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio” (a quel tempo si riteneva che nessuno potesse vedere il volto di Dio e rimanere in vita). Mosè s’incontra con il mistero e il fascino della propria esistenza, ne percepisce la consistenza, la voce e la chiamata. Il contatto con Dio è stabilito.

Dio manifesta il suo progetto, la sua volontà di coinvolgere Mosè: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze”. Grande è la sorpresa di Mosè; infatti la lunga schiavitù portava a ritenere che Dio si fosse dimenticato della promessa e avesse abbandonato il popolo al triste destino.

Invece, “Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”, e gli conferisce autorità e potere per portare a termine il progetto in suo nome.

Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo sconcerto e lo spavento per un compito  del genere. Non volendo manifestare esplicitamente la sua insicurezza, Mosè tenta, con tutte le argomentazioni possibili, di sostenere le sue difficoltà e perplessità affinché Dio lo sollevi dall’incarico (vedi fino al capitolo 4,13 per approfondire la portata delle sue richieste, e il modo in cui Dio le smonta una ad a una, fino a che, stremato, si arrende).

Una delle sue richieste, la seconda, è la credenziale davanti al popolo, dovendo presentarsi come inviato dal Dio dei Padri, dal Dio della promessa. Mosè disse a Dio: “Mi diranno: ‘Qual è il suo nome?’. E io che cosa risponderò loro?”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 15,5-12.17-18)

 

Abramo, con la moglie sterile – i due anziani -, è in cammino verso una meta sconosciuta che Dio gli indicherà al momento opportuno. È motivato dalla promessa e sostenuto dalla fede che avrà una discendenza numerosa come il numero delle stelle del cielo e la quantità di grani di sabbia della spiaggia del mare. Dopo molto tempo non riceve risposta da parte di Dio riguardo al figlio – la discendenza – e allora “Dio condusse fuori dalla tenda Abramo” per rassicurarlo riguardo alla promessa.

Dio gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, e se riesci a contarle”; ma come contare nel deserto le miriadi di stelle del firmamento completamente limpido? Posto Abramo davanti all’impossibilità, Dio aggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”, e rinnova la sua promessa senza specificare, ancora, il quando, il luogo e la circostanza del compimento.

Abramo “credette al Signore (…)”. Egli non accenna a sentimenti di delusione, frustrazione, ansia o preoccupazione, possibili quando le attese vanno oltre il limite ritenuto accettabile, ma rinnova la sua fiducia. Dio conosce il cuore, i pensieri, le considerazioni e riflessioni che conformano la coscienza e il mondo interiore di Abramo e percepisce l’autenticità della fiducia.

Ritenuto sincero e attendibile, lo “accreditò come giustizia”. È giusto perseverare nella fiducia riguardo alla promessa del Signore; è la corretta disposizione nei suoi riguardi e verso sé stesso: due piani diversi – di Dio e dell’uomo – in comunione simbiotica.

Con il rinnovo della promessa della discendenza, Dio aggiunge quella di “darti in possesso questa terra”. La discendenza e la terra abbracciano la totalità dell’orizzonte di vita e del desiderio di realizzazione piena. Ed ecco, allora, l’immediata risposta di Abramo: “Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”.

Dio si impegna solennemente a compiere la sua promessa. Quando ormai è buio fitto, Egli stesso passa come fuoco in mezzo agli animali squartati e divisi. Nella cultura di allora è il modo di stipulare un’alleanza invocando su di sé, in caso d’inadempienza, la stessa sorte degli animali squartati.

Da notare l’importante dettaglio che è soltanto Dio a passare fra gli animali squartati, anche se Abramo acconsente a preparali. Impressiona moltissimo il fatto che, in un patto fra disuguali, solo la parte più forte assuma radicalmente, e senza riserve, la responsabilità.

Il Signore s’impegna con un atto unilaterale, segno di somma volontà ed espressione di un amore incondizionato, totalmente gratuito e disinteressato, nel senso di non avere altra finalità che compiere ciò che darà gioia e vita piena ad Abramo e alla sua discendenza.

Nella celebrazione dell’alleanza Abramo ha un ruolo prevalentemente passivo; infatti “un torpore cadde su Abramo, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono”. Il Signore prende l’iniziativa e conduce lo svolgimento del rinnovo dell’Alleanza, mentre Abramo è come in caduta libera, avvolto nel tremendo e sconcertante mistero di Dio e totalmente in balia da esso.

Gli vengono meno le forze e le condizioni per reagire, stando in un’oscurità che rende assolutamente impossibile alcun tentativo di modificare la situazione. Di conseguenza è comprensibile lo stato di terrore e l’oscurità che lo assale; probabilmente si sente come perso e avvolto nel vortice dello sgomento e dell’impotenza dal quale non può uscire.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 26,4-10)

 

Il testo corrisponde al nostro “credo”. È la professione di fede del popolo ebraico liberato dalla schiavitù dell’Egitto e condotto attraverso il deserto alla terra promessa. La sua fede è la testimonianza di una storia, di un cammino, che inizia con Abramo, il capostipite: “Mio padre era un Aramèo errante”.

Le vicende che seguirono fecero della poca gente una “nazione grande, forte e numerosa”. Tuttavia la sintonia iniziale con la vicenda di Giuseppe – divenne viceré d’Egitto – col passare degli anni essa si tramutò in una minaccia per L’Egitto: “I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divenendo numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno” (Es 1,7).

Non si conosce la causa della fallita integrazione. Viene soltanto registrato il rapporto fra i due popoli, valutato sul numero dei membri, sulla loro forza, il potere e l’eventualità che uno prevaricasse sull’altro. La conseguenza è che “gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù”, il che succede quando la paura si associa al potere, e allora ecco la schiavitù o, addirittura, la strage.

Tuttavia può darsi che il popolo d’Israele, numeroso, forte e sicuro di sé, si sia allontanato dal Dio della promessa e abbia fatto di Lui semplicemente, e deduttivamente, il Dio del privilegio, “ammutolendo”. Altrimenti come spiegare il lungo silenzio di Dio nei riguardi del suo popolo maltrattato?

L’avvertenza è illuminante per oggi, riguardo all’efficace e positivo processo di accoglienza e integrazione dei migranti in cerca di pane, pace e di sicurezza di vita. Considerare la propria condizione esclusivamente nell’ambito del privilegio e del diritto acquisito porta a ritenere, e vedere nei migranti bisognosi di aiuto, una minaccia o,  peggio, un pericolo. La conseguenza è la chiusura delle frontiere.

In ogni modo, riprendendo il testo non è difficile immaginare la condizione devastante a  livello generale del popolo e, individuale, di ogni persona. L’interrogativo è: Dio ha dimenticato la sua promessa? Ha ritirato il suo favore? L’angoscia da un lato, e la memoria nella fedeltà di Dio alla promessa dall'altro, motivano l’invocazione d’aiuto.

“Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la mostra umiliazione, la nostra miseria, la nostra oppressione”. La compassione e la misericordia, l’amore fedele del Signore prevale: “E il Signore ascoltò la nostra voce (…) ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio, spargendo terrore e operando segni e prodigi”.

La memoria del grande evento della liberazione, elemento centrale della fede del popolo, e la finalità e il destino ultimo di tale evento, costituiscono il quadro di riferimento per il presente e il futuro del popolo.

Dio ha liberato il popolo perché faccia del dono della liberazione memoria che ne attualizza gli effetti per le generazioni future. Resterà impressa nel loro patrimonio di fede e d’identità il passaggio dalla condizione di schiavitù e oppressione a quello di popolo libero ed erede della benedizione, della promessa di Dio e riferimento per tutte le nazioni.

Uscito dall’Egitto, il popolo intraprende il cammino nel deserto, nel quale attraverso prove e difficoltà perfeziona, purifica e consolida il frutto della liberazione e rende comprensibile la portata e significato dell’Alleanza contratta nel Sinai, in modo che, correttamente intesa e praticata, farà della terra promessa l’ambito dell’avvento della sovranità di Dio.

Proseguendo, il “credo” afferma: “Ci introdusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele”. 

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