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Commenti alle letture

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 9,13-18)

“I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le sue riflessioni (…) A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano”. Il testo è una riflessione sulla condizione umana riguardo alla limitata capacità delle persone di comprendere, in modo esauriente, le cose a portata di mano, nonostante gli sforzi. È il riconoscimento del limite umano, della verità della condizione di ogni di persona nell’orizzonte della fondamentale virtù dell’umiltà, cammino di vita verso risultati soddisfacenti.

È proprio della persona chiedersi e indagare sul senso, il mistero della vita nella quale è immersa, e trovare risposte alle legittime domande del perché e della finalità di ciò che accade in lei, nella società e nella creazione. Nella maggioranza dei casi essa fa riferimento a persone che hanno speciale competenza nel settore da loro indagato e assumono con fiducia i risultati attendibili e le azioni corrispondenti.

È vero che ogni grande ricercatore percepisce il limite del proprio lavoro, della provvisoria e parziale conoscenza dell’oggetto indagato, ed è cosciente che il risultato va considerato  come punto di partenza per altri approfondimenti che possono confermare, accrescere o modificare quello già ottenuto. La scienza è aconfessionale e ha un metodo di indagare proprio, le cui conclusioni si avvalgono della razionalità, dell’esperienza e della verifica.

Pertanto molti ricercatori, dopo una chiara professione di ateismo o agnosticismo, nell’incomprensibilità del mistero nel quale è coinvolto l’esistente e il fenomeno, non escludono l’esistenza di chi per la fede religiosa crede in Dio. Strutturalmente, ogni grande uomo è profondamente umile e percepisce la portata dell’affermazione: “ma chi ha investigato le cose del cielo?”; in altre parole, della verità completa che sfugge, si occulta alla comprensione umana.

Tuttavia il senso e la volontà di potere e di dominio, trasmesso dai positivi risultati delle ricerche, genera ottimismo sul risultato di successivi traguardi riguardo al mistero che coinvolge l’origine della vita, l’esistente, il progresso nel migliorarne la qualità. Il fascino che attrae la ricerca suscita e stimola la tenacia e la perseveranza affinché, giorno dopo giorno, si vada oltre le barriere ritenute invalicabili.

Ma la persona che crede in Dio – dal quale tutto proviene, perché presente nella storia e nel cammino degli uomini – arrivata sulla soglia del mistero e al limite del conoscibile, è interpellata e sfidata dalle domande: “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”.

L’umiltà che ne consegue non mortifica, non scoraggia né sottomette passivamente a un sapere superiore, ma apre l’intelligenza e il cuore alla sapienza di Dio: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”.

Umiltà imprescindibile perché, prendendo spunto dalla cultura greca, il “corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni”. È noto che Dio sfugge a ogni prova scientifica. Tuttavia si fa esperienza di Lui per la fiducia nella sua auto-rivelazione nella storia, registrata dalla scrittura, dal vissuto individuale e comunitario dei discepoli e dei testimoni.

La comunione con Dio immerge nel suo mistero, come il pesce è immerso nell’oceano. Essa è propria di chi si dispone, nell’umiltà, alla “sapienza che viene dall’alto”, per mezzo del Suo “santo spirito”. La persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a sintonizzare con la sua presenza, con la sua azione, valicando i criteri razionali dell’umano.

La sapienza di Dio non nega questi criteri: semplicemente non si esaurisce in essi ma va ben oltre.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 3,19-21.30-31)

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso”. Riguardo alla mitezza, erroneamente si ritiene che ad essa si riconduca la difficoltà di interloquire, la tendenza a sottostare al giudizio altrui, a non ribattere e non replicare, a restare sottomessi e, soprattutto, il timore alla propria affermazione. È come mettersi in un angolo rendendosi inesistenti e diventando una nullità.

Ma la mitezza è ben altro. Consiste nell’intelligenza di comunicare con dolcezza, con calma, con pazienza e serenità. Ma, soprattutto, comprendere che quelle parole, profferite in modo diverso, verrebbero prese come affronti o rimproveri. È sinonimo, quindi, di mansuetudine paziente e benevola.

È altresì la capacità di unire la fermezza alla delicatezza. In altre parole, manifestare il pensiero con garbo, senza far trapelare la propria superiorità, anche quando c’è. Essa sostiene rapporti interpersonali armoniosi; un insieme di attenzione e di sincera accoglienza che crea l'incontro, nel quale emergono sentimenti di benessere, di soddisfazione e di comunione fraterna.

Condizione previa è coltivare nel proprio intimo la chiara identità di sé stesso, la consapevolezza della qualità del rapporto interpersonale e sociale, la finalità e il destino ultimo della vita, e l’accettazione dei propri difetti e pregi, così come delle attitudini e delle incapacità.

Il mite è un soggetto piuttosto completo, sempre perfettibile – com’è proprio della condizione umana – e in pace e serenità con sé stesso. Ascolta tutti e cerca la comunione fraterna, non dipende da nessuno e possiede una buona autonomia di gestione di sé. Il vangelo afferma che i miti “avranno in eredità la terra” (Mt 5,5), e si capisce bene in che senso, non certamente per spadroneggiare e dominare.

La generosità dona il necessario, soprattutto nel momento del bisogno, ma anche come segno di amicizia e di stima. È una dimensione importante che manifesta l’attenzione verso persone disagiate moralmente, fisicamente o economicamente, ossia in situazioni di sofferenza. Essa è frutto del sentimento di condivisione e di solidarietà insito nella mitezza.

C’è un modo di esercitare la generosità, che coinvolge profondamente il donante e il ricevente quando la mitezza e l’umiltà procedono di pari passo: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”. Il mite è anche umile perché sa che non sa… L’umiltà non è negare o diminuire le proprie virtù e capacità, ma assumerle con gratitudine e intelligenza come dono del Signore. E, pur essendo frutto del proprio sforzo e merito, lo trasmette, lo condivide per il bene altrui e della collettività.

Per l’esercizio dell’umiltà “troverai grazia davanti al Signore”. Ai miti “Dio rivela i suoi segreti”, nell’intimità e familiarità con Lui. Essi ne condividono la vita, la gioia e la pratica dell’amore vicendevole, quali testimoni e segno della manifestazione della sua presenza, “perché grande è la potenza del Signore (…)”. In tal modo accolgono l’avvento della sovranità di Dio – il regno -, motivano e favoriscono la crescita di un mondo più giusto, più umano, fraterno e solidale.

Pertanto, “(…) dagli umili egli è glorificato”. L’autore riconosce la grandezza e il potere di Dio, testimoniato dall’umiltà del mite con parole e atteggiamenti opportuni, in virtù della Sua gloria e santità, presente in lui per quello che la condizione umana consente. All’umile si addice la celebre espressione di S. Ireneo (II secolo d.C.): “l’uomo vivente è gloria di Dio e la vita dell’uomo è la lode a Dio”, vivente per l’amore ricevuto e trasmesso, fonte di vita in abbondanza.

Il contrario dell’umile è l’orgoglioso: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi (…) per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male”. L’orgoglio è la caratteristica della persona che fa del proprio sapere, della propria attività, un riferimento irrinunciabile e indiscutibile della propria competenza e professionalità. Ne fa questione di dignità, d’onore, nel presumere che nessuno e niente la possa intaccare. Diventa impermeabile a ogni osservazione o contributo che non rientri nei propri parametri. L’amor proprio è così grande da sentirsi ferito e infastidito da ogni contrarietà.

Generalmente è così sicuro di sé stesso che guarda gli altri dall’alto verso il basso. Di conseguenza il seme del male va crescendo sempre più, sostenendo l’impossibilità di comunicare e crescere nel rapporto fraterno, sincero e trasparente, in modo da  qualificare l’autenticità di sé stesso. Si involve su sé stesso nell’isolarsi da tutti e da tutto, vittima del proprio inganno.

Perciò il testo esorta: “Il cuore del sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 66,18b-21)

Il brano testimonia come il Signore va oltre l’indignazione e l’ira per l’infedeltà del popolo all’Alleanza, e si propone non solo di riscattarlo dalla condizione ignobile in cui si è posto, ma di ricondurlo sul cammino della fedeltà, in modo da compiere la finalità per la quale è stato eletto, “collaborando” con il Signore per la salvezza universale dei popoli.

“Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria”. È il progetto del Signore di coinvolgere persone di ogni razza e lingua, che suscita grande sconcerto in Israele perché la purezza della discendenza – la cui origine risale ad Abramo e all’Alleanza testimoniata dalla circoncisione – era ritenuta imprescindibile per entrare, a pieno diritto, nel regno di Dio con la venuta del Messia.

Annunciare che tutte le genti “verranno e vedranno la mia gloria” aumenta lo sconcerto e la confusione nel popolo, che riteneva la partecipazione alla gloria di Dio, ricezione della sua santità, fonte di vita piena. E allora che differenza c’è fra il popolo eletto e tutte le genti? Verrà meno l’esclusività, il privilegio di Israele come popolo eletto?

Per di più costoro saranno costituiti missionari, e trasmetteranno il dono per coinvolgere altri che ancora non lo conoscono o sono lontani, in modo che nessuno sia escluso. Dice il Signore al riguardo: “Io in essi porrò un segno”, il segno della fraternità, della solidarietà, della giustizia, della pace e della concordia; in altre parole, la fratellanza e la solidarietà universale.

In tal modo “essi annunceranno la mia gloria alle genti”, suscitando ammirazione, stupore e desiderio di aderirvi per instaurare un nuovo ordine personale e sociale, manifestazione della forza, del potere e della santità di Dio. Essi saranno come una calamita che attrae e “Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme”. L’impatto sarà così forte e sorprendente da muovere, con qualsiasi mezzo a disposizione, un gran numero di persone provenienti da tutte le parti.

Notevole rilevare come la missione di ricondurre al Signore tutte le genti costituisce “l’offerta al Signore”, dello stesso valore di “come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore”. Pertanto la purezza dell’offerta è costituita dalla comunione fraterna fra le genti di ogni razza e nazione, e non più nella qualità pregiata degli oggetti di culto.

Ancora più sconcertante è l’affermazione: “Anche tra loro mi prenderò sacerdoti leviti, dice il Signore”, considerati dal Signore alla stessa stregua dei membri d’Israele, il popolo eletto, formando l’unica famiglia di Dio.

La loro integrazione, allo stesso livello degli israeliti di pura origine, ha sorpreso non poco gli uditori. Basta considerare che ai tempi di Gesù, per essere eletto sacerdote, oltre ad appartenere alla tribù di Levi, si doveva verificare negli archivi del tempio, in Gerusalemme, la purezza razziale fino alla quinta generazione da parte del padre e della madre, senza nessuna mescolanza con altre etnie.

Il fatto che addirittura stranieri, anche se convertiti al giudaismo, saranno “sacerdoti leviti” è il massimo dello sconcerto.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 38,4-6.8-10)

 

“Quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. Parole durissime, pesanti come un macigno che cade sulle spalle del profeta Geremia, con le quali i capi del popolo lo accusano davanti al re. Con l’assedio di Gerusalemme, da parte del re babilonese Nabucodonosor, i capi e le autorità del popolo esortano i cittadini a resistere, fiduciosi per la loro condizione di popolo eletto e nel tempio, quale pedana dove Dio poggia i suoi piedi e che è ritenuto l’ombelico del mondo che collega cielo e terra. Pertanto, nella concezione comune, mai Dio permetterebbe la profanazione né la vittoria dei nemici. Egli è a loro lato per liberare l’assedio.

Geremia invece predica il contrario: che la città che verrà invasa, il tempio distrutto, il popolo deportato in esilio a Babilonia a causa della infedeltà all’alleanza. Gli argomenti e le esortazioni dei capi sono ritenuti dal profeta un terribile e devastante inganno.

Come è ovvio in situazioni del genere, la tensione fra Geremia e le autorità giungono al culmine, al punto che i capi chiedono al re la sentenza di morte: “Si metta a morte Geremia, appunto perché scoraggia i guerrieri (…) e scoraggia tutto il popolo”, perché non vuole il bene del popolo ma il suo male. È l’accusa di tradimento.

Il re non ha la forza politica di opporsi, anche se interiormente non è d’accordo con la condanna. Egli aveva ascoltato Geremia in un incontro segreto e era rimasto  particolarmente impressionato. Tuttavia, non può opporsi agli accusatori e, di conseguenza, decide: “Ecco egli è nelle vostre mani; il re non ha poteri contro di voi "; e costoro lo gettano nella cisterna di fango, condannato a morire di stenti.

È il dramma dei profeti di ogni tempo. Chiamati da Dio, non si comportano da teologi di corte dicendo quel che le autorità e il potere si aspettano. Al contrario, smontano i loro piani e creano sconcerto nelle persone, nel popolo. La solitudine dei veri profeti è radicale, al punto che si domandano perché e che senso abbia la loro chiamata e l’affidamento della missione profetica.

Entra in scena Ebed-Mèlec, l’etiope, un eunuco che era nella reggia al servizio del re. Mosso a compassione e rattristato per quanto accaduto, si avvicina al re fuori della reggia, lontano dagli occhi e dalle orecchie indiscrete e supplica: “quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta (…) morirà di fame, perché non c’è più pane nella città”.

Per mezzo suo, uno straniero e per giunta eunuco (il tipo di persona più disprezzato dal popolo d’Israele), il Signore interviene a favore di Geremia strappandolo dall’inevitabile morte. È sorprendente e sconcertante che Dio agisca in tal modo, ma è proprio della libertà del Signore agire fuori da schemi o canoni ritenuti vincolanti e, pertanto, qualsiasi persona mossa dal senso di giustizia e di rettitudine media la volontà e l’azione del Signore, indipendentemente dalla nazione o dalla religione che professa.

Si profila l’apertura riguardo ai rapporti fra il Signore e le persone che appartengono alle più diverse origini e fedi. In essa si discerne l’azione di Dio nelle circostanze che sviliscono la giustizia e il diritto, in nome della dignità e sacralità della vita ingiustamente ferita o disprezzata. Il re, una volta liberato dalle precedenti pressioni, ordina d’intervenire immediatamente: “Prendi tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia”.

Normalmente l’attività profetica, che non si lascia corrompere da interessi di vario tipo (denaro, prestigio, incarichi di governo, benevolenza delle autorità costituite, ecc.), suscita divisioni, conflitti, tensioni con le istituzioni, i governanti e anche con le persone care legati da affetti sinceri.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 18,6-9)

Il testo è una riflessione sull’azione di Dio a favore d’Israele e il coinvolgimento di quest’ultimo. L’iniziativa parte da Dio, che annunciò l’intervento di liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto (sinonimo del male e del peccato): “La notte della liberazione fu preannunciata ai nostri padri”. In nessun modo il popolo si sarebbe liberato con le proprie forze, tanto era stringente e ferreo il dominio degli oppressori.

Al popolo umiliato, schiacciato dalla schiavitù e senza speranza, l’annuncio dell’intervento del Signore è finalizzato “perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà”. È il coraggio necessario per una nuova società che gestisce la libertà, che gli è donata con la liberazione, nella pratica del diritto e della giustizia, fondamento della dignità di ogni persona e ambito dell’adeguata convivenza sociale in pace, armonia e pienezza di vita.

“Il tuo popolo, infatti, era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici”. Riguardo a questi ultimi, il riferimento è a coloro che imposero la schiavitù. Evidentemente, la liberazione dei giusti – non perché fossero perfetti, anzi, – è conseguenza, frutto dell’azione di Dio, che li rende tali rompendo il progetto e gli interessi degli oppressori, per i quali l’evento è una disgrazia che sfocerà nella vicenda del mar Rosso: “Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te”. 

La memoria d’Israele ricorderà sempre che il Signore agì in loro favore con mano forte e braccio potente. La liberazione è la nuova chiamata all’alleanza, all’osservanza fedele e fiduciosa del cammino indicato dalla Legge, stipulata da Mosè sul Sinai. L’evento della liberazione e del Sinai è ritenuto manifestazione della gloria di Dio al suo popolo: “così glorificaste noi”, in virtù del suo amore.

Resi liberi dal peccato – dalla dipendenza, dalla schiavitù – e costituiti "figli santi dei giusti,”, coloro che accolsero e perseverarono nel dono della liberazione “offrirono sacrifici in segreto” celebrando il culto, la memoria di quell’evento, con la finalità non solo di ricordare il passato ma di attualizzarne gli effetti, come se in quel momento si ripetesse l’evento della liberazione, perché cova sempre il misterioso impeto di cedere alla seduzione e tentazione del male.

Come antidoto, nella celebrazione “si imposero, concordi questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli”, e strinsero un patto di solidarietà valido sempre, nelle condizioni favorevoli come in quelle avverse. La solidarietà e la responsabilità hanno un’impronta divina che sostiene e motiva la pratica dell’amore, con cui il Signore ha amato il suo popolo e ogni persona agendo a loro favore, liberandoli dalla schiavitù e conducendoli alla terra promessa.

La solidarietà e responsabilità fraterna non sono altro che la declinazione della familiarità di Dio nei loro confronti, la manifestazione del loro legame di giustizia e rispetto della Legge, espressione della presenza del Signore come loro re.

Essi, intonano “… subito le sacre lodi dei padri”. Qualunque sia la circostanza, favorevole o avversa, intonare “subito” le lodi a Dio manifesta la solidità, consistenza e supremazia della fede, della loro fiducia nel Dio liberatore.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Qo 1,2; 2,21-23)

“Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Gli studiosi, interpretando il senso di queste parole, portano alla conclusione che la vita “è una bolla di sapone”. La morte conferisce all’interpretazione verità e comprensione e, in aggiunta, l’autore ironizza con pungente oggettività: “Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato”.

Una bolla di sapone è anche qualcosa di bello, che attrae l’attenzione per i colori, per la leggerezza e per la libertà di muoversi nell’aria; inoltre ispira sentimenti di delicatezza, tenerezza e soavità. Ma è fragile e inconsistente, al punto che una semplice puntura d’ago la fa sparire. E tutto ritorna alla realtà che prima occultava o dalla quale si era distratti.

Intelligenza, professionalità, impegno al limite delle possibilità, caratteristiche della serietà e dedicazione della vocazione all’attività sembrano svalorizzati, per non dire addirittura annullati. L’autore si chiede: “Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?”; e traspare in esso un sentimento di delusione, di frustrazione e spoliazione per la perdita di ciò in cui si è investito fruttuosamente, aggravato dall’ironia che lo sforzo profuso andrà a beneficiare “un altro che per nulla vi ha faticato”.

Ma allora è meglio far niente? La verità del brano è stimolo di passività? Meglio ritornare su sé stessi in maniera egocentrica, come indica il libro della Sapienza: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore (…) Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere. Spadroneggiamo nel giusto, che è povero, (…) La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile”? (Sap 2-14). Evidentemente no, la stessa Sapienza condanna tale pensiero e la condotta corrispondente.

Quello che nel brano è messo in discussione è il tempo cronologico, il suo susseguirsi in passato, presente e futuro, scandito dalle lancette dell’orologio. Non è considerata la qualità del tempo, il presente, il momento vitale. Di fatto il passato già non esiste, rimane nel passato e la memoria trattiene qualcosa di esso, soprattutto nel caso di un evento importante e decisivo per la vita. Il futuro anch’esso non esiste se non come una possibilità, una speranza o un timore che, pur nella possibilità che si avveri, nella grande maggioranza dei casi non si realizza, e molte volte sorprende.

Quello che appartiene pienamente è il presente: l’attimo fuggente. Il presente merita tutta l’attenzione e polarizza l’impegno affinché sia gratificante, pieno di contenuto e di senso. Si tratta del momento favorevole e, per essere tale, richiede attenzione all’aspetto qualitativo, esistenziale, poiché porta con sé l’opportunità del dono di immergersi in effetti positivi e soddisfacenti, pieni di senso e di vita, o di evitare, sminuire, il danno e la delusione.

Generalmente l’attività, le preoccupazioni e le responsabilità fanno sì che l’unica dimensione del tempo presa in considerazione è quella cronologica.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 18,20-32)

Il Signore disse: “Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave”. Egli si presenta sotto forma di una persona che vuole rendersi conto di quel che realmente sta succedendo nelle due città e verificare la portata del peccato nel quale sono immerse. E così entrano in scena i tre misteriosi uomini che Abramo accolse alle Querce di Mamre, i quali “partirono di là e andarono verso Sòdoma (vedi la prima lettura della scorsa domenica).

È come se il Signore e l’umanità dovessero prendere coscienza della forza del male e delle conseguenze del peccato.

Le due città sono sinonimo del potere e della forza del peccato, al punto da scambiare il male per il bene. La loro condizione si presenta irreversibile alla comprensione e allo sforzo umano di conversione, tanto grande è il dominio del male su tutti gli abitanti. Di fatto, quando ci si abitua al male, si diventa insensibili al bene e al danno che porta con sé e, anche volendone uscire, non ci sono le forze e le condizioni per farlo. Dirà il profeta Geremia: “Può un etiope cambiare la pelle o un leopardo le sue macchie? Allo stesso modo: potete fare il bene voi, abituati a fare il male?” (Ger 13,23).

In che consiste il grande e molto grave peccato? Per molti secoli è stato identificato con le pratiche omosessuali, basato sulla richiesta degli abitanti Lot: “dove sono gli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi perché possiamo abusarne!” (Gen 19,5). Secondo l’opinione degli studiosi il grave peccato di cui si sono macchiati non è riconducibile alle pratiche omosessuali; l’interpretazione più plausibile consiste nella mancanza di rispetto dei diritti dell’ospite, dello straniero, esattamente il contrario di quella di Abramo verso i tre sconosciuti che accolse alle Querce di Marme.

Abramo percepisce che il destino di Sòdoma e Gomorra è segnato. Chi si allontana da Dio si autodistrugge; chi fa il male diventa vittima dello stesso. Mosso dalla compassione Abramo dice al Signore: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? (…) E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Per la sua compassione e misericordia, Dio ascolta Abramo ed entra in “gioco” con Abramo con un tira e molla sul numero di giusti per i quali intende risparmiare le città dal castigo imminente.

Suscita simpatia e ammirazione il racconto di come i due cercano una via di uscita a favore del trionfo della vita, e la cercano insieme: basterebbe trovare un numero di giusti, sempre più ridotto, addirittura fino al numero dieci, oltre il quale Abramo non osa spingersi,  ormai convinto della risposta negativa.

Al riguardo è opportuno ricordare il bellissimo brano della Sapienza: “Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita” (Sap11,23-26).

Nonostante l’intercessione di Abramo e la buona disposizione del Signore, non c'è niente da fare e, sconsolato, Abramo lascia la città al suo destino.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gn 18,1-10a)

Abramo, motivato dalla fiducia in Dio, esce dalla sua terra verso una meta sconosciuta che il Signore indicherà a mano a mano. La fiducia è riposta nella promessa di paternità di un popolo numeroso, come il numero delle stelle del cielo e dei grani di sabbia della spiaggia del mare, nonostante l’età avanzata e la sterilità della moglie Sara.

Gli anni passano e il figlio non arriva. Tuttavia, una notte, osservando nel deserto le innumerevoli stelle del firmamento, Dio gli appare e rinnova la promessa e Abramo, “sperando contro ogni speranza” (Rm 4,18), rinnova la sua fiducia. Il che piacque molto al Signore.

Le fede e la speranza caratterizzano i due eventi. Il brano odierno è il terzo segnato dalla carità, in virtù dell’accoglienza di tre misteriosi personaggi. “Il Signore apparve ad Abramo (…) Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. E Abramo si rivolge loro come se fossero un solo soggetto, dicendo loro: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”. E ordina l’attenzione verso di loro propria dell’accoglienza, nel portare l’acqua in modo che, lavati i piedi, si accomodino sotto l’alberoNella tradizione teologica i tre sono ritenuti come se fossero un’anticipazione di quella che poi si rivelerà come la Trinità, ma studi recenti lo escludono. (A essa fa riferimento la famosa icona di Rubliev).

D’altro lato si ritiene che i tre uomini rappresentino tutti i popoli, e in essi si configura la misteriosa presenza del Signore. Accoglierli, offrire loro tutto ciò di cui hanno bisogno per proseguire il viaggio, è il momento culminante della comunione con il Signore.

Ogni giorno è necessario elaborare e offrire all’umanità quello di cui ha bisogno per continuare il cammino verso la pienezza dell’avvento della sovranità di Dio, l’avvento del suo regno, della comunione in e con Lui.

Abramo, appena li vide, “corse loro incontro e si prostrò fino a terra dicendo: ‘Mio signore (…) dopo potete proseguire, perché è ben per questo che siete passati dal vostro servo’”. All’accoglienza essi aderiscono positivamente: “Fa pure come hai detto”.

Abramo attiva una cura considerevole preparando il meglio di cui dispone e un rispetto singolare, come se fosse il loro servo: “Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono”. Non fa nessuna domanda, semplicemente li accoglie con grande disponibilità, attento ai loro bisogni.

L’evento configura la personalità di Abramo nel trascorrere degli anni. Tuttavia, già passarono ventiquattro anni dal giorno della chiamata, rimanendo fiducioso nella promessa umanamente impossibile. Mantenne la fiducia, rinnovando in modo sorprendente la speranza nella promessa e, infine, accoglie in modo così singolare – la carità – degli sconosciuti nei quali percepisce la presenza del suo Signore.

In virtù di cosa avviene ciò? La fiducia e la speranza declinano la carità. È la triade che apre l’evento della presenza e comunione con il Signore nella vita ordinaria.

I tre chiesero della moglie e, alla risposta di Abramo che stava nella tenda, ripresero: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 30,10-14)

Mosè, dopo aver stabilito l’Alleanza con Dio in nome del popolo liberato dalla schiavitù in terra d’Egitto (Egitto è sinonimo del male e del peccato), e in cammino verso la terra promessa, trasmette e indica loro la Legge come patto dell’Alleanza, affinché esso viva, cresca e consolidi la propria identità e i rapporti interpersonali e sociali nella libertà donata da Dio.

Alla trasmissione segue l’esortazione: “«Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima»”, affinché il popolo sia fedele all’alleanza nel discernere il cammino e, in esso, la corretta pratica di vita, frutto dell’indispensabile conversione.

La conversione che il Signore si aspetta è la pratica dell’amore che ha realizzato nei loro riguardi, liberandoli dalla schiavitù dell’Egitto. La finalità è che si mantengano liberi dal dominio del male e del peccato.

Più che la Legge in sé – i precetti di cui è composta – è lo spirito di essa, o meglio il motivo e la finalità per cui è promulgata, che costituisce il permanente riferimento per il suo compimento, quale griglia di discernimento quotidiano nelle diverse e nuove circostanze,  per vivere e crescere nel dono della libertà.

Rimanere nella pratica dell’amore e crescere in esso è garanzia del compimento della promessa di Dio nel condurre il popolo verso la nuova terra, punto finale del cammino nel deserto. Con esso si instaurerà la nazione come “popolo eletto”, nel testimoniare agli altri popoli l’eccellenza della loro esperienza, affinché vi aderiscano.

La Legge, a prima vista, sembra impossibile da rispettare. Essa proviene da Dio e il popolo ha l’impressione che soddisfarne il compimento richieda l'adozione di comportamenti impossibili per la persona e per il popolo, avendo sperimentato nella traversata del deserto ogni sorta di limiti, paure e difficoltà che, nell’insorgere,  deluderebbero le attese del Signore.

Nell’affrontare nuove situazioni, nell’iniziare un cammino sconosciuto e nel trovarsi in circostanze di pericolo e angustianti, come già era successo nel deserto, compiere la Legge esige una fede più consistente e tenace di quella che già ha fatto cilecca varie volte – prova della fragilità del popolo – al punto da ritenere la presenza e la promessa del Signore non rispondente alle loro attese.

Mosè li rassicura e li esorta a non spaventarsi, né tirarsi indietro: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto da te, né troppo lontano da te”. Non è impossibile compierlo come se esso fosse in alto nel cielo o nella profondità del mare e, perciò,  irraggiungibile al punto che il popolo si domanda: “Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farlo udire, affinché possiamo eseguirlo?”.

Mosè li rassicura: non è così; anzi, “questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Is 66,10-14c)

 

Il brano è una raccolta di oracoli composta dopo il ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. E sono ripresi per annunziare l’inizio di un’era di pace, in cui tutti avranno lunga vita e abbondanza di beni materiali, unitamente al favore divino.

“La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi”. Il tempo futuro (La mano….. si farà conoscere)  segnala che essa ora è inattiva per la vita del popolo, come quando lo era in esilio, in terra straniera, con la deportazione dalla terra promessa e la distruzione del tempio di Gerusalemme. Allora fu come un fulmine a ciel sereno, un grande trauma per Israele, uno sconcerto totale. La certezza della fedeltà di Dio all’Alleanza, e la condizione di popolo eletto, furono dissolti nel nulla ed il popolo fu privato della ragione del proprio essere, come respinto e dimenticato da Dio.

La causa fu il non aver rispettato le esigenze dell’Alleanza. Constatando come la terra promessa era divenuta il contrario di quello che Dio si aspettava, nonostante i profeti ripetutamente avessero messo in guardia il popolo e le autorità sulle conseguenze nefaste. Ma i capi del popolo ritennero che la condizione di “popolo eletto” avrebbe, in ogni caso, assicurato l’incolumità e la protezione da ogni invasione straniera e non considerarono seriamente che potesse avvenire l’invasione e la deportazione in terra pagana.

Ebbene, nell’attualità dei nostri giorni, si ripetono le condizioni di allora; ed ecco il mancato rispetto delle più elementari norme etiche di convivenza e dignità fra persone, culture e nazioni, in nome dell’avidità per il denaro facile, il potere, il dominio e la sottomissione a condizioni disumane, impensabili per chi ha buon senso e dignità. La triste condizione è percepita come “l’assenza della mano del Signore”, e le conseguenze ricadono non solo sulle persone, ma sulle risorse e sull'ambiente necessario alla vita umana e alla bellezza del creato, affidato dal Signore alla cura degli uomini.

Il Signore è privato di ciò che gli appartiene e del rispetto che merita. Lui stesso è come esiliato dalla sua creazione: la sofferenza e il lutto lo accompagnano costantemente. Nel lutto, l’umanità degradata e il Signore sono uniti dalla stessa sofferenza. Ma il Signore è fedele nell’amore per la sua creazione, opera delle sue mani, fra le quali il popolo eletto – Israele – che ama Gerusalemme: “voi che l’amate”. Nell’attualità, l’amore del Signore coinvolge tutti i popoli e l'intero creato.

È in virtù dell’amore che “la mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi”, sperando che Israele e l’umanità, rassicurati dalla promessa, si comportino eticamente e stabiliscano rapporti interpersonali e sociali nello stesso amore con cui sono amati, e ricostruiscano un mondo nuovo nei dettami dell’Alleanza, con l’avvento del regno di Dio.

Una nuova epoca – una rinnovata creazione – ha inizio con l’intervento del Signore. Questi è “come una madre che consola il figlio”, con tale affetto e intensità che “Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba”. Egli da' inizio a un futuro pieno di speranza, che si apre davanti a loro per la rinnovata fiducia nella promessa,  percependo l’azione del Signore e, con essa, l’attualizzazione della condizione del nuovo popolo di Dio.

Il Signore non abbandona il suo popolo, nonostante l’infedeltà di questi, né si dimentica della sua promessa ma, per l’amore fedele, lo reintegra nel piano divino quale umanità rinnovata e trasformata con l’accoglienza della sua sovranità. Per Israele e l’umanità sarà un’esperienza indimenticabile. Annuncia il profeta: “Esultate (…) sfavillate con essa – Gerusalemme – di gioia (…) sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi sazierete al petto della sua gloria”.

“Il petto” si riferisce alla gloria di Dio, alla sua giustizia e al suo amore per il popolo, alimento gioioso e conveniente che sosterrà la fedele osservanza all’Alleanza, in modo che i cittadini delle nazioni manifestino la fraternità, la giustizia e il diritto che Dio trasmette loro.

Tale alimento sarà sorprendente per abbondanza ed efficacia: “Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace: come un torrente in piena, la gloria delle genti”.

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