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Commenti alle letture

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 26,4-10)

 

Il testo corrisponde al nostro “credo”. È la professione di fede del popolo ebraico liberato dalla schiavitù dell’Egitto e condotto attraverso il deserto alla terra promessa. La sua fede è la testimonianza di una storia, di un cammino, che inizia con Abramo, il capostipite: “Mio padre era un Aramèo errante”.

Le vicende che seguirono fecero della poca gente una “nazione grande, forte e numerosa”. Tuttavia la sintonia iniziale con la vicenda di Giuseppe – divenne viceré d’Egitto – col passare degli anni essa si tramutò in una minaccia per L’Egitto: “I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divenendo numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno” (Es 1,7).

Non si conosce la causa della fallita integrazione. Viene soltanto registrato il rapporto fra i due popoli, valutato sul numero dei membri, sulla loro forza, il potere e l’eventualità che uno prevaricasse sull’altro. La conseguenza è che “gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù”, il che succede quando la paura si associa al potere, e allora ecco la schiavitù o, addirittura, la strage.

Tuttavia può darsi che il popolo d’Israele, numeroso, forte e sicuro di sé, si sia allontanato dal Dio della promessa e abbia fatto di Lui semplicemente, e deduttivamente, il Dio del privilegio, “ammutolendo”. Altrimenti come spiegare il lungo silenzio di Dio nei riguardi del suo popolo maltrattato?

L’avvertenza è illuminante per oggi, riguardo all’efficace e positivo processo di accoglienza e integrazione dei migranti in cerca di pane, pace e di sicurezza di vita. Considerare la propria condizione esclusivamente nell’ambito del privilegio e del diritto acquisito porta a ritenere, e vedere nei migranti bisognosi di aiuto, una minaccia o,  peggio, un pericolo. La conseguenza è la chiusura delle frontiere.

In ogni modo, riprendendo il testo non è difficile immaginare la condizione devastante a  livello generale del popolo e, individuale, di ogni persona. L’interrogativo è: Dio ha dimenticato la sua promessa? Ha ritirato il suo favore? L’angoscia da un lato, e la memoria nella fedeltà di Dio alla promessa dall'altro, motivano l’invocazione d’aiuto.

“Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la mostra umiliazione, la nostra miseria, la nostra oppressione”. La compassione e la misericordia, l’amore fedele del Signore prevale: “E il Signore ascoltò la nostra voce (…) ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio, spargendo terrore e operando segni e prodigi”.

La memoria del grande evento della liberazione, elemento centrale della fede del popolo, e la finalità e il destino ultimo di tale evento, costituiscono il quadro di riferimento per il presente e il futuro del popolo.

Dio ha liberato il popolo perché faccia del dono della liberazione memoria che ne attualizza gli effetti per le generazioni future. Resterà impressa nel loro patrimonio di fede e d’identità il passaggio dalla condizione di schiavitù e oppressione a quello di popolo libero ed erede della benedizione, della promessa di Dio e riferimento per tutte le nazioni.

Uscito dall’Egitto, il popolo intraprende il cammino nel deserto, nel quale attraverso prove e difficoltà perfeziona, purifica e consolida il frutto della liberazione e rende comprensibile la portata e significato dell’Alleanza contratta nel Sinai, in modo che, correttamente intesa e praticata, farà della terra promessa l’ambito dell’avvento della sovranità di Dio.

Proseguendo, il “credo” afferma: “Ci introdusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 27,4-8)

Il Siracide (precedentemente indicato con il titolo di Ecclesiastico – libro da leggere nell’assemblea e, infatti, l’opera era molto letta nella comunità ecclesiale – N.B.: da non confondere con l'Ecclesiaste o Qoelet) è un libro sapienziale ricco di insegnamenti rivolti a ogni categoria di persone, e valido per diverse situazioni di vita.

Abbraccia aspetti positivi e negativi dell’esistenza umana e presenta una visione serena del mondo e della vita, sorretta dalla presenza di Dio e dalla bontà della sua provvidenza. Profondamente radicato nella tradizione religiosa dei padri, vede nella legge del Signore il fondamento e la fonte prima della vera sapienza data a Israele.

Il testo considera, in generale, l’attività intellettuale della persona e, specificamente, la comunicazione attraverso la parola, la conversazione, la manifestazione del pensiero e afferma: “Quando si agita un setaccio, restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.

Vagliare l’uso della parola – riferimento in senso lato ad ogni mezzo e forma di comunicazione – con intelligenza e umiltà riguardo alla ricezione, all’incomprensione o al rifiuto del contenuto da parte dei destinatari è come agitare il vaglio e discernere la reale efficacia e opportunità o meno di essa.

Riflettere, ritornare su sé stessi e attivare il discernimento è motivo di crescita sotto tutti gli aspetti o di chiusura in sé stessi, nel proprio ambito, nel proprio mondo interiore, rendendo impossibile, in tal caso la crescita di nuovi e positivi sviluppi. È quello che, normalmente,  succede quando prevale la paura, l’orgoglio, l’invidia o la gelosia.

“La prova dell’uomo si ha nella sua conversazione”, nella quale affiora la qualità umana, psicologica e spiritale della stessa. Qualità che disvela l’adeguata e competente argomentazione, o meno, del tema di cui si parla, per la capacità di ascolto e di accoglienza di opinioni diverse, per l’esposizione di argomenti contrari ma opportuni che aprono nuovi orizzonti, per la pazienza e l’equilibrio psicologico nelle eventuali incomprensioni, provocazioni pungenti o anche frasi o parole inopportune o, addirittura,  offensive. Un consiglio saggio è “non tanto dire quello che si pensa, quanto pensare quello che si dice…”.

Un aspetto di fondamentale importanza è l’ascolto. Il libro del Deuteronomio – l’ultimo dei cinque che costituiscono la Legge dell’Antico Testamento – esorta, con insistenza, il popolo eletto: “Ascolta Israele…”, nel senso di porre tutta l’attenzione e la disposizione interiore per discernere, nel contenuto della comunicazione, gli elementi di novità che sostengono il progetto di vita e il cammino in sintonia alle esigenze dell’Alleanza, stipulata da Mosè nel Sinai.

La Parola di Dio è registrata nei testi biblici, ma non solo. È anche la storia – gli eventi dell’attività umana – che, nella loro globalità, sono sostenuti dalla presenza e dall’azione Trinitaria. Solo che il progresso umano, frutto dell’indagine in tutti i campi del mistero della vita, non è scevro da ambiguità e, di conseguenza, portatore di bene e di male per le persone e l’umanità; più specificamente, di bene per pochi, escludendo il bisogno di uscire dalla sofferenza e dal disagio umano di molti.

“Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo”. Vale specificare che per la bibbia la parola non è solo quella pronunciata della persona, ma ogni azione della stessa che ha senso e significato, e incide nel rapporto interpersonale e sociale a vantaggio o danno di sé, dell’interlocutore, della società o del creato.

Qui l’etica ha un ruolo fondamentale nel dimostrare in che modo è coltivata la vita individuale, sociale ed ecologica.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

 

Il brano riferisce la forte tensione e disagio di Saul nei confronti di Davide, quest’ultimo chiamato dal Signore e unto dal profeta per sostituirlo nel condurre Israele. Saul non accetta l’evento e cerca di sopprimere Davide che, d’altro lato conta sull’amicizia di suo figlio, Gionata, che lo mette in guardia dalle intenzioni e del progetto del Padre, salvandogli la vita col rifugio nel deserto.

È in esso che Saul persegue il suo intento, con determinazione e impiego di un numero considerevole di uomini: “Saul si mosse e scese nel deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele per ricercare Davide”.

Alla mossa del re, Davide e Abisài abilmente si intrufolano nell’accampamento, si impadroniscono della lancia e della brocca d’acqua del re che stava dormendo. Quest’ultimo legge la circostanza come disegno di Dio da assumere con determinazione: “ti ha messo nelle mani il nemico. Lascia dunque che io lo inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”.

Ma Davide si oppone: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. L’unzione che Saul ha ricevuto merita rispetto e l’eventuale trasgressione, pur motivata dalla necessità di proteggersi dal pericolo e dall’eventualità di soccombere, sarebbe foriera di disgrazia per lui stesso, pur avendola ricevuta per sostituirlo.

Ebbene, sempre, alla luce della fede – e anche nell’orizzonte più ampio della dignità umana – ogni persona è unta, cioè è sacra, perché creata a immagine e somiglianza di Dio e, ancor più, perché redenta dalla missione e consegna di Gesù Cristo per la causa del regno, della sovranità di Dio in essa e nell’umanità intera.

Il non rispetto della dignità umana, a causa dello sfruttamento, della violenza di ogni tipo e di tutto ciò che la diminuisce, o addirittura la sopprime, è un’offesa alla sacralità della persona, del gruppo o dell’etnia alla quale appartiene. Innesca non la punizione di Dio – che sempre ricompone nella persona la vita di chi si rivolge a lui con cuore sincero – ma processi di distruzione della vita altrui e, allo stesso tempo, della propria, nel senso di essere precipitati nella disumanità e in tutto ciò che di male essa porta con sé.

Ebbene, tornando al brano, Davide si limita a dimostrare la reale possibilità di eliminare Saul ma non vuole macchiarsi le mani del suo sangue.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 17,5-8)

La missione a cui è chiamato Geremia si svolgerà nei termini indicati dal Signore stesso nel momento della sua elezione: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare” (Ger 1, 10).

Dovrà dire quello che il popolo e le autorità non vogliono udire; indicare il cammino contrario a quello da loro perseguito; profetizzare l’opposto delle loro speranze rispetto alle loro attese e annunciare l’avvento di un futuro devastante in caso di disobbedienza, il che avverrà con l’invasione del re Nabucodonosor e la deportazione in Babilonia.

Il libro registra la grande sofferenza del profeta, non solo per l’opposizione e il rigetto generalizzato ma, soprattutto, per il “silenzio del Signore” dal quale egli si sente defraudato, deluso e, di conseguenza, al limite delle forze per continuare la missione.

Tuttavia, in mezzo alla prova, il Signore interviene per sostenerlo: “Allora il Signore rispose: ‘Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro e di fronte a questo popolo ti renderò come un muro durissimo di bronzo’” (Ger 15, 19-20).

La sottolineatura fa capire dove sta il punto critico e, precisamente, nel discernimento che è venuto meno. Il Signore evidenzia al profeta la necessità di adeguarsi al corretto criterio di giudizio per portare a termine, coraggiosamente, la missione. Non solo, ma gli trasmette i due orizzonti radicalmente contrapposti da prendere in considerazione per il discernimento stesso.

Il primo porta con sé la maledizione, l’insuccesso, il fallimento: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”. L’orizzonte denuncia l’uomo il cui cuore – o meglio il progetto, le scelte e la filosofia di vita sono contrarie a quelle del Signore, ed a causa delle quali si è allontanato da Lui, dalle esigenze dell’alleanza, dal fine della sua azione e presenza in ordine all’avvento del regno di Dio. L’uomo ha fatto prevalere il proprio progetto, le proprie scelte, il proprio fine, non avendo nulla a che vedere con quello del Signore. Questa condizione si riassume nel termine “carne”, nella quale l’uomo pone “il suo sostegno”.

Il secondo è il contrario, porta con sé la benedizione “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e nel Signore è la sua fiducia”, per sintonizzare con il progetto di Dio e ciò che consegue, similmente ad un albero florido, ben sostenuto, che “non smette di produrre frutti”.

Viene da chiedersi: cos’è che affievolisce o, addirittura, mina la fiducia nel Signore e fa sì che l’uomo si allontani, perda la fiducia in Lui e si diriga, in un certo senso, verso l’auto-distruzione, nell’illusione di una effimera e inconsistente felicità?

La risposta è, usando un termine generale: il peccato. Quante volte nelle vicende umane si dice "che peccato!", Intendendo che si è persa una grande opportunità, per il prevalere di progetti e prospettive proprie, inefficaci e illusorie o, anche, per la seduzione di cammini alternativi attraenti e di facile o immediata soluzione.

In sostanza il peccato consiste nel cadere, essere come trascinati nell’inganno per la mezza verità che lo sostiene, per poi rivelarsi il contrario di quello che faceva intravedere per gli effetti negativi, e a volte, devastanti e irrecuperabili.

La difficoltà nel dare piena fiducia al Signore deriva dalla caratteristica della sua proposta e del suo insegnamento, che vanno molto oltre quello che l’umana condizione considera ragionevole ed efficace.

In primo luogo la magnanimità del suo amore costante e perseverante, il Suo non curarsi della debolezza, della fragilità e vulnerabilità umana e, soprattutto, la gratuità di esso.

In secondo luogo – non per importanza ma per l’argomentazione – la necessità del pieno coinvolgimento in esso, che comporta l'assunzione della stessa dinamica, delle stesse scelte, degli stessi criteri nel rapporto interpersonale con la collettività, la società e il creato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 6,1-2a.3-8)

Isaia racconta come avvenne la chiamata di Dio. Stava nel tempio di Gerusalemme e,  d’improvviso, si trova immerso in un fenomeno singolarissimo: “Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo”. La voce era quella del Signore e il fumo era segno della presenza dello Spirito Santo.

Quando meno se l’aspetta è coinvolto nell’auto-manifestazione del Signore. Questi si presenta in tutta la sua grandezza e potenza, circondato come un sovrano dalla corte celestiale la quale proclama i suoi attributi: “Santo, santo, santo, il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria”.

La ripetizione per tre volte del termine “santo” indica l’assoluta trascendenza di Dio. Santo significa separato, realtà a se stante. Ripeterlo tre volte corrisponde al nostro superlativo assoluto e, pertanto, supera ogni immaginazione umana. In altre parole riconduce appunta al mistero di Dio la realtà da cui tutto procede e tutto coinvolge.

La forza e il potere del “tre volte santo” son tali che indicano la sua presenza nella società, fra gli uomini, e nella loro storia, come Signore degli eserciti, con potere incommensurabile su di essi. In aggiunta, il creato (cielo e terra) partecipa della sua vita, della sua gloria e nessun potere, nessuna forza umana possono contrastarlo e, meno ancora, vincerlo. Di conseguenza il mistero di Dio da un lato suscita timore e rispetto, dall’altro si manifesta sorprendentemente prossimo all’uomo, alla storia e al creato. Cosicché Dio è, allo stesso tempo, distante (separato) e prossimo.

La prima reazione del profeta è di panico: “Oimè! Io sono perduto (…) i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”, perché si riteneva che nessun essere vivente potesse  vedere Dio e rimanere vivo. Ad aggravare il panico è la coscienza della propria indegnità,  “perché un uomo di labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalla labbra impure io abito”. Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo spavento e lo sconcerto del profeta.

Ebbene, immediatamente Dio agisce e lo coinvolge nella missione, secondo il piano da Lui stabilito. Ogni manifestazione di Dio non è dettata soltanto dalla volontà di auto-rivelarsi, ma anche dalla determinazione di coinvolgere e chiamare persone specifiche per la missione a favore del popolo. Il criterio di scelta è ignoto, resta nella libera volontà divina e non dipende da qualità specifiche del destinatario. In generale, Egli non chiede all'eletto particolari doti o capacità particolari.

È la sua azione, la sua chiamata, che conferisce dignità e capacità. Essa manifesta il suo perdono e la sua misericordia; infatti, “Allora uno dei serafini volò verso di me (…) mi toccò la bocca e disse ‘Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la colpa e il tuo peccato è espiato”.

Accogliere il perdono e la purificazione annessa costituisce un'esperienza di rinnovamento e di rigenerazione sorprendente. In virtù di esso, in Isaia sorge la nuova coscienza di sé, accompagnata dalla gratitudine a Dio che pervade tutta la persona, la inonda di gioia e la dispone alla responsabilità.

Cosicché “la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’” suscita una risposta immediata: “E io risposi: ‘Eccomi, manda me’”.

Isaia si lancia, assume su di sé la responsabilità della missione. Il bene ricevuto con la chiamata, e gli effetti di esso, si traducono immediatamente nel senso di responsabilità nel trasmettere, e testimoniare il dono ricevuto, a chi ne è privo per colpa propria o non lo ha mai conosciuto.

È ineludibile e non alienabile riflettere e prendere coscienza della propria responsabilità:  “Eccomi, manda me”, perché costitutiva di ogni persona.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 1,4-5.17-19)

Il brano è autobiografico e Geremia racconta il momento della chiamata di Dio al servizio profetico: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto (…) ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. La certezza della chiamata, dell’elezione e della familiarità con Dio, segna fortemente l'animo di Geremia e costituirà il punto fermo e stabile di riferimento nello svolgimento della missione, soprattutto nei momenti difficili.

Sarà una missione veramente ardua. Già all'atto del conferimento il profeta lo percepisce: “Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro”. Parole che non costituiscono per nulla motivo d’esultanza e, meno ancora, d'incoraggiamento. Avrà certamente pensato, come succede in questi casi: “Ma perché proprio io?”, pur sapendo dell’insindacabilità della volontà di Dio.

La missione del profeta è richiamare il popolo, e particolarmente le autorità, al compimento dell’Alleanza, cosa che non stanno realizzando. Questi si sono allontanati da essa a causa degli interessi personali, della lobby di potere, per esercitare il dominio con politiche e vantaggi economici per pochi a scapito di molti, ecc.; il tutto non ha niente a che vedere con il fine dell’Alleanza, quale l’instaurazione della convivenza umana nella fraternità, nel diritto e nella giustizia. È anche il dramma, il problema, del vissuto odierno che investe persone e popoli.

Perciò Dio esorta il profeta alla determinazione: “stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro”, confidando sulla sua parola e presenza, che trasmette coraggio e protezione: “Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”. Lo esorta a “non spaventarti di fronte a loro” perché se ciò dovesse accadere, “sarò io a farti paura davanti a loro”. L’avvertimento fa presagire che dovrà affrontare situazioni molto gravi e di estrema difficoltà.

In tali circostanze è molto facile che la sfiducia prenda il sopravvento, e di conseguenza accada di trovarsi in difficoltà, con un senso di abbandono o di assenza inspiegabile del Signore. È quello che accadrà nello svolgimento della missione, per lo sconcerto intimo e lo sconvolgimento personale così intensi e insopportabili da portare Geremia a maledire di essere nato. Per di più si sentirà come violato dallo stesso Signore. Ma il Signore non lo abbandona, nella prova estrema risponderà al suo lamento affinché riprenda con fiducia il mandato.

L’opposizione, le minacce e la violenza saranno di tale intensità che non permetteranno al profeta di discernere correttamente il da farsi e il Signore interverrà con una dritta fondamentale, di grande importanza: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro, e di fronte a questo popolo io ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te, ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti” (Ger 15,19-20).

Per ogni persona discernere “ciò che è prezioso da ciò che è vile” è indispensabile in ogni circostanza, ma particolarmente nei momenti critici, quando i “conti non tornano” rispetto a ciò che ci si aspettava.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ne 8,2-4.5-6.8-10)

Il popolo d’Israele, ritornato alla propria terra dopo la liberazione dall’esilio di Babilonia, accoglie in Esdra la persona che porta “la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere”. Riscattare la Legge, dopo il lungo periodo dell’oblio e le sue nefaste conseguenze, è riprendere il cammino dell’Alleanza e iniziare una nuova vita, facendo tesoro delle esperienze positive e negative del passato. È riprendere con determinazione l’osservanza dell’Alleanza espressa nei suoi precetti.

Il popolo è convocato per un tempo molto lungo. Esdra, sacerdote e scriba, con i leviti che ammaestrano, “lesse il libro (…) dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno”. Nell’attualità due sono le indicazioni importanti per chi si propone la corretta comprensione dell’insegnamento e l’adeguata condotta di vita in sintonia con la volontà di Dio, le cui prescrizioni importanti (non le uniche) sono contenute nella parola scritta, nel libro della Legge.

1. Sono convocati uomini e donne “che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge”. I leviti “leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura”. La convocazione è un momento di formazione e la lettura viene ascoltata con attenzione. Nessuno deve svalorizzare questo momento, disattenderlo, restare indifferente o ritenere di non averne bisogno.

2. L’apertura del cuore. “Esdra aprì il libro alla presenza di tutto il popolo (…), come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi”, quale gesto di rispetto e riconoscimento per trovarsi alla presenza di Dio. Lo stare in piedi, quando una persona parla e manifesta la sua volontà, è segno di attenzione e accoglienza delle indicazioni sul da farsi e sul come procedere. Il riferimento al cuore è rivolto non al sentimento, all’affetto, all’emozione, al mondo psicologico, ma al pensiero, al ragionamento, all’elaborazione intelligente e affidabile del progetto di vita in ordine al fine.

“Esdra benedisse il Signore, Dio grande". Benedire significa "dire bene" del Signore per manifestarsi attraverso la Legge, per confermare l’elezione del popolo, per rinnovare il valore e l’esigenza dell’alleanza. Da parte sua il popolo risponde con l’assenso, identificandosi e ritrovando la propria identità nell’alleanza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 62,1-5)

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo”. Gerusalemme è la città simbolo d'Israele e della storia del popolo, spesso infedele a Dio, ma anche dell'amore incessante del Signore che promette di restaurare a nuova vita il popolo e la città stessa.

Il comportamento fondamentale di Dio con il suo popolo è la fedeltà, conseguenza del suo profondo amore: “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada”. Al riguardo, il profeta utilizza l'immagine dell'amore tra lo sposo e la sposa: “Il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo (…) come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”.

Il profeta manifesta l’immensa tristezza, e la sofferenza del Signore, nel constatare la deplorevole condizione in cui si è ridotta Gerusalemme, considerata come l’ombelico del mondo, il legame fra la terra e il cielo: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata”.

Il degrado, la devastazione e la deportazione del popolo in esilio sono motivo di dolore e di amarezza, in considerazione dello splendore del tempo antico e della missione, ormai fallita, che avrebbe dovuto svolgere a favore di tutta l’umanità. Il motivo della disgrazia è l’abbandono dell’alleanza, del cammino di giustizia e del diritto e l’aver abusato della Legge per fini e interessi della classe dirigente e dei notabili.

È una disgrazia che, purtroppo, si ripete continuamente nella storia dei responsabili della comunità, dei governanti. È la lotta fra bene e male, fra luce e tenebre, destinata ad accompagnare il vissuto personale e sociale con grano o zizzania, che crescono contemporaneamente fino alla fine del mondo.

Impressiona la determinazione, la fermezza nell'amore del Signore, per impiantare la giustizia che genera salvezza per tutti gli abbandonati, isolati, rifiutati dall’istituzione e diventare il contrario: essere l’ambito dell’accoglienza, del sostegno, dell’aiuto. Senza questi valori l'esistenza è come un deserto, un vuoto senza senso, la cui sofferenza e disagio è attuale sotto diversi aspetti e circostanze, e le cronache di ogni giorno ne evidenziano le drammaticità.

Impiantare il cammino di giustizia è la finalità dell’azione del Signore – il tesoro del regno di Dio – a favore dell’umanità e di ogni singola persona. Essa è sinonimo di salvezza, che risplende come lampada. La pratica della giustizia farà di Gerusalemme e del popolo eletto “una magnifica corona nella mano del tuo Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio”.

Egli sarà orgoglioso e soddisfatto del suo popolo e, più ancora. “… il tuo Dio gioirà per te”. Egli stabilirà per Gerusalemme una nuova condizione, per la quale “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia”.

Dio indica le condizioni affinché le persone e il popolo vivano nella pace, in armonia con tutto e tutti nella fraternità, solidarietà e responsabilità propria della famiglia di Dio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Is 40,1-5.9-11)

Il popolo si trova in esilio a Babilonia per aver voltato le spalle – colpevolmente – all’alleanza del Sinai. Liberato dalla schiavitù dell’Egitto, attraversato il deserto, entra nella terra promessa ma non rispetta l’alleanza, lo spirito della Legge, riferimento e cammino per consolidare in esso la libertà e la giustizia.

La missione affidatagli era quella di organizzare la nuova società, nella quale il diritto e la giustizia fossero espressione di solidarietà, responsabilità fraterna e manifestazione della sovranità di Dio, riassunta nel simbolo dell’“avvento del regno di Dio”. Ma il popolo va in tutt'altra direzione: fa della terra promessa un nuovo Egitto per molti poveri ed esclusi dal convivio umano e sociale e, in effetti, instaura una nuova forma schiavitù.

Gli eventi fanno sì che l’esercito di Babilonia occupi la terra promessa, saccheggi Gerusalemme, distrugga il tempio e deporti il popolo nella propria terra. È un colpo durissimo e sconcertante per il “popolo eletto” in quanto si riteneva sicuro che Dio non avrebbe mai permesso che ciò accadesse. È vero che i profeti avevano espresso i loro ammonimenti sulla possibilità e sui pericoli incombenti, ma non li avevano ascoltati, anzi li avevano ignorati e osteggiati duramente, fino a quando, nello sconcerto generale, il peggio si avverò.

La conseguenza fu la deportazione in Babilonia, lo stato di desolazione, smarrimento e tribolazione.

La triste condizione arriva alla conclusione attraverso la voce del profeta: “Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio – Parlate al cuore di Gerusalemme (…). Ecco il vostro Dio! (…) Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”.

Le parole esprimono la sorprendente portata della compassione e misericordia di Dio verso il suo popolo. La sua sofferenza è anche la sofferenza di Dio, quantunque questi fosse stato molto severo: "gridatele – a Gerusalemme – che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio di tutti i suoi peccati”. L’esperienza della tribolazione insegna le conseguenze del peccato e imprime nella coscienza gli effetti della stoltezza e della gravità del loro comportamento auto-distruttivo.

Viene da chiedersi se l’umanità continua oggi nello stesso processo. Saranno ascoltati dalle autorità mondiali i profeti che mettono in guardia sulle cause del pericolo economico, sociale, ecologico e culturale cui è esposto il pianeta? Saranno seguiti i consigli e gli orientamenti, di persone sagge e competenti, riguardo il corretto uso, intelligente e critico, dei mezzi di comunicazione sociale, per non svilire la qualità dei rapporti interpersonali a favore esclusivo della comunicazione virtuale? La globalizzazione sarà vissuta come un'opportunità, previo un impegno dialogico intelligente e appropriato?

Tornando al testo, è la compassione e la misericordia del Signore che toglierà il popolo da una situazione irreversibile per le proprie capacità e forze.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 60 1-6)

Adempiute alcune condizioni, quali “Alzati, rivestiti di luce, (…) costoro che si sono radunati vengono a te (…) Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore”, si accederà ad un'esperienza molto gratificante, che soddisfa il senso profondo e vero dell’esistenza di ogni uomo e il giubilo del popolo. L’esperienza è quella che, per diversi cammini in sintonia con la specificità della propria cultura, lingua e nazione, tutti desiderano e sognano di vivere.

Tale desiderio si acuisce ancora più, in considerazione che “la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli” (metafora delle condizioni di sofferenza, disagio, sconcerto e non senso dell’esistenza, che non intravede una via d’uscita o la speranza di un futuro migliore).

Ebbene, la città santa – Gerusalemme, centro religioso e sociale della nazione – rivestita di luce, “perché viene la tua luce, la gloria del Signore (…) su di te risplende il Signore, la sua gloria apparirà su di te”, sarà motivo di salvezza per tutti i popoli che accorreranno a lei, e motivo d’immensa soddisfazione e gioia d’Israele.

Ecco, allora, il comando: “Alzati, rivestiti di luce”, cioè lasciati alle spalle le tenebre e la nebbia di una vita ingannevole e falsa – seduttrice di promesse che non vengono mantenute e che getta e mantiene le persone e la città nelle tenebre del male e della sofferenza -.

È la luce che illumina la persona e la città stessa: “È in te la sorgente della vita, nella tua luce vediamo la luce” (Sl 36,10). Essa proviene dal Signore; illumina e rigenera il credente, ispira e sostiene un comportamento personale e sociale in sintonia con il diritto e la giustizia che provengono dall’Alleanza, in modo che “su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te”.

Di conseguenza, “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere”. La forza espressiva e attrattiva della città e dei suoi abitanti sarà di tale intensità e soddisfazione: “Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te”, al punto da rimanere sorpresi e meravigliati da tale adesione.

Nei convenuti si riconoscerà che “I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio” per la fama dell’evento che ha raggiunto i punti più lontani della terra, dove emigrarono i figli di Gerusalemme.

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