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Parole molto sentite di Lorenzo Tosa, giornalista e blogger, che sa spiegare bene attraverso ratio ed emozioni dove stiamo andando e cosa possiamo fare per non voltare la faccia all'orrore che ci circonda.

di Lorenzo Tosa* – 10 Gennaio 2019, pubblicato su Repubblica.it – Edizione di Genova

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Cara Repubblica,eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate di Palazzo Ducale, in quella piazza troppo grande, troppo tonda, per riempirla tutta.

Non sono più i tempi dei grandi raduni, eppure siamo ancora lì: i ragazzi di oggi, con la loro meravigliosa gioventù, e i ragazzi di ieri, che, nonostante tutto, hanno ancor voglia di esserci. Loro che pure il loro mondo, tra difficoltà indicibili e infinite contraddizioni, ce lo hanno consegnato intatto, e avrebbero pure il diritto di farsi da parte. E invece se ne stanno lì, ci mettono la faccia, la voce, qualche volta le urla, come un tempo – perché no – che quasi sono loro fisicamente a sorreggerti, a spingerti fisicamente, un centimetro alla volta, per riprendere in mano diritti sociali, civili e umani che la nostra generazione da sola non sa più difendere.

Eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate, e a un certo punto mi sono sfilato impercettibilmente per vederlo da fuori quel pezzo ostinato di umanità che si è dato appuntamento una sera di gennaio per dire no. “Not in my name”. Restiamo umani. No al decreto sicurezza. No ai porti chiusi. No al razzismo, no al sovranismo, no al populismo e ad ogni -ismo contro cui oggi, nel 2019, è tornato tremendamente urgente combattere.

Guardavo da fuori questa macchia indistinta di uomini e donne e non potevo fare a meno di chiedermi, in fondo, quale fosse l’unica vera grande battaglia che noi, questa generazione di resistenti, stiamo combattendo qui e ora. Finché quella parola totemica non è uscita fuori da sola, quasi spontaneamente: Anti-fascismo.

Che ci crediate o meno, non esiste oggi una parola più attuale di questa. Un manifesto altrettanto limpido da riuscire a tenere insieme le grandi conquiste di ieri e le oscure minacce di oggi.

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di Alberto Maggi

Quello dell'accoglienza dei migranti è un tema cruciale della nostra epoca. E se quotidianamente si sente purtroppo parlare di razzismo, il biblista Alberto Maggi riparte dal messaggio di Gesù

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.

“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.

Ero straniero

Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7).

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di Raniero La Valle

Con la “Giornata della pace” è cominciato martedì martedì scorso un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano.

Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola.

Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite.

Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.

Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria, l’Iraq devastato, e ancora la Colombia e poi il Messico stretto tra il muro di Trump e l’aggressione del narcotraffico.

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Lo sdegno dell'ottimo Giovanni Sarubbi, direttore della testata "https://www.ildialogo.org/index.htm" di Monteforte Irpino (AV), ha raggiunto il suo culmine, come accade in tanti oppositori di questa società marcia e ingiusta e di questo governo di Pulcinella che ci sta conducendo verso l'abisso del fascismo e del sopruso.

Ecco l'editoriale del 9 Dicembre 2018. Forza, carichiamoci di rabbia, di passione per la giustizia, e svegliamoci da questo brutto sogno.

 

SIETE "LA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA DEGLI UOMINI"!

 

di Giovanni Sarubbi

Le classi sociali esistono. Ed esiste la lotta di classe e continuerà ad esistere fino a quando ci sarà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ed esisterà una classe che si approprierà di tutta la ricchezza della società. Ed esistono ed esisteranno i partiti che si fanno interpreti di questa lotta di classe, dirigendola da un lato o dall’altro a seconda delle classi che essi rappresentano.
Dopo oltre cinquant’anni di impegno sociale ritorno ai fondamentali, alle idee che hanno ispirato i miei primi passi nella vita sociale nel lontano ‘67-‘68 del secolo scorso. Ritorno al Marx del Manifesto del Partito Comunista e alla sua affermazione fondamentale: «La storia di ogni società è stata finora la storia di lotte di classe». È ancora così, checché ne dicano i sostenitori della morte del marxismo.

Che sia così ce lo dicono le manifestazioni di queste ultime settimane in Francia dei cosiddetti “gilet gialli” che stanno squassando quel paese in lungo e in largo e stanno mettendo in discussione il potere del presidente francese Macron. Operai, contadini, impiegati, piccoli artigiani impoveriti dalla crisi economica che scendono in piazza stracciando in un sol colpo tutte le dottrine interclassiste sulla non esistenza delle classi sociali che da decenni ci vengono propinate a tutte le ore del giorno. La miseria diffusa sta muovendo milioni di persone, come nel secolo scorso, nel 1800 o nei secoli precedenti. C’è chi si arricchisce sempre di più e chi si impoverisce sempre di più. Le questioni economiche e l’immiserimento delle classi subalterne sono la molla di movimenti di massa ritenuti impossibili da chi ha la pancia piena e vuole continuare ad averla.

E anche oggi, come ai tempi di Marx, le classi dominanti fanno attivamente “lotta di classe”, hanno le proprie organizzazioni politiche finalizzate a continuare la propria politica di dominazione nella società. E hanno anche organizzazioni politiche-sociali che sono dentro a tutti gli strati sociali per controllarne e dirigerne il pensiero e i comportamenti. E così capita che gli operai della FIAT siano anche tifosissimi della squadra degli Agnelli che li sfruttano e li hanno licenziati allegramente disinteressandosi delle sorti delle loro famiglie. O capita che persone del meridione d’Italia, napoletani, calabresi, siciliani o sardi, divengano seguaci e tifosi di un partito quale la Lega Nord che, da quando è nata, ha condotto una politica discriminatoria ferocemente anti-meridionale, tanto da eleggere al senato il suo capo in Calabria. Capo che si fa chiamare “capitano” pensando che la gente non capisca che quel termine sia per lui un sinonimo di “duce” più tristemente famoso.

E così ieri a Roma è andata in scena la manifestazione nazionale della Lega Nord trasformata miracolosamente in Lega nazionale attorno al suo “capitano”, che vuole passare per agnello ma ha una faccia feroce ed usa parole ed argomenti feroci e fa azioni altrettanto feroci e disumane, come il cosiddetto “decreto sicurezza” recentemente approvato dal Parlamento.

Chi ha i soldi ed il potere ha la forza sia economica sia politica sia militare per infiltrare propri servitori all’interno di tutti i partiti e organizzazioni sociali esistenti in una società. E ha la capacità di corrompere gli elementi più deboli delle organizzazioni che dai tempi di Marx in poi hanno cercato di rappresentare una speranza ed una alternativa alla società dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

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di Paolo Farinella – Sacerdote

fonte: Il Fatto quotidiano del 6/12/2018

 

Il 2 dicembre 2018 è iniziato il nuovo anno liturgico (anno-C) e come ogni anno comincia con la prima domenica di Avvento, che non è preparazione al Natale ma proiezione del tempo e della storia nell’escatologia. In altri termini, il tempo di Avvento ci offre un ampio contesto dentro il quale scrutare, verificare e valutare la nostra vita e quella del mondo. Il Natale del Signore è un passaggio di questo percorso, anzi il punto di partenza, perché determina la possibilità d’instaurare una relazione verificabile con il Figlio di Dio, Gesù di Nazareth. Aver trasformato l’Avvento in preparazione al Natale è un ridimensionamento della sua portata e importanza.

 

Per chi dice di essere credente in questo Gesù e per l’Italia, sede della suprema autorità cattolica (il Vescovo di Roma), il 2018 è un annus horribilis, perché alla vigilia dell’Avvento il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva il decreto legge n. 113/2018. Esso è stato diabolicamente pensato per nascondere dietro un titolo chilometrico, appositamente redatto, atrocità incostituzionali, inganni, tradimenti e derive umanitarie: “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate (C. 1346)”.

Tutto questo coacervo di materie eterogenee e confuse unicamente per nascondere che si tratta di una legge contro gli immigrati, non più considerati come persone e ai quali non solo non vengono riconosciuti i diritti stabiliti da leggi e convenzioni universali, ma addirittura sono tolti e accorciati anche i più ovvi, riducendoli a merce scadente.

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"Ho cominciato sui treni dei disperati. Il vescovo mi disse: affido a Luigi una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada"

 

di Fabrizio Ravelli

Don Luigi Ciotti è uno di quei preti lottatori che non mollano mai, che trovi per strada e non in sacrestia, che dà del tu a tutti (anche nel primo incontro con l'avvocato Agnelli, che non fece una piega). Il Gruppo Abele lo conoscono tutti. La sua vita, un po' meno. Si incontrano una maestra nervosa, un medico disperato, un vescovo coraggioso, e tanti altri. Conta molto che Ciotti sia un montanaro.

Montanaro veneto, no?

"Sì sono nato a Pieve di Cadore nel '45, ed emigrato in Piemonte con mio padre, mia madre e le mie sorelle per la ragione che nel dopoguerra spinse migliaia e migliaia di persone ad andare a cercare altrove la dignità di lavoro, la speranza".

E te ne sei andato a cinque anni.

"Mi ricordo l'impatto traumatico con la città di Torino, perché mio padre aveva trovato lavoro ma non aveva trovato casa. E quindi la nostra casa è stata la baracca del cantiere del Politecnico di Torino. Mio padre lavorava nell'impresa che ha costruito la parte più vecchia. Quegli anni hanno segnato la mia vita insieme con la baracca, il cantiere, le facili etichette che la gente ti mette perché tu vivi dietro uno steccato. Un pensiero sempre sbrigativo, che generalizza, e che tuttora resta una delle ferite aperte. Mio padre era muratore, poi è diventato il capocantiere, il capomastro".

A Torino da immigrato che viveva in una baracca.

"Sì, la baracca del cantiere. Dignitosa. Una delle cose che mi ricorderò sempre come un avvenimento è di quando una volta all'anno andavamo a comprare la carta da zucchero, quella blu, poi con le asticelle di legno che papà tagliava dalle assi attaccarla al soffitto. Era festa, festa in famiglia. Certo, il gabinetto era una baracca all'esterno. Però ho alcuni dei ricordi belli della mia infanzia. Il padrino della cresima che ho fatto nella parrocchia lì vicino era il gruista, Paolo il gruista. Eri un po' coccolato dagli operai. Poi venne la drammatica sera, credo fosse proprio un tornado che buttò giù i 42 metri della Mole Antonelliana, fece saltare tutti i tetti della Grandi Motori, e ci portò via gran parte della baracca. Ricordo la mia mamma che ci teneva stretti, un po' disperata. Volò via un pezzo di tetto, e il gabinetto lì vicino, che era fatto di assi".

E com'eri tu, bambino della baracca?

"L'altro ricordo è quello legato alla mia esperienza scolastica in prima elementare. Io dovevo andare a scuola in quel territorio, nella zona ricca di Torino. E avvenne un fatto che mi ha segnato molto. Questa scuola, la Michele Coppino, aveva un regolamento: tutti con il grembiule. Mia madre andò dalla maestra a dire che non era in grado di comprare il grembiule e il fiocco per me, perché aveva dovuto comprarlo alle mie sorelle, e non c'erano soldi. Quindi disse: per un mese manderò mio figlio a scuola senza il grembiule. Leggi il resto di questo articolo »

 

Presentiamo un resoconto del discorso del segretario di Stato Vaticano tenuto alla Lumsa in data 15 Novembre 2015 e ripreso dal sito di Rai News.

A seguire alcune riflessioni sul discorso curate dal nostro amico Piero Murineddu

 

 "La politica non di rado in anni recenti ha rinunciato al suo ruolo di mediazione sociale per edificare il bene comune, cedendo all'imprudente tentazione della ricerca di un facile consenso e cavalcando le paure ancestrali della popolazione". Questa la diagnosi del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, intervenuto oggi pomeriggio alla Università Lumsa al convegno della Fondazione Ratzinger sui diritti umani.

"Anche nel contesto internazionale, rincresce constatare – ha denunciato il Segretario di Stato – la minore propensione a collaborare nel ricercare soluzioni condivise fra gli Stati, a fronte del prevalere di nuove forme di nazionalismo". Mentre, ha aggiunto, il suo "impegno nella promozione della dignità dei più deboli, specialmente dei bambini e degli adolescenti che sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d'origine e separati dagli affetti familiari", ha procurato anche a Papa Francesco, "talvolta un sentimento di ostilità specialmente tra quanti hanno visto il proprio territorio fortemente investito dalle recenti migrazioni".

Da parte sua, ha però assicurato il segretario di Stato, "la Santa Sede, attraverso le Missioni Permanenti a New York, per quanto concerne i migranti, e a Ginevra, per quanto riguarda i rifugiati, continua a offrire il proprio contributo attivo alle discussioni e nelle consultazioni preparatorie, promuovendo la visione del Pontefice, incentrata attorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare".

"Ma lo stesso Francesco ha sottolineato che l'accoglienza deve essere ragionevole" Secondo Parolin, "non si deve tuttavia indulgere in fraintendimenti: lo stesso Papa Francesco non ha mancato di sottolineare che l'accoglienza deve essere ragionevole, ovvero deve essere accompagnata dalla capacità di integrare e dalla prudenza dei governanti. Affermare il diritto di chi è debole a ricevere protezione, non significa dunque esentarlo dal dovere di rispettare il luogo che lo accoglie, con la sua cultura e le sue tradizioni". "D'altra parte – ha poi concluso il segretario di Stato vaticano – il dovere degli Stati di intervenire in favore di chi è in pericolo, non significa abdicare al legittimo diritto di tutelare e proteggere i propri cittadini e i propri valori".

"Tali difficoltà – ha assicurato Parolin – non tolgono l'impegno della Santa Sede nel ricercare un dialogo costruttivo con tutti per difendere le vite in pericolo, né lo sforzo della Chiesa e delle sue istituzioni caritative a interagire con la società civile per favorire soluzioni concrete che allevino la sofferenza dei migranti e tutelino la vita e le attività dei cittadini".

Il cardinale Parolin ha pure lamentato "la crescente insofferenza che si avverte da più parti nei confronti delle Organizzazioni internazionali e della diplomazia multilaterale, mette oggi in serio pericolo l'interlocuzione sui diritti umani.

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di Giovanni Sarubbifonte: https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/direttore_1541336579.htm

 

Come ai tempi più bui del medioevo. Cadaveri scoperti nel pavimento di una proprietà del Vaticano nel cuore di Roma, in quella che è la nunziatura apostolica in Italia. E la procura della Repubblica di Roma apre una inchiesta per omicidio. Due, forse tre le donne uccise. Forse si tratta dei corpi di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, le due giovani quindicenni sparite dal Vaticano nel lontano 1983 e mai più ritrovate. E non è la prima volta che ciò accade in tempi recenti. Ricordiamo il caso della sedicenne Elisa Claps, scomparsa nel 1993 e il cui cadavere fu ritrovato nel sottotetto di una chiesa della sua città natale Potenza nel 2010. Anche lì un omicidio nascosto in una chiesa.

Da quando nel 2013 fu eletto Papa Francesco il tema della “crisi delle chiese cristiane” è stato come rimosso dal dibattito pubblico. “La scopa nuova fruscia”, dice un vecchio proverbio e Papa Francesco ha “frusciato” parecchio e ha fatto credere a molti che la “riforma” da lui avviata fosse irreversibile e destinata a sicuro successo e la crisi delle chiese del tutto superata.

Ma la “crisi delle chiese” cristiane è ancora tutta lì. Il cancro che le attanaglia per lo meno da un paio di secoli a questa parte è oggi ancora più diffuso e maligno e il ritrovamento di questi poveri resti umani ce lo dice con crudezza. È ancora sempre la solita vecchia chiesa.

Una chiesa, quella cattolica, dove ancora si uccide, si ruba, si specula sulla credulità dei fedeli, si fa simonia e si gozzoviglia col potere, si benedicono eserciti e si dicono messe per feroci dittatori. Una chiesa piena di preti, vescovi e cardinali tutti dediti ad attività che nulla hanno a che vedere con il Vangelo di Gesù di Nazareth che, dice il Vangelo, non aveva dove posare il capo.

Ed è una chiesa dove sono minoranza e sono perseguitati dalla gerarchia quei preti o religiosi che hanno invece sposato la causa del Vangelo “sine glossa”, del Vangelo che ha come proprio Dio l’umanità, quella derelitta, affamata, fatta di migranti, di rifugiati, di persone che fuggono dalla guerra e che alla guerra si oppongono o che lottano contro lo sfruttamento selvaggio di un sistema sociale disumano, basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Preti perseguitati in vita e poi magari fatti santi una volta morti.

Nonostante Papa Francesco i Vescovi sono e rimangono, con le poche dovute eccezioni, uomini di potere, proni al potere politico-economico che ancora oggi, 4 novembre 2018, celebreranno messe per ricordare “la vittoria” nella Prima Guerra Mondiale. Che c’è da celebrare e di quale vittoria si tratta? La vittoria del Re Savoia e delle industrie da guerra che sul sangue di una trentina di milioni di morti e di una intera generazione di giovani, che fu sterminata, costruirono le proprie ricchezze.

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NELL'INTENZIONE DIVINA NON VI E' BIANCO, NERO, GIALLO, RESIDENTE O MIGRATO,

CITTADINO O STRANIERO, CON PASSAPORTO O SENZA,

MA SOLO "ADAM", CIOE' IL "GENERE UMANO"

di Paolo Farinella, prete

Narra un midràsh ebraico, ripreso anche da un apocrifo, che dopo aver creato la terra, prima di creare l’uomo, al crepuscolo del quinto giorno della creazione, Dio incaricò l’arcangelo Michele di raggiungere i quattro angoli della terra a nord, a sud, ad est e a ovest, e di portargli un pizzico di polvere da ogni angolo, con cui avrebbe creato Àdam, simbolo di tutta l’umanità.

Non esiste, dunque, angolo della terra, che non sia sotto il segno di Dio. Egli, infatti, ricevuta la polvere dei quattro punti cardinali, impastò, diede forma, animò e infine «ecco l’uomo» che nell’intenzione divina non è bianco, nero, giallo, residente o migrato, cittadino o straniero, con passaporto o senza, ma è solo «Àdam», cioè il «genere umano».

Ogni individuo per definizione, per scienza e per rivelazione, porta in sé tutta l’umanità e tutta l’umanità è contenuta in ogni persona, uomo o donna, di qualunque paese, nazione, cultura e lingua (cf Ap 7,9); ogni individuo, infatti, ha solo una caratteristica: è «immagine eterna di Dio». Nessuno la può violare senza compiere un sacrilegio.

La memoria di Tutti i Santi è la solennità dell’universalità ecclesiale e della fede, la Chiesa dà forza teologica a questa realtà, celebrando la festa di «tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra», senza differenze, come dice la 1a lettura tratta dall’Apocalisse: «Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9).

Com’è bella questa prospettiva! Nessuno è straniero, ma tutti siamo cittadini; nessuno è «extra-comunitario», ma tutti siamo figli di un solo Padre e quindi figli in una sola famiglia; nessuno è di un’altra razza (insulto alla scienza e alla ragione!), ma tutti siamo cittadini del mondo; nessuno è superiore perché tutti siamo figli del «Padre», del dolore, della gioia e della speranza.

Prendiamo atto di appartenere alla «Chiesa Cattolica», cioè «universale» per sua natura, ma anche per mandato del Signore.
Oggi è il giorno dell’universalità per eccellenza, per cui questa celebrazione porta a compimento pieno quanto ci aveva anticipato la liturgia nella domenica 30a del tempo ordinario -A-, con la messa in guardia di non maltrattare lo straniero (cf Es 22,20-26), perché tutti gli stranieri sono, come noi, figli sotto la protezione di Dio.

La fede cristiana espressa nella liturgia odierna è incompatibile con chi nutre sentimenti razzisti, antisemiti e anti-immigrati. Chi si dice credente e ancora vota partiti che hanno fatto o fanno del razzismo e della demonizzazione dello straniero la loro bandiera, non può celebrare l’Eucaristia perché radicale è l’incompatibilità, senza possibilità di mediazione.

Oggi il richiamo alla «santità» non fa riferimento a un «modello eroico» di vita, ma alla condizione ordinaria della vita cristiana che non può non essere «santa», se non altro per il principio di causa/effetto: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; 11,45; 20,7.26).

È la coerenza all’interno di una relazione che si fonda sulla coscienza di vivere in ogni condizione di esistenza, indipendentemente dai condizionamenti di qualunque genere, un rapporto privilegiato di Dio che si manifesta nella vita di ciascuno. Un padre, una madre, un educatore sono credibili solo se quello che pretendono dai figli, essi lo vivono prima di chiederlo, altrimenti c’è scollamento e perdita di autorità.

Nessuno è chiuso all’azione di Dio, ma tutti siamo chiamati a rendere visibile il volto di Dio e credibile attraverso la nostra credibilità. In questa prospettiva, alle coppie che felicemente convivono, sposati in chiesa, in comune o solo conviventi; ai separati, ai divorziati e ai gay, oggi giunge un messaggio chiaro e forte: restate perché l’Eucaristia è il vostro posto e voi siete il «luogo» dove Dio risiede.

Nessuno, infatti, è estraneo a Dio e nessuno può essere privato dell’Eucaristia che è «il pane del cielo [dato] per la loro fame» (Ne 9,15; cf Gv 6,51) come nutrimento per portare insieme i pesi e compiere ogni legge: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

Ai razzisti, agli xenofobi, invece, occorre dire: andate perché non potete celebrare l’Eucaristia, che è il sacramento della fraternità universale e la mensa su cui il Padre nutre i suoi figli, specialmente coloro che hanno coscienza di non esserne degni: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pr 9,5) e più esplicitamente: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Lc 5,31).

Non c’è Eucaristia senza coerenza del cuore e dell’anima con i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

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di Giovanni Sarubbi

Fonte: www.ildialogo.org

https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/direttore_1540745587.htm

 

Oggi parliamo di fascismo. Lo facciamo perché oggi, 22 ottobre 2018, è il 96° anniversario della Marcia su Roma, di quella iniziativa politico-militare che portò nel 1922 all’avvento del fascismo in Italia.
E lo facciamo perché oggi è stata autorizzata a Predappio, città natale del capo del fascismo Benito Mussolini, una manifestazione delle organizzazioni fasciste italiane che si riuniscono lì sia per celebrare la Marcia su Roma, sia per rendere omaggio alla tomba di Mussolini. Il tutto in spregio del dettato della nostra Costituzione e delle leggi Scelba e Mancino, che vietano espressamente la ricostituzione del partito fascista e tutto ciò che con esso è connesso, come il razzismo e la violenza o la esaltazione di simboli e miti fascisti.

 

L’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha inviato una lettera di diffida al Prefetto, al Questore e al Sindaco di Predappio evidenziando che il corteo in questione viola il dettato della Costituzione e delle leggi Scelba e Mancino. Ma ciò non ha impedito che le autorità competenti dessero il loro consenso, cosa che del resto fanno da anni e ciò costituisce certamente un'aggravante.

Su queste colonne più e più volte abbiamo denunciato le responsabilità di chi nel nostro paese ha sdogano le organizzazioni neofasciste e neonaziste. Fascismo e nazismo, come anche il razzismo, sono stati derubricati, anche grazie alla complicità dei mass-media,  a legittime “idee politiche”, opinioni come tutte le altre mentre invece sono dei precisi reati. La base del fascismo e del nazismo sono la violenza, l’omicidio, la repressione delle libertà democratiche, la corruzione, la guerra, la discriminazione razziale, la negazione della libertà religiosa, tutte cose che la nostra Costituzione nega con forza. Il fascismo è incompatibile con la nostra Costituzione che nasce proprio dalla vittoriosa lotta della Resistenza, dal 1943 al 1945, che sconfisse nazismo e fascismo durante la seconda guerra mondiale.
 

E mentre nel nostro paese organi istituzionali acconsentono a che si possa tenere una manifestazione dichiaratamente fascista, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede a tutti i paesi della UE la messa al bando delle organizzazioni neofasciste e neonaziste. (……). Lì c’è il lungo elenco di tutte le azioni violente che le organizzazioni neofasciste hanno compiuto negli ultimi anni. Lì ci sono tutte le motivazioni giuridiche e innanzitutto umane che rendono necessario mettere al bando tutte le organizzazioni neofasciste come prevede espressamente la nostra Costituzione. Fatti e considerazioni che sottoscriviamo una per una.
 

Nel nostro paese è in atto da molti decenni un processo di fascistizzazione dello Stato ad ogni livello. Quando una norma penale, quale quella che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista, non viene applicata, avviene che i neofascisti si ritengono in diritto non solo di proclamare le loro aberranti dottrine ma di passare alle vie di fatto. E moltiplicano le loro aggressioni e le loro azioni criminali.

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