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Memoria

 

di Luca Soldi

Può essere condiviso il principio che umanità e sicurezza possano convivere nella nostra società o piuttosto ciò diventa l’alibi di una comunità che non riesce a ritrovare il sentiero di una ricostruzione dalle macerie del nostro tempo?

Ci siamo svegliati da un lungo sonno ed ecco di fronte a noi i fantasmi del passato, le povertà di nuovo cresciute, le indifferenze e gli egoismi trionfare.

Tutto concentrato in questo tempo dove la rabbia e le grida appaiono l’unico modo per far sentire la propria voce.

Le urla di un dolore che non si riesce ad ascoltare per l’essere concentrati tutti davanti al proprio io.

Ci siamo trovati abbagliati dal tutto possibile che si trasfigura nel niente possibile. Ci siamo resi conto che accantonata la memoria quei vaccini che pensavamo di aver assimilato in realtà non avevano alcun effetto

Le nostre case, le nostre famiglie trasformate in fortini in realtà avevano fragili mura. Pure associazioni e partiti che si ergevano a tutori del bene in realtà si sono ritrovate prigioniere di quelle stesse barriere e palizzate che si erano costruite attorno allo scopo di impedire contaminazioni esterne.

Qualche soluzione è parsa arrivare da giovani grandi leader che ancor prima di consolidare le fondamenta hanno usato la loro presunzione come grande forza ammaliatrice per proporre il niente.

E distruzioni sono state.

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Papa Francesco sorprende tutti e in ginocchio 
bacia i piedi dei leader sudsudanesi 
per chiedere la pace
 

 

 

 

 

 

Il Papa bacia i piedi per la pace in Sud Sudan

 

 

 

 

 

 
A Casa Santa Marta, il Papa bacia i piedi al presidente della Repubblica del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit, e ai vice presidenti designati presenti, tra cui Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabio. Un gesto per chiedere la pace nel Paese al termine dei due giorni di ritiro spirituale per le autorità civili ed ecclesiastiche.
 
 

 
 
 
La richiesta del cuore è un gesto che spezza il protocollo, che arriva in modo spontaneo, che non risponde ad alcun testo scritto ma solo a quel sentire forte che la riconciliazione è l’unica strada da seguire. In ginocchio, chino sui piedi dei leader sudsudanesi, Francesco chiede “con sentimenti più profondi” la pace per il piccolo Paese africano. Nel calore della sua Casa, che ha offerto per il ritiro spirituale di due giorni, il Papa non nasconde – dialogando spontaneamente – le future difficoltà ma insiste nella richiesta. Lo fa come “fratello”, lo fa lasciando parlare il suo cuore, lo fa chiedendo ai leader di raccogliere la sfida per diventare “da semplici cittadini”, “padri della Nazione”.

 

di Virginia Di Vivo

Generalmente non mi espongo su questi fatti, perché non sono informata a modo, ma questa cosa ve la devo troppo raccontare.

#MoreMed2019

Mi reco molto assonnata al congresso più inflazionato della mia carriera universitaria, conscia che probabilmente mi addormenterò nelle file alte dell’aula magna. Mi siedo, leggo la scaletta, la seconda voce è “sanità pubblica e immigrazione: il diritto fondamentale alla tutela della salute”. Inevitabilmente penso “e che do bali”. Accendo Pokémon Go, che sono sopra una palestra della squadra blu. Mi accingo a conquistarla per i rossi.

Comincia a parlare il tale Dottor Pietro Bartolo, che io non so chi sia. Non me ne curo. Ero lì che tentavo di catturare un bulbasaur e sento la sua voce in sottofondo: non parla di epidemiologia, di eziologia, non si concentra sui dati statistici di chissà quale sindrome di *lallallà*. Parla di persone. Continua a dire “persone come noi”. Decido di ascoltare lui con un orecchio e bulbasaur con l’altro.

Bartolo racconta che sta lì, a Lampedusa, ha curato 350mila persone, che c’è una cosa che odia, cioè fare il riconoscimento cadaverico. Che molti non hanno più le impronte digitali. E lui deve prelevare dita, coste, orecchie. Lo racconta:”Le donne? Sono tutte state violentate. TUTTE. Arrivano spesso incinte. Quelle che non sono incinte non lo sono non perché non sono state violentate, non lo sono perché i trafficanti hanno somministrato loro in dosi discutibili un cocktail antiprogestinico, così da essere violentate davanti a tutti, per umiliarle. Senza rischi, che le donne incinte sul mercato della prostituzione non fruttano”.

Divento Perplessa. Ma non era un congresso ad argomento clinico? Dove sono le terapie? Perché la voce di un internista non mi sta annoiando con la metanalisi sull’utilizzo della sticazzitina tetrasolfata? Decido di mollare bulbasaur, un secondino, poi torno Bulba, devo capire cosa sta dicendo questo qua.

“Su questi barconi gli uomini si mettono tutti sul bordo, come una catena umana, per proteggere le donne, i bambini e gli anziani all’interno, dal freddo e dall’acqua. Sono famiglie. Famiglie come le nostre”. Mostra una foto, vista e rivista, ma lui non è retorico, non è formale. È fuori da ogni schema politically correct, fuori da ogni comfort zone.

“Una notte mi hanno chiamato: erano sbarcati due gommoni, dovevo andare a prestare soccorso. Ho visitato tutti, non avevano le malattie che qualcuno dice essere portate qui da loro. Avevano le malattie che potrebbe avere chiunque. Che si curano con terapie banali. Innocue. Alcuni. Altri sono stati scuoiati vivi, per farli diventare bianchi. Questo ragazzo ad esempio”, mostra un’altra foto, tutt’altro che vista e rivista. Un giovane, che avrà avuto 15/16 anni, affettato dal ginocchio alla caviglia. Mi dimentico dei Pokémon.


“Lui è sopravvissuto agli esperimenti immondi che gli hanno fatto. Suo fratello, invece, non ce l’ha fatta. Lui è morto per essere stato scuoiato vivo”. Metto il cellulare in tasca.
 

”Qualcuno mi dice di andare a guardare nella stiva, che non sarà un bello spettacolo. Così scendo, mi sembrava di camminare su dei cuscini. Accendo la torcia del mio telefono e mi trovo questo..”
Mostra un’altra foto.
Sembrava una fossa comune. Corpi ammassati come barattoli di uomini senza vita.

 

“Questa foto non è finta. L’ho fatta io. Ma non ve la mostrano nei telegiornali. Sono morti li, di asfissia. Quando li abbiamo puliti ho trovato alcuni di loro con pezzi di legno conficcati nelle mani, con le dita rotte. Cercavano di uscire. Avevano detto loro che siccome erano giovani, forti e agili rispetto agli altri, avrebbero fatto il viaggio nella stiva e poi, con facilità, sarebbero usciti a prendere aria presto. E invece no. Quando l’aria ha cominciato a mancare, hanno provato ad uscire dalla botola sul ponte, ma sono stati spinti giù a calci, a colpi in testa. Sapeste quanti ne ho trovati con fratture del cranio, dei denti.

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Storia vera, tratta dal libro "Non lasciamoli soli" di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.
 

"Mi hanno portato in disparte, lontano dagli altri prigionieri, ma io non volevo lasciare mia figlia da sola e così l'ho portata con me. Non avrei dovuto farlo, ma non potevo immaginare quello che mi sarebbe successo e soprattutto quello che sarebbe accaduto a mia figlia. Erano in tre, mi hanno violentata, ripetutamente, uno dopo l'altro, e tutto questo davanti a lei. Stava lì, mi guardava e gridava: "Mamma, mamma", come se volesse aiutarmi. ma che poteva fare la mia piccola figlia? Lei piangeva, ma io ero impotente sotto quegli uomini, non potevo abbracciarla, non avevo la forza di tranquillizzarla, di dirle che non stava succedendo niente. ma lei, la mia piccola era lì, e anche se aveva solo quattro anni aveva capito che quegli uomini mi avevano fatto del male."


Un pianto dirotto blocca il racconto di Osedayne. E' evidente che per lei proseguire è uno shock troppo grosso il colloquio con il medico si interrompe. "Tranquilla, non devi continuare se non te la senti. Ci vediamo tra un paio di giorni" le dice quella donna gentile. Osedayne sollevata si alza, mormora un saluto e gira le spalle. Ma due giorni dopo non si presenta. Ci vorranno due settimane perché si renda conto che, tutto sommato, parlare con quella dottoressa può farle bene.
 

Ed eccola che ricomincia ad aprirsi, con gli occhi bassi, i suoi sussurri sono a malapena udibili ma rimbombano come tuoni in quella stanzetta dell'ambulatorio. Le due donne, una di fronte all'altra, trattengono entrambe il respiro. "Dopo aver violentato me, quei cannibali hanno violentato anche la mia bambina e io ho dovuto assistere costretta, impotente a quello che le facevano. Piangeva, gridava "Mamma, mamma", implorava aiuto. Ma che potevo fare? Quelli mi tenevano legata, ridevano e mi costringevano a guardare. Avrei almeno voluto non vedere, chiudevo gli occhi ma le grida di mia figlia mi costringevano a riaprirli……è stato orribile, atroce. Avrei voluto morire, ma non morivo, ero ancora viva e l'unico pensiero era riuscire a salvare la mia bambina, portarla via da quell'inferno sperando che con il tempo potesse dimenticare.
 

Osedayne era convinta che il peggio fosse ormai passato, che dopo tutto ciò che lei e la sua bambina avevano dovuto subire, quei mostri non le avrebbero più sottoposte ad altre violenze. Ma la sua era una pura illusione.
Lei e la figlia erano di nuovo in viaggio, su un camion, lungo una pista nel deserto. Avevano già superato il confine con la Libia.

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Parole molto sentite di Lorenzo Tosa, giornalista e blogger, che sa spiegare bene attraverso ratio ed emozioni dove stiamo andando e cosa possiamo fare per non voltare la faccia all'orrore che ci circonda.

di Lorenzo Tosa* – 10 Gennaio 2019, pubblicato su Repubblica.it – Edizione di Genova

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Cara Repubblica,eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate di Palazzo Ducale, in quella piazza troppo grande, troppo tonda, per riempirla tutta.

Non sono più i tempi dei grandi raduni, eppure siamo ancora lì: i ragazzi di oggi, con la loro meravigliosa gioventù, e i ragazzi di ieri, che, nonostante tutto, hanno ancor voglia di esserci. Loro che pure il loro mondo, tra difficoltà indicibili e infinite contraddizioni, ce lo hanno consegnato intatto, e avrebbero pure il diritto di farsi da parte. E invece se ne stanno lì, ci mettono la faccia, la voce, qualche volta le urla, come un tempo – perché no – che quasi sono loro fisicamente a sorreggerti, a spingerti fisicamente, un centimetro alla volta, per riprendere in mano diritti sociali, civili e umani che la nostra generazione da sola non sa più difendere.

Eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate, e a un certo punto mi sono sfilato impercettibilmente per vederlo da fuori quel pezzo ostinato di umanità che si è dato appuntamento una sera di gennaio per dire no. “Not in my name”. Restiamo umani. No al decreto sicurezza. No ai porti chiusi. No al razzismo, no al sovranismo, no al populismo e ad ogni -ismo contro cui oggi, nel 2019, è tornato tremendamente urgente combattere.

Guardavo da fuori questa macchia indistinta di uomini e donne e non potevo fare a meno di chiedermi, in fondo, quale fosse l’unica vera grande battaglia che noi, questa generazione di resistenti, stiamo combattendo qui e ora. Finché quella parola totemica non è uscita fuori da sola, quasi spontaneamente: Anti-fascismo.

Che ci crediate o meno, non esiste oggi una parola più attuale di questa. Un manifesto altrettanto limpido da riuscire a tenere insieme le grandi conquiste di ieri e le oscure minacce di oggi.

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di Alberto Maggi

Quello dell'accoglienza dei migranti è un tema cruciale della nostra epoca. E se quotidianamente si sente purtroppo parlare di razzismo, il biblista Alberto Maggi riparte dal messaggio di Gesù

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.

“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.

Ero straniero

Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7).

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di Raniero La Valle

Con la “Giornata della pace” è cominciato martedì martedì scorso un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano.

Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola.

Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite.

Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.

Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria, l’Iraq devastato, e ancora la Colombia e poi il Messico stretto tra il muro di Trump e l’aggressione del narcotraffico.

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Lo sdegno dell'ottimo Giovanni Sarubbi, direttore della testata "https://www.ildialogo.org/index.htm" di Monteforte Irpino (AV), ha raggiunto il suo culmine, come accade in tanti oppositori di questa società marcia e ingiusta e di questo governo di Pulcinella che ci sta conducendo verso l'abisso del fascismo e del sopruso.

Ecco l'editoriale del 9 Dicembre 2018. Forza, carichiamoci di rabbia, di passione per la giustizia, e svegliamoci da questo brutto sogno.

 

SIETE "LA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA DEGLI UOMINI"!

 

di Giovanni Sarubbi

Le classi sociali esistono. Ed esiste la lotta di classe e continuerà ad esistere fino a quando ci sarà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ed esisterà una classe che si approprierà di tutta la ricchezza della società. Ed esistono ed esisteranno i partiti che si fanno interpreti di questa lotta di classe, dirigendola da un lato o dall’altro a seconda delle classi che essi rappresentano.
Dopo oltre cinquant’anni di impegno sociale ritorno ai fondamentali, alle idee che hanno ispirato i miei primi passi nella vita sociale nel lontano ‘67-‘68 del secolo scorso. Ritorno al Marx del Manifesto del Partito Comunista e alla sua affermazione fondamentale: «La storia di ogni società è stata finora la storia di lotte di classe». È ancora così, checché ne dicano i sostenitori della morte del marxismo.

Che sia così ce lo dicono le manifestazioni di queste ultime settimane in Francia dei cosiddetti “gilet gialli” che stanno squassando quel paese in lungo e in largo e stanno mettendo in discussione il potere del presidente francese Macron. Operai, contadini, impiegati, piccoli artigiani impoveriti dalla crisi economica che scendono in piazza stracciando in un sol colpo tutte le dottrine interclassiste sulla non esistenza delle classi sociali che da decenni ci vengono propinate a tutte le ore del giorno. La miseria diffusa sta muovendo milioni di persone, come nel secolo scorso, nel 1800 o nei secoli precedenti. C’è chi si arricchisce sempre di più e chi si impoverisce sempre di più. Le questioni economiche e l’immiserimento delle classi subalterne sono la molla di movimenti di massa ritenuti impossibili da chi ha la pancia piena e vuole continuare ad averla.

E anche oggi, come ai tempi di Marx, le classi dominanti fanno attivamente “lotta di classe”, hanno le proprie organizzazioni politiche finalizzate a continuare la propria politica di dominazione nella società. E hanno anche organizzazioni politiche-sociali che sono dentro a tutti gli strati sociali per controllarne e dirigerne il pensiero e i comportamenti. E così capita che gli operai della FIAT siano anche tifosissimi della squadra degli Agnelli che li sfruttano e li hanno licenziati allegramente disinteressandosi delle sorti delle loro famiglie. O capita che persone del meridione d’Italia, napoletani, calabresi, siciliani o sardi, divengano seguaci e tifosi di un partito quale la Lega Nord che, da quando è nata, ha condotto una politica discriminatoria ferocemente anti-meridionale, tanto da eleggere al senato il suo capo in Calabria. Capo che si fa chiamare “capitano” pensando che la gente non capisca che quel termine sia per lui un sinonimo di “duce” più tristemente famoso.

E così ieri a Roma è andata in scena la manifestazione nazionale della Lega Nord trasformata miracolosamente in Lega nazionale attorno al suo “capitano”, che vuole passare per agnello ma ha una faccia feroce ed usa parole ed argomenti feroci e fa azioni altrettanto feroci e disumane, come il cosiddetto “decreto sicurezza” recentemente approvato dal Parlamento.

Chi ha i soldi ed il potere ha la forza sia economica sia politica sia militare per infiltrare propri servitori all’interno di tutti i partiti e organizzazioni sociali esistenti in una società. E ha la capacità di corrompere gli elementi più deboli delle organizzazioni che dai tempi di Marx in poi hanno cercato di rappresentare una speranza ed una alternativa alla società dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

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di Paolo Farinella – Sacerdote

fonte: Il Fatto quotidiano del 6/12/2018

 

Il 2 dicembre 2018 è iniziato il nuovo anno liturgico (anno-C) e come ogni anno comincia con la prima domenica di Avvento, che non è preparazione al Natale ma proiezione del tempo e della storia nell’escatologia. In altri termini, il tempo di Avvento ci offre un ampio contesto dentro il quale scrutare, verificare e valutare la nostra vita e quella del mondo. Il Natale del Signore è un passaggio di questo percorso, anzi il punto di partenza, perché determina la possibilità d’instaurare una relazione verificabile con il Figlio di Dio, Gesù di Nazareth. Aver trasformato l’Avvento in preparazione al Natale è un ridimensionamento della sua portata e importanza.

 

Per chi dice di essere credente in questo Gesù e per l’Italia, sede della suprema autorità cattolica (il Vescovo di Roma), il 2018 è un annus horribilis, perché alla vigilia dell’Avvento il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva il decreto legge n. 113/2018. Esso è stato diabolicamente pensato per nascondere dietro un titolo chilometrico, appositamente redatto, atrocità incostituzionali, inganni, tradimenti e derive umanitarie: “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate (C. 1346)”.

Tutto questo coacervo di materie eterogenee e confuse unicamente per nascondere che si tratta di una legge contro gli immigrati, non più considerati come persone e ai quali non solo non vengono riconosciuti i diritti stabiliti da leggi e convenzioni universali, ma addirittura sono tolti e accorciati anche i più ovvi, riducendoli a merce scadente.

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"Ho cominciato sui treni dei disperati. Il vescovo mi disse: affido a Luigi una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada"

 

di Fabrizio Ravelli

Don Luigi Ciotti è uno di quei preti lottatori che non mollano mai, che trovi per strada e non in sacrestia, che dà del tu a tutti (anche nel primo incontro con l'avvocato Agnelli, che non fece una piega). Il Gruppo Abele lo conoscono tutti. La sua vita, un po' meno. Si incontrano una maestra nervosa, un medico disperato, un vescovo coraggioso, e tanti altri. Conta molto che Ciotti sia un montanaro.

Montanaro veneto, no?

"Sì sono nato a Pieve di Cadore nel '45, ed emigrato in Piemonte con mio padre, mia madre e le mie sorelle per la ragione che nel dopoguerra spinse migliaia e migliaia di persone ad andare a cercare altrove la dignità di lavoro, la speranza".

E te ne sei andato a cinque anni.

"Mi ricordo l'impatto traumatico con la città di Torino, perché mio padre aveva trovato lavoro ma non aveva trovato casa. E quindi la nostra casa è stata la baracca del cantiere del Politecnico di Torino. Mio padre lavorava nell'impresa che ha costruito la parte più vecchia. Quegli anni hanno segnato la mia vita insieme con la baracca, il cantiere, le facili etichette che la gente ti mette perché tu vivi dietro uno steccato. Un pensiero sempre sbrigativo, che generalizza, e che tuttora resta una delle ferite aperte. Mio padre era muratore, poi è diventato il capocantiere, il capomastro".

A Torino da immigrato che viveva in una baracca.

"Sì, la baracca del cantiere. Dignitosa. Una delle cose che mi ricorderò sempre come un avvenimento è di quando una volta all'anno andavamo a comprare la carta da zucchero, quella blu, poi con le asticelle di legno che papà tagliava dalle assi attaccarla al soffitto. Era festa, festa in famiglia. Certo, il gabinetto era una baracca all'esterno. Però ho alcuni dei ricordi belli della mia infanzia. Il padrino della cresima che ho fatto nella parrocchia lì vicino era il gruista, Paolo il gruista. Eri un po' coccolato dagli operai. Poi venne la drammatica sera, credo fosse proprio un tornado che buttò giù i 42 metri della Mole Antonelliana, fece saltare tutti i tetti della Grandi Motori, e ci portò via gran parte della baracca. Ricordo la mia mamma che ci teneva stretti, un po' disperata. Volò via un pezzo di tetto, e il gabinetto lì vicino, che era fatto di assi".

E com'eri tu, bambino della baracca?

"L'altro ricordo è quello legato alla mia esperienza scolastica in prima elementare. Io dovevo andare a scuola in quel territorio, nella zona ricca di Torino. E avvenne un fatto che mi ha segnato molto. Questa scuola, la Michele Coppino, aveva un regolamento: tutti con il grembiule. Mia madre andò dalla maestra a dire che non era in grado di comprare il grembiule e il fiocco per me, perché aveva dovuto comprarlo alle mie sorelle, e non c'erano soldi. Quindi disse: per un mese manderò mio figlio a scuola senza il grembiule. Leggi il resto di questo articolo »