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Economia

 

di Maurizio Ambrosini – Avvenire 5 dicembre 2018

Come è noto, uno slogan portante della retorica politica e governativa sulle migrazioni è «aiutiamoli a casa loro». Non è qui il caso di approfondire la validità dell’idea. Basti qui accennare al fatto che gli immigrati non arrivano dai Paesi più poveri in assoluto, ma da Paesi intermedi, e lo sviluppo di un territorio in una prima non breve fase suscita nuove partenze, anziché rallentarle. Sta di fatto che il governo ha varato un’imposta dell’1,5% sui trasferimenti di denaro verso Paesi extracomunitari, ossia principalmente sui risparmi che gli immigrati inviano alle loro famiglie.

Le contraddizioni con l’asserita volontà di prevenire le migrazioni, promuovendo lo sviluppo e le politiche effettive, saltano agli occhi. Le rimesse degli emigrati globalmente hanno raggiunto nel 2017 hanno raggiunto il valore di 613 miliardi di dollari, di cui 466 inviati in Paesi in via di sviluppo. Secondo la Banca mondiale, dovrebbero raggiungere i 642 miliardi nel 2018 e i 667 nel 2019, contribuendo a sostenere circa 800 milioni di persone nel mondo. Le rimesse sono più importanti in valore degli aiuti pubblici allo sviluppo. In altri termini: gli emigranti aiutano casa loro già da soli, e non poco.

Diversi Paesi del mondo hanno le rimesse tra le prime voci attive della bilancia dei pagamenti, e in qualche caso esse rappresentano la prima voce in assoluto. Questi flussi di denaro hanno inoltre la caratteristica di arrivare direttamente nelle mani dei beneficiari. Si calcola che le famiglie ne spendano circa i tre quarti per necessità basilari, come cibo, istruzione dei figli, assistenza medica, manutenzione e miglioramento delle abitazioni. Gli studi in verità colgono anche effetti negativi, ma qui interessa soprattutto fissare un punto. Chi manda consistenti rimesse è chi ha ancora i familiari in patria, specialmente i figli. Spedire rimesse è un modo per mantenere la famiglia nei luoghi di origine, prendendosene cura a distanza.

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1. PEDRO E LA SUA OPZIONE PER I POVERI

Qual è il segreto, la forza – se c'è – della permanente opzione di Pedro per i più deboli? Ho sempre pensato che per essere liberi e innovatori nelle cose grandi bisogna esserlo in quelle piccole. Con la sua consacrazione episcopale, Pedro espresse la sua libertà e creatività. Non gli bastava seguire diligentemente un rituale: cercò di tradurre in esso i suoi più profondi sentimenti e le sue più profonde convinzioni, lasciando da parte la forma stereotipata di quel rito che non poteva esprimere quello che portava dentro, il suo modo di essere e di sentirsi vescovo. Un punto assai significativo, perché se non si è liberi per cambiare una cerimonia, come si può esserlo in cose più importanti?

Pedro racconta che una volta, navigando per il Rio das Mortes, dovette assistere un moribondo. La comunità gli chiese di celebrare una messa. Non c'era né pane né vino. Non aveva nulla con sé per dire messa: «Ero più preoccupato di assistere l'uomo. Lì c'era una piccola taverna. Presi alcuni cracker e celebrai la messa. Mi sembrò una buona messa. Il popolo la voleva e io ero sacerdote: la Pasqua di Cristo può benissimo essere celebrata con il vino delle vigne d'Italia o di quelle della Catalogna, ma, in assenza di vino, perché non si poteva celebrare con l'alcol della canna da zucchero?».

Un'altra volta scomunicò due proprietà perché avevano pistoleiros che uccidevano i braccianti, tagliavano loro le orecchie e le portavano nella tenuta per dimostrare la loro morte: «Dopo il funerale di uno di questi braccianti assassinati, presi un pugno di terra dalla sua tomba, la posai sull'altare e scomunicai queste proprietà. Ma fu un atto contro le proprietà, non contro le persone».

A un certo punto, di fronte alla reiterata oppressione di tanti latifondisti, molti dei quali “profondamente cristiani”, decise di evitare ogni ambiguità: niente eucarestia nelle loro cappelle, nessun gesto di saluto. «Il Vangelo è per i ricchi, ma contro la loro ricchezza, i loro privilegi, la loro possibilità di sfruttare, dominare ed escludere. Se ogni settimana vado a casa di un ricco e non succede niente, non dico niente, non scuoto quella casa, non scuoto quella coscienza, vuol dire che già mi sono venduto e che ho negato la mia opzione per i poveri».

Forse l'itinerario che porta Pietro a porre nei poveri il centro della sua vita può sembrare complicato, ma non lo è. La questione è verificare in quale prossimo – immagine di Dio – il grado di offesa è maggiore e compiere una conseguente azione di riparazione. Alla restaurazione di questa dignità oppressa egli dedica tutta la sua vita, la sua opzione determinante: l'opzione per i poveri.

Giunto in Brasile nel '68, già nel '70 Pedro firmò il suo primo rapporto-denuncia, che raccoglieva, in una tragica litania, i casi in carne e ossa di braccianti ingannati, minacciati con le pistole, percossi, feriti o assassinati, assediati nella foresta, lasciati dalla legge nel più completo abbandono, senza nessun diritto, senza umana via di uscita.

Persino il nunzio gli chiese di non pubblicarlo all’estero e uno dei più grandi latifondisti lo avvertì che non doveva immischiarsi in tali questioni. Ma era il momento di mettere in pratica la sua opzione: «Non potevamo celebrare l’eucarestia all’ombra dei padroni, non potevamo accettare segni esteriori della loro amicizia. Era l'ora della scelta, che violentava il mio stesso temperamento, la mia voglia naturale di stare bene con tutti, la vecchia norma pastorale di non spegnere lo stoppino che ancora fuma… Mi si è sempre spezzato il cuore a vedere la povertà da vicino. Mi sono trovato bene con gli esclusi, forse perché ho sempre avuto una certa affinità con i margini, con i marginali. Forse per una sorta di spirito compassionevole o per una specie di vena poetica. Forse per una questione di sensibilità, perché sono incapace di assistere a una sofferenza senza reagire. D'altra parte, io non mi sono mai dimenticato di essere nato in una famiglia povera. Mi sento male in un ambiente borghese. Mi sono sempre chiesto perché, se posso vivere con tre camicie, ne devo aver dieci nell'armadio. I poveri della mia Prelatura vivono con due, quella che indossano e quella di ricambio. Sono doppiamente convinto che non si può avere una sensibilità rivoluzionaria e profetica ed essere liberi senza essere poveri. La libertà è profondamente unita alla povertà. Non si è veramente liberi con molta ricchezza. Essendo povero, mi sento più libero da tutto e per tutto. Il mio slogan è stato: essere libero per essere povero ed essere povero per poter essere libero.

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di Leonardo Becchetti

62 ricchi possiedono quanto metà popolazione mondiale. L’ingiustizia: l’1% ha più del 99% Il nuovo rapporto Oxfam lancia l’allarme sulla crescita delle diseguaglianze mondiali della ricchezza con dati drammatici. Quello forse più impressionante è che basta mettere assieme le fortune dei 62 uomini più ricchi del mondo (nel 2010 ce ne volevano 388) per arrivare alla ricchezza cumulata dei 3,6 miliardi dei cittadini più poveri del pianeta.

Il problema sembra dunque aggravarsi invece che ridursi, visto che i primi 62 hanno visto aumentare la propria ricchezza del 44% mentre la metà più povera dei cittadini del pianeta ha visto ridurre la sua del 41%. Questi dati sono la spia di un problema strutturale. Il modello capitalistico altamente finanziarizzato, nell’era della globalizzazione e in presenza di paradisi fiscali aumenta in maniera sproporzionata il potere contrattuale di pochi nella ripartizione della torta del valore creato.

Opportunità di delocalizzazione più finanziarizzazione ed evasione hanno consentito di trovare modi nuovi e sempre più efficienti di estrarre il massimo valore dai lavoratori, stimolando la concorrenza al ribasso, pagandoli il minimo possibile e non restituendone neanche una parte attraverso il fisco. E ciò spiega perché solo l’1% dell’aumento di ricchezza prodotto dopo il 2000 è andato al 50% più povero, mentre la metà dello stesso è stato appannaggio del top 1%.

Se c’è un Dio (e chi scrive ovviamente ci crede) deve essere molto arrabbiato con l’umanità. Un po’ come lo sarebbe quel padre che vedesse uno dei suoi figli prendere per sé tutti gli averi di famiglia e non dividerli con gli altri fratelli che sono nel bisogno. Si dice che la diseguaglianza non è un male, perché è un premio e un incentivo al merito. Ma la realtà dei fatti è un’altra e gli studi scientifici indicano che non esiste alcuna possibile corrispondenza col merito che possa spiegare queste sperequazioni. Al contrario lo scandalo del mondo in cui viviamo è che ci sono ancora centinaia di milioni, miliardi di persone in cerca di un’opportunità per soddisfare bisogni primari e accedere a credito, istruzione e realizzare i propri talenti.

Eppure ci sono risorse in abbondanza per raggiungere quest’obiettivo. Il comodo alibi all’inerzia dei super-ricchi è la pseudo teoria dello ‘sgocciolamento’. Se i ricchi diventano più ricchi tutti ne beneficiano perché la ricchezza sgocciola a valle. Peccato che, come ha argutamente rilevato di recente il Nobel Joseph Stiglitz, «il denaro che doveva sgocciolare a valle è invece evaporato nel clima caldo e gentile dei paradisi fiscali di qualche isola tropicale». Né vale la scusa che i soldi dati ai poveri sarebbero sperperati. La storia che i ricchi sono più produttivi è una favola. Gli studi sul microcredito documentano esattamente il contrario. Sono i progetti di chi senza garanzie accede per la prima volta al credito ad avere i tassi di rendimento più elevati.

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di Said Bouamama – Sociologo, nato nel 1958 in Algeria e residente in Francia

 

Mentre scriviamo il bilancio degli attentati di Parigi è di 128 morti e 300 feriti. L’orrore di questa violenza ingiustificabile è totale. Altrettanto totale deve essere la condanna, senza se e senza ma. Gli esecutori e/o i mandanti di questi ciechi omicidi non possono addurre alcuna legittima ragione per giustificare queste azioni sbagliate. La tragedia che stiamo vivendo potrà sfociare in un risveglio collettivo delle coscienze o, al contrario, in un processo di drammatica riproduzione.

Tutto dipende dalla nostra capacità di trarre insegnamento da questa situazione. L’emozione è legittima e necessaria, ma non può essere l’unica risposta. La risposta securitaria, da sola, è inefficace. È proprio in questi momenti, segnati dall’emozione collettiva, che non dobbiamo rinunciare alla comprensione, alla ricerca delle cause, e alla lucidità di fronte alla strumentalizzazione dell’orrore.

Le posizioni in merito alla nostra tragedia

Nel giro di poche ore è stata dispiegata tutta la panoplia delle possibili posizioni in merito alla tragedia. Non è peregrino soffermarci su ciascuna di esse.

La prima si accontenta di denunciare il Daesh (ISIS) ed esigere in maniera pressante un’analoga denuncia dai nostri concittadini mussulmani o presunti tali. Il progetto politico del Daesh e gli atti che ne derivano sono già stati denunciati alla larga maggioranza degli abitanti del nostro paese, immigrati compresi.

Bisogna davvero essere slegati dai nostri concittadini mussulmani, o presunti tali, per dubitarne ancora. Questi concittadini, francesi o stranieri residenti in Francia, sono i primi a pagare il prezzo della strumentalizzazione della loro fede a scopi politici, reazionari e mortiferi. «Che cosa ci ruberanno ancora?», è questa la reazione più frequente che segue l’emotività di fronte a questi omicidi, ben coscienti che si tratta di strumentalizzazioni delle emozioni a scopo islamofobo. Non è una paranoia, ma un’esperienza fondata sul passato e in particolare sugli attentati di inizio anno. In quel contesto le pressanti richieste di dissociarsi sono state percepite come un sospetto di complicità o di approvazione. Ancora una volta, quel che si percepisce è un’accusa di illegittimità. Ecco quel che diceva Rokhaya Diallo [giornalista e attivista francese, N.d.T.] nel corso di un programma radiofonico dopo gli attentati di gennaio:

“Quando sento che si chiede ai mussulmani di dissociarsi da un atto che non ha nulla di umano, beh, mi sento tirata in ballo. Ho l’impressione che tutta la mia famiglia, tutti i miei amici mussulmani siano messi sul banco degli imputati. Vorrete mica dirmi che io solidarizzo [con gli attentatori]? Davvero avete bisogno che verbalizzi questa posizione? Qui, attorno a questo tavolo, io sono l’unica a dover dire che non ho nulla a che fare con queste cose”[1].

La seconda posizione ha a che fare con l’essenzialismo e il culturalismo. La barbarie che stiamo vivendo avrebbe una spiegazione semplice: è congenita alla stessa religione mussulmana, perché a differenza di altre religioni l’Islam è per sua stessa essenza connaturato con la violenza, la barbarie e l’irrazionalità. A differenza dagli altri monoteismi, la religione mussulmana è refrattaria alla ragione e inadatta a una società democratica.

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di Diego Fusaro – Filosofo

E adesso ci insegnano che la religione è nemica dell’altruismo. Uno studio pubblicato sulla rivista Current Biology su un campione di 1.170 bambini, d’età compresa tra i cinque e i 12 anni, di sei Paesi (Canada, Cina, Giordania, Stati Uniti, Turchia, Sudafrica) rivela che “i bambini atei sono più altruisti di quelli religiosi”.

Non voglio entrare nel merito di queste statistiche che, naturalmente, si basano su dati, ossia su quel mito dell’oggettività e del numero dietro cui troppo spesso si nascondono l’arbitrio e la massima discrezionalità. Voglio, invece, svolgere alcune considerazioni più generali e rilevare che la religione (cristiana come islamica) è oggi sotto assedio.

Per quale ragione? Semplice: nel mondo post-1989, ossia nel tempo del comunismo defunto, la religione rimane l’ultimo baluardo concreto contro il dilagare della mercificazione totale e del mercato reale e simbolico. Per questo, il capitale deve dichiarare guerra alla religione in ogni modo: presentando mediaticamente i preti come indistintamente pedofili, favorendo l’irriflessa identità tra religione e terrorismo, e ora demonizzando la religione come nociva per la formazione dei bambini.

L’obiettivo del fanatismo economico – l’unica religione oggi consentita e anzi promossa ubiquitariamente – è quello di accelerare il processo di “sdivinizzazione” (Heidegger), di modo che l’individuo senza identità, senza famiglia, senza valori e anche senza religione sia integralmente plasmato dal capitale e dalla sua fantasmagorica macchina dei desideri.

Altro che “altruismo”! L’integralismo dell’economia e dei consumi persegue l’obiettivo opposto, l’isolamento e l’individualismo ebete, di modo che si adempia la profezia per cui “la società non esiste”: nessuna comunità, solo atomi disaggregati e in competizione, connessi dall’insocievole socievolezza dello scambio mercantile di matrice utilitaristica.

Ovviamente il ceto degli intellettuali – che non crede in nulla e parla di tutto – è saldamente dalla parte della sdivinizzazione. Si pensi anche solo alle omelie atee di Scalfari su “Repubblica” o al fanatismo antireligioso di Odifreddi.

L’armata Brancaleone dei cosiddetti “laicisti” si illude che il gesto più emancipativo che possa darsi sia la ridicolizzazione del Dio cristiano (o, alternativamente, la soppressione del crocifisso dalle scuole).

Essi non cessano di contrastare tutti gli Assoluti che non siano quello immanente della produzione capitalistica, il monoteismo idolatrico del mercato: il laicismo integralista, in ogni sua gradazione, si pone come il completamento ideologico ideale del fanatismo del mercato;

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di Damiano Rizzi – Presidente Soleterre ONG

Scrive la sociologa Fatima Mernissi che “il confine è una linea invisibile nella mente dei guerrieri. Tutto quello che serve sono soldati che costringano la gente a crederci. Il confine sta nella mente di chi ha potere”.

Sono quasi 60 milioni i migranti forzati secondo il rapporto global trends 2014 dell’Unhcr (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati). Si muovono prevalentemente perché, negli ultimi cinque anni, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan).

Ho visto, condiviso giorni di vita e più semplicemente lavoro con Soleterre in 5 di questi Paesi citati dal rapporto. Pochi sono i fondi investiti dai governi (e in trend decrescente quindi non interessa politicamente) e per fortuna non mancano (ma sono insufficienti) i fondi che raccogliamo da privati (aziende e individui) che vogliono investire perché le persone non siano costrette a scappare. Perché possano restare “a casa loro” senza fuggire dalla loro terra e dai loro affetti.

In tutto il mondo, una persona ogni 122 è attualmente un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. Se i 59,5 milioni migranti forzati nel mondo componessero una nazione, sarebbe la ventiquattresima al mondo per numero di abitanti. Lo dice sempre l’Unhcr e chiede, e concordo, un cambio di paradigma sulle politiche migratorie.

Aggiungo io, occorre un cambio di paradigma nella visione delle politiche distributive. L’attuale sistema economico mondiale è strutturato in modo tale da garantire il costante saccheggio delle risorse dei paesi del Sud del mondo (in termini di materie prime, risorse naturali, risorse finanziarie e risorse umane formate e qualificate) da parte dei paesi dell’area Ocse (ed ora, sempre di più, anche da parte della Rep. Popolare Cinese).

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UDIENZA GENERALE

19 agosto 2015

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto sul valore della festa nella vita della famiglia, oggi ci soffermiamo sull’elemento complementare, che è quello del lavoro. Entrambi fanno parte del disegno creatore di Dio, la festa e il lavoro.

Il lavoro, si dice comunemente, è necessario per mantenere la famiglia, per crescere i figli, per assicurare ai propri cari una vita dignitosa. Di una persona seria, onesta, la cosa più bella che si possa dire è: “E’ un lavoratore”, è proprio uno che lavora, è uno che nella comunità non vive alle spalle degli altri. Ci sono tanti argentini oggi, ho visto, e dirò come diciamo noi: «No vive de arriba».

E in effetti il lavoro, nelle sue mille forme, a partire da quello casalingo, ha cura anche del bene comune. E dove si impara questo stile di vita laborioso? Prima di tutto si impara in famiglia. La famiglia educa al lavoro con l’esempio dei genitori: il papà e la mamma che lavorano per il bene della famiglia e della società.

Nel Vangelo, la Santa Famiglia di Nazaret appare come una famiglia di lavoratori, e Gesù stesso viene chiamato «figlio del falegname» (Mt 13,55) o addirittura «il falegname» (Mc 6,3). E san Paolo non mancherà di ammonire i cristiani: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3,10). – È una bella ricetta per dimagrire questa, non lavori, non mangi! – L’Apostolo si riferisce esplicitamente al falso spiritualismo di alcuni che, di fatto, vivono alle spalle dei loro fratelli e sorelle «senza far nulla» (2 Ts 3,11). L’impegno del lavoro e la vita dello spirito, nella concezione cristiana, non sono affatto in contrasto tra loro. E’ importante capire bene questo! Preghiera e lavoro possono e devono stare insieme in armonia, come insegna san Benedetto. La mancanza di lavoro danneggia anche lo spirito, come la mancanza di preghiera danneggia anche l’attività pratica.

lavorare – ripeto, in mille forme – è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio. Perciò si dice che il lavoro è sacro. E perciò la gestione dell’occupazione è una grande responsabilità umana e sociale, che non può essere lasciata nelle mani di pochi o scaricata su un “mercato” divinizzato. Causare una perdita di posti di lavoro significa causare un grave danno sociale. Io mi rattristo quando vedo che c’è gente senza lavoro, che non trova lavoro e non ha la dignità di portare il pane a casa. E mi rallegro tanto quando vedo che i governanti fanno tanti sforzi per trovare posti di lavoro e per cercare che tutti abbiano un lavoro. Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia. Dobbiamo pregare perché non manchi il lavoro in una famiglia.

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di Fabio Marcelli – Giurista internazionale

Il Messico è certamente il paradiso di chi non gradisce la stampa indipendente (compresi certi politici nostrani che vorrebbero poter erogare ossigeno solo a chi è loro gradito). Basti pensare che nel solo Stato di Vera Cruz sono stati uccisi 14 giornalisti nel corso del governo di Javier Duarte de Ochoa, e che il 31 luglio, meno di due settimane fa, sono stati torturati e uccisi a Città del Messico il fotogiornalista Rubén Espinosa, unitamente all’attivista Nadia Vera, alla studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e ad altre due donne, Nicole Simon e Alejandra. Secondo le organizzazioni che si occupano di libertà di stampa la maggior parte delle uccisioni di giornalisti sono dovute a organi dello Stato.

Nel mirino di questi organi e dei poteri criminali che prosperano in combutta con loro vi sono del resto tutti i cittadini che osino in qualche modo alzare la testa, reclamando i loro legittimi diritti. Basti pensare che sono ben 164mila i civili uccisi nel Paese negli ultimi sette anni e che dal 2006 ad oggi sono sparite, secondo i dati del governo, oltre 30mila persone. Ventidue studenti sono stati fucilati in base a un ordine scritto dell’Alto comando militare, il 30 giugno 2014. Altri 43 sono spariti ad Iguala il 26 settembre 2014 e mai più ritrovati. Questa la risposta delle istituzioni messicane a chi osa mettere in questione l’ordine neoliberale.

Questi ed altri dati sono contenuti in un appello, firmato fra gli altri da Dario Fo e da Don Ciotti, che chiede all’Unione europea di interrompere le relazioni con il Messico, sulla base della cosiddetta clausola democratica contenuta nell’Accordo commerciale tra l’Unione e il Messico, che resta a tutt’oggi inapplicata.

Gli interessi economici delle multinazionali europee impegnate a sfruttare le risorse messicane sono evidentemente più importanti della vita di decine di migliaia di persone, per non parlare degli oltre due milioni di sfollati interni e delle decine di milioni di persone assoggettate alla dittatura della criminalità.

Il governo messicano, si sia trattato del Pri (Partito rivoluzionario istituzionale) o del Pan (Partito azione nazionale), ha sempre del resto dimostrato di seguire alla lettera le indicazioni degli organismi che governano il pianeta per conto della finanza. E il NAFTA, accordo di libero commercio con gli Stati uniti che ha trasformato il Paese nel regno delle multinazionali e del lavoro nero, è con ogni evidenza l’antesignano e il modello di altri trattati, quelli mai stipulati con molti Stati latinoamericani e quello che il capitale internazionale vorrebbe imporre all’Europa, il cosiddetto TTIP.

E’ quindi improbabile che l’Unione europea, che costituisce sempre di più un’organizzazione a servizio di questo stesso capitale, prenda un qualsiasi provvedimento per chiedere il rispetto dei diritti umani elementari oggi violati in Messico.

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di Diego Fusaro – Filosofo

Pare che oggi l’unico dissenso consentito e, di più, promosso sia quello contro il dissenso, ossia contro il pensiero non allineato: come nella caverna di Platone, gli schiavi lottano in difesa delle loro catene e sono pronti a battersi contro chiunque voglia proporre vie di fuga dalla caverna, subito bersagliato dal pensiero unico come fascista, omofobo, stalinista, ecc.

Il pensiero unico politicamente corretto è ovunque dominante: esso silenzia, diffama e delegittima chiunque osi pensare diversamente. In politica, diffama come fascista chiunque non sia allineato. Nell’ambito dei costumi, demonizza come omofobo chiunque osi deviare dal percorso prestabilito dal pensiero unico. Per questa via, ogni pensiero non allineato è preventivamente reso impossibile, perché aprioricamente identificato con il manganello fascista o con la persecuzione dei gusti sessuali.

Antifascismo e lotta contro l’omofobia diventano, in questo modo, categorie persecutorie con cui silenziare, diffamare e discriminare chiunque non si attenga all’ortodossia, cioè a quel recinto chiuso dettato dal pensiero unico stesso, “sovrastruttura” ideale – direbbe Marx – per santificare i reali rapporti di forza e la “struttura” economica del fanatismo del mercato planetario. Si potrebbe dire – e già Pasolini l’aveva lucidamente colto – che vi è anche un uso fascista della categoria dell’antifascismo, quando essa – peraltro oggi in palese assenza di fascismo – viene impiegata per mettere a tacere chi abbia opinioni divergenti.

Emanazione diretta delle oligarchie transnazionali che dominano il pianeta, il pensiero unico politicamente corretto non è né di destra, né di sinistra, né di centro. Proprio in quanto “totale”, occupa ogni spazio e, di conseguenza, è di destra in economia (la “destra del denaro”, che tutto privatizza), di centro in politica (estremismo di centro, con annessa rimozione delle ali estreme non allineate) e di sinistra in cultura (abbattimento dei retaggi della cultura borghese, mito del progresso e della modernizzazione capitalistica, culto della crescita e di tutte le forme antiborghesi e ultracapitalistiche, ecc.).

Il segreto dell’odierna società di mercato sta nel non imporre con la violenza l’accettazione delle regole del funzionamento sistemico, secondo il modus operandi delle tradizionali formazioni totalitarie, bensì nel far sì che i cittadini le desiderino essi stessi, incapaci di percepirne il carattere vincolante e indotti dalla manipolazione organizzata a concepirle come compimento della sola libertà possibile, secondo il motto orwelliano freedom is slavery.

Se, nelle sue forme tradizionali, il potere disciplinava i corpi non potendo mai completamente sorvegliare la sfera inaccessibile dell’anima, oggi si è, invece, impadronito delle teste dei suoi sudditi.

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di Furio Colombo – Giornalista e scrittore

Le riforme. Ci dicono che sono necessarie, ma anche immediate. La trovata di questo governo italiano, che nessuno ha scelto o votato, è stata di gridare ininterrottamente due ordini: correre. E non discutere. Ogni discussione fa male all’Italia. Piagnisteo. Fare, non dire, ti ripetono.

Eppure i cittadini continuano a non capire che cosa sta accadendo e per chi, continuano a non vedere, nella loro vita quotidiana, i cambiamenti che vengono prima annunciati, poi, in pochi giorni e senza dibattiti, approvati, e subito celebrati come l’inizio del nuovo mondo.

Eppure ci sono molte cose che non sappiamo. Non sappiamo chi è Renzi e chi lo ha mandato, non sappiamo da dove venga, e preparata con chi, o da chi, la lista che ogni tanto estrae per dirci che cosa è fatto e che cosa c’è da fare. Non sappiamo le cifre giuste di nulla perché, come ci ha avvertito l’Istat, ci dicono i numeri che hanno previsto, non quelli che hanno ottenuto. Elenchi di persone sconosciute passano sui video e in Rete con l’assicurazione che si tratta del meglio del meglio e vanno a occupare posti che non sono stati riformati, come la Rai, e dove quindi non possono cambiare nulla, ma possono allargare il potere. Nascono i titolari di strani compiti, come quello di responsabile unico della spesa di tutto il Paese, dalla Polizia Forestale (abolita) alla tac e alla risonanza magnetica, riservata a pochi morenti.

Infatti non tocca più al medico prescrivere. Tocca al contabile, che è un politico. Ma prendiamo la riforma della Sanità, e guardiamoci dentro per capire. Primo, non l’ha fatta il ministro della Sanità, competente o non competente che sia. L’ha fatta l’esperto di tagli. Secondo, la riforma ha un fine, che non è migliorare la tua e la mia assistenza medica pubblica in caso di necessità.

È fare tagli immensi (2 miliardi subito, e di più il prossimo anno) che non hanno niente a che fare con i malati, ma con una esigenza del presidente del Consiglio: vuole per sé il merito di aver tagliato le tasse, e ha bisogno di fondi. Li prende dai malati.

La riduzione delle tasse riguarda poco chi vive di lavoro e di pensioni. Ma è un grande passo per gli abbienti, un passo gigantesco per i ricchi. È tutta gente che sa dire grazie e possiede strumenti per farlo. Per questo, per la prima volta, sentiamo annunciare, nell’Italia della corruzione dilagante, che se un medico prescrive una tac “non appropriata in base alla documentazione scientifica”, sarà punito.

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