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Economia

di Fabio Marcelli – Giurista internazionale

Il Messico è certamente il paradiso di chi non gradisce la stampa indipendente (compresi certi politici nostrani che vorrebbero poter erogare ossigeno solo a chi è loro gradito). Basti pensare che nel solo Stato di Vera Cruz sono stati uccisi 14 giornalisti nel corso del governo di Javier Duarte de Ochoa, e che il 31 luglio, meno di due settimane fa, sono stati torturati e uccisi a Città del Messico il fotogiornalista Rubén Espinosa, unitamente all’attivista Nadia Vera, alla studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e ad altre due donne, Nicole Simon e Alejandra. Secondo le organizzazioni che si occupano di libertà di stampa la maggior parte delle uccisioni di giornalisti sono dovute a organi dello Stato.

Nel mirino di questi organi e dei poteri criminali che prosperano in combutta con loro vi sono del resto tutti i cittadini che osino in qualche modo alzare la testa, reclamando i loro legittimi diritti. Basti pensare che sono ben 164mila i civili uccisi nel Paese negli ultimi sette anni e che dal 2006 ad oggi sono sparite, secondo i dati del governo, oltre 30mila persone. Ventidue studenti sono stati fucilati in base a un ordine scritto dell’Alto comando militare, il 30 giugno 2014. Altri 43 sono spariti ad Iguala il 26 settembre 2014 e mai più ritrovati. Questa la risposta delle istituzioni messicane a chi osa mettere in questione l’ordine neoliberale.

Questi ed altri dati sono contenuti in un appello, firmato fra gli altri da Dario Fo e da Don Ciotti, che chiede all’Unione europea di interrompere le relazioni con il Messico, sulla base della cosiddetta clausola democratica contenuta nell’Accordo commerciale tra l’Unione e il Messico, che resta a tutt’oggi inapplicata.

Gli interessi economici delle multinazionali europee impegnate a sfruttare le risorse messicane sono evidentemente più importanti della vita di decine di migliaia di persone, per non parlare degli oltre due milioni di sfollati interni e delle decine di milioni di persone assoggettate alla dittatura della criminalità.

Il governo messicano, si sia trattato del Pri (Partito rivoluzionario istituzionale) o del Pan (Partito azione nazionale), ha sempre del resto dimostrato di seguire alla lettera le indicazioni degli organismi che governano il pianeta per conto della finanza. E il NAFTA, accordo di libero commercio con gli Stati uniti che ha trasformato il Paese nel regno delle multinazionali e del lavoro nero, è con ogni evidenza l’antesignano e il modello di altri trattati, quelli mai stipulati con molti Stati latinoamericani e quello che il capitale internazionale vorrebbe imporre all’Europa, il cosiddetto TTIP.

E’ quindi improbabile che l’Unione europea, che costituisce sempre di più un’organizzazione a servizio di questo stesso capitale, prenda un qualsiasi provvedimento per chiedere il rispetto dei diritti umani elementari oggi violati in Messico.

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di Diego Fusaro – Filosofo

Pare che oggi l’unico dissenso consentito e, di più, promosso sia quello contro il dissenso, ossia contro il pensiero non allineato: come nella caverna di Platone, gli schiavi lottano in difesa delle loro catene e sono pronti a battersi contro chiunque voglia proporre vie di fuga dalla caverna, subito bersagliato dal pensiero unico come fascista, omofobo, stalinista, ecc.

Il pensiero unico politicamente corretto è ovunque dominante: esso silenzia, diffama e delegittima chiunque osi pensare diversamente. In politica, diffama come fascista chiunque non sia allineato. Nell’ambito dei costumi, demonizza come omofobo chiunque osi deviare dal percorso prestabilito dal pensiero unico. Per questa via, ogni pensiero non allineato è preventivamente reso impossibile, perché aprioricamente identificato con il manganello fascista o con la persecuzione dei gusti sessuali.

Antifascismo e lotta contro l’omofobia diventano, in questo modo, categorie persecutorie con cui silenziare, diffamare e discriminare chiunque non si attenga all’ortodossia, cioè a quel recinto chiuso dettato dal pensiero unico stesso, “sovrastruttura” ideale – direbbe Marx – per santificare i reali rapporti di forza e la “struttura” economica del fanatismo del mercato planetario. Si potrebbe dire – e già Pasolini l’aveva lucidamente colto – che vi è anche un uso fascista della categoria dell’antifascismo, quando essa – peraltro oggi in palese assenza di fascismo – viene impiegata per mettere a tacere chi abbia opinioni divergenti.

Emanazione diretta delle oligarchie transnazionali che dominano il pianeta, il pensiero unico politicamente corretto non è né di destra, né di sinistra, né di centro. Proprio in quanto “totale”, occupa ogni spazio e, di conseguenza, è di destra in economia (la “destra del denaro”, che tutto privatizza), di centro in politica (estremismo di centro, con annessa rimozione delle ali estreme non allineate) e di sinistra in cultura (abbattimento dei retaggi della cultura borghese, mito del progresso e della modernizzazione capitalistica, culto della crescita e di tutte le forme antiborghesi e ultracapitalistiche, ecc.).

Il segreto dell’odierna società di mercato sta nel non imporre con la violenza l’accettazione delle regole del funzionamento sistemico, secondo il modus operandi delle tradizionali formazioni totalitarie, bensì nel far sì che i cittadini le desiderino essi stessi, incapaci di percepirne il carattere vincolante e indotti dalla manipolazione organizzata a concepirle come compimento della sola libertà possibile, secondo il motto orwelliano freedom is slavery.

Se, nelle sue forme tradizionali, il potere disciplinava i corpi non potendo mai completamente sorvegliare la sfera inaccessibile dell’anima, oggi si è, invece, impadronito delle teste dei suoi sudditi.

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di Furio Colombo – Giornalista e scrittore

Le riforme. Ci dicono che sono necessarie, ma anche immediate. La trovata di questo governo italiano, che nessuno ha scelto o votato, è stata di gridare ininterrottamente due ordini: correre. E non discutere. Ogni discussione fa male all’Italia. Piagnisteo. Fare, non dire, ti ripetono.

Eppure i cittadini continuano a non capire che cosa sta accadendo e per chi, continuano a non vedere, nella loro vita quotidiana, i cambiamenti che vengono prima annunciati, poi, in pochi giorni e senza dibattiti, approvati, e subito celebrati come l’inizio del nuovo mondo.

Eppure ci sono molte cose che non sappiamo. Non sappiamo chi è Renzi e chi lo ha mandato, non sappiamo da dove venga, e preparata con chi, o da chi, la lista che ogni tanto estrae per dirci che cosa è fatto e che cosa c’è da fare. Non sappiamo le cifre giuste di nulla perché, come ci ha avvertito l’Istat, ci dicono i numeri che hanno previsto, non quelli che hanno ottenuto. Elenchi di persone sconosciute passano sui video e in Rete con l’assicurazione che si tratta del meglio del meglio e vanno a occupare posti che non sono stati riformati, come la Rai, e dove quindi non possono cambiare nulla, ma possono allargare il potere. Nascono i titolari di strani compiti, come quello di responsabile unico della spesa di tutto il Paese, dalla Polizia Forestale (abolita) alla tac e alla risonanza magnetica, riservata a pochi morenti.

Infatti non tocca più al medico prescrivere. Tocca al contabile, che è un politico. Ma prendiamo la riforma della Sanità, e guardiamoci dentro per capire. Primo, non l’ha fatta il ministro della Sanità, competente o non competente che sia. L’ha fatta l’esperto di tagli. Secondo, la riforma ha un fine, che non è migliorare la tua e la mia assistenza medica pubblica in caso di necessità.

È fare tagli immensi (2 miliardi subito, e di più il prossimo anno) che non hanno niente a che fare con i malati, ma con una esigenza del presidente del Consiglio: vuole per sé il merito di aver tagliato le tasse, e ha bisogno di fondi. Li prende dai malati.

La riduzione delle tasse riguarda poco chi vive di lavoro e di pensioni. Ma è un grande passo per gli abbienti, un passo gigantesco per i ricchi. È tutta gente che sa dire grazie e possiede strumenti per farlo. Per questo, per la prima volta, sentiamo annunciare, nell’Italia della corruzione dilagante, che se un medico prescrive una tac “non appropriata in base alla documentazione scientifica”, sarà punito.

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di Chems Eddine Chitour*

Globalizzazione: Processo mediante il quale un massimo di ricchezza è concentrato in un minimo di mani, a discapito di un massimo di persone. Globalizzare è ingrandire la torta piuttosto che condividere le ricchezze. In seguito alla globalizzazione il ricco ha diritto a due grandi cucchiaiate di caviale invece di una, il povero a due bucce di patata invece che a una di carota. (1)
Il fine di questa riflessione è dimostrare come la globalizzazione e il neoliberismo organizzano non solo il pensiero della gente comune  ma anche, ed è la faccenda più delicata, quello degli organismi dirigenti, che presentano come verità dogmatiche un certo numero di concetti, come quello sulla necessità di integrare la globalizzazione (la mafarra minha, essa è ineluttabile).

Tuttavia, come enunciato in maniera divertente, la globalizzazione è la libertà della volpe neoliberista nel pollaio delle classi vulnerabili. La conseguenza è che le società contemporanee diventano sempre più interdipendenti e che il mondo è sottoposto a formidabili processi di standardizzazione a favore di una oligarchia.

Cosa possono fare i deboli in un mondo in cui la ricchezza di 6 miliardari è più grande di quella di 1,2 miliardi di persone? È morale che il reddito medio annuale di un Africano sia uguale al reddito giornaliero di uno Svizzero? La globalizzazione è un veleno ideologico che ha intossicato il cervello dei responsabili invischiati nella resa ai dogmi liberisti. Un fatalismo del politico che si è instillato nell’opinione pubblica, aiutato in questo da ripetitori mediatici più preoccupati a formattare il pensiero che a spiegare ai cittadini la necessaria cooperazione da adottare nel commercio internazionale.
 

Una OMC (WTO) virtuosa: la Carta dell’Avana nata morta.
Ricordiamo la Carta dell’Avana, attuata nel 1948 e firmata da 53 nazioni, ma mai applicata. Essa prevedeva la creazione di una Organizzazione Internazionale del Commercio (OIC) totalmente integrata all’Onu. Non fu mai ratificata dal congresso americano. Fu abbandonata e sostituita dalla creazione dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio).
Cosa prevedeva questa Carta? In breve, poneva le fondamenta di una società basata su un commercio internazionale impostato non sul libero scambio distruttore ma su una vera cooperazione tra i popoli. La sua linea direttiva era imperniata sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti, che vuole che un paese non possa impostare la sua economia su un eccedente strutturale della bilancia dei pagamenti a spese del deficit strutturale degli altri paesi (art. 3 e 4 della Carta). L’autorizzazione delle sovvenzioni in determinate circostanze (art. 18). La Carta dell’Avana impediva il dumping sociale. Essa introduceva un protezionismo sociale ed ecologico per creare, con accordi bilaterali, relazioni commerciali realmente rispettose del nostro ambiente: una logica cooperativa, non come l’attuale logica dell’OMC che elegge a dogma assoluto la politica di esportazione, in una competizione spietata tra le nazioni a profitto di una minoranza e a scapito della maggioranza.

In Algeria, dopo il completo disastro dell’Accordo con l’Unione Europea che si è rivelato un inganno e una concessione unilaterale, ecco che si rinnova la telenovela OMC che dura da più di dieci anni. Faremmo bene a non ripetere gli stessi errori, ricordando che quelli che ci ‘’accolgono’’ vedono in noi un ‘’mercato’’ per il loro surplus, e non dei partner con scambi equilibrati, che non hanno niente da esportare oltre e all’infuori degli idrocarburi.

Le vittime collaterali della Globalizzazione
Ci sembra che la dichiarazione seguente riassuma meglio di cento discorsi la realtà della globalizzazione felice, secondo l’economista francese Alain Minc. Leggiamo: ‘’Cosa significa per voi la parola ‘’Globalizzazione’’?

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di Raniero La Valle

Ci sono delle cose che papa Bergoglio ha detto fin dal principio, che sul momento non vennero capite, ma si sono capite dopo, o si stanno comprendendo solo ora.

Per esempio quando, presentandosi la prima sera al popolo sul balcone di san Pietro aveva detto: «Adesso vi benedico, ma prima chiedo a voi di benedirmi» non si poteva capire, come adesso invece è chiaro, che lì c’era già l’idea di una riforma del papato: il papa non solo rientrava tra i vescovi, come aveva detto il Concilio Vaticano II, ma tornava in mezzo al popolo come uno dei fedeli, come un pastore che non solo sta in testa al gregge, ma anche sta in mezzo e dietro al gregge, perché le pecore hanno il fiuto per capire la strada e per indicare il cammino.

E così il gregge diventava un popolo, e il papa si riconosceva ministro di questo popolo, insieme agli altri ministri e primo tra loro, un papa non solo uscito dal conclave ma papa benedetto dal popolo.

Un’altra cosa che non si era capita era quella parola «misericordiare», che non esiste né in italiano né in spagnolo e che il papa usava come un neologismo, tratto dal suo motto episcopale, per definire il suo compito. Sicché alla domanda: «Chi è Francesco?», «Che cosa è venuto a fare?» che risuona anche in un mio libro uscito ora per Ponte alle grazie, la risposta era: «Sono venuto a misericordiare».
E ora si capisce che cosa volesse dire. «Fare misericordia» è il programma del suo pontificato. Certo, ha intrapreso la riforma del papato, tanto che mai si era visto un papa così. Certo, ha intrapreso la riforma della Chiesa, che senza cominciare dal papato non si può fare. Certo, ha posto mano a una revisione e a un ripensamento della Curia a cui ha chiesto di conformarsi a un modello alto di Chiesa, e di non apparire, o essere, l’ultima Corte europea. Ma ancora più importante di tutto ciò è l’intento di rimettere nel mondo, che con la modernità l’ha rimossa, la misericordia di Dio. È Dio infatti, e non la Chiesa, che papa Francesco annuncia, il proselitismo gli sembra «una sciocchezza», mentre la misericordia gli sembra l’unica e ultima risorsa per la quale il mondo possa salvarsi e vivere. Nella persuasione che se si ritrova la misericordia di Dio, si può far nascere la misericordia anche nostra.

Perciò, a cinquant’anni dal Concilio e come suo prolungamento dopo tanto deserto, egli indice il Giubileo, che vuol dire esattamente il tempo della misericordia, l’anno della misericordia.
Non si tratta di incentivare i pellegrinaggi a Roma. Dove sarebbe la novità? Si tratta di proporre al mondo un nuovo paradigma. Intanto è chiaro che con i paradigmi in atto si va alla rovina, e in tempi brevi (c’è poco tempo, sembra dire il papa anche di sé); proviamo allora con un altro paradigma, quello della misericordia, che significa riconoscere il male, proprio ed altrui, chiedere perdono e perdonare, significa la riconciliazione. Ma la misericordia non sta solo nel perdono e nella remissione dei peccati, sta anche nella remissione dei debiti. Nell’antico Israele il Giubileo voleva dire anche la pacificazione del debitore, il rientrare in possesso delle terre perdute, riscattare beni dati in pegno o espropriati, voleva dire la liberazione degli schiavi.

Nel giudicare il mondo in cui viviamo papa Francesco usa il criterio della misericordia. E per questo lancia il Giubileo. L’economia che uccide, la società dell’esclusione, la globalizzazione dell’indifferenza, i poveri che invece di essere solamente sfruttati ed oppressi, oggi sono anche scartati e messi fuori perfino dalle periferie, sono tutti giudizi che papa Bergoglio dà di un mondo che è senza misericordia.

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Di questa sigla sconosciuta ai più abbiamo già parlato ampiamente su questo sito, spiegando i contenuti di questo misterioso trattato. Vedi i link seguenti:

 

Ora, attraverso il sito http://www.informarexresistere.fr apprendiamo che vi sono nuovi sviluppi.

Venti europarlamentari di quattro gruppi diversi hanno costituito una sorta di sottogruppo di lavoro per coordinare le azioni contro il Trattato per il libero commercio e investimento (conosciuto anche con l’acronimo inglese TTIP) in corso di elaborazione tra Unione europea e Stati Uniti.

Scopo del trattato è quello di liberalizzare il più possibile gli scambi tra le due potenze commerciali e abbattere le barriere doganali, ma fin dagli inizi il TTIP ha trovato molti detrattori perché le tutele a favore degli investitori americani rischiano di provocare gravissimi danni ad alcune economie europee, a cominciare dal Made in Italy. Una delle parti più oscure del TTIP è la possibilità in caso di controversie che possano sorgere (ad esempio regole o etichette a protezione della qualità dei prodotti) di rivolgersi non ai tribunali del Paese che vuole tutelarsi, ma ad arbitrati internazionali. E questo è uno dei tanti motivi per cui gruppi come i Verdi, Podemos o il Movimento 5 Stelle, avversano il trattato. Ieri Beppe Grillo ha ospitato nel suo blog una clamorosa denuncia lanciata dall’europarlamentare verde, lo spagnolo Ernest Urtasun, sul quotidiano El Pais: «La Commissione europea tratta in segreto con gli Usa i punti più spinosi e di fatto impedisce ai parlamentari di consultare le carte».

Accuse durissime rivolte soprattutto alla commissaria per il commercio Cecilia Malmström e al presidente della commissione Jean-Claude Juncker. Urtasun ha raccontato la sua esperienza surreale di parlamentare che tenta di documentarsi sullo stato dell’arte del TTIP e viene ammesso alla cosiddetta “reading room”, una stanza di 6 metri quadrati in cui ciascun eurodeputato avrebbe la teorica possibilità di accedere alle carte, ma dove di fatto viene negata ogni trasparenza.

«L’esperienza è stata molto negativa – ha denunciato Urtasun al quotidiano di Madrid – . Mi hanno tolto la penna, mi hanno tolto la carta dove avrei potuto scrivere e mi hanno reso inservibile il telefono.

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Sapevate che le case farmaceutiche spendono 35-40 mila dollari l’anno per ciascun medico in attività con lo scopo di convincerli a prescrivere i loro prodotti? Sapevate che i cosiddetti opinion leader, grandi scienziati e medici qualificati, vengono corrotti con viaggi costosi, regali o più semplicemente con soldi perché recensiscano positivamente i medicinali? Sapevate che il 75% dei maggiori scienziati in ambito medico sono sul libro paga delle industrie farmaceutiche? E che le industrie inventano malattie e le pubblicizzano con campagne di marketing mirate per espandere il mercato dei propri prodotti?

Molte di queste cose non sono risapute dalla maggior parte delle persone e il motivo è semplice: le lobbies non vogliono che si sappiano…

Un libro-denuncia scritto da John Virapen, manager pentito delle grandi multinazionali, rompe il muro di silenzio e omertà e porta un po’ di luce nell’ombra.

Virapen è il classico self made man: nato nella colonia britannica “La Guyana” ha iniziato dai lavori più umili per giungere come General Manager ai vertici di una delle più potenti e influenti multinazionali del mondo: Eli Lilly Inc.

Il suo libro “Effetti collaterali: morte” è una pesantissima denuncia che non lascia spazio a nessun dubbio. Questo suo pentimento però non arriva a caso: la nascita di un figlio e la conseguente paura che questo possa finire in uno di quegli ingranaggi da lui creati e oliati per anni…

Ad aiutare la stesura del libro, ci sono anche i rimorsi di coscienza per quello che ha contribuito a fare: «Notte dopo notte, ombre e fantasmi si danno appuntamento accanto al mio letto. Di solito si manifestano alle prime ore del mattino. Mi sveglio fradicio di sudore. Indirettamente ho contribuito alla morte di tante persone, i loro fantasmi oggi mi perseguitano».

Si tratta di una denuncia che mostra il volto più inquietante di un potere profondamente radicato nella nostra società, un potere enorme il cui unico scopo è vendere, vendere e ancora vendere droghe. E non vogliono venderle solo ai malati, ma anche alle persone sane.

Come Jules Romains nel 1923 fece dire al dottor Knock nel suo capolavoro letterario, Il dr. Knock e il trionfo della medicina: «Un sano è un malato che non sa di esserlo». Quindile lobbies gentilmente ce lo ricordano!

Virapen con la sua esperienza diretta nelle sale che contano, smonta pezzo dopo pezzo tante certezze, compresa la stessa struttura portante della scienza ortodossa basata sugli studi clinici.

«Puoi ottenere quello che vuoi, lavorare sodo e aggirare ogni limite legale, se sai qual è il prezzo giusto e se sei disposto a pagarlo».

E’ tutta una questione di soldi

«Le autorità statali non sono in grado di salvare te o il mio bambino dalle organizzazioni criminali radicate nell’industria farmaceutica. I funzionari sono corruttibili, gli specialisti sono corruttibili e anche i medici lo sono. Tutti possono essere corrotti, in un certo senso».

Questo è l’incipit del libro…

Il ruolo degli opinion leader

Nel mondo scientifico esiste una precisa scala gerarchica.

I cosiddetti opinion maker o opinion leader sono importanti ricercatori, medici, luminari, baroni universitari che le industrie osannano e cercano in tutte le maniere di coinvolgere.

Dietro enormi pagamenti, spacciati per consulenze, questi personaggi mettono il proprio nome su ricerche, pubblicazioni e studi. In pratica firmano, avallandoli scientificamente, studi sfornati dalle industrie, che spesso e volentieri non hanno neppure letto.

Il valore di un opinion maker è incalcolabile: sono loro i veri poteri forti. Tutto quello che dicono viene preso come oro colato, anche se i fatti e i risultati scientifici dimostrano il contrario.

Le informazioni dispensate dagli opinion leader vengono seguite ciecamente da tutti i medici, per così dire meno quotati. Sono i veri trascinatori.

Corrompere i medici

Il budget messo a disposizione dalle aziende per conquistare (cioè corrompere e convincere) un medico è enorme. Una volta si regalavano fiori, ricettari, penne, ecc. ma questo ormai rappresenta il passato; adesso ci sono gioielli, liquori e vini pregiatissimi, profumi di marca, opere d’arte e dulcis in fundo i viaggi (chiamati corsi di formazione). Viaggiare può far perdere i freni inibitori, in particolare se il medico viaggia senza la sua dolce metà…

Perché i medici sono così importanti per l’industria farmaceutica? Semplice: la maggior parte dei farmaci devono essere venduti dietro prescrizione medica.

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Questa è l'omelia pronunciata dal vescovo di Agrigento Francesco Montenegro, recentemente nominato da papa Francesco cardinale, che è un atto d'accusa contro il malaffare nella politica e nella società.

Gesù, «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28),

questa sera, accompagnandoti con la mia gente per le strade della nostra Agrigento, ho ripensato alle parole di Paolo che di te afferma che, da ricco, ti sei fatto povero per noi, perché noi divenissimo ricchi per mezzo della tua povertà (cfr 2Cor 8,9).

Tu sai perciò cosa significa essere povero, per questo ti parlo sapendo che mi comprendi. Questo nostro tempo, Gesù, è tempo di povertà e di miseria: anche qui, nella mia terra agrigentina, ci sono molte madri e padri di famiglia che, scippati della loro speranza, sono precipitati in una crisi, che non è solo economica ma, come dice il Papa, è anche umana e umanitaria (cfr Evangelii gaudium, 55), cadendo in una disperazione spesso silenziosamente assordante; anche qui da noi, il primato del guadagno e la corsa all'accumulo scalza quello del lavoro, che invece garantisce pane e libertà, onore e dignità; anche qui ci si sente strozzati da una politica della quale si stenta a percepire il suo interesse per il bene di tutti: immobilista su problemi di vecchia data, è capace di correre veloce quando deve occuparsi di interessi di parte; qui, siamo colpiti dal vampirismo della mafia che, continuo a ribadirlo, non può andare d'accordo con il Vangelo e la devozione ai santi; anche qui, la viscida corruzione, rischia di riempire di sgradevole odore l'aria di questo territorio, inquinandolo con le velenose esalazioni della sua putrefazione; qui, come non ci si preoccupa di salvare le apparenze, così non fa problema percorrere le vie della disonestà: penso alla "carica delle 104", punta dell'iceberg di un sistema di corrotti e corruttori?!

E mi chiedo, come mai mentre molte imprese e attività commerciali sono costrette a chiudere i battenti, c'è invece una corsa disperata verso la costituzione di imprese sociali e l'apertura di case famiglia, meglio se per minori non accompagnati? Ciò non dà l'idea di una corsa allo sfruttamento dei poveri? Lo insegna lo scandalo di Roma.

Signore, ti dico subito però che non è per tutti così perché, nel settore dell'accoglienza degli stranieri, per fortuna, ci sono anche persone oneste – e non sono poche – che mettono il cuore nel loro attivo servizio! Sai, in queste strutture capita di incontrare due categorie di poveri che convivono insieme: la prima è formata da tanti nostri operatori-lavoratori che non sempre vedono riconosciuti i loro diritti anzi devono, in silenzio, accontentarsi di un ingiusto salario, oltre che firmare una busta-paga non corrispondente all'effettivo pagamento e la seconda è quella dei poveri assistiti, non visti come fratelli da accogliere, costretti a scegliere tra la morte certa nei loro paesi e la morte probabile nell'affrontare il viaggio, ma considerati, sia di là che di qua, semplicemente come merce che fa guadagnare. C'è, anche qui da noi, purtroppo, una forma sottile e diffusa di xenofobia che si arricchisce con lo sfruttamento dei migranti, i quali prima schiavizzati dai trafficanti di uomini e dagli scafisti poi si vedono nuovamente frodati nelle terre ove pensavano ci fosse per loro pane e dignità (cfr J. M. Bergoglio, 2008).

Signore, tu sai tutto (cf Gv 21,17), se alzo la voce per la mia gente, per i poveri, i migranti, è perché il sangue dei miei fratelli, dalla terra e dal mare, reclama giustizia (cfr Gn 4,10). Eppure, Signore, circa un secolo fa, proprio questa terra e questa Chiesa seppero dare testimonianza di lungimirante carità politica e sociale: Vincenzo Morinello a Licata vedeva nei poverelli "la carne di Gesù", sacramento da amare e del quale prendersi cura; ad Aragona, Vincenzo Gandolfo accoglieva, come fratelli, i zolfatai sfruttati fino al midollo schierandosi con loro nel rivendicare i diritti di figli di Dio e di lavoratori; a San Giovanni Gemini, Michele Martorana promuoveva il futuro dando cuore alle giovani generazioni; e qui, ad Agrigento, don Michele Sclàfani si spendeva senza risparmio per la città e per le classi più povere, combattendo la miseria e le tante criticità di allora, causate anche da una classe politica che, pur dicendosi liberale, era di fatto illiberale.

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di Vitaliano Della Sala – amministratore parrocchiale a Mercogliano (Av)

«Dovrete abituarvi a considerare le operazioni di mercato per quello che sono. Non operazioni politiche, ma di mercato»: parola di Matteo Renzi! Il premier si è così espresso rispondendo a una domanda sulla vendita di Rai Way. Non bisogna essere un economista, né un esperto di mercati per capire che non si tratta di un concetto di sinistra. Ci sono dei momenti nella vita in cui le cose ci appaiono di una semplicità estrema, momenti in cui diventa immediato decidere da che parte stare. Don Lorenzo Milani mostrava ai suoi ragazzi una fotografia di un torturato e del suo carnefice e chiedeva loro, a bruciapelo, «tu da che parte stai?». I ragazzi rispondevano senza esitazione indicando la parte del torturato. Non si domandavano neanche chi fosse la vittima e per quali ragioni venisse aggredita. Comprendevano che si trattava comunque di uno che stava subendo, che il potere non stava dalla parte sua. 

Anche a Renzi qualcuno dovrebbe chiedere “tu da che parte stai?”, mostrandogli la foto virtuale dell’Italia, dove pochissimi detengono le ricchezze di tutti gli altri messi assieme, dove il mercato decide l’esclusione sistematica e programmata di milioni di esseri umani dai suoi “benefici”, accessibili solo a pochi. Viene facilmente tacciato di essere “di sinistra” chiunque pensa che la ricchezza non è casualmente distribuita e ritiene ingiusto l’ordine del mondo che moltiplica gli impoveriti. C’è oggi chi si affanna a gettare nella spazzatura della storia, non solo gli aspetti discutibili del passato, ma anche le utopie, gli ideali, le lotte e le conquiste sociali per le quali altri hanno speso la vita. Renzi, pur essendo segretario del Pd, fa a gara nel prendere le distanze dalle politiche di sinistra, sostenendo che non si conciliano con il mercato. E così, più prende le distanze dalla sinistra, più aderisce all’ideologia della destra. Tragicamente questo comporta che per non essere più considerati “di sinistra” – con la scusa di dover raccogliere voti anche nell’altro schieramento – bisogna far finta di non vedere che il mercato fagocita gli esseri umani per salvaguardare i profitti di pochi: masse di diseredati sono derubate del diritto ad una vita almeno non indecente. 

Il mercato è l’idolo del momento, una moderna e cattiva divinità che, come quelle antiche, pretende i sacrifici, il sangue e la vita di migliaia, milioni, di vittime umane. Come una dispotica divinità le reazioni del dio-mercato sono imprevedibili, le sue vendette si abbattono sull’intero pianeta con un’onda d’urto di proporzioni ciclopiche. È inutile tentare di capire quale progetto abbia in serbo per noi, perché il dio-mercato non ammette ingerenze, controlli. E quando ci accorgiamo che è diventato una nuova forma di metafisica, comincia a vacillare la nostra presunzione di esseri viventi dotati di libero arbitrio.

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di Nello Scavo

Dovevano allo Stato 98 miliardi. Poi, pur di chiudere la partita e metterci una pietra sopra, un tribunale decise che un paio di miliardi potevano bastare. Ma per loro, che pure vantano un giro d’affari medio di 80 miliardi all’anno, erano comunque troppi. Abituati a vincere sempre, hanno puntato tutto sulla ruota del fisco all’italiana. Se la caveranno con poche decine di milioni.

Lo conferma la Corte dei conti che nelle relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario spiega che dai concessionari del gioco d’azzardo non ci si deve aspettare molto di più. Commi e cavilli sono dalla loro parte.

Il procuratore generale Salvatore Nottola lo ha messo nero su bianco. «Le società concessionarie del servizio pubblico di attivazione e conduzione operativa della rete per la gestione telematica del gioco lecito con vincite in denaro mediante apparecchi, sono state condannate – ricorda il magistrato nella sua relazione – per un ammontare di oltre 2,7 miliardi di euro per il danno erariale cagionato in ragione della violazione degli obblighi della concessione». Per mesi le macchinette non dialogavano con il centralone unico, ma questo non fermò le scommesse e meno che mai fermò gli introiti.

Di quei quasi 3 miliardi, una parte è oggetto di esame in sede di appello, «l’altra parte è stata oggetto di definizione agevolata a seguito di applicazione della normativa sul condono contabile» sul «nuovo condono» disposto nel 2013 all’interno del decreto Imu.

L’andirivieni di norme di cui hanno beneficiato i concessionari pone molte domande.

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