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Ecumenismo

Discorso tenuto ad Assisi il 21 agosto 2015 al 73° Corso di studi cristiani sul tema:

“Responsabili dell’immagine di Dio”.

di Raniero La Valle

Mi era stato chiesto di raccontare “Il Dio in cui credo, il Dio in cui non credo”. Ma questo voleva dire aprire l’armadio di tutte le definizioni di Dio, di tutte le fantasie su Dio, e scegliere fior da fiore, per ricostruire il Dio che mi piace, ed escludere i connotati del Dio che non mi piace. Ma chi sono io per fare questa cernita?

Invece vi parlerò del Dio con cui sto. E’ chiaro che c’è un rapporto tra il Dio in cui si crede e il Dio con cui si sta. Ma non sempre coincidono. Se si crede in un Dio che sulla croce apre le braccia a tutti e poi in nome di Dio si mettono sul rogo gli eretici, è chiaro che non si tratta dello stesso Dio. Il boia sta con un altro Dio.

La storia è piena delle macerie provocate dal contrasto tra la fede creduta e le opere compiute in suo nome. Tutta la storia del popolo di Israele nell’Antico Testamento è attraversata da questa tragedia. Il Dio dei profeti non è il Dio nel cui nome le città cananee erano votate allo sterminio.

E oggi il dramma storico è tale, e così tragico l’abuso per cui Dio viene innalzato sulle picche degli assassini, con la testa dei decapitati in suo nome, che la salvezza non viene se ci mettiamo a discutere sulle nostre diverse professioni di fede, ma se il Dio con cui decidiamo di stare non è il Dio della morte ma il Dio della vita, non è il Dio che fa uccidere gli infedeli ma è il Dio nel quale non c’è il nemico.

Il male più grande viene da chi sta con un Dio sbagliato, che corrisponda o no al Dio in cui dice di credere.

Ma c’è anche il problema di chi segue come se fosse un Dio qualcuno o qualcosa che sa benissimo non essere un Dio.

Quelli ad esempio che stanno col Dio denaro sanno benissimo che quello non è un Dio, ma un idolo; però ci stanno lo stesso, perché se non fosse un idolo non potrebbero offrirgli sacrifici umani, come fanno gli Stati che chiudono le porte dell’Europa provocando l’eccidio di migliaia di profughi o come hanno fatto i potentati europei, a cominciare dal nostro governo. dandogli la Grecia in sacrificio

Sono questi i motivi per cui preferisco parlare del Dio con cui sto.

 

Credere e amare

Del resto il credere non è la prima fase del rapporto con Dio. La prima fase è l’incontro. Nei Vangeli la gente seguiva Gesù senza sapere che fosse il Figlio di Dio. E a me sembra che la questione prioritaria oggi sia quella del Dio che decidiamo di amare. Questo mi pare il vero problema interreligioso ed ecumenico. E questa mi pare che sia la scelta che papa Francesco sta proponendo al mondo: prima credere o prima amare?

La sua risposta è che prima bisogna amare. Perché questo è quello che fa Dio, ci ama prima ancora di preoccuparsi se noi abbiamo fede in lui. Papa Francesco sempre dice che Dio ci precede nell’amore. Per questo Dio è misericordia. Francesco dice che Dio ci precede nell’amore, e lo dice prendendo in prestito dallo spagnolo, e dallo slang di Buenos Aires, una parola che significa arrivare per primo, amare per primo, magari anche picchiare per primo: la parola è primerear.

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di Rowan Williams – arcivescovo anglicano e teologo britannico

Considero un grande onore l’invito a parlare di mons. Romero. Mi unisco alle preghiere affinché nel 2015 l’arcivescovo venga riconosciuto per quello che indubitabilmente è: uno dei più grandi doni degli ultimi decenni da parte del Signore all’intero popolo di Dio; un uomo la cui testimonianza e il cui insegnamento costituiscono un lascito per i cristiani in ogni parte del mondo.

È stato uno dei suoi amici e collaboratori, il grande teologo gesuita Jon Sobrino, a definire Romero “un evento teologico”. Cosa significa dire della vita e della morte di qualcuno, o addirittura della sua intera personalità, che questa costituisce un “evento teologico”? Sobrino ce lo spiega. Un evento teologico è un evento nel quale si assiste a una sorta di riavvicinamento tra la Parola di Dio e la parola, o talvolta il grido senza parole, della sofferenza. La Teologia, così lontana dall’essere una speculazione umana su Dio, raggiunge il suo più alto livello di autenticità quando diventa in un certo senso vera espressione di Dio. Non l’espressione di Dio che viene dall’alto, come molti teologi e vescovi vorrebbero che fosse, ma la Parola di Dio che si esprime con e attraverso chi condivide la sofferenza di Gesù Cristo e la sua gloria.

Sobrino scrive: «Il grido di un intero popolo è stato trasformato dall’arcivescovo Romero in preghiera offerta a Dio». E nell’ascoltare e dare voce a questo grido, alla presenza di Dio, Romero diviene un evento teologico: la Parola di Dio e il grido di chi soffre sono legati. (…).

Romero credeva che la parte più importante del suo ministero consistesse proprio nel dare voce a coloro che non hanno voce. Ma naturalmente il suo dare voce al grido dei poveri era qualcosa di più di una semplice questione di parole. Ha dato voce all’esperienza dei poveri correndo i loro stessi rischi. Ancora una volta, come nel caso di Gesù, fare proprio il grido dei sofferenti diventa esso stesso rischio e motivo di sofferenza. (…). Romero credeva che, se la Chiesa deve essere dove Dio è, deve essere con i poveri. E così scriveva nel dicembre del 1979 alla Vigilia di Natale: «Oggi è il momento di cercare questo bambino Gesù, ma non nelle belle immagini dei presepi, bensì tra i bambini che non mangiano a sufficienza, che stasera sono andati a letto senza aver cenato. Cerchiamolo tra i poveri ragazzi che vendono quotidiani e che dormono avvolti nella carta del giornale di oggi. Cerchiamolo nel piccolo lustrascarpe che forse oggi ha guadagnato abbastanza da comprare un regalino per sua madre. (…). Quanto è triste la storia di questi bambini. Eppure Gesù, questa notte, si fa carico di tutto questo».

Dov’è Dio? Dio è con il più debole. Questo dovrebbe essere un assioma per ogni cristiano e cristiana che legge la Bibbia. E questo, naturalmente, significa che l’unità della Chiesa, se è veramente unità con Gesù, vuol dire essere dove Gesù è. Per Romero l’unità della Chiesa è vincolata all’unione con Gesù attraverso la solidarietà con i poveri. La missione del credente è essere dove Gesù è e, come Gesù, dare voce al grido dei sofferenti e dei diseredati. Parlare con e per Gesù, parlare dal posto di Gesù, è parlare dal posto dei diseredati e degli emarginati. 

LA CHIESA È DOVE È CRISTO

Come è noto, il motto episcopale di mons. Romero era: “Sentire cum Ecclesia”, pensare o sentire con la Chiesa. Una frase che è stata a volte utilizzata in maniera sciocca per confermare qualsiasi cosa dica la Chiesa attraverso i suoi esponenti. Significava invece qualcosa di molto diverso per l’arcivescovo Romero. Sentire cum Ecclesia è pensare da e con la prospettiva dei diseredati. Pensare a partire da dove è Gesù. Per dirla con James Alison, prestigioso intellettuale cattolico contemporaneo, è imparare ad avere l’intelligenza della vittima. Imparare a leggere e a vedere il mondo dal punto di vista di coloro che non hanno potere, perché questa è la prospettiva di Cristo.

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Manifesto del 4 Ottobre

di manifesto4ottobre

 

Siamo laici che da anni nelle loro scelte di vita cercano di fare riferimento al Vangelo e alla Costituzione italiana.

Non siamo costituiti in associazione o movimento. Da cristiani e laici (sempre aspiranti e in cammino!) ci siamo trovati uniti da un bisogno e da un disagio: il bisogno di riflettere sulla attuale vita e situazione della nostra chiesa; il disagio di avvertire in essa rassegnazione, lamentele, chiacchiere, e soprattutto, tanta in-significanza di essa per le vicende sempre più complesse della vita locale. Cerchiamo di capire il perché di questa marginalità, il perché di tanta rassegnazione, di tante lamentele chiacchierate e di tanti silenzi imbarazzati.

Ci preme però fare una premessa che consideriamo di fondamentale importanza. Ci sentiamo corresponsabili, ciascuno per i suoi limiti e le sue omissioni e controtestimonianze, di quanto nella chiesa non corrisponde al suo dover essere ed ai contenuti essenziali della sua missione. Una corresponsabilità che segna lo spirito di questa nostra iniziativa e che ci apre all’ascolto ed alla collaborazione.

La nostra riflessione si appunta su due fatti rilevanti degli ultimi cinque anni della chiesa brindisina: il sinodo diocesano del 2008-2010 “In Cristo per un cammino di comunione e di missione”(1) e la nomina di un nuovo Arcivescovo nel gennaio 2013 (2).

Scrivere questo documento non è stato facile. Le questioni ecclesiastiche non sembrano interessare più a nessuno. Non interessano a chi sta bene perché non riguardano il profitto economico e il mantenimento del livello di vita raggiunto. E non interessano a chi non ha lavoro, a chi è ammalato, a chi è senza futuro perché preso dalla stretta del bisogno. Superare l’obiezione che è “inutile” non è stato facile. Come anche non è stato facile superare la convinzione di alcuni di noi che un documento “non serve” perché la chiesa non cambia, in quanto troppo rigida e monolitica.

Riteniamo che, in questa situazione, però, è più facile il silenzio indifferente che una parola franca. Senza sostituirci a chi non ha il coraggio della “franchezza”, crediamo alla pazienza e non alla protesta. Radicati in una considerazione critica della esperienza passata e presente di molti di noi nella chiesa locale, senza mai assumere l’atteggiamento di chi è superiore o diverso, ci sentiamo umili ma non remissivi. Non professori che danno lezione ma discepoli che hanno sempre da imparare dal Vangelo e dalla storia e che sono più propensi a porre domande che a esprimere certezze o giudizi inappellabili.

E non per stile letterario. La storia moderna non è come un cono dal cui vertice è possibile vedere tutta la superficie del cono stesso (come nel medio evo). E’, invece, come una sfera. Da nessun punto è possibile avere la vista di tutta la sua superficie. Per questo esprimiamo il nostro punto di vista con affermazioni che pongono interrogativi, che mettono in gioco prima di tutto noi.

Urge un radicale cambio di modello delle chiese occidentali. Le chiese occidentali vivono come in un inverno culturale. Manca loro quella speranza che è il punto forte di altre chiese non europee.

Questo inverno ecclesiastico ha due facce: l’identificazione esclusiva del cristianesimo con la civiltà occidentale e un modello di vita di chiesa che ruota solo attorno alla dottrina e al diritto canonico.

Papa Bergoglio, soprattutto con le sue scelte e il suo stile di vita, è convinto che “non farebbe giustizia alla logica dell’incarnazione pensare ad un cristianesimo monoculturale e monocorde” (3) e cerca di riportare la fede cristiana, fiaccata e stanca in Occidente, al suo centro evangelico e alla radicalità evangelica, attingendo (senza un facile copia-incolla perché le differenze culturali, religiose, sociali e politiche sono troppo grandi) alla freschezza umana e spirituale dell’America Latina.

Il bisogno di cambio di modello nel modo di autocomprendersi e di autoconfigurarsi della chiesa era emerso profeticamente già nel Concilio Vaticano II. Oggi lo vediamo in avvio di attuazione con papa Francesco. Ma non possiamo dimenticare che sono passati 50 anni e che le chiese occidentali, chiuse in se stesse e in difesa dello stato di cristianità, hanno resistito e resistono ancora a trovare nuove forme per modellarsi con più fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo.

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di Gianliborio Mazzola

Quando fu eletto Papa Francesco molti ambienti ecclesiastici e laici furono colti di sorpresa. Sconoscevano l’esistenza del Cardinale di Buenos Aires, Bergoglio, nonostante nell’ultimo concistoro fosse stato il più votato dopo il Cardinale Ratzinger, diventato successivamente Papa Benedetto XVI. Lo stesso Bergoglio si stupì dell’investitura papale; come confermano molte testimonianze dirette, pensava al suo prossimo "pensionamento” e ad un immediato ritorno, a conclusione del concistoro, in Argentina.

Fin dal primo discorso pubblico, "spiazzò” tutti : essendo un Gesuita, scelse Francesco come nome per il suo Pontificato. Pur essendo un rappresentante dell’Ordine che ha “sfornato” molte classi dirigenti nei diversi Paesi del mondo, volle ispirare la sua attività pastorale a Francesco d’Assisi, esempio di povertà e di attenzione agli ultimi della società.

Le prime azioni e dichiarazioni di Papa Bergoglio raccolsero consensi unanimi anche da parte dei conservatori. Probabilmente furono tutti "trascinati” anche dall’originalità del messaggio di un Papa “venuto da lontano”. Dopo le "incresciose vicende” verificatesi nell’ultimo periodo del Pontificato di Benedetto XVI che portarono alle dimissioni dello stesso Pontefice, all’opinione pubblica, soprattutto di natura ecclesiastica, sembrò che Papa Francesco potesse immettere nella Chiesa e nel mondo quell’aria fresca e nuova di cui si sentiva tanto bisogno.

E’ bene ricordare che le prime azioni del nuovo pontificato (es: rinunzia a molti “privilegi” sia per quanto concerne la vita quotidiana sia per quanto attiene la vita pubblica) avranno “insospettito” gli ambienti più tradizionalisti; tuttavia il clima di “euforia collettivo”, probabilmente, sconsigliò di esprimere le proprie perplessità sia in materia pastorale che dottrinale. Papa Francesco, pur dimostrando una solida base teologica discendente anche dalla formazione gesuitica, fece subito intendere che la sua predicazione si sarebbe “meno occupata della difesa dei sacri Principi” e si sarebbe principalmente concentrata sull’attualità del messaggio evangelico per l’uomo moderno di qualsiasi razza, religione o colore. Chiarì, comunque, che avrebbe avuto – come peraltro Francesco d’Assisi – una particolare attenzione per i poveri, per gli ultimi, per gli emarginati e, più in generale, per "le periferie del mondo”.

La visione di Papa Bergoglio apparve privilegiare la Chiesa come comunità mondiale dei fedeli rispetto alla Chiesa istituzione "arroccata” in Vaticano. Pur conservando il dovuto rispetto per l’attività della gerarchia ecclesiastica, non “mancò”, fin dall’inizio, di denunziarne, quando occorreva, determinati limiti e, soprattutto, talvolta la mancanza di coerenza rispetto ai principi evangelici. Oltre ad aprire alla collaborazione di tutti gli episcopati dispersi per il mondo, dimostrando una visione del Pontificato collegiale anziché monocratica, Papa Francesco, immediatamente, si è dimostrato un “uomo di governo” della struttura vaticana, operando quelle scelte che erano sembrate “indilazionabili” nell’ultimo periodo del Pontificato di Benedetto XVI (es.: rivoluzione nello IOR e, più in generale, nelle finanze vaticane, anche in tema di trasparenza bancaria; sostituzione di alcuni vertici della Curia vaticana la cui azione, talvolta anche di carattere politico, aveva destato perplessità nell’opinione pubblica).

L’azione di Bergoglio ha ricevuto un’accoglienza “entusiasta” da parte di grandi masse di cattolici, ma anche di appartenenti ad altre religioni e soprattutto di atei (ad esempio, alle udienze pontificie hanno cominciato a partecipare centinaia di migliaia di fedeli e nei viaggi intercontinentali vi sono state adunanze pubbliche oceaniche nei diversi continenti del mondo). E’ sembrato che l’uomo moderno attendesse “ansiosamente” un nuovo annunzio evangelico tramite il vertice della Chiesa ed il successore di Pietro.

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La settimana scorsa ho pubblicato su questo sito uno studio, ancora incompleto, di Padre Luigi Consonni dal titolo: Evangelizzare nella complessità.

Si tratta di una materia abbastanza difficile, sia per le argomentazioni presenti che per il fluire del ragionamento. Tuttavia, le conclusioni di questa ricerca si possono rinchiudere nell'estratto di due paragrafi:

“… Nel rispetto delle specifiche convinzioni – la ricerca aconfessionale e quella cristiana sul mistero della vita – (…..) mostrano la fragilità di barriere che si erigono per affermare la propria identità e appartenenza a ciò che si ritiene lontano o addirittura incomunicabile con l’altro. Quasi senza accorgersene e portati dall’onda del mistero della vita nel quale tutto e tutti sono immersi, ci si trova partecipi uno dell’ambito dell’altro….”.

E ancora:

"La struttura dei rapporti interpersonali è circolare e pone tutti sullo stesso piano. Questo tipo di rapporto sostiene espressioni filantropiche coinvolgenti di solidarietà, responsabilità e carità, in modo che la permanenza a approfondimento in esso apre il cammino all’esperienza mistica, al regno di Dio nel quale sperimentare la presenza del Dio del Regno.".

Ho inserito questa premessa perché, con grande meraviglia e gioia, ho trovato nelle parole del discorso di Papa Francesco, con chiarezza e semplicità, l’applicazione pratica di quanto enunciato, in modo teorico, da Padre Luigi. Per questo motivo ho ritenuto di evidenziare, nei passaggi del discorso del Papa, i fondamenti che rendono l’incontro con la Comunità Pentecostale di Caserta un momento di evangelizzazione che non si richiama al “pensiero lineare ellenistico”, spesso dominante, ma alle nuove frontiere aperte dagli studi sul “pensiero complesso”.

– Sebastiano Sanna

 

VISITA PRIVATA DEL SANTO PADRE A CASERTA
PER L'INCONTRO CON IL PASTORE EVANGELICO GIOVANNI TRAETTINO

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Chiesa pentecostale della Riconciliazione
Caserta – Lunedì, 28 luglio 2014

Buongiorno, fratelli e sorelle.

Mio fratello il pastore Giovanni ha incominciato parlando del centro della nostra vita: stare alla presenza di Gesù. E poi ha detto “camminare” alla presenza di Gesù. E questo è stato il primo comandamento che Dio ha dato al suo popolo, al nostro padre Abramo: “Va’, cammina alla mia presenza e sii irreprensibile”. E poi il popolo ha camminato: alcune volte alla presenza del Signore, tante volte non alla presenza del Signore. Ha scelto gli idoli, gli dei… Ma il Signore ha pazienza. Ha pazienza con il popolo che cammina. Io non capisco un cristiano fermo! Un cristiano che non cammina, io non lo capisco! Il cristiano deve camminare! Ci sono cristiani che camminano, ma non alla presenza di Gesù: bisogna pregare per questi fratelli. Anche per noi, quando in certi momenti camminiamo non alla presenza di Gesù, perché anche noi siamo tutti peccatori, tutti! Se qualcuno non è peccatore, alzi la mano… Camminare alla presenza di Gesù.

Cristiani fermi: questo fa male, perché ciò che è fermo, che non cammina, si corrompe. Come l’acqua ferma, che è la prima acqua a corrompersi, l’acqua che non scorre… Ci sono cristiani che confondono il camminare col “girare”. Non sono “camminanti”, sono erranti e girano qua e là nella vita. Sono nel labirinto, e lì vagano, vagano… Manca loro la parresia, l’audacia di andare avanti; manca loro la speranza. I cristiani senza speranza girano nella vita; non sono capaci di andare avanti. Siamo sicuri soltanto quando camminiamo alla presenza del Signore Gesù. Lui ci illumina, Lui ci dà il suo Spirito per camminare bene.

Penso al nipote di Abramo, Giacobbe. Era tranquillo, là, con i suoi figli; ma a un certo punto è arrivata la carestia e ha detto ai suoi figli, ai suoi 11 figli, 10 dei quali erano colpevoli di tradimento, di aver venduto il fratello: “Andate in Egitto, camminate fin là a comprare cibo, perché noi abbiamo soldi, ma non abbiamo cibo.

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PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO
DELL’INCONTRO A GERUSALEMME TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA
(24-26 MAGGIO 2014)

CELEBRAZIONE ECUMENICA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO
DELL’INCONTRO A GERUSALEMME TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA

PAROLE DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica del Santo Sepolcro (Jerusalem)
Domenica, 25 maggio 2014

 

 

Santità, carissimi fratelli Vescovi, carissimi fratelli e sorelle,

in questa Basilica, alla quale ogni cristiano guarda con profonda venerazione, raggiunge il suo culmine il pellegrinaggio che sto compiendo insieme con il mio amato fratello in Cristo, Sua Santità Bartolomeo. Lo compiamo sulle orme dei nostri venerati predecessori, il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora, i quali, con coraggio e docilità allo Spirito Santo, diedero luogo cinquant’anni fa, nella Città santa di Gerusalemme, allo storico incontro tra il Vescovo di Roma e il Patriarca di Costantinopoli. Saluto cordialmente tutti voi presenti. In particolare, ringrazio vivamente per avere reso possibile questo momento Sua Beatitudine Teofilo, che ha voluto rivolgerci gentili parole di benvenuto, come pure a Sua Beatitudine Nourhan Manoogian e al Reverendo Padre Pierbattista Pizzaballa.

E’ una grazia straordinaria essere qui riuniti in preghiera. La Tomba vuota, quel sepolcro nuovo situato in un giardino, dove Giuseppe d’Arimatea aveva devotamente deposto il corpo di Gesù, è il luogo da cui parte l’annuncio della Risurrezione: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti”» (Mt 28,5-7). Questo annuncio, confermato dalla testimonianza di coloro ai quali apparve il Signore Risorto, è il cuore del messaggio cristiano, trasmesso fedelmente di generazione in generazione, come fin dal principio attesta l’apostolo Paolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15,3-4). E’ il fondamento della fede che ci unisce, grazie alla quale insieme professiamo che Gesù Cristo, unigenito Figlio del Padre e nostro unico Signore, «patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte» (Simbolo degli Apostoli). Ciascuno di noi, ogni battezzato in Cristo, è spiritualmente risorto da questo sepolcro, poiché tutti nel Battesimo siamo stati realmente incorporati al Primogenito di tutta la creazione, sepolti insieme con Lui, per essere con Lui risuscitati e poter camminare in una vita nuova (cfr Rm 6,4).

Accogliamo la grazia speciale di questo momento. Sostiamo in devoto raccoglimento accanto al sepolcro vuoto, per riscoprire la grandezza della nostra vocazione cristiana: siamo uomini e donne di risurrezione, non di morte. Apprendiamo, da questo luogo, a vivere la nostra vita, i travagli delle nostre Chiese e del mondo intero nella luce del mattino di Pasqua. Ogni ferita, ogni sofferenza, ogni dolore, sono stati caricati sulle proprie spalle dal Buon Pastore, che ha offerto sé stesso e con il suo sacrificio ci ha aperto il passaggio alla vita eterna. Le sue piaghe aperte sono come il varco attraverso cui si riversa sul mondo il torrente della sua misericordia. Non lasciamoci rubare il fondamento della nostra speranza, che è proprio questo: Christòs anesti! Non priviamo il mondo del lieto annuncio della Risurrezione! E non siamo sordi al potente appello all’unità che risuona proprio da questo luogo, nelle parole di Colui che, da Risorto, chiama tutti noi “i miei fratelli” (cfr Mt 28,10; Gv 20,17).

Certo, non possiamo negare le divisioni che ancora esistono tra di noi, discepoli di Gesù: questo sacro luogo ce ne fa avvertire con maggiore sofferenza il dramma. Eppure, a cinquant’anni dall’abbraccio di quei due venerabili Padri, riconosciamo con gratitudine e rinnovato stupore come sia stato possibile, per impulso dello Spirito Santo, compiere passi davvero importanti verso l’unità. Siamo consapevoli che resta da percorrere ancora altra strada per raggiungere quella pienezza di comunione che possa esprimersi anche nella condivisione della stessa Mensa eucaristica, che ardentemente desideriamo; ma le divergenze non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino. Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi. Sarà una grazia di risurrezione, che possiamo già oggi pregustare.

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PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO
DELL’INCONTRO A GERUSALEMME TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA
(24-26 MAGGIO 2014)

INCONTRO PRIVATO CON IL PATRIARCA ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI

DICHIARAZIONE CONGIUNTA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
E DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

Delegazione Apostolica (Jerusalem)
Domenica, 25 maggio 2014

 

 

 

1. Come i nostri venerati predecessori, il Papa Paolo VI ed il Patriarca Ecumenico Athenagoras, si incontrarono qui a Gerusalemme cinquant’anni fa, così anche noi, Papa Francesco e Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, abbiamo voluto incontrarci nella Terra Santa, “dove il nostro comune Redentore, Cristo Signore, è vissuto, ha insegnato, è morto, è risuscitato ed è asceso al cielo, da dove ha inviato lo Spirito Santo sulla Chiesa nascente” (Comunicato congiunto di Papa Paolo VI e del Patriarca Athenagoras, pubblicato dopo l’incontro del 6 gennaio 1964). Questo nostro incontro, un ulteriore ritrovo dei Vescovi delle Chiese di Roma e di Costantinopoli, fondate rispettivamente dai due fratelli Apostoli Pietro e Andrea, è per noi fonte di intensa gioia spirituale e ci offre l’opportunità di riflettere sulla profondità e sull’autenticità dei legami esistenti tra noi, frutto di un cammino pieno di grazia lungo il quale il Signore ci ha guidato, a partire da quel giorno benedetto di cinquant’anni fa.

2. Il nostro incontro fraterno di oggi è un nuovo, necessario passo sul cammino verso l’unità alla quale soltanto lo Spirito Santo può guidarci: quella della comunione nella legittima diversità. Ricordiamo con viva gratitudine i passi che il Signore ci ha già concesso di compiere. L’abbraccio scambiato tra Papa Paolo VI ed il Patriarca Athenagoras qui a Gerusalemme, dopo molti secoli di silenzio, preparò la strada ad un gesto di straordinaria valenza, la rimozione dalla memoria e dal mezzo della Chiesa delle sentenze di reciproca scomunica del 1054. Seguirono scambi di visite nelle rispettive sedi di Roma e di Costantinopoli, frequenti contatti epistolari e, successivamente, la decisone di Papa Giovanni Paolo II e del Patriarca Dimitrios, entrambi di venerata memoria, di avviare un dialogo teologico della verità tra Cattolici e Ortodossi. Lungo questi anni Dio, fonte di ogni pace e amore, ci ha insegnato a considerarci gli uni gli altri come membri della stessa famiglia cristiana, sotto un solo Signore e Salvatore, Cristo Gesù, e ad amarci gli uni gli altri, di modo che possiamo professare la nostra fede nello stesso Vangelo di Cristo, così come è stato ricevuto dagli Apostoli, espresso e trasmesso a noi dai Concili ecumenici e dai Padri della Chiesa. Pienamente consapevoli di non avere raggiunto l’obiettivo della piena comunione, oggi ribadiamo il nostro impegno a continuare a camminare insieme verso l’unità per la quale Cristo Signore ha pregato il Padre, “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21).

3. Ben consapevoli che tale unità si manifesta nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo, aneliamo al giorno in cui finalmente parteciperemo insieme al banchetto eucaristico.

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C'è grande entusiasmo per l'inizio di questo pontificato, e non va spento. Occorre però essere consapevoli che se il Papa non è aiutato dai vescovi e dal popolo non riuscirà a fare nessuna riforma.

di Enzo Bianchi

Papa Francesco ci ha donato senza troppe dilazioni l'esortazione post-sinodale secondo i voti dei padri del Sinodo sulla nuova evangelizzazione (ottobre 2012), al quale ho partecipato come esperto chiamato da Benedetto XVI. L'evangelizzazione vi è presentata nell'ottica della gioia cristiana, perché il Vangelo è sempre un gioioso annuncio.
Nel testo vi sono sì echi delle proposizioni del Sinodo, ma i contenuti rispondono soprattutto alla visione di papa Francesco, alla sua lettura dell'attuale situazione della chiesa nel mondo.

Innanzitutto è riaffermato ancora una volta il primato del perdono di Dio, che non si deve meritare ma solo accogliere come un dono, affinché noi uomini e donne  –  operatori di male anche se non lo vogliamo  –  possiamo alzare il capo e ricominciare con speranza la sequela del Signore. Se davvero il cristianesimo è "un andare di inizio in inizio per inizi che non hanno fine" (Gregorio di Nissa), allora la vita cristiana è gioiosa, sa sperare anche nella disperazione. Qui papa Francesco si fa "servitore della gioia dei credenti" (Paolo VI) e riesce a ridare forza alla fede come convinzione, a ridare slancio alla corsa del Vangelo nel mondo.

Ma il vescovo di Roma pone anche dei limiti alla sua esortazione: è rivolta a tutta la chiesa, ma non pretende di essere esaustiva. Per questo rinuncia a trattare in modo specifico molti temi che abbisognano di approfondimento da parte delle singole chiese. Non a caso, nelle note appaiono  –  dato inconsueto per un documento papale  –  testi di alcune conferenze episcopali. La voce del Papa non esaurisce quelle dei vescovi né le copre: già questo è un principio di decentralizzazione.

Il Papa passa poi a delineare la riforma della chiesa e a indicare la modalità, lo stile della sua testimonianza nel mondo. Tra i tanti temi, i punti più decisivi sono la conversione del papato, la gerarchia delle verità, il senso dei limiti ecclesiali e la mondanità. Certo, grande spazio prende il tema della povertà della chiesa e della sua azione per i poveri del mondo, i primi clienti di diritto della parola di Dio.

La "conversione del papato" (sic) sta nello spazio della conversione richiesta a tutta la chiesa. Se il papa invita tutti  –  vescovi, preti e fedeli  –  a convertirsi ripudiando ogni forma di idolatria per tornare al Vangelo, l'appello riguarda anche il papato come forma di esercizio del servizio petrino.

Giovanni Paolo II, nell'enciclica sull'unità dei cristiani (Ut unum sint,1995), aveva avuto l'audacia di mettere in discussione la forma dell'esercizio del ministero petrino, invitando ortodossi e protestanti a dare suggerimenti per una maggiore fedeltà al Vangelo e all'intenzione del Signore nell'esercizio del vescovo di Roma. L'allora cardinale Joseph Ratzinger a questo proposito aveva anche detto che le chiese ortodosse non avrebbero dovuto accettare una forma del ministero petrino diversa da quella esercitata nel primo millennio. Poi però un forte silenzio è sceso su questo invito di Giovanni Paolo II. Papa Francesco sa che il cammino della riconciliazione tra le chiese non può ignorare che la forma attuale dell'esercizio del papato costituisce per ortodossi e protestanti un ostacolo decisivo… Occorre l'audacia di ascoltare tutti insieme il Vangelo e la grande Tradizione, occorre non avere paura.

Ma è significativo che il Papa riprenda un altro tema conciliare, quello della gerarchia delle verità. Egli invita, tanto per le verità di fede quanto per gli insegnamenti della chiesa e per la morale, a non appiattire tutto, ma a riconoscere ciò che è primario, fondamentale, e ciò che invece è derivato;

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di Giancarla Codrignani

Essere testimoni di operazioni che mettono a rischio la pace nel mondo non può non allarmare le coscienze sia laiche che religiose. Il Mediterraneo e tutta l’area circostante sono in gravissime difficoltà e certamente ha ragione chi rifiuta, senza decisioni dell’Onu, interventi militari per sostenere – ma non è una contraddizione? – i diritti umani offesi.

Contesti fortemente legati a questioni religiose
I tempi cambiano e non sono più possibili (ormai basta un tweet) dimostrazioni civili – come ai tempi dell’istallazione dei missili nucleari a Comiso – che servirono anche per maggiore informazione del paese sullo stato di salute della pace. Per il 2013 l’Italia ha messo a bilancio 5 miliardi e mezzo di investimenti per la Difesa, ha in produzione gli F35, a Niscemi istalla la base di raccolta di tutte le informazioni satellitari del Mediterraneo. Tutto questo mentre le aspettative delle “rivoluzioni dei gelsomini” sono fallite, si minaccia una reazione catena fra paesi islamici sunniti, sostenuti dagli Usa e dai paesi petroliferi arabi, e il contesto coinvolge Israele, l’Iran sciita con la nuova presidenza moderata, l’Iraq a maggioranza sciita ma governato dai sunniti e il Libano a componente religiosa mista sempre in conflitto.
Si tratta di contesti fortemente legati alle questioni religiose, come testimonia la sollecitudine con cui l’invito al digiuno di Papa Francesco è stato accolto, quasi fosse la parola “politica” attesa. In Siria certamente la situazione è illiberale, ma resta vero che il vescovo cattolico di Aleppo faceva le processioni per le strade senza intolleranze. Oggi – non solo in Siria – i cristiani o sono fuorusciti o corrono pericolo.

In attesa della legge sulla libertà religiosa
Come credenti che cosa diciamo? Siamo in ritardo: non è ancora una pratica generalizzata nelle diocesi il dialogo con l’Islam nelle sue complesse varianti. Eppure le religioni, in particolare i monoteismi, che sanno i pericoli delle contrapposizioni, debbono essere promotori di pace, reciprocamente fra loro e nei confronti degli altri, in coerenza con i messaggi che si impegnano a testimoniare.
Solo che oggi è quanto mai urgente una legge sulla libertà religiosa che renda effettivo il rispetto di tutte le fedi.
Mentre attendiamo laicamente che lo Stato provveda, come cristiani proviamo un certo disagio: come possiamo parlare di pace se restiamo divisi da chi crede nello stesso Gesù e riceve lo stesso battesimo? Basta per sentirci avanti nel dialogo celebrare una volta ogni anno la settimana per l’unità dei cristiani?

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"La sfera spirituale non può nascondersi in una sua presunta autosufficienza, tanto più ai tempi della globalizzazione."

di Paolo Bartolini

Il titolo di questo intervento … suona volutamente paradossale. Come potrebbe, ciò che attiene al Sacro e si pone fuori dalle comuni coordinate spazio-temporali, essere appunto "in Transizione", preso nel vortice dei mutamenti storici, economici e culturali del nostro tempo? Eppure, oggi più che mai, religioni e spiritualità laiche sono interrogate intimamente dalla crisi della civiltà del denaro e dalla minaccia ecologica che incombe sul pianeta.
D'altronde – e questo fa la differenza – solo uno sguardo miope e privo di interesse per i grandi fenomeni umani collettivi potrebbe non cogliere che i cittadini globali sono comunque immersi in una "religione della vita quotidiana" (è di Marx l'ottima definizione), il cui centro (sfuggente e infinitamente frustrante) è la dinamica di accumulazione del capitale.
Così, piaccia o meno, ogni epoca ha bisogno di un orientamento di Senso che stabilizzi gerarchie di valori e di priorità, per gli individui e per la società nel suo insieme.
Su questo terreno – quello del Senso – i diversi cammini spirituali e religiosi sono chiamati ad esprimersi.
Sbaglieremmo, tuttavia, se credessimo che la spiritualità debba alimentare speranze nel futuro, in un determinato futuro socio-politico che prima o poi si realizzerà. Saremmo ancora nei dintorni di un'escatologia ambigua, tesa a giustificare il presente più atroce in nome di un compimento dei tempi ancora e sempre da rimandare.
Lo Spirito, piuttosto, ci aiuta – con le parole magnifiche di Raimon Panikkar – a "sperare nell'invisibile", dunque nella forza di una dinamica di Vita che è sempre e ovunque Presente. Qui ed ora, insomma, siamo chiamati a rispondere di ciò che è nelle nostre possibilità di azione e comprensione.
I recenti tentativi del Papa di avviare una riforma seria e duratura della Chiesa Cattolica, ma anche l'avanzamento del dialogo inter-religioso in corso da alcuni decenni, ci conferma che la sfera spirituale non può nascondersi in una sua presunta autosufficienza, tanto più ai tempi della globalizzazione. Ora che i destini di miliardi di esseri umani sono palesemente annodati, mentre la Terra subisce lo stupro quotidiano di un consumo di risorse scioccamente "illimitato", ci sembra più che mai necessario domandarci quale tipo umano potrà affrontare la Transizione e guidarla, almeno in parte, verso esiti meno infausti.

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