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Pace

ATTENZIONE: Aggiornamento del 12/07/2019

Rete Restiamo Umani a Manifestazione ed assemblea contro il Decreto Sicurezza Bis

E’ stato da poco confermato che l’inizio della discussione sul Decreto Sicurezza Bis, inizialmente calendarizzata per il 15 luglio, è stata spostata, sotto richiesta del Presidente degli Affari Costituzionali Giuseppe Brescia del M5S, al prossimo 22 luglio.

Questa richiesta è evidentemente un espediente per poter poi, dati i tempi limitati per l’approvazione del Decreto Bis, porre la fiducia in sede di votazione, evitando così il dibattito parlamentare ed eludendo, ancora una volta, il processo democratico.

Nonostante tale cambiamento, confermiamo la nostra presenza lunedì 15 luglio a piazza Montecitorio e invitiamo nuovamente alla più larga e plurale partecipazione.
Facciamo sentire le nostre voci a chi sarà dentro Montecitorio!

Una settimana non cambia i contenuti del Decreto bis né cambia le nostre posizioni!

#RestiamoUmani

 

di Alex Zanotelli – Missionario Comboniano

E’ come missionario che lancio questo appello contro il Decreto Sicurezza bis.

Sono vissuto per dodici anni dentro la baraccopoli di Korogocho (Nairobi) e ho sperimentato nel mio corpo l’immensa sofferenza dei baraccati (oggi sono duecento milioni i baraccati nella sola Africa!). Siamo passati dall’apartheid politica a quella economica: l’1% della popolazione mondiale ha tanto quanto il 99% . E’ questa una delle ragioni fondamentali per le migrazioni, insieme alle guerre e ai cambiamenti climatici. Per questo, come missionario, denuncio il cinismo con cui il governo giallo-verde respinge i “ naufraghi dello sviluppo”.

Non avrei mai pensato che un governo italiano avrebbe potuto regalarci un boccone avvelenato come il Decreto Sicurezza bis , che il 15 luglio verrà presentato in Parlamento per essere trasformato in legge.
Un Decreto le cui clausole violano i principi fondamentali della nostra Costituzione, del diritto e dell’etica.

E’ proprio l’etica ad essere colpita a morte perché questo Decreto dichiara reato salvare vite umane in mare. Ne abbiamo subito visti i vergognosi risultati con la Sea Watch 3 con la capitana Carola Rackete e con il veliero Alex di Mediterranea!
E in commissione Affari costituzionali e Giustizia, la Lega e i Cinque Stelle hanno ulteriormente peggiorato quel testo con nuovi giri di vite contro i migranti.
Infatti il Decreto rimaneggiato prevede lo schieramento delle navi della Marina e Guardia di Finanza in difesa del ‘confine’ delle acque territoriali; l’impiego massiccio di radar e monitoraggi con mezzi aerei e navali sulle coste africane per intercettare le partenze di migranti e segnalarle alle autorità libiche perché li riportino nei lager; il regalo di altre dieci motovedette al governo di Tripoli per riportare i rifugiati nell’inferno libico; infine un incremento delle multe fino a un milione di euro a navi salva-vite in mare, con l’arresto del comandante e sequestro dell’imbarcazione.

Nessun accenno al fatto che in Libia è in atto una spaventosa guerra e che Tripoli non è “ un porto sicuro”!

Questo Decreto Sicurezza bis , che sarà discusso e votato in Parlamento, ad iniziare dal 15 luglio, è un obbrobrio giuridico e etico che viola i dettami costituzionali ed è uno schiaffo al Vangelo. “Sono poliche criminali – afferma giustamente L. Ferrajoli – che provocano ogni giorno decine di migliaia di morti, oltre all’apartheid mondiale di due miliardi di persone.
Verrà un giorno in cui questi atti saranno ricordati come crimini e non potremo dire che non sapevamo, perché sappiamo tutto!”. Trovo vergognoso che i Cinque Stelle si siano allineati e sostengano le posizioni leghiste. Per questo mi appello a quei parlamentari grillini che non condividono le posizioni razziste e criminali della Lega a disobbedire come hanno fatto la storica attivista del Meet-up di Napoli, Paola Nugnes e il comandante G. De Falco. Non si può barare su vite umane, nello specifico, vite dei poveri!

E’ l’ora delle decisioni: se stare dalla parte della vita o della morte. Ma questo vale per ogni cittadino perché è in ballo la nostra democrazia e i suoi valori fondamentali (uguaglianza, solidarietà…), ma vale anche per ogni cristiano perché è in ballo il cuore del Vangelo.

Per questo uniamoci a “Restiamo Umani” che ha indetto un presidio davanti a Montecitorio, il 15 luglio alle ore 16, per dire NO a questo Decreto criminale. Noi ci saremo come “Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti”, che da un anno, ogni primo mercoledì del mese, digiuniamo davanti al Parlamento contro le politiche migratorie del governo giallo-verde. Anche quel giorno digiuneremo.

Chiedo a tutte le forze sindacali (CGIL,CISL, UIL), a tutto l’associazionismo laico, alle reti, ai comitati di resistenza di scendere in piazza. Ma soprattutto mi appello all’associazionismo cattolico (Azione Cattolica, Caritas, Migrante, Focolarini, ACLI, FOCSIV…) perché si unisca alle forze laiche per dire no all’imbarbarimento della nostra società.
Mi appello ai missionari italiani, che hanno toccato con mano la sofferenza di quest’Africa crocifissa, perché alzino la voce e scendano in piazza contro leggi razziste e disumane.
Chiedo soprattutto ai nostri vescovi perché prendano posizione contro questo Decreto che nega radicalmente l’etica della compassione e della misericordia e propongano alle Parrocchie giornate di digiuno e di preghiera.

Uniamoci, credenti e laici, per difendere quei valori fondamentali negati da questo Decreto che, criminalizzando la solidarietà, disumanizza i migranti e tutti noi.

Restiamo umani e resistiamo!

Alex Zanotelli
Napoli, 11 luglio 2019

 

di Luca Soldi

Può essere condiviso il principio che umanità e sicurezza possano convivere nella nostra società o piuttosto ciò diventa l’alibi di una comunità che non riesce a ritrovare il sentiero di una ricostruzione dalle macerie del nostro tempo?

Ci siamo svegliati da un lungo sonno ed ecco di fronte a noi i fantasmi del passato, le povertà di nuovo cresciute, le indifferenze e gli egoismi trionfare.

Tutto concentrato in questo tempo dove la rabbia e le grida appaiono l’unico modo per far sentire la propria voce.

Le urla di un dolore che non si riesce ad ascoltare per l’essere concentrati tutti davanti al proprio io.

Ci siamo trovati abbagliati dal tutto possibile che si trasfigura nel niente possibile. Ci siamo resi conto che accantonata la memoria quei vaccini che pensavamo di aver assimilato in realtà non avevano alcun effetto

Le nostre case, le nostre famiglie trasformate in fortini in realtà avevano fragili mura. Pure associazioni e partiti che si ergevano a tutori del bene in realtà si sono ritrovate prigioniere di quelle stesse barriere e palizzate che si erano costruite attorno allo scopo di impedire contaminazioni esterne.

Qualche soluzione è parsa arrivare da giovani grandi leader che ancor prima di consolidare le fondamenta hanno usato la loro presunzione come grande forza ammaliatrice per proporre il niente.

E distruzioni sono state.

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Vittorino Andreoli: “Non è bullismo, è violenza.

Castrazione chimica? Un’imbecillità. Qui si castra la democrazia”

Il neuropsichiatra ad HuffPost: "Credevo ci fossero i medici per curare la malattia del Paese, ora non intravedo possibilità di cura. Ho fiducia nei giovani ma siamo in pericolo.

intervista di Luciana Matarese – Huffington Post

 

Professore Andreoli, l’impressione che arriva dalla cronaca è che in Italia sia ormai diffuso un bullismo trasversale, tutti bullizzano tutti. Stiamo diventando un Paese di bulli?

Non mi piacciono i termini “bulli” e “bullismo”, che dilagano pur non avendo fondamento né antropologico né scientifico. Qui non si tratta di bullismo, termine inventato dai giornalisti per riferirsi prevalentemente a comportamenti che riguardano i giovani.

Di cosa si tratta, allora?

Di violenza, caratteristica umana, biologica, che non essendoci più freni inibitori e in assenza di regole, principi, esempi, diventa comportamento dominante. 

Vittorino Andreoli spinge la riflessione oltre il racconto che ci arriva dalla cronaca.

Per il celebre neuropsichiatra veronese, 79 anni, tra i più autorevoli esponenti della psichiatria mondiale, membro della New York Academy of Sciences e autore di saggi, romanzi e raccolte di poesie, lo stupro di Viterbo, il pestaggio a morte dell’anziano di Manduria, ma anche l’aggressione della mamma di Lodi alla professoressa per la sospensione della figlia – per citare tre casi di cronaca negli ultimi giorni – sono l’effetto di una crisi più ampia, di una degenerazione del vivere civile che riguarda anche l’esercizio del potere. E rischia di affondare la nostra democrazia. L’analisi è spietata, il j’accuse pesantissimo.

Dilaga la violenza, dunque, professore. 

È un fatto diffuso – pensi anche alle violenze tra persone anziane – e di grosse dimensioni, che va spiegato tenendo sì presenti i comportamenti di chi compie l’atto violento specifico, ma mai dimenticando che essi sono derivati ed espressione di una grande crisi di civiltà. L’uomo che incontriamo è sempre meno razionale, sempre più pulsionale.

Che significa?

Parlando dello sviluppo della civiltà, Giambattista Vico spiegava come via via, nel corso dei secoli, si è passati dalla barbarie alla società della ragione, chiarendo che è la parte più umana – la ragione ma pure il rispetto degli affetti – che riesce a dominare gli istinti.

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Attacco alla solidarietà. Terzo settore: ecco i 200 casi di supplenza allo Stato.

In un rapporto sulle realtà non profit centinaia di storie in cui la cooperazione anticipa lo Stato Scuola, housing sociale, assistenza e cura sono i campi in cui la sussidiarietà.

di Viviana Daloiso – da Avvenire (8 maggio 2019)

 

Comunità, prima di tutto. Reti che si attivano, nell’ottica dell’inclusione e della promozione dei rapporti sociali, con l’obiettivo di creare partecipazione. Basterebbero questa vocazione e questo impegno a rendere il mondo del Terzo settore – che da giorni stiamo raccontando sulle pagine del nostro giornale attraverso le voci dei suoi protagonisti – un valore da tutelare, piuttosto che da calpestare e distruggere. Ma sul tavolo non c’è solo “contorno”. L’impegno del non profit ogni giorno cambia il volto del nostro Paese sopperendo alle mancanze – se non addirittura ai fallimenti – dello Stato. E riempiendo vuoti, prima ancora che attivando nuove energie.

Una macchina del bene. La mappa della sussidiarietà senza cui l’Italia soccomberebbe al ritardo delle istituzioni tocca tutti i punti nevralgici del vivere comune.

In un rapporto stilato a fine 2017 dal Forum del Terzo settore vengono messi in fila, secondo l’ordine che l’Onu ha dato ai suoi Obiettivi di sviluppo sostenibile: capisaldi del bene comune che si vorrebbero veder realizzati nel mondo entro la data (ottimistica) del 2030.

Si va dal dimezzamento della povertà e della fame all’istruzione universale, dal miglioramento della salute a quello della qualità della vita nelle città fino alla sostenibilità ambientale. Tutti fronti su cui il Terzo settore è in prima linea in Italia (e non solo in Italia) con progetti decisivi per i territori e per le comunità che li abitano: 200 quelli messi a fuoco dal Forum, per un totale di due milioni e mezzo di volontari impegnati da Nord a Sud (oltre a 487mila lavoratori), 11 milioni di partecipazioni associative, 12 miliardi di euro di ricavi annui. Una sterminata macchina del bene, senza cui lo Stato resterebbe improvvisamente immobile.

Fame e povertà. A livello nazionale sono ormai note le attività del Banco Alimentare (così come anche del Banco Farmaceutico), con le giornate nazionali di raccolta che coinvolgono i cittadini in migliaia di negozi: i prodotti raccolti sono destinati circa due milioni di poveri.

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di Giuseppe De Rita – www.corriere.it del 26/04/2019

 

Le riflessioni-guida della Via Crucis erano di una voluta potenza rispetto a chi, come tutti noi, vive senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

 

Potrà sembrare una enfatizzazione personale, da fratello saggio del figliol prodigo, ma più torno sulla ultima Via Crucis al Colosseo, più mi convinco che la Chiesa di Roma si allontana ogni giorno da noi: è sempre meno romana, sempre meno italiana, sempre meno europea. Con una distanza che si fa sempre più evidente, anche sul piano delle opinioni correnti.

Parto da un fatto fenomenologico, sto alle facce, alle preghiere, alle riflessioni comunicative di venerdì scorso: era impressionante vedere il video pieno non dei volti tipici della nostra quotidianità, ma di volti «altri», quasi tutti asiatici ed africani; i pochi bianchi casualmente inquadrati erano dei consumatori di turismo, ed infatti non rispondevano alle preghiere collettive. Queste erano tutte orientate a ricordare, interpellare, condividere le pene di milioni di persone (lontane miglia e miglia da quella scenografica piazza) che soffrono la fame, l’emarginazione, le guerre, i genocidi. Ed in più le riflessioni-guida della Via Crucis, benché scritte da una suora novantenne, erano di una voluta potenza (mai udita nelle abitudini ecclesiali) rispetto a chi, come tutti noi, vive nell’egoismo e spesso nella fatuità narcisistica, senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

Il Venerdì Santo era riservato ai protagonisti del dolore e della croce quotidiana. E così i volti, le preghiere, le riflessioni profonde hanno dato l’impressione che la Chiesa si stia allontanando da noi (romani e italiani) figli primogeniti. Questi forse non se ne accorgono, attenti solo a garantirsi quel servizio pastorale e devozionale che riteniamo utile per il nostro quotidiano galleggiamento religioso. Ma sotto sotto matura una reazione più forte, forse un rimprovero alla Chiesa che si allontana: come, noi romani, noi italiani, noi europei abbiamo fatto tanto per accumulare il suo patrimonio (storico, teologico, istituzionale, finanziario) ed essa ha occhi solo per altri da noi? Come minimo è irriconoscente, ma in più rischia di annullare il suo patrimonio, ed è di conseguenza naturale richiamare il rispetto del suo radicato insediamento nella nostra storia: girovagare altrove potrebbe renderla fragile.

Ed invece, proprio da figlio primogenito, venerdì scorso ho avvertito con chiarezza che la Chiesa si sta decisamente allontanando, sta andando altrove, vuole essere Chiesa Universale. Noi primogeniti non capiamo questa scelta di nuova destinazione, forse perché non abbiamo letto e capito la decadenza della Chiesa «romana e docente», che aveva in se stessa la verità e le certezze di una sua autoreferente identità.

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di Marco Tarquinio, giovedì 18 aprile 2019

Dopo i tweet, le cannonate. Non quelle in corso tra loro, tra i libici. Ma quelle impossibili: le nostre. Cannonate su persone inermi, ma colpevoli di emigrazione. Cannonate che abitano tweet e dirette social da anni, che esplodono in barzellette cattive e furibonde invettive, e corrono con le monumentali bufale che han fatto alzare e incattivire l’inusitato coro xenofobo che echeggia dall’Alpi al Canale di Sicilia. Ma non accadrà. Non può e non deve accadere. Deve piuttosto esserci una presa di responsabilità umanitaria, corale, senza tentennamenti, una volta tanto esemplare. Perché dovremmo prepararci solo ad aggiungere cannonate a cannonate, se avessero ragione Matteo Salvini e Fayez al-Sarraj. Se, cioè, davanti ai disperati di Libia, all’orda di «migranti, libici e terroristi» annunciata con enfasi, non ci fosse nessuna seria e generosa iniziativa euro-africana e ci fossero, invece, solo «porti chiusi».

Già. Porti chiusi. Lo slogan preferito di Salvini. Il ministro dell’Interno e faso-tuto-mi nel governo giallo-verde (Difesa, Esteri, Trasporti, Finanze, persino Presidenza… ) ha ribadito più volte a parole ciò che non sta scritto (come abbiamo acclarato su queste pagine) in nessun atto ufficiale, ma che a ogni “tragedia migrante” sventata nel Mediterraneo si realizza per le misteriose vie del potere che il segretario della Lega si è dato e che sino a ieri – negli ultimi giorni, per la verità, con sempre meno entusiasmo e più disagio – il Movimento 5 Stelle gli ha concesso: i porti italiani, appunto, «sono chiusi», anche se soltanto per richiedenti soccorso e asilo poveri e dalla pelle scura (per gli altri naturalmente no). Ho appena scritto “misteriose vie del potere”, ma da oggi lo sono un po’ meno. Ciò che oggi siamo infatti in grado di pubblicare, fatti e carte alla mano che il collega Nello Scavo (LEGGI QUI) ha verificato, disegna un quadro di decisioni politiche assunte senza trasparenza e senza legge, interna e internazionale. Un quadro pesante, tanto quanto i disumani respingimenti ciechi di richiedenti asilo compiuti in questi mesi dall’Italia. Respingimenti in maschera libica (cioè, a quanto va emergendo, per interposta e pilotata Guardia costiera libica) e in nome di una legalità proclamata, ma in realtà svuotata di sé. Sono umiliati gli alti princìpi del nostro civile ordinamento, sono invase – esse sì – le responsabilità di altre istituzioni da parte di un ministro dell’Interno propenso non solo, come si sa, a indossare giubbe e giubbetti dei diversi corpi dello Stato, ma anche a mettersi cappelli non suoi, persino quelli dei comandanti e capi di stato maggiore delle nostre Forze armate.

Contemporaneamente, negli ultimi giorni, il capo del governo che governa assai poco in una Libia che da otto anni come Stato non esiste più e non ha nemmeno ufficiali in grado di far funzionare la sua Guardia costiera (a quanto pare “commissariata” nei fatti immigratori da ufficiali italiani), ha annunciato che ottocentomila persone, cittadini libici e immigrati, alcuni pericolosi, starebbero preparandosi a fuggire verso l’Italia e l’Europa. Persone in fuga dalla guerra che nell’ex Jamairiya è tornata a divampare e che dunque non viene più combattuta a bassa intensità contro gli stessi poveri di cui sopra (i circa 65 mila immigrati attualmente tenuti nei “lager”), ma aperta anche contro i civili libici renitenti all’ingresso nelle milizie tribali, e sempre più apertamente, contro il comune senso di umanità. Se avessero ragione Salvini e al-Sarraj, non resterebbero, dunque, che le cannonate.

Che cos’altro con le logiche imperanti in Italia e in Europa, ma anche nella stessa Africa? Che cos’altro considerata l’indifferenza e il cinismo dei potenti del mondo? Solo le impossibili cannonate sugli inermi sembrano poter tenere insieme, con gli ovvi e fastidiosi effetti collaterali, il puzzle afroeuro- mediterraneo: guerra alla siriana in Libia, lager per profughi e migranti diventati contendibili, porti italiani chiusi, barconi stracarichi di uomini e donne e bambini lasciati alla deriva o andati a fondo, morti e dispersi, coscienze in subbuglio…

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di giovedì 18 aprile 2019
 
Alcune registrazioni nelle comunicazioni interne tra Italia e Tripoli svelano anomalie e irregolarità che rischiano di trascinare le autorità italiane davanti alle corti internazionali

La nave Mare Jonio aveva soccorso 49 persone a 40 miglia dalle coste libiche il 18 marzo, poi aveva fatto rotta su Lampedusa a causa di condizioni meteomarine avverse. La nave aveva ricevuto il divieto (mai formalizzato) di avvicinarsi alle coste italiane, ma il capitano Pietro Marrone si era rifiutato: «Abbiamo persone da mettere in sicurezza, non fermiamo i motori». Poi alle 19.30 del 19 marzo i migranti erano stati fatti sbarcare a Lampedusa.

 

«Ma in questi casi non c’è una procedura?», domanda sbigottito un ufficiale italiano a un collega delle Capitanerie di porto. «No – risponde l’altro – è una decisione politica del ministro, stiamo ancora aspettando le direttive». Intanto, però, senza ordini formali la nave Mare Jonio subisce un tentativo di blocco. Poche ore prima, sulle linee telefoniche Roma-Tripoli, si era consumato l’ennesimo riservatissimo scaricabarile a danno dei migranti.

L’inchiesta giornalistica che viene pubblicata oggi in contemporanea da un pool di testate internazionali e per l'Italia Avvenire e Repubblica svela anomalie e irregolarità. Tra questi alcune registrazioni audio (disponibili sul canale Youtube di Avvenire) ottenute nel corso di indagini difensive, che rischiano di trascinare le autorità della penisola davanti alle corti internazionali che stanno investigando sui respingimenti e i morti in mare.

Sono ore convulse quelle tra il 18 e il 19 marzo, quando la nave italiana della Missione Mediterranea aveva a bordo 49 persone salvate nel Mar Libico. Una motovedetta della Guardia di finanza aveva intimato di fermarsi e spegnere i motori. Dopo lo sbarco a Lampedusa il comandante e il capo missione vengono indagati per aver disobbedito, ma ora emergono registrazioni audio e documenti che raccontano un’altra storia e su cui la procura di Agrigento vuole vedere fino in fondo, risalendo l’intera catena di comando fino al vertice politico.

L’ascolto di tutte le registrazioni audio e l’esame della documentazione lasciano sul campo molte domande. A cominciare da quelle sulla reale capacità della Guardia costiera libica di intervenire, ma che segretamente ottiene la supplenza di militari italiani.

Abbiamo ricostruito i momenti ad alta tensione con vite alla deriva, mentre tra Roma e Tripoli passano minuti e ore prima che qualcuno provi a darsi davvero una mossa. Leggi il resto di questo articolo »

 

 
 
Papa Francesco sorprende tutti e in ginocchio 
bacia i piedi dei leader sudsudanesi 
per chiedere la pace
 

 

 

 

 

 

Il Papa bacia i piedi per la pace in Sud Sudan

 

 

 

 

 

 
A Casa Santa Marta, il Papa bacia i piedi al presidente della Repubblica del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit, e ai vice presidenti designati presenti, tra cui Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabio. Un gesto per chiedere la pace nel Paese al termine dei due giorni di ritiro spirituale per le autorità civili ed ecclesiastiche.
 
 

 
 
 
La richiesta del cuore è un gesto che spezza il protocollo, che arriva in modo spontaneo, che non risponde ad alcun testo scritto ma solo a quel sentire forte che la riconciliazione è l’unica strada da seguire. In ginocchio, chino sui piedi dei leader sudsudanesi, Francesco chiede “con sentimenti più profondi” la pace per il piccolo Paese africano. Nel calore della sua Casa, che ha offerto per il ritiro spirituale di due giorni, il Papa non nasconde – dialogando spontaneamente – le future difficoltà ma insiste nella richiesta. Lo fa come “fratello”, lo fa lasciando parlare il suo cuore, lo fa chiedendo ai leader di raccogliere la sfida per diventare “da semplici cittadini”, “padri della Nazione”.

 

di Virginia Di Vivo

Generalmente non mi espongo su questi fatti, perché non sono informata a modo, ma questa cosa ve la devo troppo raccontare.

#MoreMed2019

Mi reco molto assonnata al congresso più inflazionato della mia carriera universitaria, conscia che probabilmente mi addormenterò nelle file alte dell’aula magna. Mi siedo, leggo la scaletta, la seconda voce è “sanità pubblica e immigrazione: il diritto fondamentale alla tutela della salute”. Inevitabilmente penso “e che do bali”. Accendo Pokémon Go, che sono sopra una palestra della squadra blu. Mi accingo a conquistarla per i rossi.

Comincia a parlare il tale Dottor Pietro Bartolo, che io non so chi sia. Non me ne curo. Ero lì che tentavo di catturare un bulbasaur e sento la sua voce in sottofondo: non parla di epidemiologia, di eziologia, non si concentra sui dati statistici di chissà quale sindrome di *lallallà*. Parla di persone. Continua a dire “persone come noi”. Decido di ascoltare lui con un orecchio e bulbasaur con l’altro.

Bartolo racconta che sta lì, a Lampedusa, ha curato 350mila persone, che c’è una cosa che odia, cioè fare il riconoscimento cadaverico. Che molti non hanno più le impronte digitali. E lui deve prelevare dita, coste, orecchie. Lo racconta:”Le donne? Sono tutte state violentate. TUTTE. Arrivano spesso incinte. Quelle che non sono incinte non lo sono non perché non sono state violentate, non lo sono perché i trafficanti hanno somministrato loro in dosi discutibili un cocktail antiprogestinico, così da essere violentate davanti a tutti, per umiliarle. Senza rischi, che le donne incinte sul mercato della prostituzione non fruttano”.

Divento Perplessa. Ma non era un congresso ad argomento clinico? Dove sono le terapie? Perché la voce di un internista non mi sta annoiando con la metanalisi sull’utilizzo della sticazzitina tetrasolfata? Decido di mollare bulbasaur, un secondino, poi torno Bulba, devo capire cosa sta dicendo questo qua.

“Su questi barconi gli uomini si mettono tutti sul bordo, come una catena umana, per proteggere le donne, i bambini e gli anziani all’interno, dal freddo e dall’acqua. Sono famiglie. Famiglie come le nostre”. Mostra una foto, vista e rivista, ma lui non è retorico, non è formale. È fuori da ogni schema politically correct, fuori da ogni comfort zone.

“Una notte mi hanno chiamato: erano sbarcati due gommoni, dovevo andare a prestare soccorso. Ho visitato tutti, non avevano le malattie che qualcuno dice essere portate qui da loro. Avevano le malattie che potrebbe avere chiunque. Che si curano con terapie banali. Innocue. Alcuni. Altri sono stati scuoiati vivi, per farli diventare bianchi. Questo ragazzo ad esempio”, mostra un’altra foto, tutt’altro che vista e rivista. Un giovane, che avrà avuto 15/16 anni, affettato dal ginocchio alla caviglia. Mi dimentico dei Pokémon.


“Lui è sopravvissuto agli esperimenti immondi che gli hanno fatto. Suo fratello, invece, non ce l’ha fatta. Lui è morto per essere stato scuoiato vivo”. Metto il cellulare in tasca.
 

”Qualcuno mi dice di andare a guardare nella stiva, che non sarà un bello spettacolo. Così scendo, mi sembrava di camminare su dei cuscini. Accendo la torcia del mio telefono e mi trovo questo..”
Mostra un’altra foto.
Sembrava una fossa comune. Corpi ammassati come barattoli di uomini senza vita.

 

“Questa foto non è finta. L’ho fatta io. Ma non ve la mostrano nei telegiornali. Sono morti li, di asfissia. Quando li abbiamo puliti ho trovato alcuni di loro con pezzi di legno conficcati nelle mani, con le dita rotte. Cercavano di uscire. Avevano detto loro che siccome erano giovani, forti e agili rispetto agli altri, avrebbero fatto il viaggio nella stiva e poi, con facilità, sarebbero usciti a prendere aria presto. E invece no. Quando l’aria ha cominciato a mancare, hanno provato ad uscire dalla botola sul ponte, ma sono stati spinti giù a calci, a colpi in testa. Sapeste quanti ne ho trovati con fratture del cranio, dei denti.

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Storia vera, tratta dal libro "Non lasciamoli soli" di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.
 

"Mi hanno portato in disparte, lontano dagli altri prigionieri, ma io non volevo lasciare mia figlia da sola e così l'ho portata con me. Non avrei dovuto farlo, ma non potevo immaginare quello che mi sarebbe successo e soprattutto quello che sarebbe accaduto a mia figlia. Erano in tre, mi hanno violentata, ripetutamente, uno dopo l'altro, e tutto questo davanti a lei. Stava lì, mi guardava e gridava: "Mamma, mamma", come se volesse aiutarmi. ma che poteva fare la mia piccola figlia? Lei piangeva, ma io ero impotente sotto quegli uomini, non potevo abbracciarla, non avevo la forza di tranquillizzarla, di dirle che non stava succedendo niente. ma lei, la mia piccola era lì, e anche se aveva solo quattro anni aveva capito che quegli uomini mi avevano fatto del male."


Un pianto dirotto blocca il racconto di Osedayne. E' evidente che per lei proseguire è uno shock troppo grosso il colloquio con il medico si interrompe. "Tranquilla, non devi continuare se non te la senti. Ci vediamo tra un paio di giorni" le dice quella donna gentile. Osedayne sollevata si alza, mormora un saluto e gira le spalle. Ma due giorni dopo non si presenta. Ci vorranno due settimane perché si renda conto che, tutto sommato, parlare con quella dottoressa può farle bene.
 

Ed eccola che ricomincia ad aprirsi, con gli occhi bassi, i suoi sussurri sono a malapena udibili ma rimbombano come tuoni in quella stanzetta dell'ambulatorio. Le due donne, una di fronte all'altra, trattengono entrambe il respiro. "Dopo aver violentato me, quei cannibali hanno violentato anche la mia bambina e io ho dovuto assistere costretta, impotente a quello che le facevano. Piangeva, gridava "Mamma, mamma", implorava aiuto. Ma che potevo fare? Quelli mi tenevano legata, ridevano e mi costringevano a guardare. Avrei almeno voluto non vedere, chiudevo gli occhi ma le grida di mia figlia mi costringevano a riaprirli……è stato orribile, atroce. Avrei voluto morire, ma non morivo, ero ancora viva e l'unico pensiero era riuscire a salvare la mia bambina, portarla via da quell'inferno sperando che con il tempo potesse dimenticare.
 

Osedayne era convinta che il peggio fosse ormai passato, che dopo tutto ciò che lei e la sua bambina avevano dovuto subire, quei mostri non le avrebbero più sottoposte ad altre violenze. Ma la sua era una pura illusione.
Lei e la figlia erano di nuovo in viaggio, su un camion, lungo una pista nel deserto. Avevano già superato il confine con la Libia.

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