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Pace

Parole molto sentite di Lorenzo Tosa, giornalista e blogger, che sa spiegare bene attraverso ratio ed emozioni dove stiamo andando e cosa possiamo fare per non voltare la faccia all'orrore che ci circonda.

di Lorenzo Tosa* – 10 Gennaio 2019, pubblicato su Repubblica.it – Edizione di Genova

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Cara Repubblica,eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate di Palazzo Ducale, in quella piazza troppo grande, troppo tonda, per riempirla tutta.

Non sono più i tempi dei grandi raduni, eppure siamo ancora lì: i ragazzi di oggi, con la loro meravigliosa gioventù, e i ragazzi di ieri, che, nonostante tutto, hanno ancor voglia di esserci. Loro che pure il loro mondo, tra difficoltà indicibili e infinite contraddizioni, ce lo hanno consegnato intatto, e avrebbero pure il diritto di farsi da parte. E invece se ne stanno lì, ci mettono la faccia, la voce, qualche volta le urla, come un tempo – perché no – che quasi sono loro fisicamente a sorreggerti, a spingerti fisicamente, un centimetro alla volta, per riprendere in mano diritti sociali, civili e umani che la nostra generazione da sola non sa più difendere.

Eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate, e a un certo punto mi sono sfilato impercettibilmente per vederlo da fuori quel pezzo ostinato di umanità che si è dato appuntamento una sera di gennaio per dire no. “Not in my name”. Restiamo umani. No al decreto sicurezza. No ai porti chiusi. No al razzismo, no al sovranismo, no al populismo e ad ogni -ismo contro cui oggi, nel 2019, è tornato tremendamente urgente combattere.

Guardavo da fuori questa macchia indistinta di uomini e donne e non potevo fare a meno di chiedermi, in fondo, quale fosse l’unica vera grande battaglia che noi, questa generazione di resistenti, stiamo combattendo qui e ora. Finché quella parola totemica non è uscita fuori da sola, quasi spontaneamente: Anti-fascismo.

Che ci crediate o meno, non esiste oggi una parola più attuale di questa. Un manifesto altrettanto limpido da riuscire a tenere insieme le grandi conquiste di ieri e le oscure minacce di oggi.

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di Pier Paolo Tassi* – 11 Gennaio 2019

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Stop alla protezione umanitaria. È questa la novità più rilevante introdotta dal titolo I del decreto Salvini su immigrazione e sicurezza, dedicato alla riforma del diritto di asilo e dell’accoglienza istituita in Italia nel 1998 e regolata dall’articolo 5 comma 6 del testo unico sull’immigrazione 286/98. Questa forma di tutela veniva ad affiancarsi alle protezioni internazionali  (asilo politico e protezione sussidiaria) già previste dalla convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

Grazie alla protezione umanitaria, era consentito alle questure il rilascio ai cittadini stranieri di un permesso di soggiorno per motivi umanitari di durata variabile dai sei mesi ai due anni e rinnovabile, laddove, pur non sussistendo i presupposti per riconoscere una protezione internazionale, fossero ravvisati “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”.

Nella pratica dell’esame delle domande di asilo, confluivano tuttavia in questa casistica – come recita la circolare ministeriale del 4 luglio scorso, che anticipava la “filosofia” del decreto – “una varia gamma di situazioni collegate allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto personale, alle traversie affrontate nel viaggio verso l’Italia, alla permanenza prolungata in Libia”, ma anche prove che certificassero l’avvenuta integrazione del richiedente, per il quale la tutela umanitaria diventava strumento premiale.

In parole povere, fino all’entrata in vigore del decreto, era norma riconoscere una forma di protezione al richiedente che indipendentemente dai motivi di fuga dal paese di origine, fosse stato vittima in un paese di transito (in genere la Libia), di torture, prigionia ingiustificata (le carceri libiche contengono all’incirca 70-90 persone per stanza), violenza grave o schiavismo.

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di Antonello Caporale – 8 Gennaio 2019

Il pubblico ufficiale deve obbedire soltanto alla legge. Chiederne il rispetto e farla rispettare. Il pubblico ufficiale che garantisce l’ordine pubblico ha a disposizione mezzi di coercizione di cui deve fare uso nei casi previsti dalla legge. Chi si trova in pericolo, perché minacciato, aggredito, insultato, deve poter contare sull’ausilio, anche armato, delle forze dell’ordine. Abbiamo la fortuna di avere un sincero democratico a capo della polizia.

Il prefetto Franco Gabrielli si opporrebbe con tutte le sue forze, impugnando la legge, se l’autorità politica per disgrazia dovesse mai chiedergli di violarla. Perciò, prima ancora che interpellare il ministro dell’Interno, la cui disinvoltura a usare i fatti per denigrare le sue stesse parole è ormai nota (una per tutte: selfie con l’ultras violento e poi dichiarazioni contro la violenza degli ultras) bisognerebbe chiedere al capo della polizia perché ieri i poliziotti in servizio per garantire l’ordine pubblico durante un ritrovo commemorativo neofascista, abbiano atteso che due persone venissero prima accerchiate, poi insultate, infine picchiate e venissero loro sottratti e distrutti gli strumenti di lavoro (macchina fotografica e telefonino) senza intervenire. Le due persone sono giornalisti dell’Espresso ed erano lì per compiere il loro lavoro: testimoniare, documentare, raccontare.

Questa inerzia delle forze dell’ordine diviene clamorosa, e fuori dai confini della legge, se confrontata alla sollecitudine, anch’essa frutto di un abuso, di cui hanno dato prova l’8 dicembre scorso due agenti in borghese che in piazza del Popolo, dov’era in corso la manifestazione leghista, hanno prima strattonato e poi condotto fuori dalla piazza, obbligandolo a una umiliante identificazione di polizia, un manifestante pacifico e silente che impugnava il seguente cartello: “Ama il prossimo tuo”.

Gabrielli è un prefetto della Repubblica chiamato a garantire a tutti gli italiani l’incolumità e la libertà di espressione e a fare rispettare la legge anche con l’uso della forza nei confronti di ciascuno che dovesse violarla.

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di Carlo Molari

Le riflessioni sulla necessità di imparare a diventare vecchi hanno più volte sfiorato quella che potremmo chiamare la legge del karma storico. Nella tradizione orientale, in particolare in quella induista, la legge del karma sottolinea l’influenza che le nostre azioni hanno nelle vite successive.

A parte l’affermazione mitica della serie di rinascite, questa concezione contiene una profonda verità vitale: l’importanza cioè che hanno le nostre scelte di ogni giorno sullo sviluppo della vita personale.

Nulla di ciò che permettiamo sia nella nostra esistenza passa senza lasciare il segno.

Nella nostra tradizione, soprattutto negli ultimi secoli, questo legame è stato descritto soprattutto in termini giuridici: di merito e di punizione.

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di Alberto Maggi

Quello dell'accoglienza dei migranti è un tema cruciale della nostra epoca. E se quotidianamente si sente purtroppo parlare di razzismo, il biblista Alberto Maggi riparte dal messaggio di Gesù

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.

“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.

Ero straniero

Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7).

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di Raniero La Valle

Con la “Giornata della pace” è cominciato martedì martedì scorso un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano.

Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola.

Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite.

Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.

Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria, l’Iraq devastato, e ancora la Colombia e poi il Messico stretto tra il muro di Trump e l’aggressione del narcotraffico.

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di Alex Zanotelli  – missionario comboniano

Da Adista – 02/01/2019

 

Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.

 

«Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana», ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementi. Il primo, è rappresentato dalla «tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale». Purtroppo, a questa categoria, appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli Usa piazzeranno in Italia, in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla «disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti», espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra.

Ora il nostro governo giallo-verde ha approvato in sede Nato tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni '80. È ormai una vera corsa fra Usa e Russia al riarmo nucleare.

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La buona politica è al servizio della pace

 

1. “Pace a questa casa!”

Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» ( Lc 10,5-6).

Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro, uomini e donne, che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana. [1] La “casa” di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.
Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “Pace a questa casa!”.

2. La sfida della buona politica

La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy; [2] è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Lo sappiamo: la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.

«Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» ( Mc 9,35). Come sottolineava Papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità». [3]

In effetti, la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto.

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di Aldo Antonelli – Da Rocca n. 24/2018

 

Due ricordi che ci servano da pista sulla quale intrecciare una riflessione/meditazione sul Natale.

1. Alla fine del novecento un cittadino americano agnostico si appellò alla Costituzione degli Stati Uniti, la quale non prevede feste religiose nel calendario nazionale, e chiese la soppressione del Natale come giornata festiva. La Corte Suprema, dopo lungo esame, respinse l’appello, sentenziando che già da tempo il Natale aveva cessato di essere una festa religiosa!

2. Circa trenta anni fa Marco Lodoli scrisse un romanzetto anarchico, di cui non ricordo il titolo, nel quale i protagonisti erano tre giovani libertari e ingenui che avevano della politica un’idea tutta poetica. La loro prima azione fu quella di rubare il Gesù Bambino dal grande presepe di piazza San Pietro. «Secondo le loro menti bizzarre bisognava – a detta dell’autore stesso – simbolicamente interrompere quel ciclo che ogni anno a Natale festeggia la nascita del bambino divino e a Pasqua poi lo crocifigge». E aggiunge: «Bisognava liberare il neonato da un destino feroce, mandarlo a giocare con gli altri bambini».

Prendiamo questa “parabola” come filigrana attraverso la quale contraddistinguere ed individuare la particolarità del discorso cristiano che, con l’Incarnazione, si discosta da quello religioso per rivestire i panni della “Profanità” e della “Laicità”.

Dio, in Gesù Cristo, esce dalla solitudine oligarchica e ontocratica in cui la religione lo ha imprigionato, per “mettere la tenda tra gli uomini”, per identificarsi con l’uomo, con la sua precarietà, la sua mondanità e, appunto, la sua “pro-fanità”, nel senso etimologico del termine. Non l’uomo surrettiziamente imbalsamato dentro il tempio del potere e dell’avere; ma l’uomo nella sua nudità, per il quale «non c’è posto in albergo».
Non quindi il Natale come “Festa” (religiosa o laica, poco conta!), ma il Natale come dimensione di vita quotidiana.

Contro la tendenza, ricorrente e naturale, dell’uomo a consacrare le cose, sottraendole all’uso comune e riservandole alla divinità, il Dio di Gesù Cristo si “sconsacra” diventando uomo comune e compagno di viaggio.

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Fonte: Adista – 12 Dicembre 2018

“Il peso delle armi” è il titolo del VI Rapporto di ricerca sui conflitti “dimenticati”, edito da il Mulino, realizzato da Caritas Italiana in collaborazione con Avvenire, Famiglia Cristiana e Miur (Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca) e presentato lo scorso 10 dicembre a Roma, in occasione del 70.mo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Sotto la lente dei ricercatori, per questa edizione, la produzione, il commercio e gli effetti sociali, economici, mediatici e culturali delle armi nel mondo, con un'interessante focus sul tema della consapevolezza dell'opinione pubblica e in particolare dei giovani.

Alla presentazione romana hanno preso la parola Marco Tarquinio (direttore di Avvenire), don Antonio Rizzolo (direttore di Famiglia Cristiana), don Francesco Soddu (direttore di Caritas Italiana), Walter Nanni (Ufficio Studi Caritas Italiana) e Paolo Beccegato (vicedirettore Caritas Italiana), curatori della ricerca e Maria Pia Basilicata e Maria Costanza Cipullo (rappresentanti del Ministero).

Il Rapporto di ricerca, che ha già due decenni di esperienza sulle spalle, intende «creare un cono di luce su una serie di eventi bellici che, nonostante la loro evidente letalità, apparivano sostanzialmente trascurati sia dai media mainstream sia dall’opinione pubblica in generale», chiarisce Paolo Beccegato nella sintesi del volume che si può scaricare dal sito della Caritas. Guerre ignorate ma che stravolgono drammaticamente l'esistenza di milioni di persone e catalizzano gli sforzi di associazioni umanitarie, Chiese e Caritas locali. Sono le stesse “fonti” locali che raccontano la vita e le sofferenze dei popoli in guerra, lontani dai riflettori occidentali.

«Il mercato delle armi è mezzo e strumento, ma anche causa scatenante e rafforzante di tante guerre», sottolinea Beccegato entrando nel tema di questa VI edizione. «Anche grazie alla relativa facilità di impadronirsi di veri e propri arsenali, soprattutto di armi leggere, le guerre sono ormai alla portata non solo delle forze armate ufficiali, ma anche e soprattutto di bande armate e di piccoli gruppi militarizzati, protagonisti dei moderni conflitti», che si combattono anche con armi nuove, non convenzionali, improvvisate e poco costose, «strumenti di violenza e di morte difficilmente catalogabili» come «le bombe fai-da-te, le armi chimiche, i barili-bomba, sino all’informatica e agli strumenti della galassia digitale, protagonisti delle cyber guerre».

La questione della sicurezza nel mondo è sempre più allarmante: nell'ultimo decennio si registrano aumenti nelle crisi “violente” mentre diminuiscono quelle “nonviolente”, politiche e diplomatiche.

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