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Esegesi

 

di Alberto Maggi

La riflessione del biblista Alberto Maggi si rivolge a chi "rivendica le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione". Ma "se queste sono le radici, c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle". Anche perché "il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile…". E ancora:  "Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini"

Molti di quelli che rivendicano le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società cristiana dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione, della moglie e dei figli al capofamiglia, dei sudditi ai governanti e dei fedeli alle autorità religiose, in una gerarchia di valori indiscussa, da tutti accettata o subita.

Costoro sono i nostalgici di un passato, quando le chiese erano piene di cattolici che assistevano alla messa domenicale perché precettati (l’unica alternativa possibile era commettere peccato mortale e finire all’inferno per tutta l’eternità). Alcuni rimpiangono la famiglia cattolica, quando l’educazione religiosa alle spose le invitava ad accettare con cristiana rassegnazione anche i maltrattamenti da parte del coniuge (ancora negli anni ’60 era in voga un manuale della sposa cattolica, dove tra i doveri delle mogli si elencava quello di obbedire al marito come a un superiore, tacendo quando lo si vedeva alterato, ed essere sottomessa alla suocera).
 

Altri vorrebbero ritornasse quel tempo in cui i treni viaggiavano in orario, non c’era la delinquenza, e si poteva lasciare la chiave sulla porta di casa, in un ordine sociale garantito dall’obbedienza all’indiscusso capo, un uomo sempre inviato dalla Provvidenza, in risposta al bisogno atavico degli uomini di barattare la propria libertà con la sicurezza che offre la sottomissione acritica al potente di turno.

Le radici di questa società saranno state anche cristiane, ma i frutti evidentemente no, e in questo clima di soggezione a ogni forma di potere, la libertà era vista come uno spauracchio, una minaccia all’ordine costituito dai potenti e sempre sostenuto e benedetto dalla Chiesa. Obbedienza, sottomissione sono vocaboli assenti nel linguaggio di Gesù, il quale invece di rifarsi al passato, alle radici, invita a osservare i frutti (“dai loro frutti li riconoscerete”, Mt 7,20). Per Gesù “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7,17). L’albero che non produce frutti buoni è immagine di quanti non hanno cambiato vita a contatto con il suo messaggio; oppure hanno simulato tale cambiamento e continuano ad essere complici dell’ingiustizia della società.
 

Più che di radici bisognerebbe parlare di catene. Questa civiltà, tanto cristiana e tanto cattolica, all’insegna dell’ordine e dell’obbedienza, ha da sempre temuto la libertà, vista più come una minaccia che come un dono del Signore (Gv 8,32-36): “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1). E la Chiesa, anziché promuovere la dignità umana e il diritto alla libertà, cercò, finché le fu possibile, di sopprimerli, basta pensare a Gregorio XVI, il papa che nell’Enciclica Mirari vos, nel 1832, arrivò a parlare di quella “perversa opinione…errore velenosissimo” [pestilentissimo errori] o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza” (Denz. 2730).

C’è da chiedersi quale frutto perverso queste radici cristiane possano aver generato, se papi come Niccolò V, nella bolla Dum Diversas (1452), ribadita poi con la bolla Romanus Pontifex nel 1454, arrivò ad autorizzare i regnanti cattolici a “invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti”.

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‘Ero straniero e mi avete accolto’: la grande attualità del messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

 

di Alberto Maggi * –  31.08.2017


Quello dell'accoglienza dei migranti è un tema cruciale della nostra epoca. E se quotidianamente si sente purtroppo parlare di razzismo, su ilLibraio.it il biblista Alberto Maggi riparte dal messaggio di Gesù

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.

“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.


Ero straniero

Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7). Al tempo di Gesù vige una separazione totale tra giudei e stranieri, come riconosce Pietro: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).
In questo ambiente stupisce il comportamento del Cristo che da una parte arriva a identificarsi con gli ultimi della società (“Ero straniero e mi avete accolto”, Mt 25,35.43), e proclama benedetti quanti avranno ospitato lo straniero  (“Venite benedetti del Padre mio”¸ Mt 25,34), dall’altra, Gesù accusa con parole tremende quelli che non lo fanno (“Via, lontano da me, maledetti… perché ero straniero e non mi avete accolto”, Mt 25,41.43), con una maledizione che richiama quella del primo assassino della Bibbia, il fratricida Caino (“Ora sii maledetto”, Gen 4,11). Se la risposta alle altrui necessità era un fattore di vita, la mancata risposta è causa di morte. Per Gesù negare l’aiuto all’altro è come ucciderlo.

Gesù non solo si identifica nello straniero, ma nei vangeli il suo elogio va proprio per i pagani, personaggi tutti positivi (eccetto Pilato in quanto incarnazione del potere) e portatori di ricchezza. Si teme sempre cosa e quanto si debba dare allo straniero e non si riconosce quel che si riceve dallo stesso. Nella sua attività Gesù si troverà di fronte ottusità e incredulità persino da parte della sua famiglia e dei suoi stessi paesani, ma resterà ammirato dalla fede di uno straniero, il Centurione, e annuncerà che mentre i pagani entreranno nel suo regno, gli israeliti ne resteranno esclusi (Mt 8,5-13; Mt 27,54).

Nella sinagoga di Nazaret, il suo paese, Gesù rischierà il linciaggio per aver avuto l’ardire di tirare fuori dal dimenticatoio due storie che gli ebrei preferivano ignorare: Dio in casi di emergenza e di bisogno non fa distinzione tra il popolo eletto e i pagani, ma dirige il suo amore a chi più lo necessita. Così nel caso di una grande carestia che colpì tutto il paese, aiutò una straniera, una pagana, “una vedova a Sarepta di Sidone”  (Lc 4,26), e con tutti i lebbrosi che c’erano al tempo del profeta Eliseo, il signore guarì uno straniero:  “Naamàn, il Siro” (Lc 4,27).

Prima noi? Gesù, manifestazione vivente dell’amore universale del Padre, vuole condividere i pani in terra pagana così come ha fatto in Israele (Mt 14,13-21). La resistenza dei discepoli di portare anche agli stranieri la buona notizia, viene dagli evangelisti raffigurata nell’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea (fenicia) che invoca la liberazione della figlia da un demonio (Mt 15,22).

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di Giuseppe Nadir Perin*

 

La “misericordia”, non è un’idea astratta, né indica un sentimento passeggero legato al momento in cui qualcuno ci chiede aiuto. Ma è un modo di essere della persona “misericordiosa” che si manifesta in ogni sua azione.

E’ l’essere e l’agire di Dio ( agere sequitur esse) che, con l’Incarnazione, si è reso visibile in Gesù Cristo, il figlio Unigenito del Padre.

La misericordia è l’essenza della rivelazione, perché s’incarna nel volto della persona Gesù Cristo. E’ lui che, nelle sue parole e nei suoi gesti, rende visibile l’amore del Padre, manifestando la vera rivoluzione che il Vangelo è in grado di compiere.

In tutta la storia della salvezza, la misericordia trova riscontro nel permanente agire di Dio. Essa si trasforma in “intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano” e che permettono di identificare Dio come colui che è responsabile nei nostri confronti. La misericordia costituisce l’essenza di Dio-Amore e indica la propensione di Dio verso i deboli, gli afflitti, i poveri, gli ammalati, i peccatori. In pratica verso tutta l’umanità che giace nella miseria della condizione umana, retaggio del peccato.

La misericordia mette in movimento il cuore di Dio, perché nel linguaggio umano, il cuore è propriamente il centro di irradiazione della misericordia, così come fa intendere la stessa parola nella lingua latina : “miseris cor : un cuore aperto verso i miseri.

 

Nella Bibbia, i termini usati per indicare la “misericordia” sono:

a)“rahamin” : letteralmente indica le viscere materne per esprimere che, nella misericordia di Dio verso il suo popolo, c’è una profonda componente di tenerezza.

Nel linguaggio biblico misericordia e tenerezza sono due parole intercambiabili, al punto che nella nuova traduzione dei salmi, là dove prima si leggeva “misericordia”, oggi si legge “tenerezza” (cfr Sal 103,11;13). Forse, si potrebbe semplicemente dire che la tenerezza è il filo d’oro di cui è intessuta l’umile stoffa della misericordia. Infatti, il termine “rahamin” (misericordia) esprime l’idea di compassione, di sofferenza con… di vivere la passione con…nel significato di “abbracciare visceralmente, con le proprie fibre interiori, la situazione dell’altro”.

b) “hesed” – che la versione greca dei LXX traduce con “éleos”– esprime l’idea che la misericordia di Dio è fedeltà amorosa ad un progetto di salvezza.

 

Nell’Antico Testamento, il termine hesed, indica la solidarietà alla quale sono vincolati i contraenti di un patto. Per questo viene spesso associato a fedeltà (1). La misericordia non viene intesa come un sentimento di pietà, ma come un “concreto soccorso” con il quale la parte in difficoltà viene aiutata a tornare dentro i termini dell’alleanza.

Quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono misericordioso” (Es 22,26); “Aiutami, Signore, mio Dio, salvami per la tua misericordia” ( Sal 109,26).

La misericordia, quasi sempre è attribuita a Dio (2), ed indica la caratteristica che lo rende riconoscibile ed esprime l’azione concreta con la quale il Signore non solo recupera il suo popolo infedele, ma lo rinnova con il suo amore” ( cfr.Sof 3,17). “ Il Signore passò davanti a lui proclamando: Il Signore, il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” ( Es 34,6; cfr Dt 4,32; Tb 3,11; Sap. 9,1); “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella misericordia e nell’amore” ( Os 2,21); “Perdona l’iniquità di questo popolo, secondo la grandezza della tua misericordia” ( Nm 14,19; cfr Ger 3,12; Sal 25,7)

Tutta la storia della salvezza, dalla creazione in poi, secondo il Salmo 136, è racchiusa nella hesed di Dio. Tutto è manifestazione della misericordia amorosa e fedele di Dio, perchè “eterna è la sua misericordia”.

Il Salmo 103 celebra l’amore di Dio per il suo popolo e sintetizza i tratti della misericordia di Dio: “Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono… come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono” (Salmo 103,8-13).

Usare misericordia”, è proprio di Dio e in questo si manifesta la sua onnipotenza: “O Dio che riveli tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”.

Il nome di Dio che viene rivelato a Mosè è quello di “misericordioso e paziente”. “Egli è colui che “ conserva il suo amore per mille generazioni” e che perdona la colpa” (Es 34,7). Ma, rivelando la sua compassione, Dio insegna agli uomini la via della misericordia.

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UDIENZA GENERALE

19 agosto 2015

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto sul valore della festa nella vita della famiglia, oggi ci soffermiamo sull’elemento complementare, che è quello del lavoro. Entrambi fanno parte del disegno creatore di Dio, la festa e il lavoro.

Il lavoro, si dice comunemente, è necessario per mantenere la famiglia, per crescere i figli, per assicurare ai propri cari una vita dignitosa. Di una persona seria, onesta, la cosa più bella che si possa dire è: “E’ un lavoratore”, è proprio uno che lavora, è uno che nella comunità non vive alle spalle degli altri. Ci sono tanti argentini oggi, ho visto, e dirò come diciamo noi: «No vive de arriba».

E in effetti il lavoro, nelle sue mille forme, a partire da quello casalingo, ha cura anche del bene comune. E dove si impara questo stile di vita laborioso? Prima di tutto si impara in famiglia. La famiglia educa al lavoro con l’esempio dei genitori: il papà e la mamma che lavorano per il bene della famiglia e della società.

Nel Vangelo, la Santa Famiglia di Nazaret appare come una famiglia di lavoratori, e Gesù stesso viene chiamato «figlio del falegname» (Mt 13,55) o addirittura «il falegname» (Mc 6,3). E san Paolo non mancherà di ammonire i cristiani: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3,10). – È una bella ricetta per dimagrire questa, non lavori, non mangi! – L’Apostolo si riferisce esplicitamente al falso spiritualismo di alcuni che, di fatto, vivono alle spalle dei loro fratelli e sorelle «senza far nulla» (2 Ts 3,11). L’impegno del lavoro e la vita dello spirito, nella concezione cristiana, non sono affatto in contrasto tra loro. E’ importante capire bene questo! Preghiera e lavoro possono e devono stare insieme in armonia, come insegna san Benedetto. La mancanza di lavoro danneggia anche lo spirito, come la mancanza di preghiera danneggia anche l’attività pratica.

lavorare – ripeto, in mille forme – è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio. Perciò si dice che il lavoro è sacro. E perciò la gestione dell’occupazione è una grande responsabilità umana e sociale, che non può essere lasciata nelle mani di pochi o scaricata su un “mercato” divinizzato. Causare una perdita di posti di lavoro significa causare un grave danno sociale. Io mi rattristo quando vedo che c’è gente senza lavoro, che non trova lavoro e non ha la dignità di portare il pane a casa. E mi rallegro tanto quando vedo che i governanti fanno tanti sforzi per trovare posti di lavoro e per cercare che tutti abbiano un lavoro. Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia. Dobbiamo pregare perché non manchi il lavoro in una famiglia.

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di Xavier Alegre*

È degno di attenzione il fatto che, secondo i Vangeli, Gesù parlò poco del matrimonio e della sessualità, mentre la denuncia dei pericoli della ricchezza fu un aspetto fondamentale della sua predicazione, soprattutto nel Vangelo di Luca. Sorprende, quindi, che nel Magistero della Chiesa la proporzione sia inversa e soprattutto fa specie il contrasto nel modo in cui il Magistero affronta la morale sociale e la morale sessuale.

In materia di morale sociale, come sottolinea il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2423), «la dottrina sociale della Chiesa propone principi di riflessione; formula criteri di giudizio, offre orientamenti per l'azione». In tutto ciò che riguarda la morale sessuale, invece, dichiara in modo tassativo ciò che è lecito e ciò che non lo è. Tuttavia, niente nella Bibbia giustifica questa diversità di atteggiamento rispetto ai testi relativi a Gesù nei Vangeli.

RIFLESSIONI PREVIE

Se si vuole comprendere quale fu l’atteggiamento di Gesù rispetto al matrimonio e, di conseguenza, cosa Gesù si aspettasse dai suoi seguaci, ieri come oggi (cfr. Rom 15,4), mi sembra importante sottolineare che c’è un presupposto fondamentale di cui tener conto quando si legge un testo biblico: i testi non possono mai essere presi alla lettera, sulla base di una lettura fondamentalista, prescindendo dal contesto letterario e socioculturale nel quale furono scritti. Pertanto, i ricordi di Gesù trasmessici dai Vangeli devono essere interpretati adeguatamente, come qualsiasi altro testo, ancor più se antico.

E ciò implica due cose. In primo luogo, non devono essere letti al di fuori del contesto letterario globale dei Vangeli, poiché «un testo fuori contesto si converte facilmente in un pretesto». Né, in secondo luogo, possono essere letti senza tener presente il contesto storico-sociale e culturale nel quale sono nati, se non vogliamo finire per leggerli a partire dal nostro contesto e dai nostri preconcetti, anziché a partire dalla mentalità biblica. 

La Bibbia non corrisponde a un dettato di Dio, ma è, in quanto parola umana, rivelazione di Dio pienamente incarnata nel contesto culturale nel quale i testi furono scritti. Così evidenziò il Concilio Vaticano II nella Costituzione Dei Verbum. Per questo, una rilettura continua, attraverso questa «biblioteca» che è la Bibbia, dei testi fondamentali che rispondono a un’esperienza profonda di Dio in un momento concreto, è il filo conduttore di cui è intessuta la Bibbia. Questa rilettura la troviamo già nell’Antico Testamento a proposito dell’esperienza dell’Esodo e per i cristiani culmina con la rilettura attualizzata dell’Antico Testamento condotta da Gesù di Nazareth (cfr. Mt 5,17-48). E portata avanti dai suoi discepoli nel Nuovo Testamento.

L’ATTEGGIAMENTO DI GESÙ RISPETTO AL MATRIMONIO SECONDO I VANGELI

Nonostante Gesù abbia parlato poco del matrimonio, sembra innegabile, secondo i Vangeli (e Paolo lo dà per assodato), il fatto che Gesù proclamò che, nel progetto di Dio, il matrimonio era, in principio, indissolubile. E condannò fermamente il divorzio in due testi fondamentali, in origine indipendenti: nel Vangelo di Marco (10,1-12, un testo che raccoglie Matteo 19,1-12), e in una fonte che si è persa, ma che fu raccolta da Matteo e Luca (Mt 5,31-32; Lc 16,18).

Che intendeva Gesù? Per interpretare adeguatamente questi testi, non dobbiamo dimenticare che Gesù, secondo i Vangeli, pronunciò anche molte altre parole radicali: per esempio, ai discepoli che avrebbero dovuto ricoprire un ruolo di leadership nella Chiesa, disse che non avrebbero dovuto farsi chiamare «padri» o «maestri» » (Mt 23,9-10), né avrebbero dovuto indossare abiti speciali o occupare sempre i primi posti nelle riunioni ecclesiali (Mt 23,4-8). E ammonì tutti i cristiani a non fare giuramenti (Mt 5,33-37), a porgere l’altra guancia (Mt 5,38-42) e ad amare i propri nemici (Mt 5,43-48).

È ovvio che la Chiesa non ha preso alla lettera tutte queste parole, e altre simili (come Mc 10,25), ad eccezione di quelle sul divorzio. La domanda che dobbiamo porci, allora, è se è giustificato che le parole relative al divorzio debbano essere interpretate – per fedeltà a Gesù! – alla lettera.

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Questa relazione è stata svolta da Raniero La Valle il 22 novembre 2014 a Messina nell’ambito della VII edizione de “La Bibbia sulle strade dell’uomo”. L’argomento della tavola rotonda in cui è stata inserita era “Lavoro, giustizia e comunità” mentre il titolo di questa edizione della 3 giorni era “Vivrai del lavoro delle tue mani”.
L’abbiamo tratta dal sito delle Comunità Cristiane di Base che l’avevano intitolata “C’è bisogno di un partito nuovo” http://www.cdbitalia.org/2014/11/27/c-e-bisogno-di-un-partito-nuovo-di-r-lavalle/. In realtà La Valle conclude che ci vuole una politica, una scuola ed una fede.

“Ci vuole del coraggio ad assumere come tema di questo Convegno il lavoro, nel momento della sua massima crisi. Le riflessioni svolte fin qui hanno mostrato come il lavoro non sia un tema circoscritto, un segmento dell’esperienza umana, ma investa l’intera esistenza, l’intera concezione e l’intero destino umano, sia che lo si discuta in sede teorica, sia che lo si canti nelle canzoni di dolore e di protesta, sia che sia oggetto dello scontro sindacale e politico. Come ha detto il vice-sindaco di Messina nel suo intervento di saluto, il fallimento del lavoro, di un lavoro, è il possibile fallimento dell’esperienza umana.
Pertanto si può stabilire un rapporto tra lavoro e civiltà, prendere il lavoro come misura della civiltà, e identificare la storia del lavoro con la storia della civiltà. E in questo quadro noi possiamo fissare un giorno preciso in cui la civiltà ha raggiunto il suo culmine: ed è stato nella seconda metà del ‘900 quando in Italia, il 20 maggio 1970, è stato promulgato lo Statuto dei diritti dei lavoratori; da lì poi è cominciato il declino, una discesa che ora sta diventando un precipizio.
Ma è molto significativo che quando nel Novecento il lavoro ha raggiunto la sua massima forza e il più alto riconoscimento della sua dignità, esso non è giunto a questo approdo da solo, ma insieme a molte altre istanze sociali e ad altre conquiste.

Lo Statuto dei diritti dei lavoratori è arrivato infatti, tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, con molte altre cose grandi e preziose.
Il 12 dicembre 1962, come volano d’avvio del centrosinistra si è avuta la nazionalizzazione dell’energia elettrica con una legge firmata da Fanfani, Colombo, La Malfa, Tremelloni; essa consacrava l’idea che le grandi risorse non dovevano essere fonte di speculazione privata, ma dovevano essere messe al servizio dell’utilità comune. Il 31 dicembre 1962 era la volta della Scuola media statale obbligatoria, per una scuola che fosse veramente una scuola di tutti, di cui anche gli sfavoriti, i disabili fossero al centro; il 6 agosto 1967 arrivava la legge urbanistica che offriva ai comuni lo strumento dei piani regolatori, innovando per la prima volta la materia dopo la legge urbanistica del 1942; nel febbraio 1968 si faceva la legge per l’elezione dei consigli regionali e con i provvedimenti finanziari del 16 maggio 1970 per l’attuazione delle regioni si poteva giungere alle prime elezioni regionali nel 1970; l’11 dicembre 1969 c’era la legge per l’ Università.
Negli anni Settanta a maggio, insieme allo Statuto dei lavoratori c’è la legge per l’indizione dei referendum, nel 1972 la legge sull’obiezione di coscienza, nel maggio 1974 si celebra il primo referendum abrogativo, quello sul divorzio; nel 1974 si legifera sul finanziamento pubblico ai partiti, per evitare che la politica fosse fatta solo dai ricchi; del maggio 1975 è la riforma del diritto di famiglia; il 13 maggio 1978 la legge Basaglia, la famosa 180, rimette in libertà i malati psichiatrici e, nei manicomi, attacca le istituzioni totali, il 22 maggio 1978 è approvata la 194 sulla depenalizzazione dell’aborto (una legge la cui vera attuazione anche nelle sue norme preventive e sociali è oggi reclamata perfino da coloro che le furono fieramente contrari); nel dicembre 1978 si ha il Servizio sanitario nazionale che nonostante tutte le sue disfunzioni e corruzioni ha fatto degli italiani uno dei popoli più longevi del mondo; ma intanto il 9 maggio è stato ucciso Moro, e tutto finisce.

Certo, sono cose del passato, quelle che secondo Renzi rivendicare oggi sarebbe come voler mettere un vecchio rollino fotografico dentro una macchina digitale. Però questo è stato il punto più alto a cui era giunta allora la civiltà del lavoro e del diritto.
Bisogna dire però che la storia di questa ascesa, fino all’apice raggiunto negli anni 70, è stata lunghissima, difficile, contrastata. Non è stato un progresso lineare ma una storia con continue rotture e cadute. Ed è una storia che dobbiamo brevemente ricordare, se no non capiamo neanche che cosa accade oggi.

Come era cominciata la storia del lavoro?
Era cominciata male la storia umana riguardo al lavoro. In principio c’era stato il lavoro divino della creazione; era stato un vero lavoro, come lo racconta la Genesi, tanto è vero che il settimo giorno Dio si riposò. E col riposo di Dio, comincia il lavoro dell’uomo. Ma solo il lavoro di Dio era stato considerato divino, e i prodotti del suo lavoro erano stati da lui stesso definiti come buoni, molto buoni. Invece il lavoro dell’uomo è cominciato sotto il segno dell’infermità, è stato legato al peccato e comminato come pena.
Dunque all’inizio, c’è una grande ingiustizia nei confronti del lavoro. Il lavoro è comune a Dio e all’uomo, lavorano tutti e due; ma il lavoro divino è una benedizione, il lavoro umano è una maledizione.
Questa antinomia si prolungherà per tutta la storia, perché per il suo lavoro Dio continuerà ad essere benedetto nei secoli come autore di quella cosa meravigliosa che è il creato, mentre per l’uomo il lavoro resterà come una maledizione per secoli.

I fraintendimenti di Dio
Naturalmente questa antinomia tra il lavoro di Dio e il lavoro dell’uomo non era vera. Anzi quello è stato il primo fraintendimento di Dio che c’è nella Bibbia.

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