Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Maggio: 2019
L M M G V S D
« Apr    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Login

Esegesi

UDIENZA GENERALE

19 agosto 2015

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto sul valore della festa nella vita della famiglia, oggi ci soffermiamo sull’elemento complementare, che è quello del lavoro. Entrambi fanno parte del disegno creatore di Dio, la festa e il lavoro.

Il lavoro, si dice comunemente, è necessario per mantenere la famiglia, per crescere i figli, per assicurare ai propri cari una vita dignitosa. Di una persona seria, onesta, la cosa più bella che si possa dire è: “E’ un lavoratore”, è proprio uno che lavora, è uno che nella comunità non vive alle spalle degli altri. Ci sono tanti argentini oggi, ho visto, e dirò come diciamo noi: «No vive de arriba».

E in effetti il lavoro, nelle sue mille forme, a partire da quello casalingo, ha cura anche del bene comune. E dove si impara questo stile di vita laborioso? Prima di tutto si impara in famiglia. La famiglia educa al lavoro con l’esempio dei genitori: il papà e la mamma che lavorano per il bene della famiglia e della società.

Nel Vangelo, la Santa Famiglia di Nazaret appare come una famiglia di lavoratori, e Gesù stesso viene chiamato «figlio del falegname» (Mt 13,55) o addirittura «il falegname» (Mc 6,3). E san Paolo non mancherà di ammonire i cristiani: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3,10). – È una bella ricetta per dimagrire questa, non lavori, non mangi! – L’Apostolo si riferisce esplicitamente al falso spiritualismo di alcuni che, di fatto, vivono alle spalle dei loro fratelli e sorelle «senza far nulla» (2 Ts 3,11). L’impegno del lavoro e la vita dello spirito, nella concezione cristiana, non sono affatto in contrasto tra loro. E’ importante capire bene questo! Preghiera e lavoro possono e devono stare insieme in armonia, come insegna san Benedetto. La mancanza di lavoro danneggia anche lo spirito, come la mancanza di preghiera danneggia anche l’attività pratica.

lavorare – ripeto, in mille forme – è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio. Perciò si dice che il lavoro è sacro. E perciò la gestione dell’occupazione è una grande responsabilità umana e sociale, che non può essere lasciata nelle mani di pochi o scaricata su un “mercato” divinizzato. Causare una perdita di posti di lavoro significa causare un grave danno sociale. Io mi rattristo quando vedo che c’è gente senza lavoro, che non trova lavoro e non ha la dignità di portare il pane a casa. E mi rallegro tanto quando vedo che i governanti fanno tanti sforzi per trovare posti di lavoro e per cercare che tutti abbiano un lavoro. Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia. Dobbiamo pregare perché non manchi il lavoro in una famiglia.

Leggi il resto di questo articolo »

di Xavier Alegre*

È degno di attenzione il fatto che, secondo i Vangeli, Gesù parlò poco del matrimonio e della sessualità, mentre la denuncia dei pericoli della ricchezza fu un aspetto fondamentale della sua predicazione, soprattutto nel Vangelo di Luca. Sorprende, quindi, che nel Magistero della Chiesa la proporzione sia inversa e soprattutto fa specie il contrasto nel modo in cui il Magistero affronta la morale sociale e la morale sessuale.

In materia di morale sociale, come sottolinea il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2423), «la dottrina sociale della Chiesa propone principi di riflessione; formula criteri di giudizio, offre orientamenti per l'azione». In tutto ciò che riguarda la morale sessuale, invece, dichiara in modo tassativo ciò che è lecito e ciò che non lo è. Tuttavia, niente nella Bibbia giustifica questa diversità di atteggiamento rispetto ai testi relativi a Gesù nei Vangeli.

RIFLESSIONI PREVIE

Se si vuole comprendere quale fu l’atteggiamento di Gesù rispetto al matrimonio e, di conseguenza, cosa Gesù si aspettasse dai suoi seguaci, ieri come oggi (cfr. Rom 15,4), mi sembra importante sottolineare che c’è un presupposto fondamentale di cui tener conto quando si legge un testo biblico: i testi non possono mai essere presi alla lettera, sulla base di una lettura fondamentalista, prescindendo dal contesto letterario e socioculturale nel quale furono scritti. Pertanto, i ricordi di Gesù trasmessici dai Vangeli devono essere interpretati adeguatamente, come qualsiasi altro testo, ancor più se antico.

E ciò implica due cose. In primo luogo, non devono essere letti al di fuori del contesto letterario globale dei Vangeli, poiché «un testo fuori contesto si converte facilmente in un pretesto». Né, in secondo luogo, possono essere letti senza tener presente il contesto storico-sociale e culturale nel quale sono nati, se non vogliamo finire per leggerli a partire dal nostro contesto e dai nostri preconcetti, anziché a partire dalla mentalità biblica. 

La Bibbia non corrisponde a un dettato di Dio, ma è, in quanto parola umana, rivelazione di Dio pienamente incarnata nel contesto culturale nel quale i testi furono scritti. Così evidenziò il Concilio Vaticano II nella Costituzione Dei Verbum. Per questo, una rilettura continua, attraverso questa «biblioteca» che è la Bibbia, dei testi fondamentali che rispondono a un’esperienza profonda di Dio in un momento concreto, è il filo conduttore di cui è intessuta la Bibbia. Questa rilettura la troviamo già nell’Antico Testamento a proposito dell’esperienza dell’Esodo e per i cristiani culmina con la rilettura attualizzata dell’Antico Testamento condotta da Gesù di Nazareth (cfr. Mt 5,17-48). E portata avanti dai suoi discepoli nel Nuovo Testamento.

L’ATTEGGIAMENTO DI GESÙ RISPETTO AL MATRIMONIO SECONDO I VANGELI

Nonostante Gesù abbia parlato poco del matrimonio, sembra innegabile, secondo i Vangeli (e Paolo lo dà per assodato), il fatto che Gesù proclamò che, nel progetto di Dio, il matrimonio era, in principio, indissolubile. E condannò fermamente il divorzio in due testi fondamentali, in origine indipendenti: nel Vangelo di Marco (10,1-12, un testo che raccoglie Matteo 19,1-12), e in una fonte che si è persa, ma che fu raccolta da Matteo e Luca (Mt 5,31-32; Lc 16,18).

Che intendeva Gesù? Per interpretare adeguatamente questi testi, non dobbiamo dimenticare che Gesù, secondo i Vangeli, pronunciò anche molte altre parole radicali: per esempio, ai discepoli che avrebbero dovuto ricoprire un ruolo di leadership nella Chiesa, disse che non avrebbero dovuto farsi chiamare «padri» o «maestri» » (Mt 23,9-10), né avrebbero dovuto indossare abiti speciali o occupare sempre i primi posti nelle riunioni ecclesiali (Mt 23,4-8). E ammonì tutti i cristiani a non fare giuramenti (Mt 5,33-37), a porgere l’altra guancia (Mt 5,38-42) e ad amare i propri nemici (Mt 5,43-48).

È ovvio che la Chiesa non ha preso alla lettera tutte queste parole, e altre simili (come Mc 10,25), ad eccezione di quelle sul divorzio. La domanda che dobbiamo porci, allora, è se è giustificato che le parole relative al divorzio debbano essere interpretate – per fedeltà a Gesù! – alla lettera.

Leggi il resto di questo articolo »

Questa relazione è stata svolta da Raniero La Valle il 22 novembre 2014 a Messina nell’ambito della VII edizione de “La Bibbia sulle strade dell’uomo”. L’argomento della tavola rotonda in cui è stata inserita era “Lavoro, giustizia e comunità” mentre il titolo di questa edizione della 3 giorni era “Vivrai del lavoro delle tue mani”.
L’abbiamo tratta dal sito delle Comunità Cristiane di Base che l’avevano intitolata “C’è bisogno di un partito nuovo” http://www.cdbitalia.org/2014/11/27/c-e-bisogno-di-un-partito-nuovo-di-r-lavalle/. In realtà La Valle conclude che ci vuole una politica, una scuola ed una fede.

“Ci vuole del coraggio ad assumere come tema di questo Convegno il lavoro, nel momento della sua massima crisi. Le riflessioni svolte fin qui hanno mostrato come il lavoro non sia un tema circoscritto, un segmento dell’esperienza umana, ma investa l’intera esistenza, l’intera concezione e l’intero destino umano, sia che lo si discuta in sede teorica, sia che lo si canti nelle canzoni di dolore e di protesta, sia che sia oggetto dello scontro sindacale e politico. Come ha detto il vice-sindaco di Messina nel suo intervento di saluto, il fallimento del lavoro, di un lavoro, è il possibile fallimento dell’esperienza umana.
Pertanto si può stabilire un rapporto tra lavoro e civiltà, prendere il lavoro come misura della civiltà, e identificare la storia del lavoro con la storia della civiltà. E in questo quadro noi possiamo fissare un giorno preciso in cui la civiltà ha raggiunto il suo culmine: ed è stato nella seconda metà del ‘900 quando in Italia, il 20 maggio 1970, è stato promulgato lo Statuto dei diritti dei lavoratori; da lì poi è cominciato il declino, una discesa che ora sta diventando un precipizio.
Ma è molto significativo che quando nel Novecento il lavoro ha raggiunto la sua massima forza e il più alto riconoscimento della sua dignità, esso non è giunto a questo approdo da solo, ma insieme a molte altre istanze sociali e ad altre conquiste.

Lo Statuto dei diritti dei lavoratori è arrivato infatti, tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, con molte altre cose grandi e preziose.
Il 12 dicembre 1962, come volano d’avvio del centrosinistra si è avuta la nazionalizzazione dell’energia elettrica con una legge firmata da Fanfani, Colombo, La Malfa, Tremelloni; essa consacrava l’idea che le grandi risorse non dovevano essere fonte di speculazione privata, ma dovevano essere messe al servizio dell’utilità comune. Il 31 dicembre 1962 era la volta della Scuola media statale obbligatoria, per una scuola che fosse veramente una scuola di tutti, di cui anche gli sfavoriti, i disabili fossero al centro; il 6 agosto 1967 arrivava la legge urbanistica che offriva ai comuni lo strumento dei piani regolatori, innovando per la prima volta la materia dopo la legge urbanistica del 1942; nel febbraio 1968 si faceva la legge per l’elezione dei consigli regionali e con i provvedimenti finanziari del 16 maggio 1970 per l’attuazione delle regioni si poteva giungere alle prime elezioni regionali nel 1970; l’11 dicembre 1969 c’era la legge per l’ Università.
Negli anni Settanta a maggio, insieme allo Statuto dei lavoratori c’è la legge per l’indizione dei referendum, nel 1972 la legge sull’obiezione di coscienza, nel maggio 1974 si celebra il primo referendum abrogativo, quello sul divorzio; nel 1974 si legifera sul finanziamento pubblico ai partiti, per evitare che la politica fosse fatta solo dai ricchi; del maggio 1975 è la riforma del diritto di famiglia; il 13 maggio 1978 la legge Basaglia, la famosa 180, rimette in libertà i malati psichiatrici e, nei manicomi, attacca le istituzioni totali, il 22 maggio 1978 è approvata la 194 sulla depenalizzazione dell’aborto (una legge la cui vera attuazione anche nelle sue norme preventive e sociali è oggi reclamata perfino da coloro che le furono fieramente contrari); nel dicembre 1978 si ha il Servizio sanitario nazionale che nonostante tutte le sue disfunzioni e corruzioni ha fatto degli italiani uno dei popoli più longevi del mondo; ma intanto il 9 maggio è stato ucciso Moro, e tutto finisce.

Certo, sono cose del passato, quelle che secondo Renzi rivendicare oggi sarebbe come voler mettere un vecchio rollino fotografico dentro una macchina digitale. Però questo è stato il punto più alto a cui era giunta allora la civiltà del lavoro e del diritto.
Bisogna dire però che la storia di questa ascesa, fino all’apice raggiunto negli anni 70, è stata lunghissima, difficile, contrastata. Non è stato un progresso lineare ma una storia con continue rotture e cadute. Ed è una storia che dobbiamo brevemente ricordare, se no non capiamo neanche che cosa accade oggi.

Come era cominciata la storia del lavoro?
Era cominciata male la storia umana riguardo al lavoro. In principio c’era stato il lavoro divino della creazione; era stato un vero lavoro, come lo racconta la Genesi, tanto è vero che il settimo giorno Dio si riposò. E col riposo di Dio, comincia il lavoro dell’uomo. Ma solo il lavoro di Dio era stato considerato divino, e i prodotti del suo lavoro erano stati da lui stesso definiti come buoni, molto buoni. Invece il lavoro dell’uomo è cominciato sotto il segno dell’infermità, è stato legato al peccato e comminato come pena.
Dunque all’inizio, c’è una grande ingiustizia nei confronti del lavoro. Il lavoro è comune a Dio e all’uomo, lavorano tutti e due; ma il lavoro divino è una benedizione, il lavoro umano è una maledizione.
Questa antinomia si prolungherà per tutta la storia, perché per il suo lavoro Dio continuerà ad essere benedetto nei secoli come autore di quella cosa meravigliosa che è il creato, mentre per l’uomo il lavoro resterà come una maledizione per secoli.

I fraintendimenti di Dio
Naturalmente questa antinomia tra il lavoro di Dio e il lavoro dell’uomo non era vera. Anzi quello è stato il primo fraintendimento di Dio che c’è nella Bibbia.

Leggi il resto di questo articolo »

di Carlo Molari

La nuova evangelizzazione sta percorrendo sentieri inediti con ritmo accelerato. Cresce così la distanza fra le diverse correnti teologiche e soprattutto fra l’insegnamento tradizionale e la teologia attuale. Uno dei temi nei quali la distanza si ingigantisce di giorno in giorno è il peccato originale, sia per l’interpretazione dei testi di riferimento, sia per la formulazione della dottrina.

Temi biblici

I testi di riferimento per la dottrina tradizionale del peccato originale sono principalmente tre: il capitolo terzo della Genesi, la prima lettera di Paolo ai Corinti (15,21-22 «se per mezzo di un uomo venne la morte per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita») e la sua lettera ai Romani (cap. 5,12.15.19 «a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte… Se… per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti… Infatti come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti»).

Riguardo all’insegnamento di Paolo gli esegeti sottolineano che il parallelo Adamo Cristo tende a presentare l’unione a Cristo come ragione della salvezza; il riferimento ad Adamo unico progenitore è funzionale all’affermazione dell’unico salvatore. «Il contrasto di anti-tipo e tipo, Cristo e Adamo, richiede che la condizione peccaminosa di tutti gli uomini sia ascrivibile ad Adamo, proprio come la loro condizione di giustizia sia da attribuire a Cristo soltanto» (Fitzmyer J. A., Paolo. Vita, viaggi, teologia, gdt 332, Queriniana, Brescia 20093 p. 157).

A proposito della Genesi tutti oggi sono d’accordo nel ritenere mitico e simbolico il racconto come ricerca di spiegazione del male presente nel mondo (racconto eziologico= relativo alla causa). Ma nonostante questo riconoscimento ancora molti si richiamano all’evento del peccato originale come ragione storica dell’imperfezione umana e del male nel mondo.

Il gesuita Andrés Torres Queiruga riferendosi al Catechismo della Chiesa cattolica osserva: «Nel trattare le origini della razza umana… viene riconosciuta la natura simbolica/allegorica dei racconti della Genesi, ma nello stesso tempo si afferma che il racconto di Gen 3 «espone un evento primordiale, un fatto che è accaduto all’inizio della storia dell’uomo» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 390, corsivo nell’originale). È come se più di un secolo di dibattito attorno alla natura mitologica di questi racconti non avesse mai avuto luogo». (Quale futuro per la fede. Le sfide del nuovo orizzonte culturale, Ldc Torino 2013 (or. 2000) p. 43). Coerentemente egli conclude: «Una volta riconosciuto il carattere mitico-simbolico del racconto della Genesi, non ha senso cercare un’azione storica come causa della situazione attuale, attribuendole, per esempio, l’ingresso delle malattie o del male nel mondo» (ib. p. 44).

Lo stesso teologo in uno scritto apparso su internet ha precisato: «col simbolismo profondo del linguaggio mitico, ci viene espressa l’intenzione di Dio di ricercare per noi null’altro che la realizzazione, l’amore e la felicità. Questo vuole significare il simbolo del ‘paradiso': la meta a cui siamo destinati. A questa meta si oppone il male; per questo la Bibbia lo colloca ‘al di fuori di Dio’. La narrazione mitica, preoccupata di richiamarci alla bontà, si sofferma soprattutto sul peccato umano che, come mostrano i primi capitoli – dall’assassinio di Caino alla corruzione universale -, produce tanti danni. Ma prendere alla lettera, convertendo in spiegazione fisica o metafisica ciò che vuole semplicemente essere un’esortazione morale, conduce all’assurdità. Iniziamo col peccato originale: anche dopo essere stata riconosciuta come mitica, la narrazione concreta dell’albero, del frutto e del serpente fa, tuttavia, perdurare l’idea terribile che gli spaventosi mali del mondo sono un ‘castigo divino’ a causa della colpa storica commessa dai nostri avi.

Leggi il resto di questo articolo »

Manifesto del 4 Ottobre

di manifesto4ottobre

 

Siamo laici che da anni nelle loro scelte di vita cercano di fare riferimento al Vangelo e alla Costituzione italiana.

Non siamo costituiti in associazione o movimento. Da cristiani e laici (sempre aspiranti e in cammino!) ci siamo trovati uniti da un bisogno e da un disagio: il bisogno di riflettere sulla attuale vita e situazione della nostra chiesa; il disagio di avvertire in essa rassegnazione, lamentele, chiacchiere, e soprattutto, tanta in-significanza di essa per le vicende sempre più complesse della vita locale. Cerchiamo di capire il perché di questa marginalità, il perché di tanta rassegnazione, di tante lamentele chiacchierate e di tanti silenzi imbarazzati.

Ci preme però fare una premessa che consideriamo di fondamentale importanza. Ci sentiamo corresponsabili, ciascuno per i suoi limiti e le sue omissioni e controtestimonianze, di quanto nella chiesa non corrisponde al suo dover essere ed ai contenuti essenziali della sua missione. Una corresponsabilità che segna lo spirito di questa nostra iniziativa e che ci apre all’ascolto ed alla collaborazione.

La nostra riflessione si appunta su due fatti rilevanti degli ultimi cinque anni della chiesa brindisina: il sinodo diocesano del 2008-2010 “In Cristo per un cammino di comunione e di missione”(1) e la nomina di un nuovo Arcivescovo nel gennaio 2013 (2).

Scrivere questo documento non è stato facile. Le questioni ecclesiastiche non sembrano interessare più a nessuno. Non interessano a chi sta bene perché non riguardano il profitto economico e il mantenimento del livello di vita raggiunto. E non interessano a chi non ha lavoro, a chi è ammalato, a chi è senza futuro perché preso dalla stretta del bisogno. Superare l’obiezione che è “inutile” non è stato facile. Come anche non è stato facile superare la convinzione di alcuni di noi che un documento “non serve” perché la chiesa non cambia, in quanto troppo rigida e monolitica.

Riteniamo che, in questa situazione, però, è più facile il silenzio indifferente che una parola franca. Senza sostituirci a chi non ha il coraggio della “franchezza”, crediamo alla pazienza e non alla protesta. Radicati in una considerazione critica della esperienza passata e presente di molti di noi nella chiesa locale, senza mai assumere l’atteggiamento di chi è superiore o diverso, ci sentiamo umili ma non remissivi. Non professori che danno lezione ma discepoli che hanno sempre da imparare dal Vangelo e dalla storia e che sono più propensi a porre domande che a esprimere certezze o giudizi inappellabili.

E non per stile letterario. La storia moderna non è come un cono dal cui vertice è possibile vedere tutta la superficie del cono stesso (come nel medio evo). E’, invece, come una sfera. Da nessun punto è possibile avere la vista di tutta la sua superficie. Per questo esprimiamo il nostro punto di vista con affermazioni che pongono interrogativi, che mettono in gioco prima di tutto noi.

Urge un radicale cambio di modello delle chiese occidentali. Le chiese occidentali vivono come in un inverno culturale. Manca loro quella speranza che è il punto forte di altre chiese non europee.

Questo inverno ecclesiastico ha due facce: l’identificazione esclusiva del cristianesimo con la civiltà occidentale e un modello di vita di chiesa che ruota solo attorno alla dottrina e al diritto canonico.

Papa Bergoglio, soprattutto con le sue scelte e il suo stile di vita, è convinto che “non farebbe giustizia alla logica dell’incarnazione pensare ad un cristianesimo monoculturale e monocorde” (3) e cerca di riportare la fede cristiana, fiaccata e stanca in Occidente, al suo centro evangelico e alla radicalità evangelica, attingendo (senza un facile copia-incolla perché le differenze culturali, religiose, sociali e politiche sono troppo grandi) alla freschezza umana e spirituale dell’America Latina.

Il bisogno di cambio di modello nel modo di autocomprendersi e di autoconfigurarsi della chiesa era emerso profeticamente già nel Concilio Vaticano II. Oggi lo vediamo in avvio di attuazione con papa Francesco. Ma non possiamo dimenticare che sono passati 50 anni e che le chiese occidentali, chiuse in se stesse e in difesa dello stato di cristianità, hanno resistito e resistono ancora a trovare nuove forme per modellarsi con più fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo.

Leggi il resto di questo articolo »

Per una più agevole lettura, il seguente articolo è interamente scaricabile in formato pdf o Microsoft Word:

pdf     Word

 

LA PREGHIERA E IL DONO DEL REGNO DI DIO

Appunti per un cammino spirituale

di P. Luigi Consonni

 

INTRODUZIONE

“Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,23). Nel vissuto odierno la ricerca del cammino personale e comunitario adeguato all’azione pastorale riguardo al regno di Dio è inscindibile dalla preghiera. Quest’ultima è motivata e finalizzata all’avvento e dono del regno di Dio.

La speranza è che questa riflessione possa aiutare al rinnovamento della spiritualità attiva e operante che procede dalla causa di Cristo – il regno di Dio e la salvezza ad esso connessa -,dalla sua persona, la Chiesa e la presenza attiva nella complessità del mondo contemporaneo.

Fra parentesi, e senza entrare in maggiori considerazioni, schematizzo il rapporto fra Cristo, Chiesa, Regno e la complessità contemporanea.

Nel processo di evangelizzazione, centrale è l’avvertimento di Gesù ai discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Mt5,13 ). Si aggiunga la metafora del fermento nella massa.

Nell’annunziare l’evento Gesù Cristo a tutte le genti, è imprescindibile la qualità della testimonianza riguardo alla filosofia, lo stile di vita, le scelte guida dell’agire del Maestro. Essa è come sale, fermento e criterio di discernimento che favoriscono, nel destinatario, la scoperta del Regno come tesoro nascosto nella sua storia, o d’incontrarlo come perla preziosa nel suo vissuto personale, sociale, culturale e religioso.

Il sale e il fermento sono rapportabili al comando di Gesù, “che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12), la cui mirabile espressione e profondità è l’inno alla carità (1 Cor 13).

Suggerisco la metafora del “boomerang” lanciato dalla Chiesa nel mondo e in essa stessa, riguardo all’evangelizzazione. L’annuncio e la testimonianza, dentro e fuori della Chiesa, ritorna alla Chiesa in termini di purificazione e consolidamento di se stessa per il fatto di offrire alle culture d’origine, religiose, agnostiche o atee, l’opportunità di riconoscere nella loro stessa fede – per gli agnostici e atei nel loro operare – la carità che suscita sintonia e comunione nella diversità. Fra l’altro, il termine religione dice quello che lega realtà diverse fra loro, e lo fa in modo stabile e permanente per l’amore, o meglio, per quella sublimità dell’amore che è la carità.

Dal punto di vista della teologia cristiana si tratta della realtà del Regno, che la Chiesa è chiamata a sostenere con la sua missione, secondo l’esortazione di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16).

In altre parole, il credente e la Chiesa testimoniano l’evento Gesù Cristo e ritorna – l’effetto “ boomerang”- come percezione della realtà del Regno per l’adesione alla pratica della carità e ciò che deriva da essa, dentro e fuori della Chiesa.

Evidentemente, nella Chiesa per alcuni sarà motivo di purificazione e per altri non ancora.

Leggi il resto di questo articolo »

Dio si manifesta, con il suo Spirito, come colui che è in comunione profonda con l'intera creazione e soprattutto con la persona umana. Lo Spirito di Dio fa sì che Dio non stia fuori del raggio della sofferenza umana.

di Luciano Manicardi

Dio si manifesta, con il suo Spirito, come colui che è in comunione profonda con l'intera creazione e soprattutto con la persona umana. Lo Spirito di Dio fa sì che Dio non stia fuori del raggio della sofferenza umana. Lo Spirito esprime l'intenzionalità di Dio, tutta rivolta all'uomo e alla storia e al mondo; designa la preoccupazione di Dio per il mondo. Ne derivano, per la concezione biblica della giustizia di Dio, alcuni caratteri del suo patire: sofferenza di fronte all'ingiustizia; con-sofferenza di fronte all'oppresso; sofferenza di fronte al fallimento dell'uomo.

Che rapporto vi è tra la giustizia di Dio, così spesso affermata nella Scrittura, e la sofferenza? Può essere utile cercare di comprenderlo partendo da una riflessione sullo Spirito di Dio. Nell'AT lo Spirito (ruach) santo, lo Spirito di Dio, designa la libera volontà di Dio di entrare in relazione e comunione con la creazione, soprattutto con gli uomini e anzitutto con Israele.

Il termine ruach ha senso solo relazionale: la ruach di Dio non è un’entità a se stante, ma esprime la presenza attiva del Dio trascendente. Il significato primitivo del termine è quello di "aria", "atmosfera", "spazio", "vuoto", "spazio vitale", tuttavia, il vocabolo mostra anche un altro significato: "pathos", "emozione", "passione". Abbinato ad altri termini indica particolari emozioni come "amarezza" (Gen 26,35), "dolore" (Pr 14,10), "esasperazione" (Es 6,9), "afflizione" (1Sam 1,15)…

Anche applicato a Dio questo vocabolo può significare "pathos". In Is 63,10 si dice che i figli d'Israele «si ribellarono a Dio e contristarono il suo santo Spirito». Qui la ruach di Dio è lo spirito che può essere toccato dal dolore, è vulnerabile. Il profeta può essere chiamato ish ha-ruach, «uomo dello Spirito» (Os 9,7), cioè del pathos divino, che condivide il pathos divino. Pathos che è la volontà di Dio di partecipare con compassione alle sofferenze dell'uomo. Dio «prende così sul serio gli uomini, che egli soffre con loro e nei loro peccati viene ferito nel suo amore» (Jürgen Moltmann).

Lo Spirito di Dio fa sì che Dio non stia fuori del raggio della sofferenza umana. Lo Spirito esprime l'intenzionalità di Dio, tutta rivolta all'uomo e alla storia e al mondo; designa la preoccupazione di Dio per il mondo. Questa rivelazione, presente soprattutto nei libri profetici, mostra che il rapporto di Dio con il mondo è di interessamento e di compassione. Alla luce della compassione di Dio si comprende anche la sua ira: la collera di Dio nasce dalla sollecitudine divina per l'uomo: ira e compassione sono correlate. Abacuc dice: "Nell'ira ricordati di avere clemenza» (Ab 3,2). L'ira di Dio esprime la sua sofferenza di fronte al male: essa va letta come manifestazione dell’amore di Dio ferito dall’ingiustizia umana, come sdegno di fronte alla catastrofe del peccato, dell'oppressione, del male. E non è una reazione emotiva o irrazionale di Dio, ma tende a ristabilire la giustizia.

Possiamo verificare tutto questo nella concezione che la Bibbia presenta della giustizia di Dio. Apparirà che la giustizia di Dio si declina come:

 

  1. Sofferenza di fronte all’in-giustizia
  2. Con-sofferenza di fronte all’oppresso
  3. Sofferenza di fronte al fallimento dell’uomo

 

1.

Tipico della concezione biblica della giustizia è che essa non corrisponde a un atteggiamento di asettica oggettività, ma è impegno appassionato del giudice in favore di colui il cui diritto è calpestato. «Nella Bibbia il giudice non è soltanto una persona che ha la facoltà conoscitiva di esaminare un caso e pronunciare una sentenza; è anche una persona che soffre e pena di fronte all'ingiustizia» (A. J. Heschel).

Leggi il resto di questo articolo »

di Aldo Bodrato

Un recente scambio di pareri tra il cardinal Maradiaga, che a nome della Caritas proponeva di ammettere alla piena comunione eucaristica i divorziati risposati, e Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che tale possibilità escludeva a difesa della Veritas, ha riacceso il dibattito intorno a una questione cruciale per qualsiasi progetto di rinnovamento evangelico della chiesa. Si tratta del dibattito, già emerso con forza subito dopo il Vaticano II, a proposito del carattere «pastorale» o «dogmatico» delle costituzioni consiliari.

Chi ha vissuto quegli anni ricorderà l’insistenza dei vescovi e dei laici conservatori sulla portata operativa dei deliberati del Concilio, che, essendosi presentato come un «concilio pastorale», non poteva certo, a loro dire, aprire le porte a qualche, più o meno esplicita, modifica della dottrina.
Sostenevano che ogni aggiornamento proposto, per quanto in apparenza umanamente e storicamente opportuno, può essere messo in atto solo dopo aver accertato che non comporti possibili elementi di discontinuità con gli assunti teorici della tradizione e deve venire articolato in modo da corrispondere fedelmente ad essi. Molti dei cosiddetti riformatori, Paolo VI in primis, inoltre, spaventati dallo scisma lefevriano, accettavano quest’ottica interpretativa (cfr. Humanae vitae), ritenendo forse che la comunità cristiana non fosse matura per mettere in discussione il primato delle formule teologiche e dei precetti catechistici sul kerigma.

Arroccatasi sull’irreformabilità della dottrina e sulla non negoziabilità dei principi, Roma limitava a superficiali ritocchi di nome e di costume gli «aggiornamenti» annunciati e, per quasi cinquant’anni, tentava di mettere a tacere gli appelli che il Concilio aveva fatto propri e prospettati come linee guida del «popolo di Dio in cammino nella storia»: il rifiuto di ogni «costantiniana» omologazione della chiesa ai poteri terreni, il ritorno alla Scrittura come fonte prioritaria di ispirazione di vita cristiana, l’apertura al dialogo coi fratelli nella fede e con le altre religioni, il confronto aperto e simpatetico col mondo contemporaneo, l’invito ai credenti a darsi e a dare ragione della propria fede, misurandosi, senza ipocriti distinguo morali e perniciose schizofrenie culturali, con l’inesausta ricchezza esistenziale del messaggio del Cristo e con «le gioie e i dolori» del proprio essere uomini.

1) L’idolo dell’Essere come maschera alla pratica dell’avere

Per affrontare con serietà il compito della nuova evangelizzazione o, se volete, della conversione evangelica della chiesa, probabilmente il nodo più difficile da sciogliere, dal punto di vista teologico, è il rapporto tra ortodossia e ortoprassi.

Non è azzardato ritenere che le concrete ragioni storiche, che daranno forza politico-sociale agli oppositori interni ed esterni delle linee di rinnovamento, prospettate dall’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, avranno la loro radice nel rifiuto di dare attuazione concreta alle affermazioni sulla centralità pastorale e dottrinale dell’annuncio di liberazione a peccatori, emarginati, malati e prigionieri. A preoccupare porpore e tonache d’ogni forma e colore, classi dirigenti, atei devoti e benefattori dall’incommensurabile superfluo, sarà la proposta di fare della chiesa una chiesa che sceglie di farsi povera coi poveri, di essere presente nel mondo non più come potente tra i potenti, benestante tra i benestanti, ma come voce profetica delle periferie geografiche e sociali.

Leggi il resto di questo articolo »

Le parole di Cristo non ci furono consegnate perché dottamente indagassimo sul loro significato palese o recondito, ma perché le vivessimo penetrando nel loro significato con tutto il nostro essere. Come Gesù ha vissuto il suo insegnamento, così noi cristiani, se vogliamo comprendere la sua parola, dobbiamo viverla.

di Giovanni Vannucci – Teologo

 

Le parole consegnate da Cristo alla donna samaritana: «È giunta l’ora in cui adorerete il Padre né su questo monte, né a Gerusalemme… È giunta l’ora in cui i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità» (Gv 4, 21.23) costituiscono, per la nostra attuale coscienza, un enigma e insieme uno stimolo di superamento di quelle forme di chiusura idolatrica che tuttora ci caratterizzano.
Le parole di Cristo non ci furono consegnate perché dottamente indagassimo sul loro significato palese o recondito, ma perché le vivessimo penetrando nel loro significato con tutto il nostro essere. Come Gesù ha vissuto il suo insegnamento, così noi cristiani, se vogliamo comprendere la sua parola, dobbiamo viverla. Le parole di Gesù non costituiscono il campo di erudite ermeneutiche, ma sono lo stimolo creatore di un profondo cambiamento di coscienza, senza il quale la più accurata e complicata ermeneutica rimane un sottile gioco di parole.
Detto questo, dovrei fermare la penna e smettere di osare l’interpretazione di queste parole; anche il mio tentativo non può che cadere sotto il rifiuto di ogni sforzo ermeneutico. Tuttavia oserò, facendo appoggiare le parole di Cristo non su ciò che altri dotti hanno detto, ma sulla vita di cui e io e i lettori possiamo avere esperienza.

Adorazione in spirito e verità! Cos’è lo spirito, cos’è la verità? Da chi l’apprenderemo se non guardando la vita e quel disvelamento che della vita ci danno i testi sacri? La Bibbia è ricolma delle nozioni dello Spirito: è la presenza fecondatrice sulle acque caotiche; è l’energia divina che muove i profeti e gli eroi del Vecchio Testamento; è la forza che rende feconda la Vergine; che guida Cristo nel deserto per affrontare la prova dell’avversario, che lo dichiara Figlio prediletto dopo il battesimo; che rende portatori della novità cristiana gli apostoli il giorno della Pentecoste. Presenza che agisce nella vita nella precisa direzione di trasformazione qualitativa, e della vita dei singoli e di quella dell’umanità.
L’adorazione in spirito è resa possibile ad ogni coscienza che si arrende alle forze creative di Dio, sempre in essa operose. Lo Spirito discende sempre nei cuori di quegli uomini che, come Maria, possono dire: non conosco uomo! L’adorazione in spirito è nell’assunzione, senza opposizione o rimpianti di un passato ormai tramontato, di quelle qualità che segnano, nella successione delle ère, la manifestazione dello Spirito.

Nel momento in cui furono pronunciate, queste parole contenevano una precisa indicazione che ora, a distanza di due millenni, possiamo afferrare nella sua piena portata: l’adorazione di Dio nei templi costruiti dall’uomo è stata diretta da Cristo verso la crescita dell’uomo interiore; l’uomo cessava così di essere nel tempio, il tempio si stabiliva nell’uomo. Lo Spirito ormai non poteva più essere chiuso e monopolizzato dalle istituzioni, inevitabilmente parziali e settarie.

Leggi il resto di questo articolo »

di Alberto Maggi

Quali sono i parametri per verificare la fede, per sapere se si è credenti o no? Per molti, i criteri di giudizio riguardano la pratica religiosa. Ma questi sono criteri poco obiettivi. Come si fa a misurare il grado di fede di una persona dalla sua partecipazione alle cerimonie liturgiche o dalle sue devozioni?

Nella Chiesa si è sempre stati unanimi nell’individuare, come fondamento della fede del credente, la risurrezione di Gesù, perché, “Se Cristo non è risorto, vuota allora la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1 Cor 15,14).

Ma testimoniare la fede nella risurrezione del Cristo è arduo. Come è possibile essere i garanti di una realtà che non può essere mostrata? Eppure, negli Atti degli Apostoli si legge che la testimonianza della risurrezione del Cristo si doveva a una realtà che tutti potevano toccare con mano, e non esigeva pericolose acrobazie teologiche o violenze dell’intelletto: “Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù… Nessuno infatti tra loro era bisognoso…” (At 4,34). La prova che il Cristo non solo è risorto, ma è vivo e operante all’interno della sua comunità, è che nessuno dei suoi componenti è bisognoso, perché ciascuno si sente responsabile non solo del bene, ma anche del benessere del fratello. Una comunità dove nessuno è bisognoso, dove non esistono creditori e debitori, è la prova evidente che in essa c’è qualcosa di speciale: la presenza viva e vivificante del Signore.

L’indicatore della propria fede è il portafoglio. Non certo per quel che contiene, ma per quel che è capace di dispensare. Avere fede significa fidarsi talmente del Padre da non preoccuparsi più per i propri bisogni, ed essere liberi di occuparsi delle necessità dei fratelli, certi che nel momento della necessità il Padre provvederà in maniera più abbondante di quel che si può desiderare, perché il Signore regala vita a chi comunica vita e, con chi è generoso, il Padre sarà abbondantemente generoso (Mt 10,8; Lc 6,38).

Ma l’insegnamento di Gesù sull’importanza del fare della propria vita un dono generoso, condividendo non solo quel che si è, ma anche quel che si ha, sembra essere disatteso proprio da quanti pretendono di essere suoi seguaci. Per questo Gesù ammonisce che “Nessuno può servire due padroni… non si può servire Dio e mammona” (Mt 6,24). Ma il più delle volte sono proprio le persone religiose quelle che riescono a servire Dio e i propri interessi (Lc 16,14), arrivando a usare Dio per il proprio lucro, come gli scribi, denunciati da Gesù come coloro che, con il pretesto delle preghiere, “divorano le case delle vedove” (Mc 12,40).

Gesù è molto chiaro: la fede nel Padre non si vede da ortodossi attestati di fedeltà alla dottrina, e neanche dal rispetto delle regole religiose, ma dalla capacità di essere generosi, di donare senza calcolo. Quanti accumulano ricchezze, quanti speculano, quanti agiscono in base alla loro convenienza non credono in Dio, ma confidano nel suo rivale, mammona (vocabolo aramaico che indica il patrimonio, ed è passato a significare la ricchezza come base per la sicurezza dell’uomo).

L’istinto alla sopravvivenza, fa sì che l’uomo pensi di assicurare la sua esistenza mediante l’accumulo di beni.

Leggi il resto di questo articolo »