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Archivio di settembre 2018

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Nm 11,25-29)

L’attività profetica è essenziale alla vita del popolo d’Israele. Infatti, Elia è il prototipo dei profeti e Mosè è colui che ha trasmesso la legge che sancisce l’alleanza di Dio con il popolo. La Legge e la profezia – Mosè ed Elia – sono come le due gambe sulle quali cammina il popolo dell’Alleanza, chiamato a testimoniare alle altre nazioni l’avvento del regno di Dio ovvero l’esercizio della sua sovranità.

In particolare, il profeta vigila sul corretto cammino del popolo, affinché sia in sintonia con la legge interpretata dalle autorità. Egli agisce quale coscienza critica che valuta, e giudica,  il cammino e le circostanze personali e sociali nelle quali essa è applicata.

L’intervento del profeta non è quasi mai bene accetto, soprattutto quando segnala e sanziona il governo. le autorità e i notabili per azioni compiute in modo contrario alle esigenze dell’alleanza. Essi vengono esposti all’incomprensione, all’isolamento, all’esilio e,  talvolta, al ripudio violento.

Ancora, nel cammino nel deserto, prima dell’arrivo nella terra promessa, è molto impegnativa per Mosè anche l’attività profetica a causa dell'impossibilità di dirimere le innumerevoli cause del popolo. Perciò Il Signore parlò a Mosè e “tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani”. In fondo è una decisione di buon senso, e istituisce persone per il servizio, inviando e donando loro lo Spirito.

Desta attenzione che l’esercizio della profezia non è legato solo all’istituzione dei settanta  ma alla libera determinazione della volontà di Dio. La profezia è, e rimarrà, sempre un dono, mai un possesso del profeta e, meno ancora, dell’istituzione, in modo tale che essa ne possa disporre a suo piacimento. Perciò, “quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Non è detto il perché e se corrisponde all’esplicita volontà del Signore.

Possedere è dominio e potere sullo Spirito. Attribuirsi tale condizione è appropriarsi di quel che appartiene unicamente a Dio ed è, quindi, un abuso. Pertanto, pur avendo ricevuto l’investitura profetica, l’esercizio di essa dipende unicamente, ed esclusivamente, dalla libertà di Dio, dalla sua volontà per far compiere il servizio che Dio lo ritiene opportuno.

Accade che su due uomini, che erano rimasti nell’accampamento, “Lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento”. I due non presenziarono alla celebrazione e non ne viene spiegato il motivo; ciò lascia un alone di mistero e confusione in merito al modo di procedere di Dio. È evidente, quindi, che la sua azione non è soggetta a nessun vincolo previo, neanche all’investitura ufficiale da Lui stesso approvata.

Dio è libero dalle sue stesse determinazioni nel fare ciò che ritiene necessario per il bene del popolo. Sconcerta e pone fuori rotta chi pretende che Dio abbia un criterio fisso per agire, come nel caso del giovane che corre da Mosè, annunciando che “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento” e chiede: “Mosè, mio signore, impediscili!”.

Quante volte nella storia della chiesa, e nell’attualità, persone a capo dell’istituzione ordinarono di far tacere voci profetiche perché dissonanti da quel che consideravano corretto e veritiero? E dopo anni e, nella grande maggioranza dei casi, dopo la morte degli stessi, sono state riabilitate, assumendo l’errore e chiedendo il perdono?

L’istituzione auto-giustifica sé stessa, ammettendo di essere, allo stesso tempo, santa e peccatrice, e riconoscendo di essersi appropriata di ciò che non era dovuto. Il peggio è che molti pensano che ciò sia inevitabile e dovrà ancora accadere, senza analizzare le cause dell’errore e pensare ad un’organizzazione e ad un procedere dell’istituzione che sia alternativa.

La risposta di Mosè mostra la grandezza e la consistenza dell’uomo di Dio: “Sei tu geloso di me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 2, 12.17-20)

È un testo di grande attualità, elaborato della sapienza ebraica nella città di Alessandria d’Egitto, e scritto circa cinquant’anni prima della nascita di Gesù.

Tutto il capitolo descrive il contrasto fra il giusto, che teme Dio e si comporta in sintonia con la Legge, e l’empio, il suo contrario. Non è un contrasto sulle idee di Dio ma sulla condotta, sul comportamento. Ed è quest’ultimo che determina la condizione di credente o di ateo pratico – non teorico – come diremmo oggi. È descritta, con precisione, la distorta e perversa condotta dell’empio, che si comporta come se la Legge non esistesse affatto.

“Dissero gli empi”, infastiditi e incomodati dalla condotta del giusto, dal suo comportamento che “si oppone alle nostre azioni”, incluso quello di non associarsi e mantenersi distante da loro. Sono due mondi vicini, ma contrapposti.

Gli empi ricevettero la stessa educazione ma preferirono un altro genere di vita, contrario allo stile di vita del giusto. Quest’ultimo è un continuo richiamo all’educazione che gli empi rinnegano, rimuovono e vorrebbero mai ricordare.

Essi sono molto infastiditi della presenza del giusto che, per il solo fatto di esistere, “ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. Il comportamento, accompagnato dal silenzio, è più provocante della parola e del richiamo verbale.

Lontani dal voler cambiare vita sorge in loro un sentimento d’avversione e il contrasto giunge un punto tale da essere avvertito come una seria minaccia ai loro convincimenti, al loro stile di vita e al loro agire. L‘avversione cresce fino a generare la determinazione di sopprimere il giusto.

È quello che mettono in atto: “Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione”. L’intento è distruggerlo, fisicamente e moralmente, in modo da sopprimerne non solo la presenza ma anche la memoria, infangandola affinché non diventi un martire, un modello per le generazioni future.

A ciò si aggiunge il sarcasmo della verifica riguardo alla consistenza della bontà e della mitezza nel tormento e nella sofferenza, ritenute caratteristiche di colui che si ritiene "giusto". Ancora più audacemente, l’empio sfida addirittura Dio, dal quale aspetta la manifestazione, l’intervento a favore del giusto, ritenuto figlio di Dio come insegna l’educazione ricevuta: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari (…) perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà”.

L’intervento diretto di Dio è prova definitiva e irrefutabile.

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Se lo straniero non è mio fratello, Dio non è mio padre.

Questa affermazione cambia la prospettiva abituale da cui si considera Dio. Siamo cresciuti nella convinzione che “Dio è nostro Padre, dunque tutti – anche gli stranieri- sono nostri fratelli/sorelle”.


Il centro dell'attenzione è Dio, l'amore fraterno ne è la conseguenza.

Qui si inverte la prospettiva: chi considera gli stranieri come fratelli, implicitamente crede in una paternità comune. É la Fraternità universale che ci fa credere in una Paternità universale. Negare la Fraternità universale (se lo straniero non è mio fratello) equivale a negare una Paternità universale (Dio non è mio Padre).

Mettere al centro dell'attenzione Dio (l'Essere perfettissimo della filosofia, cioè una nozione astratta, non dimostrabile scientificamente) mette l'Umanità in secondo piano, come una deduzione logica. Mettere al centro la fraternità universale dell'umanità (che è una nozione scientificamente dimostrata) nel nostro comportamento quotidiano (poiché tratto lo straniero come tratto un mio fratello) rende superflua la conseguenza teorica.

Il comportamento (cioè l'etica) è il criterio per la valutazione della validità di un messaggio filosofico (o religioso) autenticamente umano. Anche il messaggio di Gesù di Nazaret (Matteo 25) privilegia il comportamento pratico rispetto alle motivazioni teoriche (avete fatto…non sapevamo…)

Dio non lo ha mai visto nessuno. Il mio fratello (lo straniero) che vedo lo rende visibile e mi offre la possibilità di verificare la coerenza delle mie affermazioni nei confronti di Dio.

 

 

 

 

(1 Giov 2, 23) Chiunque nega (non riconosce) il figlio, non ha (non riconosce) nemmeno il padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.

(1 Giov 3, 18-19) Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore,

(1 Giov 4, 12) Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi.
(citazioni di Gianfranco Monaca)

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA CONFERENZA MONDIALE SUL TEMA

"XENOFOBIA, RAZZISMO E NAZIONALISMO POPULISTA,
NEL CONTESTO DELLE MIGRAZIONI MONDIALI"

Sala Clementina
Giovedì, 20 settembre 2018


 

Signor Cardinale,

 

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle,

 

Sono lieto di accogliervi in occasione della Conferenza mondiale sul tema Xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto delle migrazioni mondiali (Roma, 18-20 settembre 2018). Saluto cordialmente i rappresentanti delle istituzioni delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa, delle Chiese cristiane, in particolare del Consiglio Ecumenico delle Chiese, e delle altre religioni. Ringrazio il Cardinale Peter Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, per le cortesi espressioni che mi ha rivolto a nome di tutti i partecipanti.

Viviamo tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati. Sentimenti di sospetto, di timore, di disprezzo e perfino di odio nei confronti di individui o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare pienamente alla vita della società. Questi sentimenti, poi, troppo spesso ispirano veri e propri atti di intolleranza, discriminazione o esclusione, che ledono gravemente la dignità delle persone coinvolte e i loro diritti fondamentali, incluso lo stesso diritto alla vita e all’integrità fisica e morale. Purtroppo accade pure che nel mondo della politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi interessi elettorali.

La gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti. Siamo tutti chiamati, nei nostri rispettivi ruoli, a coltivare e promuovere il rispetto della dignità intrinseca di ogni persona umana, a cominciare dalla famiglia – luogo in cui si imparano fin dalla tenerissima età i valori della condivisione, dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà – ma anche nei vari contesti sociali in cui operiamo.

Penso, anzitutto, ai formatori e agli educatori, ai quali è richiesto un rinnovato impegno affinché nella scuola, nell’università e negli altri luoghi di formazione venga insegnato il rispetto di ogni persona umana, pur nelle diversità fisiche e culturali che la contraddistinguono, superando i pregiudizi.

In un mondo in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso, una responsabilità particolare incombe su coloro che operano nel mondo delle comunicazioni sociali, i quali hanno il dovere di porsi al servizio della verità e diffondere le informazioni avendo cura di favorire la cultura dell’incontro e dell’apertura all’altro, nel reciproco rispetto delle diversità.  

Coloro, poi, che traggono giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero, in cui l’irregolarità o l’illegalità del soggiorno favorisce e nutre un sistema di precariato e di sfruttamento – talora a un livello tale da dar vita a vere e proprie forme di schiavitù – dovrebbero fare un profondo esame di coscienza, nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle scelte che hanno operato.

Di fronte al dilagare di nuove forme di xenofobia e di razzismo, anche i leader di tutte le religioni hanno un’importante missione: quella di diffondere tra i loro fedeli i principi e i valori etici inscritti da Dio nel cuore dell’uomo, noti come la legge morale naturale.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,5-9a)

 

Il testo, tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo del Signore”, presenta quest’ultimo come un uomo perseguitato a causa della parola che ascolta e annunzia. “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho posto resistenza, non mi sono tirato indietro”.

Nel secondo cantico il Servo è chiamato da Dio a svolgere la missione a favore del popolo d’Israele e, a tal fine, è investito con l’unzione dello Spirito Santo. Le prove, le difficoltà, le opposizioni e il rifiuto violento sembrano renderla vana, ma tuttavia il Servo resta saldo nel compito a favore di Israele e di tutte le nazioni del mondo.

Quello che ora il Signore gli comunica non è né piacevole né rispondente ai desideri e alle attese del popolo. Il Servo ne percepisce la portata sconcertante e sorprendente, al punto  che avrà per lui stesso risvolti drammatici; e richiederà determinazione e coraggio da parte sua. Infatti afferma: “non ho posto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Presagisce che non incontrerà accoglienza e adesione nel comunicare quel che non vogliono udire, e proporre quel che sembrerà blasfemo, contro la tradizione, perché sconvolge le abitudini solidamente consolidate.

La reazione delle autorità, e del popolo in generale, non si fa attendere. È di una violenza inaudita e sommamente umiliante: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Il Servo non è sorpreso e affronta le difficoltà con piena coscienza, avendo già preso in considerazione tale eventualità.

Pur prevista la reazione contraria, occorre chiedersi: che cosa ha motivato il Servo nel non tirarsi indietro né lamentarsi, come sarebbe stato più che ovvio dal punto di vista dell’esperienza comune? La risposta sta nella posta in gioco, ovvero l’affermazione della verità e l’identificazione con chi lo ha inviato. In altri termini, la missione come manifestazione della fedeltà all’alleanza per la realizzazione della promessa, cioè l’avvento del regno di Dio e la realizzazione della sua sovranità per una società alternativa nel diritto e nella giustizia, il senso profondo dell’esistenza come “popolo di Dio” e la pienezza di vita di ogni singola persona, incluso egli stesso.

Di conseguenza il Servo sopporta tutte le contrarietà, l’umiliazione, la sofferenza e afferma: “non resto svergognato (…) rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. È lo stato d’animo di chi mette in atto la resistenza al dolore fisico e mostra la lucidità della coscienza, permeata dai valori che sorreggono il mondo interiore,  per aver abbracciato la missione nel modo corretto e con le dovute disposizioni.

Nel Servo c’è la certezza che “Il Signore Dio mi assiste (…). È vicino chi mi rende giustizia”. Non si sente abbandonato dal Signore, sostenuto dalla convinzione che la giustizia prevarrà, nel senso che la causa del regno non andrà persa ma avrà compimento. Ciò rende evidente lo spessore e la consistenza della personalità del Servo e di chi si dedica, come lui, con rettitudine e determinazione ad assumere la causa del Signore per la quale è stato chiamato e coinvolto.

Servire autenticamente e sinceramente il Signore è come immagazzinare in sé stesso un pozzo di “acqua viva” al quale attingere nei momenti di solitudine, di dolore, di aridità e di fallimento dal punto di vista umano, come l’esperienza del Servo testimonia.

È come bere dell’acqua del proprio pozzo, al quale fa riferimento il vangelo di Giovanni: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me (…) Dal suo grembo – di colui che crede – sgorgheranno fiumi di acque viva” (Gv 7,37-38).

Quest'“acqua” gli permette di affermare: “E’ vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci”. 

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