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Archive del 4 Ottobre 2018

 

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,18-24)

“Non è bene che l’uomo sia solo”. Dio desidera il meglio per l’opera delle sue mani. Lasciando l’uomo solo questi non raggiungerebbe l’obiettivo, da Lui stabilito, di vita piena e di gioia. Perciò la decisione: “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”, altrimenti rimane un soggetto isolato e infelice.

La solitudine è parte integrante della realtà umana e condizione per realizzare la comunione con gli altri. Solitudine e comunione sono due lati della stessa moneta, della vita di ogni persona. La solitudine – non l'isolamento, ovviamente – è necessaria per la vera e solida comunione, così come quest’ultima esige l’accettazione e la corretta gestione della solitudine.

Dio completa la carenza che l’individualità contiene in sé stessa e, dopo aver creato gli animali e gli uccelli – essere viventi – “li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato degli esseri viventi quello doveva essere il suo nome”. Conferisce, quindi, all’uomo superiorità e potere su di loro. Secondo la cultura di allora conoscere il nome è condizione per dominare e disporre del soggetto conosciuto, secondo i propri criteri e la propria volontà.

Se da un lato Dio conferisce tale potere, dall’altro vi è la coscienza dell’impossibilità di raggiunge l’obiettivo perché “l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Ne consegue un principio fondamentale per il corretto vivere umano: dominare e possedere non è quello di cui l’uomo ha bisogno per vivere bene la solitudine. Quest’ultima, finalizzata a sé stessa, diventa isolamento.

Tuttavia il dominio e il possesso segnano profondamente l’essere umano. Per molti diventano l’elemento principale della ricerca del senso del proprio vivere, che esercita una seduzione molto forte, affascinante per il senso di superiorità, di successo, di comando e sottomissione di altre persone alla propria volontà, al punto da fare di esse degli strumenti  o, peggio, delle cose di cui disporre per scopi altrimenti irraggiungibili. È il fondamento della falsa e ingannevole comunione.

Sorge la domanda: che tipo di rapporto si instaura fra chi possiede e l’altro che non ha nulla e ha bisogno di lui per vivere? Il dislivello è tale da rendere impossibile il rapporto di complementarietà; quel che si instaura è la dipendenza, la sottomissione e l’esposizione al dominio e alla circolarità del rapporto con altre persone, producendo l’effetto secondo cui il soggiogato, a sua volta, è causa di estensione dello stesso malsano rapporto verso altri.

L'antidoto al desiderio di possesso è il non perdere di vista la caratteristica del dono della vita. Per essere dono, è gratuito e ricevuto senza alcun merito che lo possa rendere  esigibile. Di più, il donante non richiede alcun ritorno: è felice nel solo donare, è gioia di trasmettere vita. Se comportasse qualche tipo di riconoscenza, il dono perderebbe la sua essenza, divenendo un semplice scambio. Tale aspetto è poco preso in considerazione, e facilmente messo da parte, anche perché l’affanno d’incontrare sicurezza nel possedere suscita la gelosia, con conseguenze deplorevoli.

Dio procede su un altro piano e crea un essere di pari dignità. All’uomo “gli tolse una delle costole (…) e formò con la costola (…) una donna e la condusse all’uomo”, ma non per dargli il nome e dominare su di lei, ma per fargli riconoscere l’aiuto di cui ha bisogno. Non si tratta di una copia carbone, ma di un soggetto diverso e, allo stesso tempo, con affinità molto grande, al punto che l’uomo esclama con entusiasmo: “Questa volta è ossa delle mie ossa, carne della mia carne”.

L’uomo dovrà porre attenzione a non farne oggetto di possesso perché svuoterebbe,  simultaneamente, la dignità della donna e la propria. I due sono dono di Dio, e dono uno per l’altro. Mantenersi nel dono è rimanere in Dio.

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di Pierpaolo Loi

 

Quando tocchi il limite
del tuo umano esistere
e resistere
nel mondo
e tutto sembra sfaldarsi
intorno,
guardare dovresti
oltre l’orizzonte
delle mura domestiche
o delle frontiere nazionali.

Aprirti al più ampio spazio
dell’universo
racchiuso, talvolta,
in uno sguardo benevolo;
più spesso in un implorante
rispetto,
accoglienza sincera.

Non siamo monadi,
ma nodi intrecciati
in reti di fratellanza,
relazioni multiple d’amore.