Get Adobe Flash player

Categorie Articoli

Archivi del sito

Calendario

Ottobre: 2018
L M M G V S D
« Set   Nov »
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Login

Archive del 10 Ottobre 2018

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 7,7-11)

Gli studiosi affermano che il testo è una rilettura della preghiera di Salomone (1Re 3,6-13; Sap 9,1-11): “Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza”. Il re, cosciente che la prudenza e la sapienza non gli appartengono, manifesta la sua umiltà, accetta la sua dimessa condizione nei confronti della maestà di Dio e chiede al Signore il dono della prudenza e della sapienza.

L’umiltà è il modo corretto di porsi alla presenza di Dio; essa fa della persona un soggetto recettivo del dono che Egli dispensa a ogni essere umano sincero e autentico con sé stesso. Può sorprendere che il re chieda tali doni giacché, in virtù della sua condizione regale, dovrebbe già possederli ed esercitarli in modo abituale e autorevole.

Ma non è così. Al di là della singolare condizione personale e sociale, partecipa della comune condizione di ogni essere umano. La méta e le condizioni per raggiungere e ottenere risultati soddisfacenti nella missione sono comuni a tutti; inoltre, il dono non è un possesso ma proviene dal donante, ed è efficace alle condizioni che lo stesso determina. Il possesso è pienamente gestito dal detentore sotto ogni aspetto.

“L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta”. Il re è affascinato dalla sapienza, con il cuore pieno di vita e di soddisfazione. Essa l’ha coinvolto in maniera così gratificante da divenire il suo patrimonio profondo, e costituisce il dono preferito su tutti gli altri.

“La preferii a scettri e troni (…) non la paragonai a una gemma inestimabile neppure, perché (…)”. Non c’è un bene maggiore. In genere, per governare, il re ha bisogno di prestigio e di denaro; affermare una preferenza per la Sapienza è assolutamente sconcertante, innovativo, e trasmette l’idea di quanto grande sia considerato il dono della Sapienza.

Essa è ciò che il re Salomone chiese in Gabaon quando, per la sua giovane età e spaventato di dover governare, Dio gli apparve in sogno promettendogli ciò che gli avrebbe chiesto. Era normale, per quei tempi, chiedere potere, vittoria sui nemici e denaro. Salomone, invece, chiese: “Signore dammi un cuore che sappia ascoltare” (1Re 3,9), per saper discernere correttamente il bene dal male.

Dio si complimentò con Salomone per aver formulato la richiesta corretta, e non solo gli concesse la sapienza per la quale divenne famoso nella storia, ma anche denaro, splendore del regno e vittoria sui nemici. Non è da escludere che, a quel singolare periodo di splendore, facciano riferimento le parole seguenti: “Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”.

La sapienza non è riconducibile meramente all’ampiezza dell’istruzione, ma all’acutezza e alla capacità di discernere ciò che è soggetto all’ambiguità, a un insieme di vero e falso, di corretto e sbagliato.

Leggi il resto di questo articolo »

 

di Alberto Maggi

La riflessione del biblista Alberto Maggi si rivolge a chi "rivendica le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione". Ma "se queste sono le radici, c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle". Anche perché "il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile…". E ancora:  "Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini"

Molti di quelli che rivendicano le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società cristiana dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione, della moglie e dei figli al capofamiglia, dei sudditi ai governanti e dei fedeli alle autorità religiose, in una gerarchia di valori indiscussa, da tutti accettata o subita.

Costoro sono i nostalgici di un passato, quando le chiese erano piene di cattolici che assistevano alla messa domenicale perché precettati (l’unica alternativa possibile era commettere peccato mortale e finire all’inferno per tutta l’eternità). Alcuni rimpiangono la famiglia cattolica, quando l’educazione religiosa alle spose le invitava ad accettare con cristiana rassegnazione anche i maltrattamenti da parte del coniuge (ancora negli anni ’60 era in voga un manuale della sposa cattolica, dove tra i doveri delle mogli si elencava quello di obbedire al marito come a un superiore, tacendo quando lo si vedeva alterato, ed essere sottomessa alla suocera).
 

Altri vorrebbero ritornasse quel tempo in cui i treni viaggiavano in orario, non c’era la delinquenza, e si poteva lasciare la chiave sulla porta di casa, in un ordine sociale garantito dall’obbedienza all’indiscusso capo, un uomo sempre inviato dalla Provvidenza, in risposta al bisogno atavico degli uomini di barattare la propria libertà con la sicurezza che offre la sottomissione acritica al potente di turno.

Le radici di questa società saranno state anche cristiane, ma i frutti evidentemente no, e in questo clima di soggezione a ogni forma di potere, la libertà era vista come uno spauracchio, una minaccia all’ordine costituito dai potenti e sempre sostenuto e benedetto dalla Chiesa. Obbedienza, sottomissione sono vocaboli assenti nel linguaggio di Gesù, il quale invece di rifarsi al passato, alle radici, invita a osservare i frutti (“dai loro frutti li riconoscerete”, Mt 7,20). Per Gesù “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7,17). L’albero che non produce frutti buoni è immagine di quanti non hanno cambiato vita a contatto con il suo messaggio; oppure hanno simulato tale cambiamento e continuano ad essere complici dell’ingiustizia della società.
 

Più che di radici bisognerebbe parlare di catene. Questa civiltà, tanto cristiana e tanto cattolica, all’insegna dell’ordine e dell’obbedienza, ha da sempre temuto la libertà, vista più come una minaccia che come un dono del Signore (Gv 8,32-36): “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1). E la Chiesa, anziché promuovere la dignità umana e il diritto alla libertà, cercò, finché le fu possibile, di sopprimerli, basta pensare a Gregorio XVI, il papa che nell’Enciclica Mirari vos, nel 1832, arrivò a parlare di quella “perversa opinione…errore velenosissimo” [pestilentissimo errori] o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza” (Denz. 2730).

C’è da chiedersi quale frutto perverso queste radici cristiane possano aver generato, se papi come Niccolò V, nella bolla Dum Diversas (1452), ribadita poi con la bolla Romanus Pontifex nel 1454, arrivò ad autorizzare i regnanti cattolici a “invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti”.

Leggi il resto di questo articolo »

 

di Raniero La Valle


Perché vogliono distruggere papa Francesco fino a chiederne le dimissioni e a volere un nuovo Conclave?
La cosa è diventata chiara all’apertura del Sinodo dei giovani. Dopo tanto parlare della crisi dei giovani, del loro sbandarsi senza la bussola di una vocazione, del loro aver perduto la fede, il papa nel discorso dall’altare all’apertura dell’assise ha chiesto loro di “non smettere di profetizzare”; ma perché questo avvenga, perché i giovani amplino i loro cuori alla dimensione del mondo, sono gli adulti o anziani, a cominciare dai vescovi, che devono cambiare, “allargare lo sguardo”. Essi devono essere capaci di sogni e speranze, perché i giovani siano capaci di profezia e di visione.

È un singolare rovesciamento: il papa avrebbe potuto chiedere ai vecchi patriarchi, cardinali, vescovi e preti di fornire la profezia della retta dottrina ai giovani che in genere sono perduti dietro i loro sogni e speranze, e invece ha chiesto agli anziani di sognare e sperare, perché i giovani ne traggano linfa per profetizzare e spingere oltre la vista. Anziani e giovani, secondo il papa, devono sognare insieme, e noi anziani dobbiamo sperare facendoci carico insieme a loro di lottare contro ciò che impedisce alla loro vita di svilupparsi con dignità, e di lavorare per rovesciare le situazioni di precarietà di esclusione e di violenza alle quali sono esposti; e così si ispiri ai giovani “la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo” contro i profeti di calamità e di sventura.
 

Ancora una volta dunque il papa annuncia la gioia, come nell’ “Evangelii gaudium”, nella “Veritatis gaudium”, la “Misericordiae vultus”, la “Laudato sì”, la “Gaudete et exsultate”, l’ “Amoris laetitia”.
Gli avversari non vogliono la gioia, sono intenti ad infliggere dolore: senza dolore il potere non regge, le guerre non si possono fare, i poveri non possono essere esclusi, i naufraghi non possono essere fatti affondare, i porti non si possono chiudere, l’economia non può uccidere, le armi non si possono vendere. Il dolore ci vuole, l’amore deve produrre tormento e non gioia, la massa dannata deve essere soggiogata con la legge e ricattata con la “morte seconda”, la perfetta letizia predicata dal Francesco di Assisi deve essere spregiata come una bambinata buonista.

 

Leggi il resto di questo articolo »

 

di Aldo Antonelli

 

Mi ritrovo nel traffico cittadino, stoppato da una lunga fila di bambini e bambine che attraversano la strada. Sono molti, chiassosi, belli e variopinti e purtuttavia ordinati, accompagnati dalle loro maestre. La domanda che mi si affaccia spontanea, mentre aspetto che finisca la lunga, festosa fila è: ma lo fanno per amore o per i soldi? Il pensiero, naturalmente, è per le giovani maestre che accompagnano l’allegra comitiva.
La domanda non è neutra, perché a seconda della risposta sia il lavoro (l’insegnamento), sia il soggetto che lo compie (il lavoratore), come pure l’oggetto del lavoro stesso (la merce) e le persone coinvolte (nel nostro caso i bambini e le bambine) assumono tutt’altra identità e valore.
L’amore redime il lavoro perfino dalla condanna biblica, là dove oggetto della condanna non è il lavoro ma la “fatica” e il “sangue” che lo corredano!
Al contrario, la mancanza di amore abbrutisce il lavoratore rendendolo schiavo, trasformandolo in macchina, spingendolo a lavorare il meno possibile e ad assentarsi quanto più possibile.

 

Lontano da me il rimpianto dei tempi che furono, ma devo riconoscere che nelle scuole di avviamento si insegnava, sì, un lavoro, ma i ragazzi che si presentavano sceglievano già il mestiere che in parte amavano….
Contrariamente a quanto ci tocca constatare oggi: l’omologazione generalizzata alla ricerca di un qualsiasi lavoro, pur di riscuotere a fine mese la cosa ambita: il danaro! Questo dio-mammona che azzera le differenze, sottrae senso alle cose, sterilizza i sentimenti e desertifica gli orizzonti.
Questo tipo di lavoro, facchinaggio da schiavi più che umana impresa, non è lo stesso lavoro di cui scriveva Voltaire: «Le travail éloigne de nous trois grands maux: l'ennui, le vice, et le besoin» (il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno), perché diventa noioso esso stesso, vizio alla bisogna.
E’ pur vero che lavoro e amore sono sempre state considerate due sfere separate, ma dobbiamo riconoscere che, in realtà, il lavoro si fa bene solo quando ci si mette amore. A livello dell’inconscio collettivo non è un messaggio nuovo, tutti conoscono il significato e il valore dell’espressione “fatto con amore”. D’altronde, non solo i biscotti della nonna, ma anche i grandi capolavori del Rinascimento, l’Arte stessa, non sono forse tali proprio perché fatti con amore?

 

Nell’esporre queste riflessioni mi torna i mente la bellissima parabola di Raoul Follereau che narra di un passante che si fermò un giorno davanti ad una cava dove lavoravano tre uomini. Egli chiese al primo : “Che cosa fai, amico ?”. Quello rispose senza alzare la testa: “Mi guadagno il pane”. Chiese al secondo: “Che cosa fai, amico?”. E l'operaio, accarezzando l'oggetto delle sue cure, spiegò: “Vedete? Taglio una bella pietra…”. Chiese all'ultimo: “Che cosa fai, amico?”. E l'uomo, alzando verso di lui degli occhi pieni di gioia, esclamò: “Costruiamo una cattedrale!”. Tutti e tre compivano lo stesso lavoro. Il primo si accontentava di ricavarne da vivere, il secondo gli aveva già dato un senso; ma solo il terzo gli conferiva la sua grandezza e la sua dignità.
 

A fine narrazione, Raoul Follereau esortava: «Carissimi dei quali sono, per sempre, fratello, costruite anche voi la vostra cattedrale! Col vostro sforzo di tutti i giorni. Perché ogni lavoro è nobile quando è appeso ad una stella. Il segreto della felicità è di fare tutto con amore. Che il vostro cuore, come una cattedrale, offra rifugio a tutto ciò che c'è nel mondo di bello, di chiaro, di puro, di grande, di fraterno.

Leggi il resto di questo articolo »