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Archive del 18 ottobre 2018

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 53,10-11)

Il testo presenta un breve passo di quello che, comunemente, è chiamato il “quarto canto del Servo del Signore”. Nella liturgia tutto il canto è letto il Venerdì Santo. Il Servo è inviato non solo per ricondurre Israele al Signore, ma per coinvolgere tutte le nazioni nell’accogliere le esigenze e la dinamica dell’avvento del Regno di Dio.

Il brano descrive le sofferenze e la passione del Servo, la cui missione è rigettata violentemente dalle autorità e dal popolo d’Israele, perché ritenuta falsa e deviante dalla volontà di Dio. Di conseguenza, ricade su di lui tutta la sfiducia e il disprezzo di coloro che rifiutano di ascoltarlo.

Il testo inizia con un’affermazione sorprendente: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori”. Preso alla lettera il termine “piaciuto” sconcerta e lascia perplessi, in quanto trasmette un’immagine ben lontana da quella che si attende da Dio. Nell’insieme si capisce che il senso di queste parole non riguarda la sofferenza e il dolore in sé stessi, ma l’obiettivo da raggiungere: “il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

Ciò si compirà “Quando offrirà sé stesso in sacrificio di riparazione” (…) si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”. Riparare un danno e pagare il debito altrui, addossandosi “le loro iniquità”, è un bel gesto esemplare di generosità gratuita. Ma perché “prostrarlo con dolori”? È necessario? Non c’è altro modo che eviti dolore e sofferenze così grandi?

Il servo carica su di sé le conseguenze dell’indifferenza, disinteresse, disprezzo e rigetto di quello che indica come cammino di Dio per la salvezza nel presente, quale realizzazione circostanziale, penultima, del Regno. Ciò accade perché i destinatari hanno altri criteri e perseguono altri cammini, riconducibili ad un’idea errata di Dio e della salvezza.

Il rifiuto drammatico e violento nei confronti del Servo manifesta la realtà e la forza sconcertante del peccato. Perciò quest’ultimo, prima di essere una trasgressione, un comportamento contrario ai comandamenti e alla legge di Dio, è costituito e si alimenta dall’errata idea di Dio.

La deformazione è talmente seducente e poderosa che le autorità, e il popolo in generale,  ritengono inganno, presunzione e pazzia la missione del Servo, al punto da ritenere che li avrebbe condotti a rinnegare Dio stesso. Di conseguenza lo accusano di essere come un senza Dio, e la pretesa familiarità con Dio è anch’essa ritenuta sacrilega, meritevole del massimo rifiuto e del “prostrarlo nei dolori”.

Pertanto il Servo carica su di sé gli effetti e le conseguenze della “loro iniquità” – del peccato – in termini di solitudine e isolamento da tutti, di rifiuto e di violenza al massimo livello, fino alla morte. Non piegandosi al peccato – rinnegherebbe la missione se si  adeguasse alle loro attese – rende vana la sua forza e lo svuota del suo potere. Paradossalmente, la sua morte è la vittoria sul peccato, è la morte del peccato.

Orbene, con tale evento il Servo carica su di sé il peccato e rappresenta ogni peccatore sottomesso al suo potere e alla sua forza. La determinazione, il coraggio, la forza e la resistenza del Servo, fino alla morte, non è solo una vittoria personale ma appartiene a tutti coloro che, per la fede, si sentono rappresentati.

La vittoria sul peccato, per la quale il Servo è costituto “giusto”, è trasmessa e donata ai rappresentati.

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