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Archivio di Dicembre 2018

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (1Sm 1,20-22. 24-28)

“Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, ‘perché – diceva – al Signore l’ho chiesto’”. Il Signore esaudisce la sua preghiera e le concede un figlio maschio, togliendole l’infamia della sterilità che pesava fortemente su di lei.

Anna non accolse l’invito del marito di accompagnarlo per soddisfare il voto fatto, adducendo la necessità di attendere allo svezzamento del bambino e, nello stesso tempo, si fa spazio nella sua coscienza la convinzione che il dono deve ritornare al donatore. Perciò ella stessa lo condurrà “a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre”.

Elkanà è un padre e un marito cosciente della sua missione e dell’impegno di rendere culto a Dio per il dono ricevuto. Tale coscienza, e l’azione corrispondente, sono di grande importanza per l’identità della famiglia; infatti costituiscono le fondamenta di un futuro solido e soddisfacente nelle circostanze o difficoltà specifiche della vita giornaliera.

Non è difficile percepire i sentimenti e lo stato d’animo di Anna per la nascita del figlio tanto desiderato, dopo l’umiliante sterilità e l'aver sopportato, con essa, l’arroganza e la prepotenza della seconda moglie del marito, al quale quest'ultima aveva dato dei figli.

L’attenzione al dono, e la necessità che non manchi nulla al bambino, unita al buon senso, hanno fatto sì che Anna non accolga la richiesta del marito di andare “a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e soddisfare il suo voto. Anna non andò (…) Non verrò, finché il bambino non sia svezzato’”.

Anna, nella sua immensa gioia, non perde di vista che il bambino è dono di Dio e che pertanto, in primo luogo, deve essere restituito con la stessa modalità di dono. È un atteggiamento magnanimo e sorprendente perché è normale che una madre prenda “possesso” del figlio che gli appartiene inseparabilmente, partendo dal presupposto che “è mio figlio!”. Tale comportamento, caratteristico dell’esclusivo sentimento di possesso, dimentica o mette in secondo piano la realtà del dono di Dio, e non permette la dovuta distanza dal possesso esclusivo ed escludente.

Anna compirà la promessa ben oltre quello che normalmente è richiesto in tali circostanze: “Dopo averlo svezzato, lo portò con sé (…) e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo (…) per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 9,1-6)

 

Il popolo camminava nelle tenebre (…) in terra tenebrosa”, e le persone sottomesse al giogo oppressore con la “sbarra sulle spalle” erano minacciate dal “bastone del suo aguzzino”. Parole che descrivono la triste condizione degli esiliati in Assiria. Persone senza futuro, se non quello della dura schiavitù e della sofferenza. Non c’é speranza che possa cambiare in meglio la loro condizione. Quanti popoli, quante persone oggi sono nelle stesse condizioni? Quante di loro si sentono come straniere nella propria terra, nella propria casa, per i motivi più vari?

Teologicamente parlando, la radice è nel peccato personale e sociale. Esso ha il potere di dividere ciò che è unito, di isolare le persone nella loro individualità, di suscitare il sospetto, la sfiducia e l’indifferenza reciproca, rendendo impossibile ogni rapporto ragionevolmente umano. Non per niente le malattie depressive ed affini hanno avuto, negli ultimi tempi, una crescita esponenziale.

Ogni anno il Natale ripropone alla considerazione del credente “lo zelo del Signore degli eserciti”, in virtù del quale Egli esercita “il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e il suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre”.

Sorge la domanda: uno zelo sprecato? Un buon proposito destinato a entrare nella categoria delle illusioni? Per certi aspetti la risposta é affermativa, considerando le diverse forme di degrado umano, morale e sociale che i mezzi di comunicazione presentano costantemente. Ma quel che più colpisce è l’insistenza, la tenacia e la fermezza nel ripresentare l’azione di Colui la cui presenza consolida e rafforza l’avvento del suo Regno,  “con il diritto e la giustizia, ora e sempre”, per l’adesione e la collaborazione del credente nell’oggi (nel presente), nel contesto e nelle molteplici circostanze, scoprendolo come tesoro nascosto o ricercarlo come perla preziosa da trovare, nell’ambiguità della condizione umana.

L’esperienza dell’avvento del Regno è l’affermazione della giustizia e della verità, nella difesa del diritto e della dignità umana, nel resistere ad ogni forma di oppressione e di degrado umano. Essa passa per lo scontro drammatico e violento dell’esperienza di Gedeone (cap 7): “Poiché ha spezzato il giogo che l’opprimeva, la trarrà sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino come nel giorno di Màdian”.

Il regno si esprime nelle scelte, nello stile di vita contrario alla violenza, all’oppressione sopra indicati (resistenza attiva), nell’instaurare e difendere la pratica della giustizia, delle pari opportunità e i valori etici che sostengono la dignità umana e il rispetto delle diversità,  con coraggio e determinazione (resistenza passiva).

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Mi 5,1-4a)

“Betlemme, così piccola”, comparata con le altre città di Giuda, non ha importanza alcuna che meriti rilievo culturale, sociale o religioso. In casi come questi è comune il prevalere dell’indifferenza e il disinteresse; e se questo è il sentimento per luoghi e villaggi, cosa sarà riguardo ai poveri, agli esclusi che vivono in essa?

Diversa è la considerazione e lo sguardo di Dio, libero dal preconcetto, dal disprezzo e dalla sfiducia. Egli determina che “da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele”. Contrasto sorprendente della libera e sovrana volontà di Dio che innalza gli umili.

Il contrasto è ancora maggiore per le caratteristiche del personaggio: “le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti”. Betlemme era la città del re Davide, uno dei personaggi più illustri della storia d’Israele, quindi non è escluso che le parole si riferiscano a lui. Ai tempi della nascita di Gesù, il Messia era atteso come discendente dalla stirpe di Davide, per ricondurre il regno agli splendori di allora.

Il riferimento all’origine – “dai giorni più remoti” – fa intravedere come un disegno, un progetto, in virtù del quale “il dominatore d’Israele (…) si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del Signore suo Dio”, dopo il tempo in cui Dio “li metterà in potere altrui", ossia di coloro che calpestano l’Alleanza, la giustizia e il diritto, con gli effetti drammatici, addirittura tragici, del loro agire e le relative conseguenze. L'agire con la forza del Signore allude alle difficoltà nello svolgimento della missione, così come il pascere fa intuire che essa arriverà a buon fine. 

“Il dominatore d’Israele” apparirà “quando partorirà colei che deve partorire”. È assicurata la sua venuta, ma non si sa quando; e, nei momenti difficili, sempre si attiverà l’attesa. La situazione attuale dell’umanità, la sua grande sofferenza, manifesta l’abbandono dell’alleanza con il Signore nei termini del corretto comportamento etico, per consegnare la politica e la vita sociale al dominio dell’usura e della speculazione, senza la dovuta attenzione alla dignità della gente. Il lucro ha fatto sì che i detentori del potere trattino le persone come se fossero pedine di un gioco di guadagni, di potere e dominio.

Il brano attesta che il resto di Giuda tornerà a ricomporre e ricostituire l’insieme del popolo eletto: "… il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele”. 

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La buona politica è al servizio della pace

 

1. “Pace a questa casa!”

Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» ( Lc 10,5-6).

Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro, uomini e donne, che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana. [1] La “casa” di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.
Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “Pace a questa casa!”.

2. La sfida della buona politica

La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy; [2] è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Lo sappiamo: la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.

«Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» ( Mc 9,35). Come sottolineava Papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità». [3]

In effetti, la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto.

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di Aldo Antonelli – Da Rocca n. 24/2018

 

Due ricordi che ci servano da pista sulla quale intrecciare una riflessione/meditazione sul Natale.

1. Alla fine del novecento un cittadino americano agnostico si appellò alla Costituzione degli Stati Uniti, la quale non prevede feste religiose nel calendario nazionale, e chiese la soppressione del Natale come giornata festiva. La Corte Suprema, dopo lungo esame, respinse l’appello, sentenziando che già da tempo il Natale aveva cessato di essere una festa religiosa!

2. Circa trenta anni fa Marco Lodoli scrisse un romanzetto anarchico, di cui non ricordo il titolo, nel quale i protagonisti erano tre giovani libertari e ingenui che avevano della politica un’idea tutta poetica. La loro prima azione fu quella di rubare il Gesù Bambino dal grande presepe di piazza San Pietro. «Secondo le loro menti bizzarre bisognava – a detta dell’autore stesso – simbolicamente interrompere quel ciclo che ogni anno a Natale festeggia la nascita del bambino divino e a Pasqua poi lo crocifigge». E aggiunge: «Bisognava liberare il neonato da un destino feroce, mandarlo a giocare con gli altri bambini».

Prendiamo questa “parabola” come filigrana attraverso la quale contraddistinguere ed individuare la particolarità del discorso cristiano che, con l’Incarnazione, si discosta da quello religioso per rivestire i panni della “Profanità” e della “Laicità”.

Dio, in Gesù Cristo, esce dalla solitudine oligarchica e ontocratica in cui la religione lo ha imprigionato, per “mettere la tenda tra gli uomini”, per identificarsi con l’uomo, con la sua precarietà, la sua mondanità e, appunto, la sua “pro-fanità”, nel senso etimologico del termine. Non l’uomo surrettiziamente imbalsamato dentro il tempio del potere e dell’avere; ma l’uomo nella sua nudità, per il quale «non c’è posto in albergo».
Non quindi il Natale come “Festa” (religiosa o laica, poco conta!), ma il Natale come dimensione di vita quotidiana.

Contro la tendenza, ricorrente e naturale, dell’uomo a consacrare le cose, sottraendole all’uso comune e riservandole alla divinità, il Dio di Gesù Cristo si “sconsacra” diventando uomo comune e compagno di viaggio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sof 3,14-18)

Il profeta si rivolge a Gerusalemme con parole di giubilo e di speranza annunciando che, in quel momento, “Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico”. In tal modo pone fine all'invasione e al dominio da parte dell’Assiria perché “ha disperso il tuo nemico”. La condanna era stata inflitta per l’infedeltà all’alleanza, per aver assunto pratiche idolatriche, per la violenza dei potenti, per l’oppressione di principi, sacerdoti giudici e profeti a scapito del popolo e, in particolare, della povera gente.

Ebbene, con la liberazione dal nemico, il Signore ristabilisce l’alleanza con la sua presenza in mezzo al popolo, che lo riteneva ormai assente. Perciò lo riconosceranno come “Re d’Israele”; e la sua missione è la salvezza del popolo e, particolarmente, delle persone più deboli ed esposte alla prepotenza dei potenti e delle autorità: la vedova, l’orfano e lo straniero.

Il Signore, fedele all’alleanza, sosterrà l’avvento della sua sovranità e, con essa, la manifestazione del regno di Dio, che il popolo riconoscerà come tale. Riconoscere l’azione del Signore, e rispondere positivamente con una pratica di vita in sintonia con la finalità della legge e il senso ultimo dell’alleanza – la pace e l’armonia con tutti e tutto -, equivale a riconoscere la sua presenza, a constatare l’avvenuta promessa del profeta: "il Signore è in mezzo a te”, e la sicurezza che essa offre: "tu non temerai più alcuna sventura”.

Con il Signore accanto si può guardare al futuro con fiducia e serenità, in modo da fare del proprio lavoro, della propria azione, e dei rapporti interpersonali e sociali connessi, una benedizione, un cammino di crescita umana e spirituale per ogni persona, per il popolo intero e, in ultima analisi, per se stessi.

La promessa si compirà sicuramente “In quel giorno”, un tempo futuro, ma anche prossimo. Vale specificare che il compimento non corrisponde al termine esaurimento, per cui si tratterà sempre di una realtà aperta a un oltre che si proietta in avanti, nel futuro. Il profeta anticipa che allora sarà vinto ogni timore, scoraggiamento e angustia perché “Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è salvatore potente”.

Con tale evento Dio “gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia”. Allo stesso tempo è la gioia stessa che inonda il cuore delle persone e del popolo, nella certezza che Dio protegge la loro vita, il loro cammino e la loro crescita, come un bene preziosissimo.

Dio ha scelto il suo popolo e ha creato l’umanità perché partecipi della sua vita, della salvezza da ogni pericolo, liberandolo da ogni male. Stabilisce la sua presenza, indica il cammino e mezzi necessari. Cosa doveva fare di più, che non ha compiuto? La felicità, la gioia nel presente e nel futuro del popolo, richiede soltanto la libera adesione alla pratica della giustizia e del diritto.

Questa scelta non è unilaterale ma richiede un dialogo sincero e trasparente. Gli abbagli e le seduzioni a cui sono sottoposte le persone e la collettività per voler intraprendere, solo da se stessi, il cammino e i mezzi per raggiungere tale traguardo portano conseguenze deludenti, disastrose e drammatiche, come l’esperienza normalmente conferma.

Il mistero dell’iniquità, operante nel mondo, non permette che le persone ripongano nel Signore la fiducia e la speranza che merita. Soccombere ad essa, il più delle volte, è un'esperienza che si ripete continuamente, nonostante i drammatici e deludenti risultati.

L’esistenza è una continua lotta tra la fiducia in se stessi, nelle proprie idee, nel proprio progetto e ciò che il Signore offre. Molte volte prevale la prima opzione, configurando la realtà del peccato.

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"La nascita di Gesù è come impiastricciata in una melassa dolciastra, che rischia di impantanare la verità evangelica in una bella favola che va a toccare le corde dei sentimenti, ma che poco o nulla incide nella vita del credente…".

 

di Alberto Maggi

 

Tanto scarno e asciutto è quel che scrivono i vangeli riguardo al Natale, quanto mielosa è diventata la maniera di presentarlo e di viverlo. La nascita di Gesù è infatti come impiastricciata in una melassa dolciastra, che rischia di impantanare la verità evangelica in una bella favola che va a toccare le corde dei sentimenti, ma che poco o nulla incide nella vita del credente.

Gli evangelisti non hanno avuto alcuna intenzione di descrivere minuziosamente la cronaca del giorno, mese e anno sconosciuti, in cui a Betlemme, è nato un maschietto al quale i genitori hanno posto nome Gesù, l’ebraico Jeshua (“Il Signore salva”).

Quel che viene presentato nei vangeli non è una cronaca, ma un’interpretazione della nascita di Gesù, alla luce della sua morte e risurrezione, dove i sentimenti vengono fatti tacere per lasciare il posto solo ai significati. Per scoprire quali essi siano occorre procedere a un’efficace operazione di pulizia, per giungere al significato profondo della narrazione evangelica facendola riemergere da quel cumulo di leggende, tradizioni, devozioni, folklore, che l’aveva come seppellita. La luce che emerge dopo l’operazione di restauro è l’annuncio della realizzazione del progetto di Dio sull’umanità: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), avveratosi storicamente in Gesù di Nazareth e proposto, attraverso di lui, a ogni persona: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).

Ma chi l’ha accolto? Non i capi religiosi, ma i pastori, i pària di Israele, non i pii farisei, ma i magi, gli impuri pagani. Quelli che erano considerati esclusi dal piano di Dio hanno accolto Gesù; quelli che si ritenevano gli eletti privilegiati hanno rifiutato il disegno del Signore sull’umanità (“ma i suoi non lo hanno accolto”, Gv 1,11).

Ecco allora che quei particolari che gli evangelisti hanno inserito nella loro narrazione, una volta ripuliti da ogni elemento estraneo, acquistano tutta la loro portata, cominciando dai personaggi. Matteo presenta, una ragazza, Maria, che è incinta, viene sospettata di adulterio dal proprio sposo, e per questo rischia di essere lapidata. Il marito, Giuseppe, dilaniato tra l’osservanza della Legge divina, che gli impone di denunciare e uccidere la sposa infedele, e la compassione per la propria moglie, sceglie l’amore. Là dove la ferrea osservanza della Legge, della morale e della tradizione viene incrinata da un sentimento di misericordia, si permette a Dio di farsi strada e manifestarsi nella vita dell’uomo.

L’annuncio della nascita di Gesù, non suscita gioia, ma provoca il panico nella città santa, Gerusalemme. La venuta del “Dio con noi” (Mt 1,23), spaventa tutta Gerusalemme: da Erode, re illegittimo, ai sacerdoti, dagli abitanti ai teologi. Tutti allarmati, sbigottiti, e presi dalla paura di perdere il potere e i propri consolidati privilegi.

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In quel tempo, Gesù disse:

 

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Mt (11,28-30)

 

di Luciano Locatelli, presbitero

 

Il Vangelo di oggi ci propone questo bellissimo testo: “In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero»”.

L’attenzione di Gesù è rivolta costantemente ai piccoli della storia, a coloro che vivono oppressi dai potenti e spesso sono esclusi anche dalla religione del tempio. La loro vita è dura e la dottrina offerta dagli “esperti”, dai “maestri” la rende ancora più dura e difficile.

In questa situazione Gesù fa loro tre appelli. “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi”, primo appello. E’ diretto a tutte e tutti coloro che sentono la religione come un peso, che vivono oppressi da norme e dottrine che impediscono loro di percepire la gioia della salvezza. Se si incontrano in modo vitale con Gesù, sperimenteranno un ristoro immediato. E’ come uno che sta correndo e deve fermarsi a riprendere fiato: ecco, Gesù diventa il respiro che fa rifiatare, che riempie i polmoni di aria nuova, che fa uscire da quell’aria asfittica, a volte troppo satura di “incensi vari”, che impedisce di respirare.


“Prendete il mio giogo sopra di voi…”. E’ il secondo appello. Bisogna cambiare “giogo”. Abbandonare quello dei “sapienti e dei dotti” e prendere quello del Maestro che, nelle Beatitudini apre una via nuova. Gesù non è meno esigente, anzi, lo è di più. Ma esige in maniera diversa. Esige l’essenziale: l’amore che libera e fa vivere.


“Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Terzo appello.

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Fonte: Adista – 12 Dicembre 2018

“Il peso delle armi” è il titolo del VI Rapporto di ricerca sui conflitti “dimenticati”, edito da il Mulino, realizzato da Caritas Italiana in collaborazione con Avvenire, Famiglia Cristiana e Miur (Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca) e presentato lo scorso 10 dicembre a Roma, in occasione del 70.mo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Sotto la lente dei ricercatori, per questa edizione, la produzione, il commercio e gli effetti sociali, economici, mediatici e culturali delle armi nel mondo, con un'interessante focus sul tema della consapevolezza dell'opinione pubblica e in particolare dei giovani.

Alla presentazione romana hanno preso la parola Marco Tarquinio (direttore di Avvenire), don Antonio Rizzolo (direttore di Famiglia Cristiana), don Francesco Soddu (direttore di Caritas Italiana), Walter Nanni (Ufficio Studi Caritas Italiana) e Paolo Beccegato (vicedirettore Caritas Italiana), curatori della ricerca e Maria Pia Basilicata e Maria Costanza Cipullo (rappresentanti del Ministero).

Il Rapporto di ricerca, che ha già due decenni di esperienza sulle spalle, intende «creare un cono di luce su una serie di eventi bellici che, nonostante la loro evidente letalità, apparivano sostanzialmente trascurati sia dai media mainstream sia dall’opinione pubblica in generale», chiarisce Paolo Beccegato nella sintesi del volume che si può scaricare dal sito della Caritas. Guerre ignorate ma che stravolgono drammaticamente l'esistenza di milioni di persone e catalizzano gli sforzi di associazioni umanitarie, Chiese e Caritas locali. Sono le stesse “fonti” locali che raccontano la vita e le sofferenze dei popoli in guerra, lontani dai riflettori occidentali.

«Il mercato delle armi è mezzo e strumento, ma anche causa scatenante e rafforzante di tante guerre», sottolinea Beccegato entrando nel tema di questa VI edizione. «Anche grazie alla relativa facilità di impadronirsi di veri e propri arsenali, soprattutto di armi leggere, le guerre sono ormai alla portata non solo delle forze armate ufficiali, ma anche e soprattutto di bande armate e di piccoli gruppi militarizzati, protagonisti dei moderni conflitti», che si combattono anche con armi nuove, non convenzionali, improvvisate e poco costose, «strumenti di violenza e di morte difficilmente catalogabili» come «le bombe fai-da-te, le armi chimiche, i barili-bomba, sino all’informatica e agli strumenti della galassia digitale, protagonisti delle cyber guerre».

La questione della sicurezza nel mondo è sempre più allarmante: nell'ultimo decennio si registrano aumenti nelle crisi “violente” mentre diminuiscono quelle “nonviolente”, politiche e diplomatiche.

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Le guerre nel mondo sono in drammatico aumento: 378 i conflitti totali nel 2017, di cui 186 crisi violente e 20 guerre ad alta intensità. Ci sono 378 guerre nel mondo, spesa record per le armi

Fonte: globalist 11 dicembre 2018

Le guerre nel mondo sono in drammatico aumento: 378 i conflitti totali nel 2017, di cui 186 crisi violente e 20 guerre ad alta intensità. Lo scorso anno si è registrato anche il record di spesa per gli armamenti dalla Seconda guerra mondiale. A lanciare l'allarme è il sesto rapporto annuale sui conflitti dimenticati 'Il peso delle armi’, presentato a Roma da Caritas italiana, e realizzato in collaborazione con il Miur. Ventisette gli autori coinvolti, assieme a sette enti di ricerca e organizzazioni, 45 scuole medie inferiori, e 25 gruppi Scout Agescu. La presentazione coincide con il 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, "il cui rispetto è la premessa fondamentale per lo sviluppo e la pace", come sottolinea don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, introducendo lo studio.

L'analisi conferma che sono in aumento produzione e vendita di tutti i tipi di arma, dalle leggere all'atomica. Un fenomeno che, secondo gli esperti, dipende dal fatto che gli Stati sono ormai convinti che, per vincere le guerre, servano arsenali sempre più ricchi e potenti. Allarmante il fatto che tra i sei Paesi massimi esportatori, cinque siano i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu. Una contraddizione, come evidenzia Paolo Beccegato, vicedirettore Caritas italiana, dal momento che "il Consiglio fu concepito per farsi protettore della pace e dei diritti umani fondamentali nel mondo".
In testa, gli Stati Uniti col 34,0%, seguiti da Russia (22,0%), Francia (6,7%), Germania (5,8%), Cina (5,7%) e Regno Unito (4,8%). Poi Israele e Spagna con entrambi il 2,9%, quindi l'Italia col 2,5%. Tra i principali importatori invece Arabia Saudita, Emirati Arabi, Australia, Iraq e Pakistan. Paesi che contribuiscono ad alimentare i conflitti in Yemen, Nord Africa e Medio Oriente.

Il report conferma poi con forza un binomio già noto agli studiosi: la povertà è più diffusa nei Paesi in cui si combatte, così come viceversa, laddove sono più drammatici recessione, diseguaglianze e scarso accesso a fonti di reddito risulta altamente più probabile scivolare nei conflitti.
Per contrastare la povertà, osserva ancora Beccegato, diventa allora "fondamentale ragionare sulle dinamiche alla base della guerra e incoraggiare buone politiche, oltre che fornire aiuti".

Infine, il report si concentra sull'impatto dei cambiamenti climatici su guerre e migrazioni – l'Onu stima in 250 milioni i migranti e in oltre 70 milioni i rifugiati e gli sfollati. 

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