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Archive del 6 Dicembre 2018

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Bar 5,1-9)

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione”. Il versetto si riferisce alla condizione del popolo, in esilio a Babilonia dopo la conquista di Gerusalemme. “Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici”, tra il radicale sconcerto e lo sconvolgente abbattimentoLa causa di questa situazione è attribuita al popolo e alle autorità per non aver ascoltato la voce del profeta e per aver seguito altri cammini, sfiduciando i termini dell’alleanza e la promessa del Signore.

Essi, non a parole ma nella pratica, hanno rotto l’alleanza, con conseguenze disastrose  nonostante il profeta Geremia li avesse avvertito del pericolo cui andavano incontro. Dopo il lungo periodo di oscurità e amarezza in terra straniera, il profeta Baruc annuncia l’approssimarsi del ritorno. Per chi ha sofferto grandemente non è difficile immaginare lo stato d’animo e il sentimento di gioia che che prova e che il profeta descrive in modo particolareggiato.

In primo luogo annuncia che Dio ha stabilito la fine dell’esilio e il ritorno in patria del “resto d’Israele”. Sarà lui stesso a ricondurli, "Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui”.

A questa determinazione corrisponde l’azione misericordiosa. Il suo cuore, rivolto alla miserevole condizione del popolo, ritiene che sia giusto riscattarlo dall’esilio, restituirgli la dignità di popolo eletto e conferirgli quello di cui ha bisogno. In questo senso compie la giustizia, dettata dall’amore che riscatta e rinnova.

Il popolo, sentendosi perdonato, riscattato e ricondotto alla terra promessa, percepisce in sé la gloria di Dio; Egli sta operando nei riguardi del suo popolo per donargli nuova vita, offrirgli la condizione di persone libere e un futuro pieno di speranza. È come una nuova creazione. Questa condizione è luce nella quale Dio gioisce.

Oggigiorno molte forme di schiavitù soggiogano nazioni e moltitudini al punto da farli sentire stranieri e, addirittura, schiavi nella propria terra. L’aver tralasciato la pratica della giustizia, dell’uguale opportunità, del diritto per tutti senza discriminazioni, della solidarietà e di altri valori etici per un mondo più giusto, più umano e vissuto nella luce della gloria di Dio, ha fatto sì che il nuovo Egitto – la schiavitù e il dominio – prendesse piede in molte circostanze e in diversi luoghi. Grano e zizzania, come a macchia di leopardo, crescono assieme.

Ma Dio non susciterà un “resto dell’umanità” con il quale porre rimedio, rigenerare e ricostruire una realtà mondiale condizionata dalla seduzione di prospettive sociali e culturali fortemente intrise di disumanità e pericolosamente sull’orlo dell’auto distruzione?

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"È solo unendo le piccole forze degli onesti

che possiamo diventare una grande forza"

 

 

 

 

 

di Paolo Farinella – Sacerdote

fonte: Il Fatto quotidiano del 6/12/2018

 

Il 2 dicembre 2018 è iniziato il nuovo anno liturgico (anno-C) e come ogni anno comincia con la prima domenica di Avvento, che non è preparazione al Natale ma proiezione del tempo e della storia nell’escatologia. In altri termini, il tempo di Avvento ci offre un ampio contesto dentro il quale scrutare, verificare e valutare la nostra vita e quella del mondo. Il Natale del Signore è un passaggio di questo percorso, anzi il punto di partenza, perché determina la possibilità d’instaurare una relazione verificabile con il Figlio di Dio, Gesù di Nazareth. Aver trasformato l’Avvento in preparazione al Natale è un ridimensionamento della sua portata e importanza.

 

Per chi dice di essere credente in questo Gesù e per l’Italia, sede della suprema autorità cattolica (il Vescovo di Roma), il 2018 è un annus horribilis, perché alla vigilia dell’Avvento il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva il decreto legge n. 113/2018. Esso è stato diabolicamente pensato per nascondere dietro un titolo chilometrico, appositamente redatto, atrocità incostituzionali, inganni, tradimenti e derive umanitarie: “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate (C. 1346)”.

Tutto questo coacervo di materie eterogenee e confuse unicamente per nascondere che si tratta di una legge contro gli immigrati, non più considerati come persone e ai quali non solo non vengono riconosciuti i diritti stabiliti da leggi e convenzioni universali, ma addirittura sono tolti e accorciati anche i più ovvi, riducendoli a merce scadente.

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di Lorenzo Tosa – www.stradeonline.it del 6/12/2018

 

Andrò controcorrente, ma proprio non riesco a capire perché lo Stato dovrebbe scusarsi con Fredy Pacini.

Ormai le due scuole di pensiero dominanti – pro e contro la legittima difesa “assoluta” – sembrano essersi accomodate su un punto di caduta comune e intoccabile, che suona più o meno così: se una persona, dopo aver subito 38 furti, è costretto a barricarsi in un capannone armato, sparare e financo uccidere, quella è una sconfitta dello Stato. E per questo si deve scusare.

L’abbiamo sentito ripetere talmente tante volte in questi giorni, da essere entrato ormai nel nostro sentire comune. Lo hanno ribadito insospettabili intellettuali che certo non possono essere annoverati nel milieu salviniano. Ci crediamo così tanto da aver messo da parte persino la logica e le verità oggettive che oggi abbiamo a disposizione per leggere questa drammatica vicenda.

1) Le rapine non erano affatto 38, ma "appena" sei, come riportano fonti dei carabinieri, di cui due quelle effettivamente consumate (negli altri quattro casi si è trattato di tentati furti). Poche? Nient'affatto, sono tante, troppe: nessuno merita di vivere con la costante paura di essere rapinato. Ma 38 o due non sono la stessa cosa. Non è vero che "non cambia nulla", come ripetono ossessivamente i teorici della difesa indiscriminata.

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"Ho cominciato sui treni dei disperati. Il vescovo mi disse: affido a Luigi una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada"

 

di Fabrizio Ravelli

Don Luigi Ciotti è uno di quei preti lottatori che non mollano mai, che trovi per strada e non in sacrestia, che dà del tu a tutti (anche nel primo incontro con l'avvocato Agnelli, che non fece una piega). Il Gruppo Abele lo conoscono tutti. La sua vita, un po' meno. Si incontrano una maestra nervosa, un medico disperato, un vescovo coraggioso, e tanti altri. Conta molto che Ciotti sia un montanaro.

Montanaro veneto, no?

"Sì sono nato a Pieve di Cadore nel '45, ed emigrato in Piemonte con mio padre, mia madre e le mie sorelle per la ragione che nel dopoguerra spinse migliaia e migliaia di persone ad andare a cercare altrove la dignità di lavoro, la speranza".

E te ne sei andato a cinque anni.

"Mi ricordo l'impatto traumatico con la città di Torino, perché mio padre aveva trovato lavoro ma non aveva trovato casa. E quindi la nostra casa è stata la baracca del cantiere del Politecnico di Torino. Mio padre lavorava nell'impresa che ha costruito la parte più vecchia. Quegli anni hanno segnato la mia vita insieme con la baracca, il cantiere, le facili etichette che la gente ti mette perché tu vivi dietro uno steccato. Un pensiero sempre sbrigativo, che generalizza, e che tuttora resta una delle ferite aperte. Mio padre era muratore, poi è diventato il capocantiere, il capomastro".

A Torino da immigrato che viveva in una baracca.

"Sì, la baracca del cantiere. Dignitosa. Una delle cose che mi ricorderò sempre come un avvenimento è di quando una volta all'anno andavamo a comprare la carta da zucchero, quella blu, poi con le asticelle di legno che papà tagliava dalle assi attaccarla al soffitto. Era festa, festa in famiglia. Certo, il gabinetto era una baracca all'esterno. Però ho alcuni dei ricordi belli della mia infanzia. Il padrino della cresima che ho fatto nella parrocchia lì vicino era il gruista, Paolo il gruista. Eri un po' coccolato dagli operai. Poi venne la drammatica sera, credo fosse proprio un tornado che buttò giù i 42 metri della Mole Antonelliana, fece saltare tutti i tetti della Grandi Motori, e ci portò via gran parte della baracca. Ricordo la mia mamma che ci teneva stretti, un po' disperata. Volò via un pezzo di tetto, e il gabinetto lì vicino, che era fatto di assi".

E com'eri tu, bambino della baracca?

"L'altro ricordo è quello legato alla mia esperienza scolastica in prima elementare. Io dovevo andare a scuola in quel territorio, nella zona ricca di Torino. E avvenne un fatto che mi ha segnato molto. Questa scuola, la Michele Coppino, aveva un regolamento: tutti con il grembiule. Mia madre andò dalla maestra a dire che non era in grado di comprare il grembiule e il fiocco per me, perché aveva dovuto comprarlo alle mie sorelle, e non c'erano soldi. Quindi disse: per un mese manderò mio figlio a scuola senza il grembiule. Leggi il resto di questo articolo »

 

di Maurizio Ambrosini – Avvenire 5 dicembre 2018

Come è noto, uno slogan portante della retorica politica e governativa sulle migrazioni è «aiutiamoli a casa loro». Non è qui il caso di approfondire la validità dell’idea. Basti qui accennare al fatto che gli immigrati non arrivano dai Paesi più poveri in assoluto, ma da Paesi intermedi, e lo sviluppo di un territorio in una prima non breve fase suscita nuove partenze, anziché rallentarle. Sta di fatto che il governo ha varato un’imposta dell’1,5% sui trasferimenti di denaro verso Paesi extracomunitari, ossia principalmente sui risparmi che gli immigrati inviano alle loro famiglie.

Le contraddizioni con l’asserita volontà di prevenire le migrazioni, promuovendo lo sviluppo e le politiche effettive, saltano agli occhi. Le rimesse degli emigrati globalmente hanno raggiunto nel 2017 hanno raggiunto il valore di 613 miliardi di dollari, di cui 466 inviati in Paesi in via di sviluppo. Secondo la Banca mondiale, dovrebbero raggiungere i 642 miliardi nel 2018 e i 667 nel 2019, contribuendo a sostenere circa 800 milioni di persone nel mondo. Le rimesse sono più importanti in valore degli aiuti pubblici allo sviluppo. In altri termini: gli emigranti aiutano casa loro già da soli, e non poco.

Diversi Paesi del mondo hanno le rimesse tra le prime voci attive della bilancia dei pagamenti, e in qualche caso esse rappresentano la prima voce in assoluto. Questi flussi di denaro hanno inoltre la caratteristica di arrivare direttamente nelle mani dei beneficiari. Si calcola che le famiglie ne spendano circa i tre quarti per necessità basilari, come cibo, istruzione dei figli, assistenza medica, manutenzione e miglioramento delle abitazioni. Gli studi in verità colgono anche effetti negativi, ma qui interessa soprattutto fissare un punto. Chi manda consistenti rimesse è chi ha ancora i familiari in patria, specialmente i figli. Spedire rimesse è un modo per mantenere la famiglia nei luoghi di origine, prendendosene cura a distanza.

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