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Archive del 11 Gennaio 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Is 40,1-5.9-11)

Il popolo si trova in esilio a Babilonia per aver voltato le spalle – colpevolmente – all’alleanza del Sinai. Liberato dalla schiavitù dell’Egitto, attraversato il deserto, entra nella terra promessa ma non rispetta l’alleanza, lo spirito della Legge, riferimento e cammino per consolidare in esso la libertà e la giustizia.

La missione affidatagli era quella di organizzare la nuova società, nella quale il diritto e la giustizia fossero espressione di solidarietà, responsabilità fraterna e manifestazione della sovranità di Dio, riassunta nel simbolo dell’“avvento del regno di Dio”. Ma il popolo va in tutt'altra direzione: fa della terra promessa un nuovo Egitto per molti poveri ed esclusi dal convivio umano e sociale e, in effetti, instaura una nuova forma schiavitù.

Gli eventi fanno sì che l’esercito di Babilonia occupi la terra promessa, saccheggi Gerusalemme, distrugga il tempio e deporti il popolo nella propria terra. È un colpo durissimo e sconcertante per il “popolo eletto” in quanto si riteneva sicuro che Dio non avrebbe mai permesso che ciò accadesse. È vero che i profeti avevano espresso i loro ammonimenti sulla possibilità e sui pericoli incombenti, ma non li avevano ascoltati, anzi li avevano ignorati e osteggiati duramente, fino a quando, nello sconcerto generale, il peggio si avverò.

La conseguenza fu la deportazione in Babilonia, lo stato di desolazione, smarrimento e tribolazione.

La triste condizione arriva alla conclusione attraverso la voce del profeta: “Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio – Parlate al cuore di Gerusalemme (…). Ecco il vostro Dio! (…) Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”.

Le parole esprimono la sorprendente portata della compassione e misericordia di Dio verso il suo popolo. La sua sofferenza è anche la sofferenza di Dio, quantunque questi fosse stato molto severo: "gridatele – a Gerusalemme – che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio di tutti i suoi peccati”. L’esperienza della tribolazione insegna le conseguenze del peccato e imprime nella coscienza gli effetti della stoltezza e della gravità del loro comportamento auto-distruttivo.

Viene da chiedersi se l’umanità continua oggi nello stesso processo. Saranno ascoltati dalle autorità mondiali i profeti che mettono in guardia sulle cause del pericolo economico, sociale, ecologico e culturale cui è esposto il pianeta? Saranno seguiti i consigli e gli orientamenti, di persone sagge e competenti, riguardo il corretto uso, intelligente e critico, dei mezzi di comunicazione sociale, per non svilire la qualità dei rapporti interpersonali a favore esclusivo della comunicazione virtuale? La globalizzazione sarà vissuta come un'opportunità, previo un impegno dialogico intelligente e appropriato?

Tornando al testo, è la compassione e la misericordia del Signore che toglierà il popolo da una situazione irreversibile per le proprie capacità e forze.

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Parole molto sentite di Lorenzo Tosa, giornalista e blogger, che sa spiegare bene attraverso ratio ed emozioni dove stiamo andando e cosa possiamo fare per non voltare la faccia all'orrore che ci circonda.

di Lorenzo Tosa* – 10 Gennaio 2019, pubblicato su Repubblica.it – Edizione di Genova

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Cara Repubblica,eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate di Palazzo Ducale, in quella piazza troppo grande, troppo tonda, per riempirla tutta.

Non sono più i tempi dei grandi raduni, eppure siamo ancora lì: i ragazzi di oggi, con la loro meravigliosa gioventù, e i ragazzi di ieri, che, nonostante tutto, hanno ancor voglia di esserci. Loro che pure il loro mondo, tra difficoltà indicibili e infinite contraddizioni, ce lo hanno consegnato intatto, e avrebbero pure il diritto di farsi da parte. E invece se ne stanno lì, ci mettono la faccia, la voce, qualche volta le urla, come un tempo – perché no – che quasi sono loro fisicamente a sorreggerti, a spingerti fisicamente, un centimetro alla volta, per riprendere in mano diritti sociali, civili e umani che la nostra generazione da sola non sa più difendere.

Eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate, e a un certo punto mi sono sfilato impercettibilmente per vederlo da fuori quel pezzo ostinato di umanità che si è dato appuntamento una sera di gennaio per dire no. “Not in my name”. Restiamo umani. No al decreto sicurezza. No ai porti chiusi. No al razzismo, no al sovranismo, no al populismo e ad ogni -ismo contro cui oggi, nel 2019, è tornato tremendamente urgente combattere.

Guardavo da fuori questa macchia indistinta di uomini e donne e non potevo fare a meno di chiedermi, in fondo, quale fosse l’unica vera grande battaglia che noi, questa generazione di resistenti, stiamo combattendo qui e ora. Finché quella parola totemica non è uscita fuori da sola, quasi spontaneamente: Anti-fascismo.

Che ci crediate o meno, non esiste oggi una parola più attuale di questa. Un manifesto altrettanto limpido da riuscire a tenere insieme le grandi conquiste di ieri e le oscure minacce di oggi.

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di Pier Paolo Tassi* – 11 Gennaio 2019

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Stop alla protezione umanitaria. È questa la novità più rilevante introdotta dal titolo I del decreto Salvini su immigrazione e sicurezza, dedicato alla riforma del diritto di asilo e dell’accoglienza istituita in Italia nel 1998 e regolata dall’articolo 5 comma 6 del testo unico sull’immigrazione 286/98. Questa forma di tutela veniva ad affiancarsi alle protezioni internazionali  (asilo politico e protezione sussidiaria) già previste dalla convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

Grazie alla protezione umanitaria, era consentito alle questure il rilascio ai cittadini stranieri di un permesso di soggiorno per motivi umanitari di durata variabile dai sei mesi ai due anni e rinnovabile, laddove, pur non sussistendo i presupposti per riconoscere una protezione internazionale, fossero ravvisati “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”.

Nella pratica dell’esame delle domande di asilo, confluivano tuttavia in questa casistica – come recita la circolare ministeriale del 4 luglio scorso, che anticipava la “filosofia” del decreto – “una varia gamma di situazioni collegate allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto personale, alle traversie affrontate nel viaggio verso l’Italia, alla permanenza prolungata in Libia”, ma anche prove che certificassero l’avvenuta integrazione del richiedente, per il quale la tutela umanitaria diventava strumento premiale.

In parole povere, fino all’entrata in vigore del decreto, era norma riconoscere una forma di protezione al richiedente che indipendentemente dai motivi di fuga dal paese di origine, fosse stato vittima in un paese di transito (in genere la Libia), di torture, prigionia ingiustificata (le carceri libiche contengono all’incirca 70-90 persone per stanza), violenza grave o schiavismo.

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