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Archivio di Febbraio 2019

 

di Giovanni Sarubbi – da www.ildialogo.org del 24 Febbraio 2019

Nella politica italiana quasi tutti i partiti politici si affollano a destra. C’è una gara a chi si genuflette di più di fronte a quegli strati sociali che possiedono una ricchezza spropositata, come le 47 persone che hanno un patrimonio personale di 150miliardi di euro, o che per il solo fatto di essere etichettati come “imprenditori” sono coccolati e vezzeggiati con provvedimenti e promesse che vanno dai condoni tombali sulle loro evasioni fiscali, a riduzioni consistenti di tasse con la cosiddetta FLATTAX. Si perché quelli che io mi ostino a chiamare “padroni”, come facevo  nel ‘68, sono in genere evasori fiscali, intolleranti alle regole e alle leggi che vogliono tutelare coloro che lavorano alle loro dipendenze. Ai “padroni” e ai “padroncini”, come sono quelli che fanno capo alla Lega e in parte ai 5Stelle, si promette che non ci sarà alcuna patrimoniale e che possono dormire sonni tranquilli. Questo governo, come tutti quelli che lo hanno preceduto, le mani in tasca le sta mettendo ai soliti pensionati dai 1500 euro lordi in su, cioè a tutti gli ex lavoratori dipendenti (altro che pensioni d’oro) e ai soliti lavoratori dipendenti attivi. Sono loro che stanno pagando il cosiddetto “reddito di cittadinanza” e l’imbroglio della cosiddetta “quota 100”.

L’affollamento a destra è il segno che la destra ha vinto sul piano culturale. Anche in ciò che rimane della sinistra, e non mi riferisco certo al PD che dalla sua fondazione, il 14 ottobre 2007, ha sempre dichiarato di voler occupare un ruolo “centrale” nella politica italiana rinnovando la vecchia tradizione democratico cristiana, non c’è più né la capacità di una analisi della realtà socio-economica alternativa a quella capitalistica, né un linguaggio diverso da quello imperante basato sul cosiddetto “pensiero unico capitalistico”. L’unica ideologia ammessa è quella liberista, quella basata sugli interessi del grande capitale. Anche a sinistra si usano parole come “buonismo”, “clandestini”, “scafisti”, “trafficanti di esseri umani” e, per ultima, quella di “sovranismo”. Parole basate sul nulla, finalizzate solo a creare paura e odio e a diffondere il virus del razzismo. E così il tema della “sicurezza” paralizza qualsiasi capacità di analisi e c’è chi, come l’ex ministro dell’interno Minniti, è arrivato a teorizzare e a praticare una politica della “sicurezza” applaudita dal suo successore della Lega Salvini. La paura condisce la politica di tutti. E nonostante si viva nel paese più sgarrupato possibile, dove ai capitalisti non viene torto un capello nemmeno se lo trovano a rubare o per i morti sul lavoro, grazie ad un sistema giudiziario finalizzato alla prescrizione, c’è chi sostiene che ci sia troppo poco liberalismo. Bisognerebbe dare, secondo costoro, ancora più potere e soldi pubblici ai “padroni” per liberarli definitivamente da lacci e laccioli e privatizzare ancora di più tutto ciò che di “pubblico” esiste ancora nel nostro paese. Ma io sono sicuro che anche in quel caso i padroni non sarebbero contenti e troverebbero ancora altri lacci da rompere e vorrebbero ancora più soldi pubblici.

Si ha paura ad usare termini come "padroni", “lotta di classe” o “classi sociali”, “imperialismo”, “socialismo” e meno che mai “comunismo”. Se li si usa si viene etichettati immediatamente come “vetero comunisti”, come capita al sottoscritto un giorno si e l’altro pure.

“Non c’è alternativa” mi ha detto un amico qualche giorno fa, concludendo con una secca affermazione: “il comunismo è morto nel 1990”. Ma cosa è morto nel 1990? E cosa è vivo da quella data in poi? Il sistema sociale capitalistico che dopo il 1990 sembra trionfante ha forse perso la sua caratteristica di sistema sociale ingiusto e basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo? La schiavitù salariale è stata abolita? E cosa sono quelle realtà del nostro paese dove vige la legge del caporalato più feroce e disumano? I cosiddetti “diritti umani” vengono rispettati dalle multinazionali imperialistiche che dominano il mercato mondiale e che riempiono i nostri cibi di pesticidi di tutti i tipi e del sangue di chi lavora nei campi? Questo sistema sociale ha forse smesso di attaccare in tutti i modi possibili gli stati che hanno un sistema sociale socialista, vedi Venezuela?

Quello del mio amico è un ragionamento tipico di un approccio filosofico “idealistico”, che considera la realtà materiale come apparente mentre la realtà vera sarebbero invece le idee immutabili e definitive che vivono nell’iperuranio. Secondo questa concezione filosofica nessuna rivoluzione sarebbe mai stata possibile, né quella francese né quelle che le sono seguite, né le rivolte degli schiavi o la guerra dei contadini del 1500.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

 

Il brano riferisce la forte tensione e disagio di Saul nei confronti di Davide, quest’ultimo chiamato dal Signore e unto dal profeta per sostituirlo nel condurre Israele. Saul non accetta l’evento e cerca di sopprimere Davide che, d’altro lato conta sull’amicizia di suo figlio, Gionata, che lo mette in guardia dalle intenzioni e del progetto del Padre, salvandogli la vita col rifugio nel deserto.

È in esso che Saul persegue il suo intento, con determinazione e impiego di un numero considerevole di uomini: “Saul si mosse e scese nel deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele per ricercare Davide”.

Alla mossa del re, Davide e Abisài abilmente si intrufolano nell’accampamento, si impadroniscono della lancia e della brocca d’acqua del re che stava dormendo. Quest’ultimo legge la circostanza come disegno di Dio da assumere con determinazione: “ti ha messo nelle mani il nemico. Lascia dunque che io lo inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”.

Ma Davide si oppone: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. L’unzione che Saul ha ricevuto merita rispetto e l’eventuale trasgressione, pur motivata dalla necessità di proteggersi dal pericolo e dall’eventualità di soccombere, sarebbe foriera di disgrazia per lui stesso, pur avendola ricevuta per sostituirlo.

Ebbene, sempre, alla luce della fede – e anche nell’orizzonte più ampio della dignità umana – ogni persona è unta, cioè è sacra, perché creata a immagine e somiglianza di Dio e, ancor più, perché redenta dalla missione e consegna di Gesù Cristo per la causa del regno, della sovranità di Dio in essa e nell’umanità intera.

Il non rispetto della dignità umana, a causa dello sfruttamento, della violenza di ogni tipo e di tutto ciò che la diminuisce, o addirittura la sopprime, è un’offesa alla sacralità della persona, del gruppo o dell’etnia alla quale appartiene. Innesca non la punizione di Dio – che sempre ricompone nella persona la vita di chi si rivolge a lui con cuore sincero – ma processi di distruzione della vita altrui e, allo stesso tempo, della propria, nel senso di essere precipitati nella disumanità e in tutto ciò che di male essa porta con sé.

Ebbene, tornando al brano, Davide si limita a dimostrare la reale possibilità di eliminare Saul ma non vuole macchiarsi le mani del suo sangue.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 17,5-8)

La missione a cui è chiamato Geremia si svolgerà nei termini indicati dal Signore stesso nel momento della sua elezione: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare” (Ger 1, 10).

Dovrà dire quello che il popolo e le autorità non vogliono udire; indicare il cammino contrario a quello da loro perseguito; profetizzare l’opposto delle loro speranze rispetto alle loro attese e annunciare l’avvento di un futuro devastante in caso di disobbedienza, il che avverrà con l’invasione del re Nabucodonosor e la deportazione in Babilonia.

Il libro registra la grande sofferenza del profeta, non solo per l’opposizione e il rigetto generalizzato ma, soprattutto, per il “silenzio del Signore” dal quale egli si sente defraudato, deluso e, di conseguenza, al limite delle forze per continuare la missione.

Tuttavia, in mezzo alla prova, il Signore interviene per sostenerlo: “Allora il Signore rispose: ‘Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro e di fronte a questo popolo ti renderò come un muro durissimo di bronzo’” (Ger 15, 19-20).

La sottolineatura fa capire dove sta il punto critico e, precisamente, nel discernimento che è venuto meno. Il Signore evidenzia al profeta la necessità di adeguarsi al corretto criterio di giudizio per portare a termine, coraggiosamente, la missione. Non solo, ma gli trasmette i due orizzonti radicalmente contrapposti da prendere in considerazione per il discernimento stesso.

Il primo porta con sé la maledizione, l’insuccesso, il fallimento: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”. L’orizzonte denuncia l’uomo il cui cuore – o meglio il progetto, le scelte e la filosofia di vita sono contrarie a quelle del Signore, ed a causa delle quali si è allontanato da Lui, dalle esigenze dell’alleanza, dal fine della sua azione e presenza in ordine all’avvento del regno di Dio. L’uomo ha fatto prevalere il proprio progetto, le proprie scelte, il proprio fine, non avendo nulla a che vedere con quello del Signore. Questa condizione si riassume nel termine “carne”, nella quale l’uomo pone “il suo sostegno”.

Il secondo è il contrario, porta con sé la benedizione “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e nel Signore è la sua fiducia”, per sintonizzare con il progetto di Dio e ciò che consegue, similmente ad un albero florido, ben sostenuto, che “non smette di produrre frutti”.

Viene da chiedersi: cos’è che affievolisce o, addirittura, mina la fiducia nel Signore e fa sì che l’uomo si allontani, perda la fiducia in Lui e si diriga, in un certo senso, verso l’auto-distruzione, nell’illusione di una effimera e inconsistente felicità?

La risposta è, usando un termine generale: il peccato. Quante volte nelle vicende umane si dice "che peccato!", Intendendo che si è persa una grande opportunità, per il prevalere di progetti e prospettive proprie, inefficaci e illusorie o, anche, per la seduzione di cammini alternativi attraenti e di facile o immediata soluzione.

In sostanza il peccato consiste nel cadere, essere come trascinati nell’inganno per la mezza verità che lo sostiene, per poi rivelarsi il contrario di quello che faceva intravedere per gli effetti negativi, e a volte, devastanti e irrecuperabili.

La difficoltà nel dare piena fiducia al Signore deriva dalla caratteristica della sua proposta e del suo insegnamento, che vanno molto oltre quello che l’umana condizione considera ragionevole ed efficace.

In primo luogo la magnanimità del suo amore costante e perseverante, il Suo non curarsi della debolezza, della fragilità e vulnerabilità umana e, soprattutto, la gratuità di esso.

In secondo luogo – non per importanza ma per l’argomentazione – la necessità del pieno coinvolgimento in esso, che comporta l'assunzione della stessa dinamica, delle stesse scelte, degli stessi criteri nel rapporto interpersonale con la collettività, la società e il creato.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 6,1-2a.3-8)

Isaia racconta come avvenne la chiamata di Dio. Stava nel tempio di Gerusalemme e,  d’improvviso, si trova immerso in un fenomeno singolarissimo: “Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo”. La voce era quella del Signore e il fumo era segno della presenza dello Spirito Santo.

Quando meno se l’aspetta è coinvolto nell’auto-manifestazione del Signore. Questi si presenta in tutta la sua grandezza e potenza, circondato come un sovrano dalla corte celestiale la quale proclama i suoi attributi: “Santo, santo, santo, il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria”.

La ripetizione per tre volte del termine “santo” indica l’assoluta trascendenza di Dio. Santo significa separato, realtà a se stante. Ripeterlo tre volte corrisponde al nostro superlativo assoluto e, pertanto, supera ogni immaginazione umana. In altre parole riconduce appunta al mistero di Dio la realtà da cui tutto procede e tutto coinvolge.

La forza e il potere del “tre volte santo” son tali che indicano la sua presenza nella società, fra gli uomini, e nella loro storia, come Signore degli eserciti, con potere incommensurabile su di essi. In aggiunta, il creato (cielo e terra) partecipa della sua vita, della sua gloria e nessun potere, nessuna forza umana possono contrastarlo e, meno ancora, vincerlo. Di conseguenza il mistero di Dio da un lato suscita timore e rispetto, dall’altro si manifesta sorprendentemente prossimo all’uomo, alla storia e al creato. Cosicché Dio è, allo stesso tempo, distante (separato) e prossimo.

La prima reazione del profeta è di panico: “Oimè! Io sono perduto (…) i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”, perché si riteneva che nessun essere vivente potesse  vedere Dio e rimanere vivo. Ad aggravare il panico è la coscienza della propria indegnità,  “perché un uomo di labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalla labbra impure io abito”. Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo spavento e lo sconcerto del profeta.

Ebbene, immediatamente Dio agisce e lo coinvolge nella missione, secondo il piano da Lui stabilito. Ogni manifestazione di Dio non è dettata soltanto dalla volontà di auto-rivelarsi, ma anche dalla determinazione di coinvolgere e chiamare persone specifiche per la missione a favore del popolo. Il criterio di scelta è ignoto, resta nella libera volontà divina e non dipende da qualità specifiche del destinatario. In generale, Egli non chiede all'eletto particolari doti o capacità particolari.

È la sua azione, la sua chiamata, che conferisce dignità e capacità. Essa manifesta il suo perdono e la sua misericordia; infatti, “Allora uno dei serafini volò verso di me (…) mi toccò la bocca e disse ‘Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la colpa e il tuo peccato è espiato”.

Accogliere il perdono e la purificazione annessa costituisce un'esperienza di rinnovamento e di rigenerazione sorprendente. In virtù di esso, in Isaia sorge la nuova coscienza di sé, accompagnata dalla gratitudine a Dio che pervade tutta la persona, la inonda di gioia e la dispone alla responsabilità.

Cosicché “la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’” suscita una risposta immediata: “E io risposi: ‘Eccomi, manda me’”.

Isaia si lancia, assume su di sé la responsabilità della missione. Il bene ricevuto con la chiamata, e gli effetti di esso, si traducono immediatamente nel senso di responsabilità nel trasmettere, e testimoniare il dono ricevuto, a chi ne è privo per colpa propria o non lo ha mai conosciuto.

È ineludibile e non alienabile riflettere e prendere coscienza della propria responsabilità:  “Eccomi, manda me”, perché costitutiva di ogni persona.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 1,4-5.17-19)

Il brano è autobiografico e Geremia racconta il momento della chiamata di Dio al servizio profetico: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto (…) ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. La certezza della chiamata, dell’elezione e della familiarità con Dio, segna fortemente l'animo di Geremia e costituirà il punto fermo e stabile di riferimento nello svolgimento della missione, soprattutto nei momenti difficili.

Sarà una missione veramente ardua. Già all'atto del conferimento il profeta lo percepisce: “Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro”. Parole che non costituiscono per nulla motivo d’esultanza e, meno ancora, d'incoraggiamento. Avrà certamente pensato, come succede in questi casi: “Ma perché proprio io?”, pur sapendo dell’insindacabilità della volontà di Dio.

La missione del profeta è richiamare il popolo, e particolarmente le autorità, al compimento dell’Alleanza, cosa che non stanno realizzando. Questi si sono allontanati da essa a causa degli interessi personali, della lobby di potere, per esercitare il dominio con politiche e vantaggi economici per pochi a scapito di molti, ecc.; il tutto non ha niente a che vedere con il fine dell’Alleanza, quale l’instaurazione della convivenza umana nella fraternità, nel diritto e nella giustizia. È anche il dramma, il problema, del vissuto odierno che investe persone e popoli.

Perciò Dio esorta il profeta alla determinazione: “stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro”, confidando sulla sua parola e presenza, che trasmette coraggio e protezione: “Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”. Lo esorta a “non spaventarti di fronte a loro” perché se ciò dovesse accadere, “sarò io a farti paura davanti a loro”. L’avvertimento fa presagire che dovrà affrontare situazioni molto gravi e di estrema difficoltà.

In tali circostanze è molto facile che la sfiducia prenda il sopravvento, e di conseguenza accada di trovarsi in difficoltà, con un senso di abbandono o di assenza inspiegabile del Signore. È quello che accadrà nello svolgimento della missione, per lo sconcerto intimo e lo sconvolgimento personale così intensi e insopportabili da portare Geremia a maledire di essere nato. Per di più si sentirà come violato dallo stesso Signore. Ma il Signore non lo abbandona, nella prova estrema risponderà al suo lamento affinché riprenda con fiducia il mandato.

L’opposizione, le minacce e la violenza saranno di tale intensità che non permetteranno al profeta di discernere correttamente il da farsi e il Signore interverrà con una dritta fondamentale, di grande importanza: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro, e di fronte a questo popolo io ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te, ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti” (Ger 15,19-20).

Per ogni persona discernere “ciò che è prezioso da ciò che è vile” è indispensabile in ogni circostanza, ma particolarmente nei momenti critici, quando i “conti non tornano” rispetto a ciò che ci si aspettava.

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