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Archive del 8 Febbraio 2019

 

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 6,1-2a.3-8)

Isaia racconta come avvenne la chiamata di Dio. Stava nel tempio di Gerusalemme e,  d’improvviso, si trova immerso in un fenomeno singolarissimo: “Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo”. La voce era quella del Signore e il fumo era segno della presenza dello Spirito Santo.

Quando meno se l’aspetta è coinvolto nell’auto-manifestazione del Signore. Questi si presenta in tutta la sua grandezza e potenza, circondato come un sovrano dalla corte celestiale la quale proclama i suoi attributi: “Santo, santo, santo, il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria”.

La ripetizione per tre volte del termine “santo” indica l’assoluta trascendenza di Dio. Santo significa separato, realtà a se stante. Ripeterlo tre volte corrisponde al nostro superlativo assoluto e, pertanto, supera ogni immaginazione umana. In altre parole riconduce appunta al mistero di Dio la realtà da cui tutto procede e tutto coinvolge.

La forza e il potere del “tre volte santo” son tali che indicano la sua presenza nella società, fra gli uomini, e nella loro storia, come Signore degli eserciti, con potere incommensurabile su di essi. In aggiunta, il creato (cielo e terra) partecipa della sua vita, della sua gloria e nessun potere, nessuna forza umana possono contrastarlo e, meno ancora, vincerlo. Di conseguenza il mistero di Dio da un lato suscita timore e rispetto, dall’altro si manifesta sorprendentemente prossimo all’uomo, alla storia e al creato. Cosicché Dio è, allo stesso tempo, distante (separato) e prossimo.

La prima reazione del profeta è di panico: “Oimè! Io sono perduto (…) i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”, perché si riteneva che nessun essere vivente potesse  vedere Dio e rimanere vivo. Ad aggravare il panico è la coscienza della propria indegnità,  “perché un uomo di labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalla labbra impure io abito”. Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo spavento e lo sconcerto del profeta.

Ebbene, immediatamente Dio agisce e lo coinvolge nella missione, secondo il piano da Lui stabilito. Ogni manifestazione di Dio non è dettata soltanto dalla volontà di auto-rivelarsi, ma anche dalla determinazione di coinvolgere e chiamare persone specifiche per la missione a favore del popolo. Il criterio di scelta è ignoto, resta nella libera volontà divina e non dipende da qualità specifiche del destinatario. In generale, Egli non chiede all'eletto particolari doti o capacità particolari.

È la sua azione, la sua chiamata, che conferisce dignità e capacità. Essa manifesta il suo perdono e la sua misericordia; infatti, “Allora uno dei serafini volò verso di me (…) mi toccò la bocca e disse ‘Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la colpa e il tuo peccato è espiato”.

Accogliere il perdono e la purificazione annessa costituisce un'esperienza di rinnovamento e di rigenerazione sorprendente. In virtù di esso, in Isaia sorge la nuova coscienza di sé, accompagnata dalla gratitudine a Dio che pervade tutta la persona, la inonda di gioia e la dispone alla responsabilità.

Cosicché “la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’” suscita una risposta immediata: “E io risposi: ‘Eccomi, manda me’”.

Isaia si lancia, assume su di sé la responsabilità della missione. Il bene ricevuto con la chiamata, e gli effetti di esso, si traducono immediatamente nel senso di responsabilità nel trasmettere, e testimoniare il dono ricevuto, a chi ne è privo per colpa propria o non lo ha mai conosciuto.

È ineludibile e non alienabile riflettere e prendere coscienza della propria responsabilità:  “Eccomi, manda me”, perché costitutiva di ogni persona.

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