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Archive del 15 Febbraio 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 17,5-8)

La missione a cui è chiamato Geremia si svolgerà nei termini indicati dal Signore stesso nel momento della sua elezione: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare” (Ger 1, 10).

Dovrà dire quello che il popolo e le autorità non vogliono udire; indicare il cammino contrario a quello da loro perseguito; profetizzare l’opposto delle loro speranze rispetto alle loro attese e annunciare l’avvento di un futuro devastante in caso di disobbedienza, il che avverrà con l’invasione del re Nabucodonosor e la deportazione in Babilonia.

Il libro registra la grande sofferenza del profeta, non solo per l’opposizione e il rigetto generalizzato ma, soprattutto, per il “silenzio del Signore” dal quale egli si sente defraudato, deluso e, di conseguenza, al limite delle forze per continuare la missione.

Tuttavia, in mezzo alla prova, il Signore interviene per sostenerlo: “Allora il Signore rispose: ‘Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro e di fronte a questo popolo ti renderò come un muro durissimo di bronzo’” (Ger 15, 19-20).

La sottolineatura fa capire dove sta il punto critico e, precisamente, nel discernimento che è venuto meno. Il Signore evidenzia al profeta la necessità di adeguarsi al corretto criterio di giudizio per portare a termine, coraggiosamente, la missione. Non solo, ma gli trasmette i due orizzonti radicalmente contrapposti da prendere in considerazione per il discernimento stesso.

Il primo porta con sé la maledizione, l’insuccesso, il fallimento: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”. L’orizzonte denuncia l’uomo il cui cuore – o meglio il progetto, le scelte e la filosofia di vita sono contrarie a quelle del Signore, ed a causa delle quali si è allontanato da Lui, dalle esigenze dell’alleanza, dal fine della sua azione e presenza in ordine all’avvento del regno di Dio. L’uomo ha fatto prevalere il proprio progetto, le proprie scelte, il proprio fine, non avendo nulla a che vedere con quello del Signore. Questa condizione si riassume nel termine “carne”, nella quale l’uomo pone “il suo sostegno”.

Il secondo è il contrario, porta con sé la benedizione “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e nel Signore è la sua fiducia”, per sintonizzare con il progetto di Dio e ciò che consegue, similmente ad un albero florido, ben sostenuto, che “non smette di produrre frutti”.

Viene da chiedersi: cos’è che affievolisce o, addirittura, mina la fiducia nel Signore e fa sì che l’uomo si allontani, perda la fiducia in Lui e si diriga, in un certo senso, verso l’auto-distruzione, nell’illusione di una effimera e inconsistente felicità?

La risposta è, usando un termine generale: il peccato. Quante volte nelle vicende umane si dice "che peccato!", Intendendo che si è persa una grande opportunità, per il prevalere di progetti e prospettive proprie, inefficaci e illusorie o, anche, per la seduzione di cammini alternativi attraenti e di facile o immediata soluzione.

In sostanza il peccato consiste nel cadere, essere come trascinati nell’inganno per la mezza verità che lo sostiene, per poi rivelarsi il contrario di quello che faceva intravedere per gli effetti negativi, e a volte, devastanti e irrecuperabili.

La difficoltà nel dare piena fiducia al Signore deriva dalla caratteristica della sua proposta e del suo insegnamento, che vanno molto oltre quello che l’umana condizione considera ragionevole ed efficace.

In primo luogo la magnanimità del suo amore costante e perseverante, il Suo non curarsi della debolezza, della fragilità e vulnerabilità umana e, soprattutto, la gratuità di esso.

In secondo luogo – non per importanza ma per l’argomentazione – la necessità del pieno coinvolgimento in esso, che comporta l'assunzione della stessa dinamica, delle stesse scelte, degli stessi criteri nel rapporto interpersonale con la collettività, la società e il creato.

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