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Archivio di Marzo 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gs 5,9-12)

Si tratta di un momento decisivo e determinate per il popolo d’Israele. Con l’arrivo nella terra promessa, la peregrinazione nel deserto è terminata. Ora il popolo si trova “nelle steppe di Gerico” e, come primo atto, celebra la Pasqua. Con essa fa memoria dell’uscita, della liberazione, dall’Egitto – simbolo del male e del peccato -, dell’alleanza stabilita con Dio nel Sinai e del processo drammatico di purificazione e consolidamento della propria libertà nel deserto.

L’esperienza segna il passaggio dalla schiavitù alla condizione di uomini liberi: la Pasqua. Essa sarà celebrata ogni anno per attualizzare gli effetti di quell’evento fondante, in modo che ogni partecipante, e tutte le generazioni future che non hanno vissuto direttamente quell’evento, siano come se abbiano tutti, stipulando l’Alleanza, lasciato l’Egitto e attraversato il mare, in direzione della terra promessa. La Pasqua annuale sarà sempre un punto d’arrivo e di partenza.

Il Signore ha fatto di loro un popolo libero, ha donato loro la libertà per amare con lo stesso amore con cui sono amati da Lui. La pratica della giustizia e il diritto, a livello individuale e sociale, è la mediazione concreta di tale amore che, elaborata correttamente,  è espansiva e coinvolgente verso tutti i popoli.

Si apre un nuovo orizzonte nel quale consolidare la vita personale e sociale secondo le esigenze e le attese stabilite nell’alleanza. Si tratta di vivere e approfondire la libertà donata da Dio ed essa costituisce il timbro di autenticità dell’identità del popolo da Lui eletto.

Il nuovo insediamento – la terra promessa – darà loro “latte e miele” (metafora della pienezza di vita, dell’armonia e della pace per la pratica del diritto e della giustizia), asse portante della fedeltà all’Alleanza. Non ci sarà risultato soddisfacente senza la loro attiva, intelligente e coraggiosa adesione a tale esigenza.

Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua”, e Giosuè – successore di Mosè – annuncia che il Signore, oggi, ha "allontanato da voi l’infamia dell’Egitto”. La schiavitù è una condizione di vita del passato che deve rimanere nel passato, sepolta nelle acque de mar Rosso una volta per sempre.

Il mondo in cui siamo è la terra promessa e non esistono altri mondi o altra terra. Si tratta di fare di questa una nuova terra, e di questo un nuovo mondo (Ap 21,1), non un’altra terra o un altro mondo. Subito dopo la Pasqua, il giorno dopo, “mangiarono i prodotti della terra, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò”.

Infatti non è più necessario che Dio intervenga, con il miracolo, per alimentare il popolo con la manna.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 3,1-8a. 13-15)

Il testo narra la chiamata di Mosè. L’iniziativa parte da Dio e suscita in Mosè stupore, interesse e curiosità, per mezzo del roveto che “ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava”. In effetti, ogni autentica vocazione è caratterizzata dall’irrompere, nel profondo dell’animo, dello stupore e della meraviglia, in ordine al coinvolgimento proiettato in un futuro permanente che “non si consuma”, e dà senso pieno all’attività e ai frutti di essa, come un fuoco ardente.

C'è una grande voglia di vivere in ogni persona, la cui metafora è il fuoco inestinguibile del roveto. Essa, nell’orizzonte della volontà di Dio, è intrisa e sostenuta dal sincero desiderio di giustizia, rispetto, dignità e fraternità nel rapporto con altri per un nuovo mondo, una nuova società, con l’accoglienza della sovranità di Dio, del suo regno. Questa stessa voglia, probabilmente, ha segnato il mondo interiore di Mosè, al punto da reagire violentemente contro l’egiziano che stava maltrattando lo schiavo ebreo, compromettendo in tal modo il suo futuro alla corte del faraone.

Tale voglia di vivere è come un fuoco che non si consuma. È il presupposto che, come in Mosè, suscita lo stupore davanti al roveto, al quale si era avvicinato per osservare l'accadimento con un misto di curiosità, rispetto e un certo timore per la singolarità dell'accadimento.

Dal profondità del cuore, del suo mondo interiore, una “voce” lo chiama: “Mosè, Mosè!”, lo interpella e, ad essa risponde prontamente: “Eccomi!”. La “voce” è accompagnata dalla percezione di trovarsi come in terra straniera – che non gli appartiene – intrisa di una sacralità che sorpassa ogni immaginazione, non disponibile alla propria volontà e sulla quale è doveroso rimanere in contatto con profondo rispetto: "Non ti avvicinare oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo!”.

Segue la sorprendente rivelazione: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”, ossia il Dio della tradizione e della promessa. “Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio” (a quel tempo si riteneva che nessuno potesse vedere il volto di Dio e rimanere in vita). Mosè s’incontra con il mistero e il fascino della propria esistenza, ne percepisce la consistenza, la voce e la chiamata. Il contatto con Dio è stabilito.

Dio manifesta il suo progetto, la sua volontà di coinvolgere Mosè: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze”. Grande è la sorpresa di Mosè; infatti la lunga schiavitù portava a ritenere che Dio si fosse dimenticato della promessa e avesse abbandonato il popolo al triste destino.

Invece, “Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”, e gli conferisce autorità e potere per portare a termine il progetto in suo nome.

Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo sconcerto e lo spavento per un compito  del genere. Non volendo manifestare esplicitamente la sua insicurezza, Mosè tenta, con tutte le argomentazioni possibili, di sostenere le sue difficoltà e perplessità affinché Dio lo sollevi dall’incarico (vedi fino al capitolo 4,13 per approfondire la portata delle sue richieste, e il modo in cui Dio le smonta una ad a una, fino a che, stremato, si arrende).

Una delle sue richieste, la seconda, è la credenziale davanti al popolo, dovendo presentarsi come inviato dal Dio dei Padri, dal Dio della promessa. Mosè disse a Dio: “Mi diranno: ‘Qual è il suo nome?’. E io che cosa risponderò loro?”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 15,5-12.17-18)

 

Abramo, con la moglie sterile – i due anziani -, è in cammino verso una meta sconosciuta che Dio gli indicherà al momento opportuno. È motivato dalla promessa e sostenuto dalla fede che avrà una discendenza numerosa come il numero delle stelle del cielo e la quantità di grani di sabbia della spiaggia del mare. Dopo molto tempo non riceve risposta da parte di Dio riguardo al figlio – la discendenza – e allora “Dio condusse fuori dalla tenda Abramo” per rassicurarlo riguardo alla promessa.

Dio gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, e se riesci a contarle”; ma come contare nel deserto le miriadi di stelle del firmamento completamente limpido? Posto Abramo davanti all’impossibilità, Dio aggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”, e rinnova la sua promessa senza specificare, ancora, il quando, il luogo e la circostanza del compimento.

Abramo “credette al Signore (…)”. Egli non accenna a sentimenti di delusione, frustrazione, ansia o preoccupazione, possibili quando le attese vanno oltre il limite ritenuto accettabile, ma rinnova la sua fiducia. Dio conosce il cuore, i pensieri, le considerazioni e riflessioni che conformano la coscienza e il mondo interiore di Abramo e percepisce l’autenticità della fiducia.

Ritenuto sincero e attendibile, lo “accreditò come giustizia”. È giusto perseverare nella fiducia riguardo alla promessa del Signore; è la corretta disposizione nei suoi riguardi e verso sé stesso: due piani diversi – di Dio e dell’uomo – in comunione simbiotica.

Con il rinnovo della promessa della discendenza, Dio aggiunge quella di “darti in possesso questa terra”. La discendenza e la terra abbracciano la totalità dell’orizzonte di vita e del desiderio di realizzazione piena. Ed ecco, allora, l’immediata risposta di Abramo: “Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”.

Dio si impegna solennemente a compiere la sua promessa. Quando ormai è buio fitto, Egli stesso passa come fuoco in mezzo agli animali squartati e divisi. Nella cultura di allora è il modo di stipulare un’alleanza invocando su di sé, in caso d’inadempienza, la stessa sorte degli animali squartati.

Da notare l’importante dettaglio che è soltanto Dio a passare fra gli animali squartati, anche se Abramo acconsente a preparali. Impressiona moltissimo il fatto che, in un patto fra disuguali, solo la parte più forte assuma radicalmente, e senza riserve, la responsabilità.

Il Signore s’impegna con un atto unilaterale, segno di somma volontà ed espressione di un amore incondizionato, totalmente gratuito e disinteressato, nel senso di non avere altra finalità che compiere ciò che darà gioia e vita piena ad Abramo e alla sua discendenza.

Nella celebrazione dell’alleanza Abramo ha un ruolo prevalentemente passivo; infatti “un torpore cadde su Abramo, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono”. Il Signore prende l’iniziativa e conduce lo svolgimento del rinnovo dell’Alleanza, mentre Abramo è come in caduta libera, avvolto nel tremendo e sconcertante mistero di Dio e totalmente in balia da esso.

Gli vengono meno le forze e le condizioni per reagire, stando in un’oscurità che rende assolutamente impossibile alcun tentativo di modificare la situazione. Di conseguenza è comprensibile lo stato di terrore e l’oscurità che lo assale; probabilmente si sente come perso e avvolto nel vortice dello sgomento e dell’impotenza dal quale non può uscire.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 26,4-10)

 

Il testo corrisponde al nostro “credo”. È la professione di fede del popolo ebraico liberato dalla schiavitù dell’Egitto e condotto attraverso il deserto alla terra promessa. La sua fede è la testimonianza di una storia, di un cammino, che inizia con Abramo, il capostipite: “Mio padre era un Aramèo errante”.

Le vicende che seguirono fecero della poca gente una “nazione grande, forte e numerosa”. Tuttavia la sintonia iniziale con la vicenda di Giuseppe – divenne viceré d’Egitto – col passare degli anni essa si tramutò in una minaccia per L’Egitto: “I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divenendo numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno” (Es 1,7).

Non si conosce la causa della fallita integrazione. Viene soltanto registrato il rapporto fra i due popoli, valutato sul numero dei membri, sulla loro forza, il potere e l’eventualità che uno prevaricasse sull’altro. La conseguenza è che “gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù”, il che succede quando la paura si associa al potere, e allora ecco la schiavitù o, addirittura, la strage.

Tuttavia può darsi che il popolo d’Israele, numeroso, forte e sicuro di sé, si sia allontanato dal Dio della promessa e abbia fatto di Lui semplicemente, e deduttivamente, il Dio del privilegio, “ammutolendo”. Altrimenti come spiegare il lungo silenzio di Dio nei riguardi del suo popolo maltrattato?

L’avvertenza è illuminante per oggi, riguardo all’efficace e positivo processo di accoglienza e integrazione dei migranti in cerca di pane, pace e di sicurezza di vita. Considerare la propria condizione esclusivamente nell’ambito del privilegio e del diritto acquisito porta a ritenere, e vedere nei migranti bisognosi di aiuto, una minaccia o,  peggio, un pericolo. La conseguenza è la chiusura delle frontiere.

In ogni modo, riprendendo il testo non è difficile immaginare la condizione devastante a  livello generale del popolo e, individuale, di ogni persona. L’interrogativo è: Dio ha dimenticato la sua promessa? Ha ritirato il suo favore? L’angoscia da un lato, e la memoria nella fedeltà di Dio alla promessa dall'altro, motivano l’invocazione d’aiuto.

“Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la mostra umiliazione, la nostra miseria, la nostra oppressione”. La compassione e la misericordia, l’amore fedele del Signore prevale: “E il Signore ascoltò la nostra voce (…) ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio, spargendo terrore e operando segni e prodigi”.

La memoria del grande evento della liberazione, elemento centrale della fede del popolo, e la finalità e il destino ultimo di tale evento, costituiscono il quadro di riferimento per il presente e il futuro del popolo.

Dio ha liberato il popolo perché faccia del dono della liberazione memoria che ne attualizza gli effetti per le generazioni future. Resterà impressa nel loro patrimonio di fede e d’identità il passaggio dalla condizione di schiavitù e oppressione a quello di popolo libero ed erede della benedizione, della promessa di Dio e riferimento per tutte le nazioni.

Uscito dall’Egitto, il popolo intraprende il cammino nel deserto, nel quale attraverso prove e difficoltà perfeziona, purifica e consolida il frutto della liberazione e rende comprensibile la portata e significato dell’Alleanza contratta nel Sinai, in modo che, correttamente intesa e praticata, farà della terra promessa l’ambito dell’avvento della sovranità di Dio.

Proseguendo, il “credo” afferma: “Ci introdusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 27,4-8)

Il Siracide (precedentemente indicato con il titolo di Ecclesiastico – libro da leggere nell’assemblea e, infatti, l’opera era molto letta nella comunità ecclesiale – N.B.: da non confondere con l'Ecclesiaste o Qoelet) è un libro sapienziale ricco di insegnamenti rivolti a ogni categoria di persone, e valido per diverse situazioni di vita.

Abbraccia aspetti positivi e negativi dell’esistenza umana e presenta una visione serena del mondo e della vita, sorretta dalla presenza di Dio e dalla bontà della sua provvidenza. Profondamente radicato nella tradizione religiosa dei padri, vede nella legge del Signore il fondamento e la fonte prima della vera sapienza data a Israele.

Il testo considera, in generale, l’attività intellettuale della persona e, specificamente, la comunicazione attraverso la parola, la conversazione, la manifestazione del pensiero e afferma: “Quando si agita un setaccio, restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.

Vagliare l’uso della parola – riferimento in senso lato ad ogni mezzo e forma di comunicazione – con intelligenza e umiltà riguardo alla ricezione, all’incomprensione o al rifiuto del contenuto da parte dei destinatari è come agitare il vaglio e discernere la reale efficacia e opportunità o meno di essa.

Riflettere, ritornare su sé stessi e attivare il discernimento è motivo di crescita sotto tutti gli aspetti o di chiusura in sé stessi, nel proprio ambito, nel proprio mondo interiore, rendendo impossibile, in tal caso la crescita di nuovi e positivi sviluppi. È quello che, normalmente,  succede quando prevale la paura, l’orgoglio, l’invidia o la gelosia.

“La prova dell’uomo si ha nella sua conversazione”, nella quale affiora la qualità umana, psicologica e spiritale della stessa. Qualità che disvela l’adeguata e competente argomentazione, o meno, del tema di cui si parla, per la capacità di ascolto e di accoglienza di opinioni diverse, per l’esposizione di argomenti contrari ma opportuni che aprono nuovi orizzonti, per la pazienza e l’equilibrio psicologico nelle eventuali incomprensioni, provocazioni pungenti o anche frasi o parole inopportune o, addirittura,  offensive. Un consiglio saggio è “non tanto dire quello che si pensa, quanto pensare quello che si dice…”.

Un aspetto di fondamentale importanza è l’ascolto. Il libro del Deuteronomio – l’ultimo dei cinque che costituiscono la Legge dell’Antico Testamento – esorta, con insistenza, il popolo eletto: “Ascolta Israele…”, nel senso di porre tutta l’attenzione e la disposizione interiore per discernere, nel contenuto della comunicazione, gli elementi di novità che sostengono il progetto di vita e il cammino in sintonia alle esigenze dell’Alleanza, stipulata da Mosè nel Sinai.

La Parola di Dio è registrata nei testi biblici, ma non solo. È anche la storia – gli eventi dell’attività umana – che, nella loro globalità, sono sostenuti dalla presenza e dall’azione Trinitaria. Solo che il progresso umano, frutto dell’indagine in tutti i campi del mistero della vita, non è scevro da ambiguità e, di conseguenza, portatore di bene e di male per le persone e l’umanità; più specificamente, di bene per pochi, escludendo il bisogno di uscire dalla sofferenza e dal disagio umano di molti.

“Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo”. Vale specificare che per la bibbia la parola non è solo quella pronunciata della persona, ma ogni azione della stessa che ha senso e significato, e incide nel rapporto interpersonale e sociale a vantaggio o danno di sé, dell’interlocutore, della società o del creato.

Qui l’etica ha un ruolo fondamentale nel dimostrare in che modo è coltivata la vita individuale, sociale ed ecologica.

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