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Archive del 15 Marzo 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 15,5-12.17-18)

 

Abramo, con la moglie sterile – i due anziani -, è in cammino verso una meta sconosciuta che Dio gli indicherà al momento opportuno. È motivato dalla promessa e sostenuto dalla fede che avrà una discendenza numerosa come il numero delle stelle del cielo e la quantità di grani di sabbia della spiaggia del mare. Dopo molto tempo non riceve risposta da parte di Dio riguardo al figlio – la discendenza – e allora “Dio condusse fuori dalla tenda Abramo” per rassicurarlo riguardo alla promessa.

Dio gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, e se riesci a contarle”; ma come contare nel deserto le miriadi di stelle del firmamento completamente limpido? Posto Abramo davanti all’impossibilità, Dio aggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”, e rinnova la sua promessa senza specificare, ancora, il quando, il luogo e la circostanza del compimento.

Abramo “credette al Signore (…)”. Egli non accenna a sentimenti di delusione, frustrazione, ansia o preoccupazione, possibili quando le attese vanno oltre il limite ritenuto accettabile, ma rinnova la sua fiducia. Dio conosce il cuore, i pensieri, le considerazioni e riflessioni che conformano la coscienza e il mondo interiore di Abramo e percepisce l’autenticità della fiducia.

Ritenuto sincero e attendibile, lo “accreditò come giustizia”. È giusto perseverare nella fiducia riguardo alla promessa del Signore; è la corretta disposizione nei suoi riguardi e verso sé stesso: due piani diversi – di Dio e dell’uomo – in comunione simbiotica.

Con il rinnovo della promessa della discendenza, Dio aggiunge quella di “darti in possesso questa terra”. La discendenza e la terra abbracciano la totalità dell’orizzonte di vita e del desiderio di realizzazione piena. Ed ecco, allora, l’immediata risposta di Abramo: “Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”.

Dio si impegna solennemente a compiere la sua promessa. Quando ormai è buio fitto, Egli stesso passa come fuoco in mezzo agli animali squartati e divisi. Nella cultura di allora è il modo di stipulare un’alleanza invocando su di sé, in caso d’inadempienza, la stessa sorte degli animali squartati.

Da notare l’importante dettaglio che è soltanto Dio a passare fra gli animali squartati, anche se Abramo acconsente a preparali. Impressiona moltissimo il fatto che, in un patto fra disuguali, solo la parte più forte assuma radicalmente, e senza riserve, la responsabilità.

Il Signore s’impegna con un atto unilaterale, segno di somma volontà ed espressione di un amore incondizionato, totalmente gratuito e disinteressato, nel senso di non avere altra finalità che compiere ciò che darà gioia e vita piena ad Abramo e alla sua discendenza.

Nella celebrazione dell’alleanza Abramo ha un ruolo prevalentemente passivo; infatti “un torpore cadde su Abramo, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono”. Il Signore prende l’iniziativa e conduce lo svolgimento del rinnovo dell’Alleanza, mentre Abramo è come in caduta libera, avvolto nel tremendo e sconcertante mistero di Dio e totalmente in balia da esso.

Gli vengono meno le forze e le condizioni per reagire, stando in un’oscurità che rende assolutamente impossibile alcun tentativo di modificare la situazione. Di conseguenza è comprensibile lo stato di terrore e l’oscurità che lo assale; probabilmente si sente come perso e avvolto nel vortice dello sgomento e dell’impotenza dal quale non può uscire.

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