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Archive del 5 Aprile 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 43, 16-21)

“Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”. Il Signore si rivolge al popolo che gli appartiene, da lui generato, chiamato all’esistenza e costituito come suo “popolo eletto”. Il profeta ricorda loro il momento culminante della presenza e azione del Signore, quando “aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti”. Fu il grande evento della liberazione e della salvezza dalla schiavitù dell’Egitto – simbolo del male e del potere oppressore – con l’annientamento dell’esercito oppressore nelle acque del mar Rosso nel quale “… giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti”.

Con autorevolezza li esorta a guardare avanti: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!”. Non perché esse non meritino di essere conosciute per  trarne le opportune considerazioni e insegnamenti; anzi, il Signore stesso fa riferimento agli eventi del passato – alla liberazione – che costituiscono il contenuto della professione di fede del popolo, nello specifico il racconto di fatti storici importanti e decisivi relativi all’intervento del Signore e alle vicende che seguirono.

Ricordare, fare memoria, non è semplicemente riportare alla mente un evento del passato, pensare a cosa è accaduto e fare delle considerazioni: è molto di più! Per il Signore, e il popolo, è una liturgia di attualizzazione degli effetti di quell’evento, in modo da sentirsi di nuovo coinvolti in esso come se stessero riattraversando il mar Rosso e coinvolti nuovamente in quello che poi sarà l’impegno di attivare nel presente, e nelle circostanze attuali, le condizioni della “terra promessa”.

È essenziale l’attenzione e l’impegno per non farsi prendere dai criteri e dalle condizioni di vita che generano di nuovo la schiavitù e il dominio del male, giacché coloro che si comportarono in tal modo “giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti”. Sarebbe come instaurare un regime di morte, non di vita.

Alla schiavitù del passato il Signore contrappone la sua presenza attiva e creativa: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Egli fa germogliare il nuovo, in modo da attrarre l’attenzione e l’interesse per quello che esso prospetta e determina in merito al vivere bene e alla qualità della vita. Egli è il Signore della vita, e ciò che sta operando è un germoglio portatore di vita in abbondanza.

A conferma di ciò, per sostenere la fiducia nel buon risultato del germoglio, annuncia un futuro che nessuna persona o istituzione potrebbe realizzare: “Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”; di questo fruiranno tutti gli animali, “bestie selvatiche, sciacalli e struzzi” e anch’essi, con tutto il popolo, glorificheranno il Signore  perché portatori di pienezza di vita e, secondo il loro stato e condizione, manifesteranno la presenza del Signore.

Allora il popolo eletto "che io – il Signore – ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”. La gloria di Dio è la pienezza di vita degli uomini; e la vita degli uomini è lodare Dio, rispondendo a Lui motivati dal suo amore e imitando la sua presenza misericordiosa e la sua azione in mezzo ai fratelli, per un mondo più umano e giusto dove sono instaurati  rapporti personali e sociali autentici, di vera fraternità.

La lode si riferisce al coinvolgimento con Dio a favore dell’umanità e del creato.

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