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Archive del 12 Aprile 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Il brano è tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo”, che tracciano il profilo e l’azione di un personaggio (alcuni ritengono, in modo fondato, che si tratti di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele all’Alleanza) chiamato e unto dallo Spirito per la missione. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli e gli apostoli identificarono il misterioso personaggio con Gesù Cristo.

La missione consiste nell’attività profetica in nome di Dio, nell’insegnare e indicare il cammino corretto riguardo al rapporto con sé stessi, con le altre persone, con la società e il creato, in sintonia con la volontà di Dio riguardo all’avvento del suo regno, nel presente e nelle concrete circostanze della vita personale e sociale.

L’avvento del regno nell’oggi, nell’attualità, è un anticipo e caparra della realtà ultima e definitiva che si manifesterà alla fine dei tempi, con il ritorno del Risorto, nella quale si rivelerà la portata dell'affermazione di Paolo per la quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

A tal fine Dio ha dato al “Servo” una lingua da discepolo, perché “sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”, ossia a chi ha perso speranza e fiducia in un futuro di redenzione dalle sofferenze e dall’umiliazione; a chi è schiavo del peccato e del male e desidera il riscatto, la liberazione e la nuova vita con l’entrata nel regno di Dio.

La liberazione – la nuova vita – si qualifica per la duplice conversione, personale e sociale,  nell’assumere la nuova filosofia di vita, la rinnovata organizzazione sociale in attenzione al diritto e alla giustizia in sintonia con i termini dell’alleanza, per la vita più umana, fraterna, responsabile e degna di ogni singola persona e della società.

È Dio stesso che indica il cammino e il modo di procedere, perciò “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. L’umiltà di chi ascolta e impara è la prima caratteristica del discepolo. L’istruzione, riguardo allo svolgimento della missione, ha dello sconvolgente: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Si tratta di un cammino difficile e drammatico per le resistenze e opposizioni al processo di cambiamento.

Ora il Servo descrive le sofferenze e le umiliazioni che ha incontrato: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. È l’esperienza del grande disprezzo, da parte del popolo,  per la portata e la radicalità del rifiuto, ossia del rigetto del “Servo”. Essa è interpretata dagli aguzzini come manifestazione dell’abbandono di Dio, per aver osato attribuirsi la pretesa messianica. Una blasfemia imperdonabile e meritevole di quanto sopra riportato.

Il Servo, invece di mostrare abbattimento, depressione, delusione, scoraggiamento, manifesta uno stato d’animo singolare; afferma di non restare svergognato né confuso. Manifesta una forza d’animo, uno stato psicologico e una capacità di sopportazione del dolore fisico sorprendente, oltre ogni umana attesa.

La causa è da ricercarsi nella presenza del Signore: “Il Signore mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. In cosa consista concretamente l’aiuto non è specificato. È probabile che, paradossalmente, il "Servo" percepisca “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16),  come linfa vitale proveniente dalla radicale fedeltà di Dio, anticipo della sconfitta del male e vittoria sul peccato.

Questo fa sì che il Egli, in virtù della sua fedeltà alla missione e per la fiducia nella promessa del suo Signore, percepisca nel profondo del suo animo, nella sua persona, la trascendenza del suo Dio o, meglio ancora, la potenza dell'amore insita nella causa del Regno.

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Papa Francesco sorprende tutti e in ginocchio 
bacia i piedi dei leader sudsudanesi 
per chiedere la pace
 

 

 

 

 

 

Il Papa bacia i piedi per la pace in Sud Sudan

 

 

 

 

 

 
A Casa Santa Marta, il Papa bacia i piedi al presidente della Repubblica del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit, e ai vice presidenti designati presenti, tra cui Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabio. Un gesto per chiedere la pace nel Paese al termine dei due giorni di ritiro spirituale per le autorità civili ed ecclesiastiche.
 
 

 
 
 
La richiesta del cuore è un gesto che spezza il protocollo, che arriva in modo spontaneo, che non risponde ad alcun testo scritto ma solo a quel sentire forte che la riconciliazione è l’unica strada da seguire. In ginocchio, chino sui piedi dei leader sudsudanesi, Francesco chiede “con sentimenti più profondi” la pace per il piccolo Paese africano. Nel calore della sua Casa, che ha offerto per il ritiro spirituale di due giorni, il Papa non nasconde – dialogando spontaneamente – le future difficoltà ma insiste nella richiesta. Lo fa come “fratello”, lo fa lasciando parlare il suo cuore, lo fa chiedendo ai leader di raccogliere la sfida per diventare “da semplici cittadini”, “padri della Nazione”.