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Archivio di Maggio 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 1,1-11)

Chi ha familiarità con la Bibbia sa che gli Atti degli Apostoli sono attribuiti a Luca, lo stesso autore che ha scritto il Vangelo omonimo. Gli Atti sono la continuazione del vangelo, cui si riferiscono le parole “Nel primo racconto, o Teofilo…”. Il libro è la testimonianza dell’azione dello Spirito nel sorgere delle prime comunità e della diffusione del Vangelo nel mondo allora conosciuto.

Il testo di questa domenica presenta Gesù nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione, in dialogo con gli apostoli: “Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”. L’indicazione – “quaranta giorni” – non corrisponde al tempo cronologico ma, in sintonia con altri riferimenti analoghi nei testi biblici, indica un tempo prolungato.

Sorprende che Gesù non faccia alcun riferimento a sé stesso, alla grande ingiustizia di cui è stato vittima, alle sofferenze della croce e all’esperienza della risurrezione, al tradimento e abbandono degli apostoli, ma soltanto al fine della missione relativa al regno Dio. Non c’è parola o accenno e, ancora meno, critica o rammarico riguardo all’ingratitudine del popolo e al comportamento degli apostoli.

È come se stesse parlando senza che niente di speciale fosse accaduto, con il solo intento di istruire gli apostoli riguardo al fine della sua attività e missione. Gesù indica agli apostoli come attendere “l’adempimento della promessa del Padre”, l’avvento del regno, la manifestazione della sua sovranità.

Con l’adempimento della promessa gli apostoli saranno coinvolti, “battezzati in Spirito Santo” e, con l’immersione nello Spirito Santo, acquisiranno le condizioni necessarie per continuare la missione del Maestro. Il coinvolgimento darà loro la comprensione, nei loro confronti e in quelli dell’umanità intera, degli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo e, con essa, il motivo e la finalità della missione in ordine alla causa del regno.

Le parole di Gesù, probabilmente, furono intese dagli apostoli come riferimento alla predicazione di Giovanni Battista perché domandano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele”? Essendogli riconosciuta la condizione di Messia, l’attesa è che liberi la nazione dalla presenza dei romani e purifichi il popolo, separando chi non osserva da chi compie la legge nell’instaurare il regno.

La loro comprensione è ancora molto lontana da ciò che Gesù proponeva di fare per mezzo loro. Tuttavia egli non si sorprende, né pretende di correggere o dare altra spiegazione riguardo all’avvento del regno, ma afferma che non compete ad essi conoscere quando e come avverrà, perché riservato al Padre.

Annuncia che il primo passo del loro coinvolgimento avverrò con l’invio dello Spirito: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Lo Spirito li costituirà testimoni, garanti della verità, della realizzazione della salvezza personale di chi abbraccia, con amore e riconoscenza, il comportamento, la filosofia di vita e la dedicazione per amore alla persona di Gesù, avendo come fine della missione l'instaurazione di un mondo in sintonia con la volontà di Dio.

“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. In tal modo l’Ascensione universalizza la missione, in modo che si estenda fino ai confini della terra per mezzo della loro predicazione e testimonianza.

I discepoli svolgeranno la missione fino al “ritorno” del Maestro dalla gloria di Dio, nella quale è accolto.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (At 15,1-2.22-29)

In relazione alla prassi abituale e alle idee consolidate dalla tradizione, le novità alcune volte sono bene accette, soprattutto quando sono in sintonia con le attese; altre volte, quando rompono schemi ritenuti immutabili e quindi inattaccabili, sono motivo di forte tensione, di grande preoccupazione e sconcerto. In questo secondo caso trovare una via d’uscita non è facile, a causa di interessi e situazioni ritenute inconciliabili.

È il caso del brano odierno. La posta in gioco è molto seria: “Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati”. È in gioco la salvezza individuale e collettiva del popolo eletto, con l’ingresso nel regno di Dio e l'avvento del Messia.

Parallelamente, anche nella Chiesa, sino a qualche decennio fa, è maturata una convinzione del genere. Fino a poco fa si insegnava che senza il battesimo (la nuova circoncisione) e fuori della Chiesa (il nuovo popolo eletto) non c’è salvezza. Pastoralmente era considerato peccato grave da parte dei genitori cristiani ritardare il battesimo del neonato, giacché la morte, sempre in agguato, avrebbe potuto escluderlo dalla salvezza e relegarlo al limbo (ultimamente è stato rivisto questo aspetto). Era un grande peso per la coscienza dei genitori e per la chiesa lasciar morire il bambino senza battesimo.

La circoncisione era il segno visibile dell’alleanza con Dio, dell’appartenenza al popolo d’Israele, e obbligava al rispetto della legge mosaica. Ogni adulto pagano doveva sottomettersi alla circoncisione nel momento della conversione al Dio d’Israele: era impossibile la salvezza per un pagano non circonciso.

La domanda che si poneva in quei tempi era: è necessario per un pagano diventare giudeo – essere circonciso – o basta la fede in Gesù Cristo, sigillata nel battesimo? Gesù non aveva dato alcuna indicazione al riguardo, aveva solo detto di battezzare tutte le genti. Ora, mettere da parte la tradizione basata sull’autorità di Mosè non era irrilevante né, tanto meno, evidente per tutti.

Grandissima era la tensione nelle comunità appena sorte, per cui la questione non poteva essere risolta dalla comunità locale. Era necessario l’intervento dell’autorità centrale degli apostoli e degli anziani, cosicché fu deciso che “Paolo e Bàrnaba e alcuni altri salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

Era in gioco, oltre alla salvezza anche l’unità della comunità attorno a un aspetto decisivo e determinate della propria identità e all’azione pastorale nel suo insieme. La risposta fu audace e coraggiosa: no alla circoncisione. Le conseguenze furono enormi per lo smarcarsi dal giudaismo, e più avanti tale decisione determinerà la rottura con esso. Se non fosse stato così la chiesa sarebbe rimasta un’appendice del giudaismo. Da allora, la chiesa dovette reggersi, sempre più, per conto proprio.

Nonostante la decisione netta e chiara occorrerà tempo perché ciò sia assunto e assimilato nella pastorale della comunità. Rigurgiti di conservazione, con tutta la loro forza, tensione, polemiche e resistenze sono registrati nei testi del nuovo testamento.

Particolarmente significativo è il riferimento che motiva e argomenta la risposta: “È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo…”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (At 14,21b-27)

 

Il brano è la parte finale del racconto del primo viaggio missionario di Paolo. L’attività di Paolo e Barnaba a Derbe, ultima tappa del loro percorso, mette in luce la feconda attività,  fatta soprattutto di contatti personali che aggregano un buon numero di persone: “Dopo aver evangelizzato quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornano a Listra, Icònio e Antiochia”.

Essi percorrono a ritroso il cammino fatto e incontrano le comunità precedentemente fondate, “confermando i discepoli ed esortandoli a restare fedeli nella fede ‘perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni’”.

La conferma e l’esortazione indicano la fragilità e la vulnerabilità dei convertiti. E non può essere altrimenti, considerata la portata del coinvolgimento nella fede in Gesù Cristo e l’entrata nel regno di Dio con l’accoglienza, l’adesione all’insegnamento e alla pratica di Gesù; e, similmente al supplizio della croce da Lui patito, anche i discepoli “attraverso molte tribolazioni” e partecipano allo stesso martirio, anche se non così estremo.

Tuttavia il processo di conversione in atto merita l’attenzione e la dedicazione di Paolo e Barnaba, per consolidare la struttura della comunità nascente sul lato dell’organizzazione interna, in modo da insegnare, trasmettere il contenuto e sostenere il cammino. A tal fine scelgono persone affidabili: “Designarono quindi in ogni Chiesa alcuni anziani”.

L’assegnazione è preceduta dalla preghiera e dal digiuno, con “l’affidamento al Signore nel quale avevano creduto”, in virtù della promessa di rimanere in mezzo a loro fino alla fine dei tempi. È la fede nella costante presenza del Signore che rende audaci e coraggiosi Paolo e Barnaba nel consegnare il cammino e la crescita delle comunità agli anziani designati.

È la fede nell’azione dello Spirito del Risorto, il vero agente del sostegno della comunità,  che suscita la certezza che non verrà meno, ai designati, il necessario per svolgere il loro servizio, con responsabilità e impegno. Ad essi spetta la responsabilità del cammino della comunità con l’adeguata organizzazione, indispensabile per l’efficace servizio pastorale di crescita nella grazia di Dio.

L’evento Pasquale, culmine dell’insegnamento e della vita di Gesù, ha trasformato la loro vita, sul modello di Paolo e Barnaba, costituendoli messaggeri, annunciatori e testimoni del Regno di Dio, nel quale sono coinvolti e destinatari, assicurando la vita delle comunità. Con Paolo e Barnaba essi, in Gesù Cristo – il Risorto -, hanno percepito il farsi del regno di Dio, il suo significato, il cammino da percorrere, le esigenze, la dinamica per entrare in esso. È ciò che testimoniano e insegnano nella comunità credente.

Il coinvolgimento, per la fede, negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ha determinato l’immersione nella Trinità e nella realtà del Regno, con lo sconvolgimento del loro mondo interiore e della vita in generale. È la trasformazione radicale che motiva Paolo e Barnaba, e ogni autentico credente, a dedicarsi integralmente all’attività missionaria a favore di popoli e culture diverse dalla loro.

Di conseguenza l’azione pastorale si riveste di coraggio e fermezza nelle molteplici difficoltà nelle quali s’imbattono.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 13, 14.43-52)

 

Il brano presenta il grande zelo missionario di Paolo e Bàrnaba. Passano da una città all’altra, da “Perge arrivarono ad Antiochia di Pisìdia”, annunciando il cammino di salvezza offerto da Gesù Cristo per gli effetti della sua morte e risurrezione, da loro stessi sperimentato.

Paolo dirà in un altro brano: “Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20). È il “per me” che suscita e sollecita l’attività missionaria, percependo e credendo nell’amore per il quale si è resi giusti davanti a Dio Padre, come persona trasformata, rigenerata e purificata.

Egli risponde al dono ricevuto, mosso dalla responsabilità e dall’impulso interiore di trasmetterlo, giacché il dono, fonte di liberazione, di gioia e di pienezza di vita, per sua natura spinge a farne partecipi gli altri, a trasmetterlo a chi ne è privo attraverso la predicazione e la pratica conseguente.

In effetti, per loro – Paolo, Bàrnaba e i primi apostoli – predicare la buona notizia non è solo trasmettere un’informazione, è far sì che gli uditori si coinvolgano in modo che la buona notizia diventi buona realtà per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, accolti dalla fede nella persona di Gesù e nella causa dell’avvento del regno per la quale ha consegnato sé stesso.

La giustificazione per la fede in Gesù Cristo, e soprattutto nella sua causa, si scontra radicalmente con la teologia del tempo che ritiene giusto chi osserva fedelmente la Legge stabilita dall’alleanza contratta nel Sinai, e poi ampliata e rielaborata dall’istituzione religiosa.

La loro predicazione è come un voltare la pagina della tradizione consacrata da più di mille anni di storia: con essa è in gioco la salvezza e l’entrata nel regno di Dio con l’avvento del Messia. Essi, con coraggio e audacia, testimoniano la loro fede nella sinagoga, riscontrando successo e adesioni; infatti “Molti giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio”. Il successo fu tale che “Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore”. 

Ma per le autorità ciò costituisce l’adesione a una dottrina eretica e blasfema. Di conseguenza si va allo scontro, alla diatriba per la quale questi, “con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo”, per gelosia e per la posta in gioco.

Tuttavia i due apostoli, con la sconvolgente proposta di cui erano portatori, argomentano nel vivo della polemica con determinazione: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi – Giudei – la parola di Dio” quali eredi della promessa in modo che, anch’essi, aderissero al suo compimento con la conversione.

Il loro rifiuto ad andare oltre la religione dei padri porta i due apostoli ad affermare con ironia: “poiché la respingete e non vi giudicate degni di vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”. 

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di Luca Soldi

Può essere condiviso il principio che umanità e sicurezza possano convivere nella nostra società o piuttosto ciò diventa l’alibi di una comunità che non riesce a ritrovare il sentiero di una ricostruzione dalle macerie del nostro tempo?

Ci siamo svegliati da un lungo sonno ed ecco di fronte a noi i fantasmi del passato, le povertà di nuovo cresciute, le indifferenze e gli egoismi trionfare.

Tutto concentrato in questo tempo dove la rabbia e le grida appaiono l’unico modo per far sentire la propria voce.

Le urla di un dolore che non si riesce ad ascoltare per l’essere concentrati tutti davanti al proprio io.

Ci siamo trovati abbagliati dal tutto possibile che si trasfigura nel niente possibile. Ci siamo resi conto che accantonata la memoria quei vaccini che pensavamo di aver assimilato in realtà non avevano alcun effetto

Le nostre case, le nostre famiglie trasformate in fortini in realtà avevano fragili mura. Pure associazioni e partiti che si ergevano a tutori del bene in realtà si sono ritrovate prigioniere di quelle stesse barriere e palizzate che si erano costruite attorno allo scopo di impedire contaminazioni esterne.

Qualche soluzione è parsa arrivare da giovani grandi leader che ancor prima di consolidare le fondamenta hanno usato la loro presunzione come grande forza ammaliatrice per proporre il niente.

E distruzioni sono state.

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Vittorino Andreoli: “Non è bullismo, è violenza.

Castrazione chimica? Un’imbecillità. Qui si castra la democrazia”

Il neuropsichiatra ad HuffPost: "Credevo ci fossero i medici per curare la malattia del Paese, ora non intravedo possibilità di cura. Ho fiducia nei giovani ma siamo in pericolo.

intervista di Luciana Matarese – Huffington Post

 

Professore Andreoli, l’impressione che arriva dalla cronaca è che in Italia sia ormai diffuso un bullismo trasversale, tutti bullizzano tutti. Stiamo diventando un Paese di bulli?

Non mi piacciono i termini “bulli” e “bullismo”, che dilagano pur non avendo fondamento né antropologico né scientifico. Qui non si tratta di bullismo, termine inventato dai giornalisti per riferirsi prevalentemente a comportamenti che riguardano i giovani.

Di cosa si tratta, allora?

Di violenza, caratteristica umana, biologica, che non essendoci più freni inibitori e in assenza di regole, principi, esempi, diventa comportamento dominante. 

Vittorino Andreoli spinge la riflessione oltre il racconto che ci arriva dalla cronaca.

Per il celebre neuropsichiatra veronese, 79 anni, tra i più autorevoli esponenti della psichiatria mondiale, membro della New York Academy of Sciences e autore di saggi, romanzi e raccolte di poesie, lo stupro di Viterbo, il pestaggio a morte dell’anziano di Manduria, ma anche l’aggressione della mamma di Lodi alla professoressa per la sospensione della figlia – per citare tre casi di cronaca negli ultimi giorni – sono l’effetto di una crisi più ampia, di una degenerazione del vivere civile che riguarda anche l’esercizio del potere. E rischia di affondare la nostra democrazia. L’analisi è spietata, il j’accuse pesantissimo.

Dilaga la violenza, dunque, professore. 

È un fatto diffuso – pensi anche alle violenze tra persone anziane – e di grosse dimensioni, che va spiegato tenendo sì presenti i comportamenti di chi compie l’atto violento specifico, ma mai dimenticando che essi sono derivati ed espressione di una grande crisi di civiltà. L’uomo che incontriamo è sempre meno razionale, sempre più pulsionale.

Che significa?

Parlando dello sviluppo della civiltà, Giambattista Vico spiegava come via via, nel corso dei secoli, si è passati dalla barbarie alla società della ragione, chiarendo che è la parte più umana – la ragione ma pure il rispetto degli affetti – che riesce a dominare gli istinti.

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Attacco alla solidarietà. Terzo settore: ecco i 200 casi di supplenza allo Stato.

In un rapporto sulle realtà non profit centinaia di storie in cui la cooperazione anticipa lo Stato Scuola, housing sociale, assistenza e cura sono i campi in cui la sussidiarietà.

di Viviana Daloiso – da Avvenire (8 maggio 2019)

 

Comunità, prima di tutto. Reti che si attivano, nell’ottica dell’inclusione e della promozione dei rapporti sociali, con l’obiettivo di creare partecipazione. Basterebbero questa vocazione e questo impegno a rendere il mondo del Terzo settore – che da giorni stiamo raccontando sulle pagine del nostro giornale attraverso le voci dei suoi protagonisti – un valore da tutelare, piuttosto che da calpestare e distruggere. Ma sul tavolo non c’è solo “contorno”. L’impegno del non profit ogni giorno cambia il volto del nostro Paese sopperendo alle mancanze – se non addirittura ai fallimenti – dello Stato. E riempiendo vuoti, prima ancora che attivando nuove energie.

Una macchina del bene. La mappa della sussidiarietà senza cui l’Italia soccomberebbe al ritardo delle istituzioni tocca tutti i punti nevralgici del vivere comune.

In un rapporto stilato a fine 2017 dal Forum del Terzo settore vengono messi in fila, secondo l’ordine che l’Onu ha dato ai suoi Obiettivi di sviluppo sostenibile: capisaldi del bene comune che si vorrebbero veder realizzati nel mondo entro la data (ottimistica) del 2030.

Si va dal dimezzamento della povertà e della fame all’istruzione universale, dal miglioramento della salute a quello della qualità della vita nelle città fino alla sostenibilità ambientale. Tutti fronti su cui il Terzo settore è in prima linea in Italia (e non solo in Italia) con progetti decisivi per i territori e per le comunità che li abitano: 200 quelli messi a fuoco dal Forum, per un totale di due milioni e mezzo di volontari impegnati da Nord a Sud (oltre a 487mila lavoratori), 11 milioni di partecipazioni associative, 12 miliardi di euro di ricavi annui. Una sterminata macchina del bene, senza cui lo Stato resterebbe improvvisamente immobile.

Fame e povertà. A livello nazionale sono ormai note le attività del Banco Alimentare (così come anche del Banco Farmaceutico), con le giornate nazionali di raccolta che coinvolgono i cittadini in migliaia di negozi: i prodotti raccolti sono destinati circa due milioni di poveri.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 5,27b-32.40b-41)

Con l’evento della Pentecoste gli apostoli prendono coscienza del significato e dell’importanza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. L’evento illumina la loro mente riguardo alla svolta radicale e impensabile del passaggio di Gesù da maledetto da Dio – tale era il significato della morte in croce – a Salvatore, glorificato dal Padre per mezzo dello Spirito Santo.

La nuova coscienza porta con sé la necessità dell'annuncio, della predicazione dell’evento Gesù Cristo in Gerusalemme. Lo scontro degli apostoli con le autorità è inevitabile; il sommo sacerdote e il Sinedrio sono spiazzati, privati della loro autorevolezza e addirittura incolpati dell’ingiusta condanna.

La reazione del sommo sacerdote è categorica: “Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo”. La disobbedienza degli apostoli suscita forte tensione fra il sommo sacerdote, il sinedrio e gli umili sconosciuti seguaci del crocefisso, esposti al pericolo di subire la stessa sorte del maestro.

Pur nella loro insignificanza sociale e religiosa davanti alla massima autorità, Pietro, con agli altri, non s’intimorisce né si lascia prendere dal senso d’inferiorità ma con audacia e coraggio afferma: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Per obbedienza a Dio sconfessa la loro autorevolezza e di tutti quelli che intendono proibire la loro predicazione e l’insegnamento ritenendolo eretico, una bestemmia, la negazione della vera fede nel messia e nell’avvento della sovranità di Dio.

Pietro argomenta con grande audacia e coraggio, sapendo del rischio che corre. Motiva loro i motivi del dissenso e annuncia il contenuto fondante dell’insegnamento: “Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù (…) lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati”. In altre parole, Dio ha rovesciato il loro giudizio su Gesù e, tuttavia, anche per costoro il rovesciamento è opportunità di conversione, di perdono della loro incredulità e della sfiducia nei riguardi di Gesù, ora costituito Cristo alla destra di Dio Padre.

Il coraggio e la determinazione emergono dalla convinzione interiore e profonda che “di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. L’obbedienza a Dio per la fede – nell’accettare di essere accettati da Gesù Cristo, trasformati dagli effetti della sua morte e risurrezione e continuatori dell’avvento della causa del regno – manifesta la stabilità, la consistenza della comunione con Lui, per l’azione dello Spirito Santo che li rende autentici testimoni nell’assumere la predicazione e l’annuncio anche a costo dello scontro.

Lo scontro è motivato da due idee opposte – quella del sinedrio e la loro – escludenti e irriducibili una con l’altra riguardo a Dio. In nome dello stesso Dio, quelli che condannarono e uccisero Gesù lo fecero con l’intenzione di “salvare” Dio, il popolo, il tempio e la religione, vedendo il Lui il pericolo di sopravvivenza della stessa nazione, come disse Caifa: “è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!” (Gv11,50).

Il Dio di Gesù che gli apostoli annunciano e testimoniano è instaura l’avvento del regno di Dio e, con esso, della rigenerazione di ogni credente e lo strutturarsi della nuova società nei termini dell’Alleanza, rimasta incompiuta perché asservita al mantenimento del potere.

Il sommo sacerdote e le autorità non hanno nessuna intenzione di rivedere le loro convinzioni e, pertanto, agli apostoli hanno “espressamente proibito di insegnare". La risposta di Pietro a chi può condannarlo a morte è ferma e determinata: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. In tal modo testimonia la forte e consistente identificazione con l’evento pasquale e la persona stessa di Gesù. "La bocca parla di ciò che ha pieno il cuore”, particolarmente in circostanze simili dove è in gioco la propria irrinunciabile identità, anche a costo della vita.

Il coraggio e l’audacia sorgono in chi è solidamente identificato con la causa del regno, in comunione con Gesù Cristo, con fedeltà solida.

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di Francesco Gesualdi – da Avvenire del 30 aprile 2019

Controindicazioni e limiti di una imposizione meno progressiva: ecco perché il sistema fiscale con tassa piatta fa crescere solo le disuguaglianze

 

Quando si avvicina una nuova tornata elettorale solitamente si torna a parlare di tasse. Anche quest’anno, in prospettiva delle elezioni europee del 26 maggio, la tradizione è stata rispettata. Tuttavia non lo si è fatto per ricordare agli italiani che la Costituzione ci richiama al «dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale», ma per assicurarci che saremo liberati da ciò che nell’immaginario collettivo si sta affermando come un’angheria. Il messaggio è stato indirizzato soprattutto ai più ricchi, i quali avendo di più sono anche quelli che hanno la sensazione di pagare di più. E poiché a determinare gli importi fiscali è l’aliquota, ossia la percentuale di tassazione, tutti i governi italiani degli ultimi trent’anni si sono prodigati per abbassarla sui redditi più alti, fino ad arrivare alla proposta di una flat tax, letteralmente 'tassa piatta', avanzata di recente anche in Italia.

La proposta, in realtà, nelle ultime settimane è un po’ rientrata, soprattutto per mancanza di risorse. Ma il tema resta sul tavolo. Le ipotesi circolate prevedevano un primo step di tassa piatta riservato ai redditi medi, tuttavia la prospettiva dell’estensione a tutti non è teorica. Il concetto della flat tax è quello di una aliquota unica, magari del 15%, applicata a tutti i contribuenti, sia che guadagnino 20mila euro l’anno, sia che intaschino due milioni. Unico elemento d’abbattimento ipotizzato sarebbe il carico familiare, anch’esso però uguale per tutti, per cui il principio alla fine non cambierebbe. Ed è opposto a quello dell’imposizione progressiva che spacchetta ciò che guadagniamo in scaglioni applicando a ciascuno di essi aliquote differenziate. Molto basse sui primi gradini, per diventare sempre più alte su quelli aggiuntivi. Una gradualità basata sulla constatazione che il reddito risponde a bisogni diversi via via che cresce: le quote più basse non possono essere toccate o devono essere toccate poco perché servono per i bisogni fondamentali. Viceversa le quote che si aggiungono sono accantonate o spese anche per beni di lusso, per cui possono essere tassate più pesantemente senza paura di compromettere la vita delle famiglie, ma anzi migliorandola perché le 'arricchiscono' fornendo più servizi pubblici alla collettività. Dunque la progressività è un principio fondamentale di equità, che però i sostenitori della flat tax contestano sulla base di due argomentazioni: ostacola la crescita e incentiva l’evasione. Ma è proprio così?

Secondo certe teorie è bene che i soldi rimangano in tasca a chi ne ha molti per avere chi investe e non consuma soltanto. E poiché l’investimento è ritenuto sinonimo di crescita, la conclusione è che la concentrazione fa bene alla collettività. In un articolo apparso il 5 gennaio 2019 sul 'New York Times', Paul Krugman ha messo in crisi questa impostazione, dimostrando che negli Stati Uniti il massimo livello di cresci- ta si è avuto negli anni Sessanta del secolo scorso, quando sopra il milione di dollari (valore di oggi) si pagava una tassa del 70%. Il fatto è che la crescita è un fenomeno complesso che si avvera solo se si realizzano varie condizioni che stanno in equilibrio fra loro: capitali che investono, ma anche adeguata capacità del sistema di assorbire ciò che viene prodotto; altrimenti i capitali non si indirizzano verso gli investimenti produttivi, ma verso quelli finanziari, che oltre certi limiti mandano il sistema in tilt come è successo nel 2008. Per questo l’equa distribuzione dei redditi è un importante fattore di stabilizzazione.

Anche rispetto all’idea che le alte aliquote favoriscono l’evasione fiscale, ci sono studi che smentiscono questo luogo comune. Mettendo a confronto i livelli di pressione fiscale con i livelli di economia sommersa esistenti nei vari Paesi (dati Ocse e Fondo monetario internazionale), Rocco Artifoni, dell’associazione per la riduzione del debito pubblico (Ardep) dimostra che non esiste correlazione automatica fra i due fenomeni perché ci sono Paesi con alta pressione e bassa evasione fiscale e al contrario Stati con bassa pressione e alta evasione fiscale.

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di Giuseppe De Rita – www.corriere.it del 26/04/2019

 

Le riflessioni-guida della Via Crucis erano di una voluta potenza rispetto a chi, come tutti noi, vive senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

 

Potrà sembrare una enfatizzazione personale, da fratello saggio del figliol prodigo, ma più torno sulla ultima Via Crucis al Colosseo, più mi convinco che la Chiesa di Roma si allontana ogni giorno da noi: è sempre meno romana, sempre meno italiana, sempre meno europea. Con una distanza che si fa sempre più evidente, anche sul piano delle opinioni correnti.

Parto da un fatto fenomenologico, sto alle facce, alle preghiere, alle riflessioni comunicative di venerdì scorso: era impressionante vedere il video pieno non dei volti tipici della nostra quotidianità, ma di volti «altri», quasi tutti asiatici ed africani; i pochi bianchi casualmente inquadrati erano dei consumatori di turismo, ed infatti non rispondevano alle preghiere collettive. Queste erano tutte orientate a ricordare, interpellare, condividere le pene di milioni di persone (lontane miglia e miglia da quella scenografica piazza) che soffrono la fame, l’emarginazione, le guerre, i genocidi. Ed in più le riflessioni-guida della Via Crucis, benché scritte da una suora novantenne, erano di una voluta potenza (mai udita nelle abitudini ecclesiali) rispetto a chi, come tutti noi, vive nell’egoismo e spesso nella fatuità narcisistica, senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

Il Venerdì Santo era riservato ai protagonisti del dolore e della croce quotidiana. E così i volti, le preghiere, le riflessioni profonde hanno dato l’impressione che la Chiesa si stia allontanando da noi (romani e italiani) figli primogeniti. Questi forse non se ne accorgono, attenti solo a garantirsi quel servizio pastorale e devozionale che riteniamo utile per il nostro quotidiano galleggiamento religioso. Ma sotto sotto matura una reazione più forte, forse un rimprovero alla Chiesa che si allontana: come, noi romani, noi italiani, noi europei abbiamo fatto tanto per accumulare il suo patrimonio (storico, teologico, istituzionale, finanziario) ed essa ha occhi solo per altri da noi? Come minimo è irriconoscente, ma in più rischia di annullare il suo patrimonio, ed è di conseguenza naturale richiamare il rispetto del suo radicato insediamento nella nostra storia: girovagare altrove potrebbe renderla fragile.

Ed invece, proprio da figlio primogenito, venerdì scorso ho avvertito con chiarezza che la Chiesa si sta decisamente allontanando, sta andando altrove, vuole essere Chiesa Universale. Noi primogeniti non capiamo questa scelta di nuova destinazione, forse perché non abbiamo letto e capito la decadenza della Chiesa «romana e docente», che aveva in se stessa la verità e le certezze di una sua autoreferente identità.

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