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Archivio di Giugno 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 19,16b. 19-21)

 

Elia riceve da Dio l’incarico di ungere Eliseo come profeta e suo successore. Per lui è arrivato il momento di dare le consegne. Che cosa abbia provato nel suo animo il brano non lo dice, ma l’esperienza insegna che la fine di una tappa o di una missione è un momento di crisi, di giudizio, di valutazione del compito svolto e di apprensione per il nuovo, il futuro prossimo.

Semplicemente il redattore del testo riferisce la prontezza nel compiere l’ordine di Dio. È un segnale positivo di docilità alla volontà divina: “Partito da lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi”. 

Con sorpresa Elia irrompe nella vita di Eliseo; infatti “passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello” senza alcuna conversazione previa, più ancora, senza chiedere un esplicito consenso. Tuttavia Eliseo accoglie l’investitura giacché il mantello è simbolo della personalità e dei diritti di chi lo indossa; con il gesto di Elia gli è trasmessa la condizione di profeta per continuare la missione.

Elia compie l’ordine del Signore: “Ungerai Eliseo (…) come profeta al tuo posto”, ed Eliseo, probabilmente molto sorpreso e sconcertato, di punto in bianco è coinvolto nella missione che cambia la sua vita radicalmente.

Questo modo libero e sovrano dell’agire di Dio sorprende e sconvolge qualsiasi persona. È ben lontano dal modo di procedere umano fra persone, in dialogo e discernimento di ciò che è giusto e conveniente riguardo l’idoneità, la convenienza, la verifica delle attitudini e il grado di convinzione e determinazione per il corretto svolgimento del compito.

Nel caso specifico, la riconosciuta competenza e fama del profeta probabilmente ha attutito gli effetti sconcertanti dell’investitura, e facilitato Eliseo a disporsi alla volontà divina. Il testo registra semplicemente che “lasciò i buoi e corse dietro a Elia”, senza specificarne lo stato d’animo o aggiungere altro commento.

Il fatto rivela la sicurezza e la determinazione di Elia nel trasmettere la missione profetica,  senza attendere risposta alcuna di assenso o dissenso. Alla fermezza Eliseo risponde prontamente: “lasciò i buoi e corse dietro a Elia”.

Questi, cosciente delle conseguenze nei riguardi della famiglia, chiede ad Elia il consenso per il commiato: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”.

Normalmente, in casi simili, la separazione, l’uscire da casa è un colpo molto forte, probabilmente lo è stato anche per Eliseo. Elia percepisce lo stato d’animo e la difficoltà, e risponde prontamente: “Và e torna, perché sai che cosa ho fatto per te”. È come se mettesse Eliseo in guardia dal non lasciarsi sopraffare dal sentimento verso i genitori o dal timore del futuro nei loro riguardi o verso di sé. La coscienza dell’investitura – “cosa ho fatto per te” – è anche appello al coraggio, e trova sostegno nella fiducia nel Signore che lo chiama alla missione.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 14,18-20)

“Melchìsedek, re di Salem”, di Gerusalemme, è un personaggio misterioso del quale il testo non dice nulla, eccetto che “era sacerdote del Dio altissimo”, identificato con lo stesso Dio di Abramo. La lettera agli Ebrei dirà che era “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita” (Eb 7,3) e lo associa ad una prefigurazione di Gesù Cristo, anch’egli con le stesse caratteristiche.

Ebbene, “in quei giorni”, dopo che Abramo aveva sconfitto i nemici, liberato il fratello Lot, recuperato “tutti i beni…, i suoi beni, con le donne e il popolo” e ridato libertà e dignità al suo popolo riscattandolo da un futuro di tristezza, di schiavitù e di dolore, entra in scena Melchisedek che incontra Abramo, al quale offre “pane e vino” – cibo che alimenta il corpo e bevanda che rallegra il cuore -, simboli augurali di bene e felicità.

Questi, quale “sacerdote del Dio altissimo”, esercita il suo servizio di mediazione benedicendolo: “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra”. Con queste parole Dio onora e mostra il suo compiacimento per l’opera compiuta da Abramo. Dio, creatore del cielo e della terra, è principio di ogni opera buona e approva la liberazione e il riscatto del fratello, non tollera la caduta nelle mani degli oppressori e la destinazione a un futuro di schiavitù e di morte.

La benedizione è parola “efficace” e irrevocabile. Pronunziata anche da un uomo, realizza il suo contenuto poiché è Dio stesso che benedice. L’effetto è rivolto alla fraternità, alla solidarietà e all’unione esercitata fruttuosamente nella libertà; la schiavitù, il dominio e l’oppressione sono abominio agli occhi di Dio. Ciò vale non solo nel rapporto con gli altri popoli o nazioni, ma anche all’interno della stessa comunità. Dio elegge Abramo quale capostipite del nuovo popolo che gli appartiene, e completa l’opera delle sue mani avvalendosi della sua collaborazione obbediente.

Più ancora, Melchìsedek onora, loda e dà gloria al “Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Egli attribuisce la vittoria di Abramo in primo luogo a Dio, del quale essa manifesta la sua presenza attiva nell’accompagnare, con la sua forza, il procedere di Abramo.

L’efficacia della presenza di Dio, quale fedeltà alla promessa, si manifesta nella vittoria sui nemici. Essa per Abramo sarà motivo di fiducia, serenità e fermezza, per continuare il cammino che Dio gli va indicando e far sì che gli eventi si svolgano in obbedienza e in sintonia alla Sua volontà.

Come per Abramo, così ogni creatura sperimenta la potenza e la fedeltà di Dio nel corso della propria vita, nelle circostanze in cui è coinvolta. Essa sostiene la determinazione nella battaglia di liberazione a favore della dignità della persona e del popolo, nel rispetto del creato che Dio ha posto nelle sue mani a favore dell’umanità. Il credente non è solo,  quando agisce in sintonia con la volontà di Dio, giacché nella comunione con Lui risiede la forza e la speranza della vittoria sul male.

Come risposta alla benedizione, Abramo “diede a lui la decima di tutto”, ossia ritorna al Dio altissimo una parte consistente di quello che possiede, quale espressione di gratitudine e riconoscimento che tutto proviene dall’opera delle sue mani, dalla sua provvidenza per il bene degli uomini. È un atto di adorazione alla santità di Dio, alla sua gloria che si manifesta e accompagna la persona e l’attività di Abramo.

Non si sa per quale finalità, e come, Melchìsedek disporrà della copiosità dei beni ricevuti. Quale re e sacerdote dell’Altissimo fa supporre che saranno destinati al bene dei poveri e al necessario per lo svolgimento dei suoi compiti.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Pr 8,22-31)

Il brano presenta la Sapienza come una persona in rapporto con Dio: “Così parla la Sapienza di Dio”, e rivela la sua origine: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra”. Essa è in Dio e con Dio fin dall’eternità, da prima della creazione.

Dio non è un soggetto individuale e solo; la Sapienza è al suo lato, partecipa della sua essenza, della sua esistenza nel testimoniare che il Signore, quando “fissava i cieli, io ero là”, e “quando disponeva le fondamenta della terra io ero con lui come artefice”, coinvolta nella creazione dell’universo quale mistero dell'insieme organicamente strutturato e sintonizzato a favore del progetto di sviluppo e crescita dell'umanità, del bene comune.

L'insieme ha in sé stesso gli elementi e le condizioni di comunione fra le persone e i popoli che lo compongono. Esso si può paragonare agli elementi di un’orchestra nella quale ognuno svolge la parte che gli compete, in sintonia con il progetto di armonia e pace proprio della Sapienza, conforme alla volontà del Signore.

È doveroso non perdere di vista tale aspetto perché ogni persona, ogni gruppo umano, ogni elemento del creato non è casuale né superfluo o senza senso, ma è necessario per il ridere dell’universo, che è l’estasi di Dio, come ben dice un teologo della portata di Moltmann, ovvero l’avvento del suo regno.

Tale estasi aggancia il con ruolo della Sapienza: “ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”, il cui gioco nell'ambito divino coinvolge gli uomini nell'elaborare e testimoniare l'evento della comunione, nell'orizzonte dell'armonia e della pace.

Cosicché ogni momento è camminare insieme nel dono di uno per l’altro, nel trovarsi l’uno nell’altro nel gioco, nell’allegria sincera, disinteressata, gratuita, senza secondi fini, nella trasparenza dell’autentico rapporto.

Sotto tale profilo un’immagine affine all’esperienza della vita in Dio è offerta da tre bambini in tenera età attratti dal gioco che li accomuna nello stare insieme. Essi vivono il presente con tutto se stessi, con intensità, nella pura gratuità, senza rivalità o competizione, ma totalmente presi e coinvolti nel gioco puro e semplice, il cui fine è la gioia.

È il gioco che in Dio suscita stupore e delizia: “ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno”, e fa sì che la Sapienza lo riversi nella creazione: "giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

Purtroppo gli stessi “figli dell’uomo” non si lasciano coinvolgere, resistono al gioco a causa della distorsione profonda del loro mondo interiore, deviato su altri cammini, spinti dalle loro immediate percezioni e sentimenti, sperando, ma allo stesso tempo illudendosi, di raggiungere gli stessi risultati.

Per loro il gioco ha tutt’altre caratteristiche.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,1-11)

L’evento di Pentecoste – cinquanta giorni dopo la Pasqua – segna un momento molto importante e decisivo per l’umanità, con l’invio dello Spirito Santo preannunciato da Gesù stesso ai discepoli il giorno dell’ascensione.

Ogni manifestazione di Dio è improvvisa, senza alcun avvertimento. Essa irrompe in modo sconcertante nell’ambiente, coinvolge e sconvolge la vita delle persone a cui è diretta. I discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, a porte chiuse per paura dei giudei. Per loro è difficile raccontare esattamente quello che è successo perché non ci sono parole adeguate e, necessariamente, ricorrono a comparazioni “quasi un vento che si abbatte impetuoso” “apparvero loro lingue come di fuoco”, giacché l’evento va molto oltre la capacità della corretta descrizione, essendo manifestazione dell’insondabile complessità del mistero di Dio.

Le ‘lingue’ si posarono su ciascuno di loro “e tutti furono colmati di Spirito Santo”. Esse sono il segno esterno dell’evento, che inciderà in modo determinate sull’opera di Dio nella storia, orientandola verso il fine da Lui stabilito riguardo alla partecipazione dell’umanità e del creato alla sua gloria con l'instaurazione del suo Regno.

L’essere colmati dallo Spirito che cosa ha significato per i discepoli e per gli apostoli in termini di comprensione dell’evento pasquale? e che ricaduta ha avuto sul loro comportamento riguardo alla missione affidata da Gesù?

Riguardo al primo aspetto, si è dato il rovesciamento dell’idea predominante sulla persona e attività di Gesù che da maledetto da Dio – tale era il significato del crocefisso – è annunciato come Salvatore e il Messia atteso. Nessuno se lo aspettava.

Pur avendolo visto Risorto, il significato pieno dell’evento rimane appannato, un misto tra lo stupore e l’incredulità. Lo Spirito, come un fuoco purificatore, ha fatto comprendere la portata dell’amore di Dio nel Risorto e l’avvento della sovranità di Dio, del regno in loro, fra loro e con tutta l’umanità.

Il rovesciamento riguarda non solo la comprensione della persona e l’attività di Gesù, ma anche degli stessi discepoli, della nuova percezione di sé stessi per il coinvolgimento e l’immersione nella realtà dell’amore di Dio, al punto da sentirsi trasformati, liberi dallo sconcerto e dal dubbio riguardo alla persona di Gesù Risorto.

Riguardo alla ricaduta sul loro comportamento, il coinvolgimento con il Risorto li porta ad annunciare e testimoniare il significato e la portata della risurrezione del Maestro; a donarsi per la causa del regno con lo stesso amore con il quale ognuno di loro è amato dal Signore e declinare tale amore nell’audacia coraggiosa dell’impeto missionario, rivolto alle autorità che condannarono Gesù, e ad  estenderlo a tutto il popolo e alle nazioni.

È l’esperienza “del vento impetuoso” – una forza irresistibile e incontrollabile – generata dalle “lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro” che crea lo spazio nella mente e nel cuore di ognuno, attivando la comprensione dell’evento e il loro coinvolgimento nel continuare la missione di Gesù Cristo a favore dell’umanità.

Come gli apostoli, ogni credente che apre la mente e il cuore allo Spirito trova l’autenticità di sé stesso nel fare propria la dinamica dell’amore di Gesù. In tal modo è reso capace di gestire quello che è caratteristico della propria cultura e del proprio patrimonio personale, nel rapporto simbiotico con sé stesso e altri appartenenti ad altre culture.

È attivata la dinamica della comunione fraterna e solidale e, nello stesso tempo, lo sviluppo, l’approfondimento di quello che di più vero appartiene a ogni soggetto preso singolarmente, con il risultato di rendere sempre più percepibile in ognuno, per la responsabilità a favore della causa del regno, l'immagine di Cristo.

Tale dinamica, nella misura in cui vi aderisce ogni gruppo etnico, senza rinunciare a ciò che è specifico della propria cultura, inclusa la fede religiosa, porta allo stupore, alla meraviglia come per coloro che si rivolgevano agli apostoli: “E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?”.

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