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Archive del 21 Giugno 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 14,18-20)

“Melchìsedek, re di Salem”, di Gerusalemme, è un personaggio misterioso del quale il testo non dice nulla, eccetto che “era sacerdote del Dio altissimo”, identificato con lo stesso Dio di Abramo. La lettera agli Ebrei dirà che era “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita” (Eb 7,3) e lo associa ad una prefigurazione di Gesù Cristo, anch’egli con le stesse caratteristiche.

Ebbene, “in quei giorni”, dopo che Abramo aveva sconfitto i nemici, liberato il fratello Lot, recuperato “tutti i beni…, i suoi beni, con le donne e il popolo” e ridato libertà e dignità al suo popolo riscattandolo da un futuro di tristezza, di schiavitù e di dolore, entra in scena Melchisedek che incontra Abramo, al quale offre “pane e vino” – cibo che alimenta il corpo e bevanda che rallegra il cuore -, simboli augurali di bene e felicità.

Questi, quale “sacerdote del Dio altissimo”, esercita il suo servizio di mediazione benedicendolo: “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra”. Con queste parole Dio onora e mostra il suo compiacimento per l’opera compiuta da Abramo. Dio, creatore del cielo e della terra, è principio di ogni opera buona e approva la liberazione e il riscatto del fratello, non tollera la caduta nelle mani degli oppressori e la destinazione a un futuro di schiavitù e di morte.

La benedizione è parola “efficace” e irrevocabile. Pronunziata anche da un uomo, realizza il suo contenuto poiché è Dio stesso che benedice. L’effetto è rivolto alla fraternità, alla solidarietà e all’unione esercitata fruttuosamente nella libertà; la schiavitù, il dominio e l’oppressione sono abominio agli occhi di Dio. Ciò vale non solo nel rapporto con gli altri popoli o nazioni, ma anche all’interno della stessa comunità. Dio elegge Abramo quale capostipite del nuovo popolo che gli appartiene, e completa l’opera delle sue mani avvalendosi della sua collaborazione obbediente.

Più ancora, Melchìsedek onora, loda e dà gloria al “Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Egli attribuisce la vittoria di Abramo in primo luogo a Dio, del quale essa manifesta la sua presenza attiva nell’accompagnare, con la sua forza, il procedere di Abramo.

L’efficacia della presenza di Dio, quale fedeltà alla promessa, si manifesta nella vittoria sui nemici. Essa per Abramo sarà motivo di fiducia, serenità e fermezza, per continuare il cammino che Dio gli va indicando e far sì che gli eventi si svolgano in obbedienza e in sintonia alla Sua volontà.

Come per Abramo, così ogni creatura sperimenta la potenza e la fedeltà di Dio nel corso della propria vita, nelle circostanze in cui è coinvolta. Essa sostiene la determinazione nella battaglia di liberazione a favore della dignità della persona e del popolo, nel rispetto del creato che Dio ha posto nelle sue mani a favore dell’umanità. Il credente non è solo,  quando agisce in sintonia con la volontà di Dio, giacché nella comunione con Lui risiede la forza e la speranza della vittoria sul male.

Come risposta alla benedizione, Abramo “diede a lui la decima di tutto”, ossia ritorna al Dio altissimo una parte consistente di quello che possiede, quale espressione di gratitudine e riconoscimento che tutto proviene dall’opera delle sue mani, dalla sua provvidenza per il bene degli uomini. È un atto di adorazione alla santità di Dio, alla sua gloria che si manifesta e accompagna la persona e l’attività di Abramo.

Non si sa per quale finalità, e come, Melchìsedek disporrà della copiosità dei beni ricevuti. Quale re e sacerdote dell’Altissimo fa supporre che saranno destinati al bene dei poveri e al necessario per lo svolgimento dei suoi compiti.

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