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Archivio di Agosto 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 3,19-21.30-31)

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso”. Riguardo alla mitezza, erroneamente si ritiene che ad essa si riconduca la difficoltà di interloquire, la tendenza a sottostare al giudizio altrui, a non ribattere e non replicare, a restare sottomessi e, soprattutto, il timore alla propria affermazione. È come mettersi in un angolo rendendosi inesistenti e diventando una nullità.

Ma la mitezza è ben altro. Consiste nell’intelligenza di comunicare con dolcezza, con calma, con pazienza e serenità. Ma, soprattutto, comprendere che quelle parole, profferite in modo diverso, verrebbero prese come affronti o rimproveri. È sinonimo, quindi, di mansuetudine paziente e benevola.

È altresì la capacità di unire la fermezza alla delicatezza. In altre parole, manifestare il pensiero con garbo, senza far trapelare la propria superiorità, anche quando c’è. Essa sostiene rapporti interpersonali armoniosi; un insieme di attenzione e di sincera accoglienza che crea l'incontro, nel quale emergono sentimenti di benessere, di soddisfazione e di comunione fraterna.

Condizione previa è coltivare nel proprio intimo la chiara identità di sé stesso, la consapevolezza della qualità del rapporto interpersonale e sociale, la finalità e il destino ultimo della vita, e l’accettazione dei propri difetti e pregi, così come delle attitudini e delle incapacità.

Il mite è un soggetto piuttosto completo, sempre perfettibile – com’è proprio della condizione umana – e in pace e serenità con sé stesso. Ascolta tutti e cerca la comunione fraterna, non dipende da nessuno e possiede una buona autonomia di gestione di sé. Il vangelo afferma che i miti “avranno in eredità la terra” (Mt 5,5), e si capisce bene in che senso, non certamente per spadroneggiare e dominare.

La generosità dona il necessario, soprattutto nel momento del bisogno, ma anche come segno di amicizia e di stima. È una dimensione importante che manifesta l’attenzione verso persone disagiate moralmente, fisicamente o economicamente, ossia in situazioni di sofferenza. Essa è frutto del sentimento di condivisione e di solidarietà insito nella mitezza.

C’è un modo di esercitare la generosità, che coinvolge profondamente il donante e il ricevente quando la mitezza e l’umiltà procedono di pari passo: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”. Il mite è anche umile perché sa che non sa… L’umiltà non è negare o diminuire le proprie virtù e capacità, ma assumerle con gratitudine e intelligenza come dono del Signore. E, pur essendo frutto del proprio sforzo e merito, lo trasmette, lo condivide per il bene altrui e della collettività.

Per l’esercizio dell’umiltà “troverai grazia davanti al Signore”. Ai miti “Dio rivela i suoi segreti”, nell’intimità e familiarità con Lui. Essi ne condividono la vita, la gioia e la pratica dell’amore vicendevole, quali testimoni e segno della manifestazione della sua presenza, “perché grande è la potenza del Signore (…)”. In tal modo accolgono l’avvento della sovranità di Dio – il regno -, motivano e favoriscono la crescita di un mondo più giusto, più umano, fraterno e solidale.

Pertanto, “(…) dagli umili egli è glorificato”. L’autore riconosce la grandezza e il potere di Dio, testimoniato dall’umiltà del mite con parole e atteggiamenti opportuni, in virtù della Sua gloria e santità, presente in lui per quello che la condizione umana consente. All’umile si addice la celebre espressione di S. Ireneo (II secolo d.C.): “l’uomo vivente è gloria di Dio e la vita dell’uomo è la lode a Dio”, vivente per l’amore ricevuto e trasmesso, fonte di vita in abbondanza.

Il contrario dell’umile è l’orgoglioso: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi (…) per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male”. L’orgoglio è la caratteristica della persona che fa del proprio sapere, della propria attività, un riferimento irrinunciabile e indiscutibile della propria competenza e professionalità. Ne fa questione di dignità, d’onore, nel presumere che nessuno e niente la possa intaccare. Diventa impermeabile a ogni osservazione o contributo che non rientri nei propri parametri. L’amor proprio è così grande da sentirsi ferito e infastidito da ogni contrarietà.

Generalmente è così sicuro di sé stesso che guarda gli altri dall’alto verso il basso. Di conseguenza il seme del male va crescendo sempre più, sostenendo l’impossibilità di comunicare e crescere nel rapporto fraterno, sincero e trasparente, in modo da  qualificare l’autenticità di sé stesso. Si involve su sé stesso nell’isolarsi da tutti e da tutto, vittima del proprio inganno.

Perciò il testo esorta: “Il cuore del sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 66,18b-21)

Il brano testimonia come il Signore va oltre l’indignazione e l’ira per l’infedeltà del popolo all’Alleanza, e si propone non solo di riscattarlo dalla condizione ignobile in cui si è posto, ma di ricondurlo sul cammino della fedeltà, in modo da compiere la finalità per la quale è stato eletto, “collaborando” con il Signore per la salvezza universale dei popoli.

“Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria”. È il progetto del Signore di coinvolgere persone di ogni razza e lingua, che suscita grande sconcerto in Israele perché la purezza della discendenza – la cui origine risale ad Abramo e all’Alleanza testimoniata dalla circoncisione – era ritenuta imprescindibile per entrare, a pieno diritto, nel regno di Dio con la venuta del Messia.

Annunciare che tutte le genti “verranno e vedranno la mia gloria” aumenta lo sconcerto e la confusione nel popolo, che riteneva la partecipazione alla gloria di Dio, ricezione della sua santità, fonte di vita piena. E allora che differenza c’è fra il popolo eletto e tutte le genti? Verrà meno l’esclusività, il privilegio di Israele come popolo eletto?

Per di più costoro saranno costituiti missionari, e trasmetteranno il dono per coinvolgere altri che ancora non lo conoscono o sono lontani, in modo che nessuno sia escluso. Dice il Signore al riguardo: “Io in essi porrò un segno”, il segno della fraternità, della solidarietà, della giustizia, della pace e della concordia; in altre parole, la fratellanza e la solidarietà universale.

In tal modo “essi annunceranno la mia gloria alle genti”, suscitando ammirazione, stupore e desiderio di aderirvi per instaurare un nuovo ordine personale e sociale, manifestazione della forza, del potere e della santità di Dio. Essi saranno come una calamita che attrae e “Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme”. L’impatto sarà così forte e sorprendente da muovere, con qualsiasi mezzo a disposizione, un gran numero di persone provenienti da tutte le parti.

Notevole rilevare come la missione di ricondurre al Signore tutte le genti costituisce “l’offerta al Signore”, dello stesso valore di “come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore”. Pertanto la purezza dell’offerta è costituita dalla comunione fraterna fra le genti di ogni razza e nazione, e non più nella qualità pregiata degli oggetti di culto.

Ancora più sconcertante è l’affermazione: “Anche tra loro mi prenderò sacerdoti leviti, dice il Signore”, considerati dal Signore alla stessa stregua dei membri d’Israele, il popolo eletto, formando l’unica famiglia di Dio.

La loro integrazione, allo stesso livello degli israeliti di pura origine, ha sorpreso non poco gli uditori. Basta considerare che ai tempi di Gesù, per essere eletto sacerdote, oltre ad appartenere alla tribù di Levi, si doveva verificare negli archivi del tempio, in Gerusalemme, la purezza razziale fino alla quinta generazione da parte del padre e della madre, senza nessuna mescolanza con altre etnie.

Il fatto che addirittura stranieri, anche se convertiti al giudaismo, saranno “sacerdoti leviti” è il massimo dello sconcerto.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 38,4-6.8-10)

 

“Quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. Parole durissime, pesanti come un macigno che cade sulle spalle del profeta Geremia, con le quali i capi del popolo lo accusano davanti al re. Con l’assedio di Gerusalemme, da parte del re babilonese Nabucodonosor, i capi e le autorità del popolo esortano i cittadini a resistere, fiduciosi per la loro condizione di popolo eletto e nel tempio, quale pedana dove Dio poggia i suoi piedi e che è ritenuto l’ombelico del mondo che collega cielo e terra. Pertanto, nella concezione comune, mai Dio permetterebbe la profanazione né la vittoria dei nemici. Egli è a loro lato per liberare l’assedio.

Geremia invece predica il contrario: che la città che verrà invasa, il tempio distrutto, il popolo deportato in esilio a Babilonia a causa della infedeltà all’alleanza. Gli argomenti e le esortazioni dei capi sono ritenuti dal profeta un terribile e devastante inganno.

Come è ovvio in situazioni del genere, la tensione fra Geremia e le autorità giungono al culmine, al punto che i capi chiedono al re la sentenza di morte: “Si metta a morte Geremia, appunto perché scoraggia i guerrieri (…) e scoraggia tutto il popolo”, perché non vuole il bene del popolo ma il suo male. È l’accusa di tradimento.

Il re non ha la forza politica di opporsi, anche se interiormente non è d’accordo con la condanna. Egli aveva ascoltato Geremia in un incontro segreto e era rimasto  particolarmente impressionato. Tuttavia, non può opporsi agli accusatori e, di conseguenza, decide: “Ecco egli è nelle vostre mani; il re non ha poteri contro di voi "; e costoro lo gettano nella cisterna di fango, condannato a morire di stenti.

È il dramma dei profeti di ogni tempo. Chiamati da Dio, non si comportano da teologi di corte dicendo quel che le autorità e il potere si aspettano. Al contrario, smontano i loro piani e creano sconcerto nelle persone, nel popolo. La solitudine dei veri profeti è radicale, al punto che si domandano perché e che senso abbia la loro chiamata e l’affidamento della missione profetica.

Entra in scena Ebed-Mèlec, l’etiope, un eunuco che era nella reggia al servizio del re. Mosso a compassione e rattristato per quanto accaduto, si avvicina al re fuori della reggia, lontano dagli occhi e dalle orecchie indiscrete e supplica: “quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta (…) morirà di fame, perché non c’è più pane nella città”.

Per mezzo suo, uno straniero e per giunta eunuco (il tipo di persona più disprezzato dal popolo d’Israele), il Signore interviene a favore di Geremia strappandolo dall’inevitabile morte. È sorprendente e sconcertante che Dio agisca in tal modo, ma è proprio della libertà del Signore agire fuori da schemi o canoni ritenuti vincolanti e, pertanto, qualsiasi persona mossa dal senso di giustizia e di rettitudine media la volontà e l’azione del Signore, indipendentemente dalla nazione o dalla religione che professa.

Si profila l’apertura riguardo ai rapporti fra il Signore e le persone che appartengono alle più diverse origini e fedi. In essa si discerne l’azione di Dio nelle circostanze che sviliscono la giustizia e il diritto, in nome della dignità e sacralità della vita ingiustamente ferita o disprezzata. Il re, una volta liberato dalle precedenti pressioni, ordina d’intervenire immediatamente: “Prendi tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia”.

Normalmente l’attività profetica, che non si lascia corrompere da interessi di vario tipo (denaro, prestigio, incarichi di governo, benevolenza delle autorità costituite, ecc.), suscita divisioni, conflitti, tensioni con le istituzioni, i governanti e anche con le persone care legati da affetti sinceri.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 18,6-9)

Il testo è una riflessione sull’azione di Dio a favore d’Israele e il coinvolgimento di quest’ultimo. L’iniziativa parte da Dio, che annunciò l’intervento di liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto (sinonimo del male e del peccato): “La notte della liberazione fu preannunciata ai nostri padri”. In nessun modo il popolo si sarebbe liberato con le proprie forze, tanto era stringente e ferreo il dominio degli oppressori.

Al popolo umiliato, schiacciato dalla schiavitù e senza speranza, l’annuncio dell’intervento del Signore è finalizzato “perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà”. È il coraggio necessario per una nuova società che gestisce la libertà, che gli è donata con la liberazione, nella pratica del diritto e della giustizia, fondamento della dignità di ogni persona e ambito dell’adeguata convivenza sociale in pace, armonia e pienezza di vita.

“Il tuo popolo, infatti, era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici”. Riguardo a questi ultimi, il riferimento è a coloro che imposero la schiavitù. Evidentemente, la liberazione dei giusti – non perché fossero perfetti, anzi, – è conseguenza, frutto dell’azione di Dio, che li rende tali rompendo il progetto e gli interessi degli oppressori, per i quali l’evento è una disgrazia che sfocerà nella vicenda del mar Rosso: “Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te”. 

La memoria d’Israele ricorderà sempre che il Signore agì in loro favore con mano forte e braccio potente. La liberazione è la nuova chiamata all’alleanza, all’osservanza fedele e fiduciosa del cammino indicato dalla Legge, stipulata da Mosè sul Sinai. L’evento della liberazione e del Sinai è ritenuto manifestazione della gloria di Dio al suo popolo: “così glorificaste noi”, in virtù del suo amore.

Resi liberi dal peccato – dalla dipendenza, dalla schiavitù – e costituiti "figli santi dei giusti,”, coloro che accolsero e perseverarono nel dono della liberazione “offrirono sacrifici in segreto” celebrando il culto, la memoria di quell’evento, con la finalità non solo di ricordare il passato ma di attualizzarne gli effetti, come se in quel momento si ripetesse l’evento della liberazione, perché cova sempre il misterioso impeto di cedere alla seduzione e tentazione del male.

Come antidoto, nella celebrazione “si imposero, concordi questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli”, e strinsero un patto di solidarietà valido sempre, nelle condizioni favorevoli come in quelle avverse. La solidarietà e la responsabilità hanno un’impronta divina che sostiene e motiva la pratica dell’amore, con cui il Signore ha amato il suo popolo e ogni persona agendo a loro favore, liberandoli dalla schiavitù e conducendoli alla terra promessa.

La solidarietà e responsabilità fraterna non sono altro che la declinazione della familiarità di Dio nei loro confronti, la manifestazione del loro legame di giustizia e rispetto della Legge, espressione della presenza del Signore come loro re.

Essi, intonano “… subito le sacre lodi dei padri”. Qualunque sia la circostanza, favorevole o avversa, intonare “subito” le lodi a Dio manifesta la solidità, consistenza e supremazia della fede, della loro fiducia nel Dio liberatore.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Qo 1,2; 2,21-23)

“Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Gli studiosi, interpretando il senso di queste parole, portano alla conclusione che la vita “è una bolla di sapone”. La morte conferisce all’interpretazione verità e comprensione e, in aggiunta, l’autore ironizza con pungente oggettività: “Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato”.

Una bolla di sapone è anche qualcosa di bello, che attrae l’attenzione per i colori, per la leggerezza e per la libertà di muoversi nell’aria; inoltre ispira sentimenti di delicatezza, tenerezza e soavità. Ma è fragile e inconsistente, al punto che una semplice puntura d’ago la fa sparire. E tutto ritorna alla realtà che prima occultava o dalla quale si era distratti.

Intelligenza, professionalità, impegno al limite delle possibilità, caratteristiche della serietà e dedicazione della vocazione all’attività sembrano svalorizzati, per non dire addirittura annullati. L’autore si chiede: “Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?”; e traspare in esso un sentimento di delusione, di frustrazione e spoliazione per la perdita di ciò in cui si è investito fruttuosamente, aggravato dall’ironia che lo sforzo profuso andrà a beneficiare “un altro che per nulla vi ha faticato”.

Ma allora è meglio far niente? La verità del brano è stimolo di passività? Meglio ritornare su sé stessi in maniera egocentrica, come indica il libro della Sapienza: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore (…) Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere. Spadroneggiamo nel giusto, che è povero, (…) La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile”? (Sap 2-14). Evidentemente no, la stessa Sapienza condanna tale pensiero e la condotta corrispondente.

Quello che nel brano è messo in discussione è il tempo cronologico, il suo susseguirsi in passato, presente e futuro, scandito dalle lancette dell’orologio. Non è considerata la qualità del tempo, il presente, il momento vitale. Di fatto il passato già non esiste, rimane nel passato e la memoria trattiene qualcosa di esso, soprattutto nel caso di un evento importante e decisivo per la vita. Il futuro anch’esso non esiste se non come una possibilità, una speranza o un timore che, pur nella possibilità che si avveri, nella grande maggioranza dei casi non si realizza, e molte volte sorprende.

Quello che appartiene pienamente è il presente: l’attimo fuggente. Il presente merita tutta l’attenzione e polarizza l’impegno affinché sia gratificante, pieno di contenuto e di senso. Si tratta del momento favorevole e, per essere tale, richiede attenzione all’aspetto qualitativo, esistenziale, poiché porta con sé l’opportunità del dono di immergersi in effetti positivi e soddisfacenti, pieni di senso e di vita, o di evitare, sminuire, il danno e la delusione.

Generalmente l’attività, le preoccupazioni e le responsabilità fanno sì che l’unica dimensione del tempo presa in considerazione è quella cronologica.

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