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Archive del 2 Agosto 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Qo 1,2; 2,21-23)

“Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Gli studiosi, interpretando il senso di queste parole, portano alla conclusione che la vita “è una bolla di sapone”. La morte conferisce all’interpretazione verità e comprensione e, in aggiunta, l’autore ironizza con pungente oggettività: “Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato”.

Una bolla di sapone è anche qualcosa di bello, che attrae l’attenzione per i colori, per la leggerezza e per la libertà di muoversi nell’aria; inoltre ispira sentimenti di delicatezza, tenerezza e soavità. Ma è fragile e inconsistente, al punto che una semplice puntura d’ago la fa sparire. E tutto ritorna alla realtà che prima occultava o dalla quale si era distratti.

Intelligenza, professionalità, impegno al limite delle possibilità, caratteristiche della serietà e dedicazione della vocazione all’attività sembrano svalorizzati, per non dire addirittura annullati. L’autore si chiede: “Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?”; e traspare in esso un sentimento di delusione, di frustrazione e spoliazione per la perdita di ciò in cui si è investito fruttuosamente, aggravato dall’ironia che lo sforzo profuso andrà a beneficiare “un altro che per nulla vi ha faticato”.

Ma allora è meglio far niente? La verità del brano è stimolo di passività? Meglio ritornare su sé stessi in maniera egocentrica, come indica il libro della Sapienza: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore (…) Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere. Spadroneggiamo nel giusto, che è povero, (…) La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile”? (Sap 2-14). Evidentemente no, la stessa Sapienza condanna tale pensiero e la condotta corrispondente.

Quello che nel brano è messo in discussione è il tempo cronologico, il suo susseguirsi in passato, presente e futuro, scandito dalle lancette dell’orologio. Non è considerata la qualità del tempo, il presente, il momento vitale. Di fatto il passato già non esiste, rimane nel passato e la memoria trattiene qualcosa di esso, soprattutto nel caso di un evento importante e decisivo per la vita. Il futuro anch’esso non esiste se non come una possibilità, una speranza o un timore che, pur nella possibilità che si avveri, nella grande maggioranza dei casi non si realizza, e molte volte sorprende.

Quello che appartiene pienamente è il presente: l’attimo fuggente. Il presente merita tutta l’attenzione e polarizza l’impegno affinché sia gratificante, pieno di contenuto e di senso. Si tratta del momento favorevole e, per essere tale, richiede attenzione all’aspetto qualitativo, esistenziale, poiché porta con sé l’opportunità del dono di immergersi in effetti positivi e soddisfacenti, pieni di senso e di vita, o di evitare, sminuire, il danno e la delusione.

Generalmente l’attività, le preoccupazioni e le responsabilità fanno sì che l’unica dimensione del tempo presa in considerazione è quella cronologica.

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