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Archivio di Settembre 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 6,1a-4-7)

“Guai agli spensierati di Sion”. Il profeta si riferisce ai ricchi, alle loro condizioni di vita e alla spensieratezza di cui godono, in contrasto con la povera gente che non ha di che mangiare e vive nella più grande precarietà, insicurezza e sofferenza. Non solo, ma in quelle condizioni, i ricchi “si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!”

Il profeta è profondamente sconcertato e annuncia l’imminente castigo del Signore ai ricchi la cui condizione di vita scandalosa è in radicale contrasto con le esigenze dell’Alleanza e l’avvento del regno di Dio. L’indignazione del Signore è che loro, “della rovina di Giacobbe – il popolo d’Israele – non si preoccupano”, ma vivono spensierati, sicuri, anche se la loro vita offende la dignità dei poveri, privandoli del necessario per vivere degnamente.

Il riferimento a Sion e alla montagna di Samaria fa pensare al luogo del culto che, celebrato con devozione e correttamente, si declina nella sicurezza di stare con Dio, di averlo dalla propria parte. Fra l’altro la ricchezza era ritenuta come benedizione e protezione divina. Ebbene, il profeta ammonisce che il loro vivere nell’ingiustizia rende insignificante la celebrazione religiosa e illusorio l’incontro con Dio, perché la loro vita svuota il senso del culto e priva del coinvolgimento nella causa del diritto e della giustizia per tutti.

Il lusso e la corruzione rende il ricco insensibile alle condizioni di chi soffre la povertà e l’indigenza disumana. Non si preoccupano della sofferenza e meno ancora dell’infelicità dei poveri, degli esclusi e degli oppressi. Sono preoccupati solamente di sé stessi e pensano a godere la vita fra di loro: “Distesi su letti d’avorio (…), mangiano gli agnelli del gregge (…) canterellano (…) bevono vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati”.

La ricchezza, accompagnata dall’avarizia, chiude il cuore, uccide la sensibilità umana, distrugge i sentimenti di solidarietà e cancella i rapporti di fraternità. In altre parole,  allontana e sconvolge non solo dal rapporto umano ma anche dal rapporto con Dio.

I ricchi vivono in un mondo chiuso in sé stesso, schiavizzati dai propri beni, come lo è il dipendente dalla droga. Essi sono come in una gabbia d’oro ma, nonostante il fascino della ricchezza ed i vantaggi corrispondenti, è pur sempre la gabbia della solitudine, del vuoto e della povertà interiore, da colmare attraverso l’apparenza esterna che il lusso e il denaro sostiene.

Il profeta annuncia il castigo imminente di Dio: “Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”. La storia registra che ciò accadrà con l’occupazione del territorio da parte dell’Assiria e la conseguente deportazione. Il profeta vede nell’evento il compimento della profezia, l’irrompere di una grande rovina e lo sconcerto di tutti loro.

L‘evento è indicativo della disgrazia che tocca le persone nelle loro stesse condizioni e con gli stessi atteggiamenti. Non si tratta di fatti storici analoghi, ma della condizione di “esilio” e disfacimento dovuto al vuoto interiore, alla condizione d’insipienza, superficialità e fragilità del rapporto fra loro. Essi vivono di apparenza, che costituisce l’esilio da sé stessi, dalla gioia duratura che si genera e rigenera nel profondo del cuore.

Mi diceva una persona, conoscitore dell’ambiente dei ricchi, che nei rapporti fra loro fingono di essere felici. Nell’“l’orgia dei dissoluti” non ha spessore né consistenza la vita e  appena manca il denaro, o alle prime difficoltà, mancano loro le condizioni per sostenere l’apparenza e il rapporto di amicizia viene meno.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 8,4-7)

Il Signore disse: “Certo non dimenticherò mai le loro opere”. Il profeta trasmette la grande sofferenza e lo sconvolgimento interiore del Signore per lo sfruttamento e la sorte riservata ai poveri e agli indigenti. Il Signore è così profondamente turbato da esprimersi con parole che risuonano come un giuramento, tanta è la determinazione nel procedere a loro favore.

Il brano indica le forme di sfruttamento e di corruzione, comuni in ogni tempo e luogo, motivate dell’avarizia, dall’accumulo del denaro e dalla ricchezza a tutti i costi, senza alcun riguardo per chi ne soffre le conseguenze o affonda ancor più nella precaria situazione in cui si trova. La corruzione è tale che il povero e l’umile, sperando nella sentenza corretta dei giudici, sono defraudati.

Da parte dei ricchi e delle autorità non ci sono né misericordia né compassione e, meno ancora, il rispetto del diritto e della giustizia. Le condizioni dell’Alleanza, stabilita da Mosè sul Sinai, sono stravolte. Altro che terra promessa e “popolo eletto”! Agli occhi del Signore la terra è diventata il nuovo Egitto e, di “eletto”, non è rimasto niente, perché costoro e i detentori del potere economico acconsentono a che ciò accada, qualificandosi come oppressori e nuovi aguzzini. È sotto gli occhi di tutti, e sulla pelle di tante persone, che oggi con la globalizzazione dell’economia non è cambiato molto rispetto ad allora, anzi!

Il Signore aveva liberato il popolo dalla schiavitù e condotto nella terra promessa affinché,  nella pratica dell’Alleanza, che malauguratamente stavano stravolgendo, impiantassero e consolidassero la liberazione attraverso lo sviluppo e la crescita della libertà per amare, quella che il Signore aveva donato. Si trattava di fare della liberazione, offerta da Dio, l’impulso della pratica di libertà per amare allo stesso modo di come Dio li aveva amati e insegnato loro il cammino della giustizia e del diritto.

L’esercizio dell’amore, a livello interpersonale e sociale, configura l’azione liturgica e il culto che il Signore si aspetta dalla singola persona e dal suo popolo. Ma le autorità hanno fatto sì che il culto nel tempio sostituisse l'esercizio del corretto rapporto con il Signore, slegando le esigenze dell’alleanza – la pratica del diritto e della giustizia – a favore dell’interpretazione della Legge, con complicate regole di purezza legale e comandamenti.

Il profeta, con le durissime parole del brano, li richiama a prendere atto dell’equivoco e, allo stesso tempo, avverte il popolo che la corruzione e lo sfruttamento sono sotto gli occhi del Signore e suscitano la sua intensa e immensa indignazione.

Oggigiorno molti cristiani vivono la scissione, il distacco, fra il dovere religioso delle celebrazioni – la messa domenicale, il battesimo dei figli, la prima comunione e cresima, le abituali pratiche devozionali – e la pratica dell’onestà individuale, della responsabilità sociale a livello locale, nazionale, mondiale e della solidarietà nella giustizia per gli esclusi da una vita umanamente degna. Molti si autogiustificano, ritenendo sufficiente la tradizione consolidata, il costume sociale, un sentimento generico di appartenenza a Dio trasmessa dal battesimo e dalla devozione religiosa.

Comportarsi diversamente è come camminare contromano, dovendo pagare un “prezzo” ritenuto eccessivo.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 32,7-11. 13-14)

Mosè è alla presenza del Signore, sul monte Sinai, per stabilire l’Alleanza dopo la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Con il popolo è in cammino verso la terra promessa nella quale, secondo i termini dell’Alleanza, dovrà instaurare un nuovo ordine sociale di pace e armonia, condizioni indispensabili per la realizzazione personale e sociale di ognuno e di tutti. È in tale processo che si manifesta l’avvento del Regno di Dio, o meglio, l’accoglienza della Sua sovranità.

Il prolungarsi dell’assenza fa sì che la debole e inconsistente fede del popolo dia spazio e concretezza allo sconcerto, alla sfiducia nei riguardi di Dio e al dubbio sulla fedeltà di questi alla promessa. Il comportamento conseguente è rilevato con amarezza da Dio che afferma: “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato!” e si rivolge a Mosè: “Va, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito”.

Di conseguenza il popolo opta per dare a Dio sembianze e caratteristiche in sintonia con il modo di pensare. “Si sono fatti un vitello di metallo fuso”, attribuendo all’immagine la forza e il potere del Dio che li liberò dall’Egitto, nella convinzione che rendendogli il culto appropriato risponda nei tempi e nei modi ritenuti convenienti e opportuni.

È l’intento di avere dalle loro parte il Dio d’Israele esecutore della loro volontà. La visibilità dell’immagine dà loro maggiore certezza e sicurezza di essere esauditi. Non si tratta, quindi, di sostituire Dio liberatore con un altro dio; è lo stesso Dio, ma “modellato” sui propri criteri.

L’idolo, prima di concretizzarsi nell’immagine del vitello di metallo fuso, è prodotto nel loro intimo, incapace e impossibilitato a mantenere la fiducia nella promessa a causa delle difficoltà e dei rovesci lungo il cammino verso la terra promessa. Fiducia che viene meno nel ritenere che Dio, davanti al quale Mosè sta inaspettatamente prolungando la sua presenza, eluda il rapporto di reciprocità per il quale "Lui è il nostro Dio e noi il suo popolo eletto” e, di conseguenza, venga meno quel tipo di rapporto che si aspettano.

Quanto successo allora accade anche oggi, nel senso di modellare nella propria mente un’immagine di Dio secondo le proprie attese e convinzioni. Come allora il vero idolo è elaborato nell’intimo della persona stessa. In tal caso è particolarmente difficile da individuare e distruggere, perché modella e sostiene il proprio punto di vista che blinda ogni alternativa. E il Signore constata: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo di dura cervice”.

L’elaborazione di un’idea di Dio è inevitabile e necessaria ma occorre evitare di trasformarla in un idolo. Le circostanze della vita, la pluralità e la singolarità degli avvenimenti, spingono a rielaborare l’idea di Dio, tenendo presente il significato ultimo dell’alleanza, i presupposti basilari del regno, la qualità di vita per tutti, il rispetto delle circostanze e delle diversità, in modo da personalizzare l’evento della conversione nell’orizzonte della comunione fraterna, espressione del mistero dell’amore che proviene da Dio e a Lui conduce.

Dio, nella sua bontà, suscita avvenimenti o persone che distruggono l’idolo, ben sapendo che la costruzione di un altro nuovo può ripetersi in altri modi e con nuovi contenuti. Quest’ultimo aspetto è un pericolo costante che esige, da parte del credente, di non abbassare la guardia e sostenere la creatività e l’audacia nel processo di conversione, in attenzione al momento e alla circostanza.

La vita in Dio è una costante lotta per abbattere gli idoli che costruiamo nel nostro intimo, avvicinandoci o addentrandoci sempre più nell’amore in Lui, a Lui stesso. La conversione permanente prima di essere un evento di carattere etico è di ordine teologico riguardo l’idea di Dio che non può essere “imprigionata” in nessuno schema o sintesi operata dal credente.

Dio dice a Mosè: “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”. Solo una persona che ama molto reagisce con tanta determinazione nel sentirsi defraudato e deluso dalla persona amata. Tuttavia, la promessa rimane valida, per cui Egli manifesta l’intenzione di costituire un altro popolo che corrisponda a ciò che gli è dovuto.

Mosè intercede efficacemente: “Ricordati di Abramo di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto (…)”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 9,13-18)

“I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le sue riflessioni (…) A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano”. Il testo è una riflessione sulla condizione umana riguardo alla limitata capacità delle persone di comprendere, in modo esauriente, le cose a portata di mano, nonostante gli sforzi. È il riconoscimento del limite umano, della verità della condizione di ogni di persona nell’orizzonte della fondamentale virtù dell’umiltà, cammino di vita verso risultati soddisfacenti.

È proprio della persona chiedersi e indagare sul senso, il mistero della vita nella quale è immersa, e trovare risposte alle legittime domande del perché e della finalità di ciò che accade in lei, nella società e nella creazione. Nella maggioranza dei casi essa fa riferimento a persone che hanno speciale competenza nel settore da loro indagato e assumono con fiducia i risultati attendibili e le azioni corrispondenti.

È vero che ogni grande ricercatore percepisce il limite del proprio lavoro, della provvisoria e parziale conoscenza dell’oggetto indagato, ed è cosciente che il risultato va considerato  come punto di partenza per altri approfondimenti che possono confermare, accrescere o modificare quello già ottenuto. La scienza è aconfessionale e ha un metodo di indagare proprio, le cui conclusioni si avvalgono della razionalità, dell’esperienza e della verifica.

Pertanto molti ricercatori, dopo una chiara professione di ateismo o agnosticismo, nell’incomprensibilità del mistero nel quale è coinvolto l’esistente e il fenomeno, non escludono l’esistenza di chi per la fede religiosa crede in Dio. Strutturalmente, ogni grande uomo è profondamente umile e percepisce la portata dell’affermazione: “ma chi ha investigato le cose del cielo?”; in altre parole, della verità completa che sfugge, si occulta alla comprensione umana.

Tuttavia il senso e la volontà di potere e di dominio, trasmesso dai positivi risultati delle ricerche, genera ottimismo sul risultato di successivi traguardi riguardo al mistero che coinvolge l’origine della vita, l’esistente, il progresso nel migliorarne la qualità. Il fascino che attrae la ricerca suscita e stimola la tenacia e la perseveranza affinché, giorno dopo giorno, si vada oltre le barriere ritenute invalicabili.

Ma la persona che crede in Dio – dal quale tutto proviene, perché presente nella storia e nel cammino degli uomini – arrivata sulla soglia del mistero e al limite del conoscibile, è interpellata e sfidata dalle domande: “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”.

L’umiltà che ne consegue non mortifica, non scoraggia né sottomette passivamente a un sapere superiore, ma apre l’intelligenza e il cuore alla sapienza di Dio: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”.

Umiltà imprescindibile perché, prendendo spunto dalla cultura greca, il “corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni”. È noto che Dio sfugge a ogni prova scientifica. Tuttavia si fa esperienza di Lui per la fiducia nella sua auto-rivelazione nella storia, registrata dalla scrittura, dal vissuto individuale e comunitario dei discepoli e dei testimoni.

La comunione con Dio immerge nel suo mistero, come il pesce è immerso nell’oceano. Essa è propria di chi si dispone, nell’umiltà, alla “sapienza che viene dall’alto”, per mezzo del Suo “santo spirito”. La persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a sintonizzare con la sua presenza, con la sua azione, valicando i criteri razionali dell’umano.

La sapienza di Dio non nega questi criteri: semplicemente non si esaurisce in essi ma va ben oltre.

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