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Archive del 6 Settembre 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 9,13-18)

“I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le sue riflessioni (…) A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano”. Il testo è una riflessione sulla condizione umana riguardo alla limitata capacità delle persone di comprendere, in modo esauriente, le cose a portata di mano, nonostante gli sforzi. È il riconoscimento del limite umano, della verità della condizione di ogni di persona nell’orizzonte della fondamentale virtù dell’umiltà, cammino di vita verso risultati soddisfacenti.

È proprio della persona chiedersi e indagare sul senso, il mistero della vita nella quale è immersa, e trovare risposte alle legittime domande del perché e della finalità di ciò che accade in lei, nella società e nella creazione. Nella maggioranza dei casi essa fa riferimento a persone che hanno speciale competenza nel settore da loro indagato e assumono con fiducia i risultati attendibili e le azioni corrispondenti.

È vero che ogni grande ricercatore percepisce il limite del proprio lavoro, della provvisoria e parziale conoscenza dell’oggetto indagato, ed è cosciente che il risultato va considerato  come punto di partenza per altri approfondimenti che possono confermare, accrescere o modificare quello già ottenuto. La scienza è aconfessionale e ha un metodo di indagare proprio, le cui conclusioni si avvalgono della razionalità, dell’esperienza e della verifica.

Pertanto molti ricercatori, dopo una chiara professione di ateismo o agnosticismo, nell’incomprensibilità del mistero nel quale è coinvolto l’esistente e il fenomeno, non escludono l’esistenza di chi per la fede religiosa crede in Dio. Strutturalmente, ogni grande uomo è profondamente umile e percepisce la portata dell’affermazione: “ma chi ha investigato le cose del cielo?”; in altre parole, della verità completa che sfugge, si occulta alla comprensione umana.

Tuttavia il senso e la volontà di potere e di dominio, trasmesso dai positivi risultati delle ricerche, genera ottimismo sul risultato di successivi traguardi riguardo al mistero che coinvolge l’origine della vita, l’esistente, il progresso nel migliorarne la qualità. Il fascino che attrae la ricerca suscita e stimola la tenacia e la perseveranza affinché, giorno dopo giorno, si vada oltre le barriere ritenute invalicabili.

Ma la persona che crede in Dio – dal quale tutto proviene, perché presente nella storia e nel cammino degli uomini – arrivata sulla soglia del mistero e al limite del conoscibile, è interpellata e sfidata dalle domande: “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”.

L’umiltà che ne consegue non mortifica, non scoraggia né sottomette passivamente a un sapere superiore, ma apre l’intelligenza e il cuore alla sapienza di Dio: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”.

Umiltà imprescindibile perché, prendendo spunto dalla cultura greca, il “corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni”. È noto che Dio sfugge a ogni prova scientifica. Tuttavia si fa esperienza di Lui per la fiducia nella sua auto-rivelazione nella storia, registrata dalla scrittura, dal vissuto individuale e comunitario dei discepoli e dei testimoni.

La comunione con Dio immerge nel suo mistero, come il pesce è immerso nell’oceano. Essa è propria di chi si dispone, nell’umiltà, alla “sapienza che viene dall’alto”, per mezzo del Suo “santo spirito”. La persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a sintonizzare con la sua presenza, con la sua azione, valicando i criteri razionali dell’umano.

La sapienza di Dio non nega questi criteri: semplicemente non si esaurisce in essi ma va ben oltre.

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