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Archivio di Ottobre 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 11,22-12,2)

 

Il testo è l’orazione dell’autore riguardo la compassione, la misericordia, la bontà, la tenerezza e il perdono di Dio verso chi si rapporta al Signore con cuore sincero, nonostante il peccato. Per l’autore il mondo è poco più di niente, una realtà fragile, inconsistente e debole – “è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra” –, vulnerabile al peccato.

Tuttavia, afferma che Dio esercita il suo infinito amore motivato dalla compassione – “Hai compassione di tutti, perché tutto puoi” – in virtù della quale partecipa della sofferenza, della condizione disumana in cui giace l’umanità per causa propria. Nella sua misericordia “chiude gli occhi sui peccati degli uomini” e, “aspettando il loro pentimento”, esercita la pazienza e la speranza nella fiduciosa attesa che emerga in loro il pentimento.

Dato che tutto procede da Dio e a lui ritorna, l’autore afferma che egli “non prova disgusto per nessuna delle cose che hai creato”, e rafforza la convinzione che “se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?”. L’amore, quale atto creativo, è proprio della sua essenza ed esistenza.

La creazione, più che un momento puntuale nel quale le cose appaiono dal nulla, è un atto permanente della volontà di Dio che chiama alla comunione con Lui, nella quale crea e ricrea costantemente ogni essere vivente. È la dinamica proiettata alla realizzazione piena della vita di ogni persona e dell’umanità intera, la cui meta è l’evento ultimo e definitivo alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

La creatura è chiamata a farsi coinvolgere con l’azione creatrice di Dio, evento di salvezza nel presente. L’amore donato si declina immediatamente nella responsabilità del ricevente, non solo verso sé stesso ma ineludibilmente verso altri e l’umanità. La corretta comprensione e adesione al dono vince il peccato, ovvero, la sfiducia, l’indifferenza o il rifiuto nelle sue diverse espressioni.

Lo Spirito è la linfa del processo vitale. Egli è incorruttibile nel trascorrere del tempo e integro nella sua essenza e azione. È presente nella persona e nella creazione – “il tuo spirito incorruttibile è presente in tutte le cose” – perché tutto appartiene a Dio. Il mondo da Lui creato a Lui tende nella comunione di vita, perché amante della pienezza di vita di tutto ciò che esiste.

Ecco perché egli esercita la sua misericordia con indulgenza verso la debolezza e il peccato degli uomini: “Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 35,15b-17. 20-22a)

 

“Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone”, perché assume criteri oggettivi, validi per tutti indistintamente al di là della condizione sociale, culturale, famigliare o altro che possa sostenere preferenze o privilegi. Quale giudice discerne il bene e il male, quello che è corretto da quello che non lo è.

Pertanto, “Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento”. Il povero, la vedova e lo straniero sono le persone più vulnerabili, senza difesa alcuna e più esposte a ogni tipo di sfruttamento, sopruso e oppressione da parte dei ricchi e delle autorità. La loro voce, il loro lamento e la richiesta di giustizia non è presa in considerazione dai giudici corrotti, favorevoli agli interessi della gente potente, se accompagnata, per di più, da un adeguato compenso.

Il Signore “Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento”. Essi invocano il Signore affinché non tardi a provvedere del necessario e si affretti a farlo nel minor tempo possibile. Nessuno di loro è in condizione di trovare risposte o risolvere le cause della propria sofferenza e disagio.

L’esperienza dell’autore lo porta ad affermare che “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”.

L’indigente, cui si riferisce l'autore, non è solo chi è privo dei beni materiali di prima necessità, né solo la vittima dell’ingiustizia e del sopruso o l’emarginato dal convivio sociale; è anche chi pone la sua fiducia nell’Altissimo, l’umile che confida pienamente nel Signore coltivando nel suo cuore il corretto timore di Dio.

Il timore di Dio non è paura, imbarazzo, insicurezza dell’inferiore, del debole davanti all’infinitamente superiore e potente, ma l'atteggiamento fiducioso di attenzione, rispetto e devozione di chi mantiene correttamente il rapporto sincero con il Signore. Egli è motivato e sorretto dall’amore che non vuole far torto alla persona amata, con attenzione al minimo dettaglio, ben conoscendo i propri limiti e le proprie debolezze. In questo senso, l’umiltà conforma il suo essere ed è la porta d’entrata nella comunione con il Signore.

Questa condizione rende il povero “giusto” davanti al Signore. In virtù della fiducia, la sua preghiera, oltre ad esprimere il desiderio di sintonizzare con la presenza del Signore, è insistente e perseverante, “finché l’Altissimo non sia intervenuto”. Egli ritiene che il ritardo nella risposta corrisponda all’intento del Signore di perfezionare e favorire la sua crescita nella fiducia e nell’amore vicendevole. Con esso rafforza la sua fede in vista di eventuali momenti di debolezza o di scoraggiamento al limite della sopportazione, facendo sì che la gioiosa comunione diventi sempre più solida.

Quando il Signore darà "soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”, nel diritto e nella giustizia personale e sociale, sarà evidente l’efficacia della sua giustizia.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 17,8-13)

Dopo la liberazione dal male e dalla schiavitù dell’Egitto, Israele è in cammino verso la terra promessa. Nel percorso deve affrontare l’ostilità: “Amalèk venne a combattere Israele a Refidìm”. Non è possibile evitare o aggirare il confronto né fuggire o tornare indietro, sarebbe rinnegare il dono della liberazione operata dal Signore, perdere fiducia nella sua presenza e nella promessa riguardo alla nuova terra, meta della liberazione definitiva e luogo dell’avvento del regno aperto a tutte le nazioni. Pertanto Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amelèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio”.

Il vissuto odierno, nel mondo globalizzato, ripropone circostanze simili. Coloro che per la fede negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo sono liberi dalla forza del male, della schiavitù del peccato e in cammino verso nuovi orizzonti di giustizia, diritto e pace – il tesoro del regno di Dio, perla preziosa per la quale vale la pena vendere tutto – si imbattono in numerosi “amaleciti” nella comunità credente e nella società, che si frappongono come ostacoli e deviazione verso altri progetti.

È doveroso non soccombere e affrontare con determinazione il conflitto, sulla scia di Giosuè che "eseguì quanto aveva ordinato Mosè per combattere Amelèk”. È fondamentale, per mantenersi liberi dal male, crescere nel dono della libertà e consolidarla in vista di ostacoli che richiederanno maggiore impegno, immergendosi nell’amore e nella libertà sostenuti dallo Spirito di Dio.

Nel cammino e nel conflitto non si è soli. Come avvenne per il popolo d’Israele, si può contare ogni giorno sulla presenza, sull’aiuto e la forza del Signore, implorata nella preghiera di intercessione.

Mentre Giosuè combatteva, “Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle”. Il colle è il luogo dell’incontro con Dio, lo spazio dove percepire la familiarità con Lui che sostiene e motiva la pratica della giustizia e del diritto in ordine all’avvento del regno. Oggi, questo luogo è il cuore della persona – il suo pensiero, il progetto, l’assimilazione e l’adesione alle condizioni dell’avvento del Regno – lo spazio di accoglienza, dell’azione e forza dello Spirito.

La necessità e il potere dell’intercessione sono simbolizzate dal fatto che “Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amelèk”. L’orazione è l’anello di comunione fra Dio e il popolo: con essa Dio è riconosciuto e invocato come Signore che, guida sicura, cammina con il suo popolo.

La causa di Dio e quella del popolo sono la stessa realtà che sostiene lo stretto rapporto nel quale Dio e il popolo crescono nella qualità di vita per la comunione nell’amore che si stabilisce.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 5,14-17)

Il generale dell’esercito siro Naamàn, contagiato dalla lebbra e su consiglio di una schiava ebrea al servizio della moglie, si reca nel paese nemico – Samaria, Israele – per incontrare il profeta Eliseo. L’incontro rischia di fallire a causa di probabili complicazioni politiche e, se ciò accadesse, il generale si sentirebbe umiliato, non accolto all’altezza del suo rango.

Il profeta gli dice semplicemente di immergersi sette volte nel fiume, richiesta che irrita molto il generale, che aspettava ben altre indicazioni e prescrizioni rispetto al semplice bagno nelle acque del fiume. Solo il buon senso della schiava riesce a curare l’orgoglio ferito del generale, tanto che egli che “scese e s’immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Eliseo, uomo di Dio, e il suo corpo divenne come il corpo di un ragazzo, egli era purificato dalla sua lebbra”.

L’evento trasforma l’orgoglio in umiltà. Il generale ritorna da Eliseo, che aveva trattato grossolanamente e “stette in piedi davanti a lui”, in segno di rispetto e considerazione, come se volesse chiedere scusa. L’aver dominato e sottomesso l’orgoglio ha permesso di recuperare la salute, altrimenti inevitabilmente compromessa. È una lezione che va ben oltre la circostanza specifica.

Più ancora, il generale afferma: “Ecco, ora so che non c'è Dio sulla terra se non in Israele”. Un evento di tale portata apre la mente e il cuore a Dio, in nome del quale esso è avvenuto. Ecco la ragione dell’impegnativa affermazione del generale.

Molte persone, in circostanze simili, direbbero le stesse parole. Riconoscere Dio come Signore della propria vita, dopo il miracolo, è proprio del senso comune. È vero anche il caso di persone che, per un male o una circostanza irrimediabile, promettono mare e monti se graziate, per poi dimenticare tutto e tornare alla vita di prima, “dimenticando” le promesse.

Che cosa fa la differenza? L’inconsistenza e la superficialità del rapporto con Dio fa sì che la persona riduca la rivelazione solo all’avvicinamento strumentale e interessato. Ottenuta la grazia tutto rimane un bel ricordo per circostanze future, ma non motiva il coinvolgimento nella comunione e, meno ancora, l’identificazione fondante per un solido e costante rapporto.

Non è il caso di Naamàn che rivolgendosi al profeta aggiunge: “Adesso accetta un dono dal tuo servo”. Eliseo risponde con fermezza: “Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò”. La vita del Signore è amore gratuito, disinteressato e non ha altra finalità che l’amore stesso. L'accettazione del dono da parte di Eliseo avrebbe trasformato  l’evento in scambio, realtà lontana dalla presenza e dalla comunione con il Signore e avrebbe comportato il rapportarsi con un Dio che non è quello d’Israele.

Naamàn chiede il permesso di caricare la terra e portarla a casa e, inoltre, afferma che “non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi ma solo al Signore”. 

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AVVISO:

Nella sezione TEOLOGIA è stato inserita la stesura definitiva del testo di Padre Luigi Consonni dal titolo:

 "Il Paradigma e il Rinnovamento dell'Evangelizzazione dentro e fuori della Chiesa"

pubblicato l'11/09/2019.

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ab 1,2-3; 2,2-4)

È un momento di grande tensione per Abacuc: "Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti”; si sente abbandonato e defraudato da Colui che lo ha chiamato alla missione profetica. Tutto ha un limite di sopportazione e di pazienza, oltre il quale subentra uno stato di esasperazione e di sconforto, proprio di chi è in un vicolo cieco, senza uscita. Lo sconcerto è totale per la mancanza di risposta. E rinnova la supplica chiedendo: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”.

Il profeta descrive la condizione in cui si trova: “…Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”, nella certezza che tutto passa sotto gli occhi del Signore e non muove un dito! Com’è possibile che ciò accada? Perché non fa niente? Angosciato e al limite della sopportazione il profeta sfoga la sua amarezza: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, e a te alzerò il grido: ‘Violenza!’?”, nella speranza di ottenere la risposta.

Il popolo e le autorità non rispettano l’Alleanza stabilita con l’uscita dalla schiavitù dell’Egitto. La liberazione, dono del Signore, non è assunta e vissuta come radice e linfa dei rapporti interpersonali, dell’organizzazione sociale sui binari del diritto e della giustizia, in modo che la terra promessa sia l’ambito di fraternità responsabile e luce per le altre nazioni.

La liberazione finalizzata a fare delle persone soggetti liberi, capaci di coltivare in sé stessi il dono della libertà, per coinvolgere e attrarre nell’avvento del regno i popoli stranieri si sta rivelando un fallimento. Non solo, ma quello che emerge è proprio il contrario: la terra promessa sta configurandosi come un nuovo Egitto – sinonimo di schiavitù e impero del male – tradendo la finalità dell’Alleanza.

Il profeta, chiamato dal Signore a rappresentarlo presso il popolo, avendo rilevato l’allontanamento di esso da Lui e dall’alleanza, si trova in una condizione di particolare disagio e sofferenza, a causa della consistenza e della radicalità della situazione che perdurerà indefinitamente. È il senso della domanda: “Fino a quando?” che, fra l’altro,  manifesta la stanchezza, il peso insopportabile dell’impotenza, della solitudine, la mancanza di percezione di una via d’uscita.

Nell’attualità, situazioni sociali incancrenite, interminabili guerre e conflitti, avvilenti esperienze personali di sofferenza, rovesci professionali, mancanza di lavoro, insuccessi affettivi, solitudini interminabili e altro portano alla stessa domanda: fino a quando? Se Dio esiste perché ciò accade? Perché non interviene? E molti si chiedono: ma allora davvero esiste?

Entra in crisi la fede nella bontà paterna di Dio, tanto è il peso dello sconcerto. Ci sono situazioni nelle quali è difficile trovare la risposta adeguata. Il mistero profondo di Dio si presenta come oscurità, nebbia, perdita di riferimento nel quale risalta tutta la sua incomprensibilità.

Tuttavia, arriva il momento in cui il Signore si fa sentire e si schiera: “Scrivi la visione, incidila bene su tavolette perché si legga speditamente”. Le parole offrono la certezza che, pur nel silenzio, Dio non è assente né ignora quello che sta succedendo. Più ancora, si compromette personalmente nell’intervenire con determinazione e chiarezza. Non stabilisce il momento esatto, perché il quando resta indeterminato: “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”.

L’esperienza assicura che il Signore è fedele alla promessa, a quello che dice.

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