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Archive del 10 Ottobre 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 5,14-17)

Il generale dell’esercito siro Naamàn, contagiato dalla lebbra e su consiglio di una schiava ebrea al servizio della moglie, si reca nel paese nemico – Samaria, Israele – per incontrare il profeta Eliseo. L’incontro rischia di fallire a causa di probabili complicazioni politiche e, se ciò accadesse, il generale si sentirebbe umiliato, non accolto all’altezza del suo rango.

Il profeta gli dice semplicemente di immergersi sette volte nel fiume, richiesta che irrita molto il generale, che aspettava ben altre indicazioni e prescrizioni rispetto al semplice bagno nelle acque del fiume. Solo il buon senso della schiava riesce a curare l’orgoglio ferito del generale, tanto che egli che “scese e s’immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Eliseo, uomo di Dio, e il suo corpo divenne come il corpo di un ragazzo, egli era purificato dalla sua lebbra”.

L’evento trasforma l’orgoglio in umiltà. Il generale ritorna da Eliseo, che aveva trattato grossolanamente e “stette in piedi davanti a lui”, in segno di rispetto e considerazione, come se volesse chiedere scusa. L’aver dominato e sottomesso l’orgoglio ha permesso di recuperare la salute, altrimenti inevitabilmente compromessa. È una lezione che va ben oltre la circostanza specifica.

Più ancora, il generale afferma: “Ecco, ora so che non c'è Dio sulla terra se non in Israele”. Un evento di tale portata apre la mente e il cuore a Dio, in nome del quale esso è avvenuto. Ecco la ragione dell’impegnativa affermazione del generale.

Molte persone, in circostanze simili, direbbero le stesse parole. Riconoscere Dio come Signore della propria vita, dopo il miracolo, è proprio del senso comune. È vero anche il caso di persone che, per un male o una circostanza irrimediabile, promettono mare e monti se graziate, per poi dimenticare tutto e tornare alla vita di prima, “dimenticando” le promesse.

Che cosa fa la differenza? L’inconsistenza e la superficialità del rapporto con Dio fa sì che la persona riduca la rivelazione solo all’avvicinamento strumentale e interessato. Ottenuta la grazia tutto rimane un bel ricordo per circostanze future, ma non motiva il coinvolgimento nella comunione e, meno ancora, l’identificazione fondante per un solido e costante rapporto.

Non è il caso di Naamàn che rivolgendosi al profeta aggiunge: “Adesso accetta un dono dal tuo servo”. Eliseo risponde con fermezza: “Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò”. La vita del Signore è amore gratuito, disinteressato e non ha altra finalità che l’amore stesso. L'accettazione del dono da parte di Eliseo avrebbe trasformato  l’evento in scambio, realtà lontana dalla presenza e dalla comunione con il Signore e avrebbe comportato il rapportarsi con un Dio che non è quello d’Israele.

Naamàn chiede il permesso di caricare la terra e portarla a casa e, inoltre, afferma che “non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi ma solo al Signore”. 

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