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Archive del 23 Ottobre 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 35,15b-17. 20-22a)

 

“Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone”, perché assume criteri oggettivi, validi per tutti indistintamente al di là della condizione sociale, culturale, famigliare o altro che possa sostenere preferenze o privilegi. Quale giudice discerne il bene e il male, quello che è corretto da quello che non lo è.

Pertanto, “Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento”. Il povero, la vedova e lo straniero sono le persone più vulnerabili, senza difesa alcuna e più esposte a ogni tipo di sfruttamento, sopruso e oppressione da parte dei ricchi e delle autorità. La loro voce, il loro lamento e la richiesta di giustizia non è presa in considerazione dai giudici corrotti, favorevoli agli interessi della gente potente, se accompagnata, per di più, da un adeguato compenso.

Il Signore “Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento”. Essi invocano il Signore affinché non tardi a provvedere del necessario e si affretti a farlo nel minor tempo possibile. Nessuno di loro è in condizione di trovare risposte o risolvere le cause della propria sofferenza e disagio.

L’esperienza dell’autore lo porta ad affermare che “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”.

L’indigente, cui si riferisce l'autore, non è solo chi è privo dei beni materiali di prima necessità, né solo la vittima dell’ingiustizia e del sopruso o l’emarginato dal convivio sociale; è anche chi pone la sua fiducia nell’Altissimo, l’umile che confida pienamente nel Signore coltivando nel suo cuore il corretto timore di Dio.

Il timore di Dio non è paura, imbarazzo, insicurezza dell’inferiore, del debole davanti all’infinitamente superiore e potente, ma l'atteggiamento fiducioso di attenzione, rispetto e devozione di chi mantiene correttamente il rapporto sincero con il Signore. Egli è motivato e sorretto dall’amore che non vuole far torto alla persona amata, con attenzione al minimo dettaglio, ben conoscendo i propri limiti e le proprie debolezze. In questo senso, l’umiltà conforma il suo essere ed è la porta d’entrata nella comunione con il Signore.

Questa condizione rende il povero “giusto” davanti al Signore. In virtù della fiducia, la sua preghiera, oltre ad esprimere il desiderio di sintonizzare con la presenza del Signore, è insistente e perseverante, “finché l’Altissimo non sia intervenuto”. Egli ritiene che il ritardo nella risposta corrisponda all’intento del Signore di perfezionare e favorire la sua crescita nella fiducia e nell’amore vicendevole. Con esso rafforza la sua fede in vista di eventuali momenti di debolezza o di scoraggiamento al limite della sopportazione, facendo sì che la gioiosa comunione diventi sempre più solida.

Quando il Signore darà "soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”, nel diritto e nella giustizia personale e sociale, sarà evidente l’efficacia della sua giustizia.

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