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Archivio di Novembre 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 2,1-5)

Il brano odierno, escatologico (termine che indica il discorso sulla realtà ultima e definitiva di tutto e di tutti), annuncia e profetizza ciò che accadrà “alla fine dei giorni”, con l’intervento di Dio. In altre parti della Bibbia tale intervento è indicato come il “terzo giorno”, espressione non di ordine cronologico ma metaforico, per indicare l’intervento decisivo di Dio a favore dell’umanità.

Cronologicamente nessuno sa quando avverrà; Gesù stesso ammette di non conoscerlo perché proprio del Padre, tuttavia, la risurrezione di Gesù si rapporta al “terzo giorno” (se fosse un’indicazione cronologica cadrebbe di lunedì e non la domenica prima dell’alba). Dopo la sepoltura nel venerdì, nessuno presenziò né affermò di essere stato presente alla risurrezione. In ogni caso, l’evento anticipa ciò che si manifesterà pienamente “alla fine dei giorni”.

Il primo riferimento è “il monte del tempio del Signore”. Per l’israelita il tempio è il centro del mondo, l’ombelico che unisce il cielo con la terra, il tabernacolo, il luogo dove Dio appoggia i suoi piedi. Il tabernacolo è accessibile – non senza timore – solo al Sommo Sacerdote, una volta all’anno, per il rito dell’espiazione dei peccati.

Ebbene, il tempio “sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli” trasmette l’idea di stabilità permanente, e il monte è ritenuto il luogo della manifestazione di Dio. Il tempio raffigura il trono, i colli l’umanità redenta e il creato, l’ambito del suo regno.

L’insieme è come la calamita che attrae la limatura di ferro. Ad esso “affluiranno tutte le genti”, in modo che il Dio di Giacobbe “ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri” del regno di Dio – della sua sovranità – ambito di comunione e di vita nella sua gloria.

Il popolo d’Israele ha coscienza della missione verso tutte le nazioni, con il compimento dell’Alleanza, nella la pratica del diritto e della giustizia fra le nazioni (suffragata dai valori etici fondamentali di convivenza solidaria e responsabile), nell’orizzonte dell’avvento del Regno di Dio già oggi, nel presente delle persone e dell’umanità.

Non si tratta di instaurare o costruire il Regno una volta per sempre. Al contrario, il termine avvento rimanda al divenire, al futuro che si fa presente. In esso la dinamica dell’orizzonte del “timore di Dio” o, meglio, nell’impegno pieno di gratitudine per vivere lo spirito della Legge, sigillo dell’Alleanza, il “popolo di Dio” e le singole persone percepiranno l’avvento del Regno nella storia, negli eventi sociali nazionali o locali, così come nelle circostanze particolari di singole persone.

L’avvento del Regno rimanda alla tensione tra il “già” e il “non ancora” dell’ultimo e definitivo dell’umanità e del creato. La tensione sarà opportunamente elaborata in ordine all’avvento del Regno se il popolo e le autorità accoglieranno che “da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore”, declinando con determinazione comportamenti audaci, coraggiosi e creativi, in attenzione alla realtà mutevole degli eventi storici, delle circostanze e vicende giornaliere individuali e sociali.

Ecco, pertanto, l’esortazione per la causa del regno: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo alla luce del Signore”. Il legame tra il presente e il futuro costituisce il solido e profondo senso della vita del popolo e di ogni persona.

La parola del Signore nello spirito della Legge – segno dell’alleanza – è luce per discernere il bene dal male, nel corretto cammino e nelle molteplici proposte e sollecitazioni del vissuto personale e sociale. L’avvento ha un valore universale per il quale Dio “sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli” in ordine alla nuova umanità, dove regnerà la pace universale.

A causa del non rispetto dell’Alleanza – i peccati del popolo – la pace universale è lontana non solo dal mondo ma anche da Israele.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Sam 5,1-3)

Con poche frasi è narrato uno degli avvenimenti più importanti della storia d’Israele. Si tratta dell’elezione e l’unzione di Davide come re del popolo. Il fatto avviene per la necessità di stabilizzare l’unione nazionale fra il regno del Nord e quello di Giuda, recentemente uniti dallo stesso Davide il quale, molto opportunamente, per manifestare l’equidistanza tra loro scelse come capitale Gerusalemme, città situata sul confine dei due regni.

A Davide, nato a Betlemme nella Giudea, “vennero tutte le tribù d’Israele” e dissero: “Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”. Non si tratta solo di un’indicazione antropologica, ma è l’attestato della partecipazione attiva della vita d’Israele. Il popolo riconosce in lui un autentico rappresentate dei sentimenti, delle attese e del sogno che costituiscono l’identità nazionale e la tradizione del popolo: “Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele”.

Ora constatano che il Signore gli ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele” e gli riconoscono autorevolezza e l’autorità per governare. Pascere significa orientare e guidare il popolo nel cammino e nelle scelte appropriate, quali la protezione, il soccorso nei momenti difficili e nel pericolo. Sono tutte virtù e atteggiamenti propri del re nello svolgimento della missione, in sintonia con il mandato ricevuto.

La missione del re – rappresentante di Dio – è la salvezza del popolo e, particolarmente, il  proteggere gli indifesi, i poveri, le vedove, gli stranieri, ossia le persone più esposte allo sfruttamento e al sopruso dei ricchi, dei potenti e alle loro prevaricazioni.

Al re il Signore affida la missione di vigilare, incoraggiare e procurare il necessario per la fedeltà all’Alleanza, in modo che la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto si consolidi sempre più nelle persone e nella coscienza del popolo, con la pratica corrispondente. Egli è il garante, come rappresentante del Signore dell’Alleanza e, con essa, del conformarsi del popolo eletto, appartenente a Dio, e viceversa. L’obiettivo è che Israele sia modello per tutte le nazioni quale espressione della gloria di Dio.

Davide è riconosciuto come tale da Dio e dal popolo e “concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele”. L’unzione, segno di consacrazione, separa il consacrato per la causa specifica affidatagli. È suo dovere dedicarsi con determinazione e generosità per il raggiungimento degli obiettivi. Il regno di Davide e del figlio Salomone saranno ricordati come il periodo d’oro della storia d’Israele,  nonostante compimento della missione sia stato solo parziale.

La storia presenta, sin da Salomone e figli, la successione di re fedeli e infedeli all’Alleanza, con prevalenza dei secondi.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ml 3,19-20a)

Nell’approssimarsi della fine dell’anno liturgico, i testi indicano la meta del creato, della storia, dell’umanità e di ogni persona, con un evento umanamente sconcertante: “Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno”. È importante porre attenzione all’evento finale: conoscere la meta è condizione necessaria per individuare il cammino, sul come e cosa investire in modo soddisfacente.

Gesù dirà di sé: “Io sono il cammino” (Gv 10,6), non la meta, il regno di Dio, che va oltre la sua persona. Assumendo il cammino si entra nella dinamica del regno ultimo e definitivo e, con esso, nella comunione con Lui. Procedendo nel cammino si ridisegna la storia, o meglio la nuova storia (non si tratta di un’altra storia, ma la stessa storia trasformata per la gloria di Dio) che non avrà fine, per la partecipazione all’inesauribile dinamica del Suo amore.

Il profeta annuncia che “sta per venire il giorno”. È noto che il fine ultimo è sempre il primo nell’intenzione e l’ultimo nell’esecuzione. Quello che motiva e sostiene l’azione è il fine, senza il quale si procede barcollando, senza sapere dove si va, vagando un passo dopo l’altro nell’incertezza, nel timore e nel disagio proprio di chi cammina nella fitta nebbia.

Dal punto di vista di Dio la storia comincia dal finale, dalla meta, alla cui luce la persona e l’umanità determinano il corretto rapporto con Dio nell’accogliere l’avvento del Regno oggi – il dono della sua sovranità – nella condizione penultima, perché circostanziale ma in tensione verso l’ultimo e definitivo. Tale cammino e processo qualifica ogni attimo del presente, che racchiude in sé la verità della promessa di Dio trasmessa, di generazione in generazione, e il futuro di pienezza di vita con la partecipazione nella Sua gloria.

Quel giorno del compimento atteso sarà “rovente come un forno”. Immagine spaventosa e  motivo di sconcerto, al punto che la persona preferisce rimuoverlo. Cosicché ogni catastrofe naturale suscita l’interrogativo se non sia un segno premonitore della fine.

Tuttavia, l’immagine “rovente come un forno” può evocare altri scenari: il roveto ardente di Mosè; la colonna di fuoco che accompagna e guida il popolo d’Israele, liberato dal male e dalla schiavitù dell’Egitto, verso la terra promessa; la fornace dove il profeta Daniele e i suoi compagni furono gettati per ordine del re e da cui uscirono incolumi.

Oltre all’immagine spaventosa, quindi, c’è anche quella dell’amore liberatore, della purificazione e della glorificazione. È l’esperienza del Gesù storico – dalla nascita alla risurrezione – in virtù della quale è costituito Gesù Cristo, lo Spirito che dà vita.

Il “giorno rovente come un forno” è il giorno di tutti i giorni, acceso dall’evento Gesù Cristo. Il “forno” rimane acceso e attivo nella persona per la fede, tuttavia, la cenere dell’incredulità lo smorza e ne impedisce l’efficacia rigenerativa.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Mac 7,1-2.9-14)

Il brano narra il tragico racconto del martirio di sette fratelli e della madre per opera di Antioco Epifane che, nel II secolo prima di Cristo, invase Israele e volle sottomettere la popolazione ai costumi e alla religione dei greci. A tutti i costi – anche con la tortura fino alla morte – gli Israeliti dovevano rinnegare la religione dei padri. Di conseguenza sorge la reazione guidata dai Maccabei e il brano mostra le conseguenze estreme dei resistenti.

Le risposte dei martiri al torturatore offrono delle considerazioni che meritano rilievo: “Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri”. Il coraggio e la determinazione di opporsi alla trasgressione dei precetti manifestano la fermezza e la consistenza dell’identità, della filosofia di vita e dell’osservanza della Legge.

Essa è ritenuta un dono, più importante della stessa vita. Dirà il salmo 63: “la tua grazia vale più della vita”, e si riferisce al dono della Legge. Come abbiano acquisito tale identità non è detto, ma si può ben intuire che proviene dall’educazione familiare, dal vissuto sociale cui appartengono e, soprattutto, dalla pratica stessa della Legge.

Infatti essa non è intesa come un dovere o un obbligo da compiere, perché proviene da Dio e manifesta la sua volontà. Il motivo della fedeltà non consiste nell'evitare la condanna e il castigo, ma, in positivo, nella certezza della vita eterna – “dopo che saremo morti per le sue leggi – di Dio – ci risusciterà a vita nuova ed eterna” -. La fedeltà all’Alleanza, con l’intelligente e audace pratica di essa in ordine all’avvento del Regno di Dio, è la finalità della missione d’Israele.

La risurrezione, nell’Antico Testamento, ha una portata e un significato diverso da quella cui siamo abituati a pensare riguardo a Gesù Cristo. Essa ha come sfondo la certezza che nessuno potrà sottrarsi al compimento della Legge, neanche dopo la morte. Se qualcuno dovesse pensare che la Legge vale per questa vita e gabbarla, perché dopo la morte non ha più senso, è in errore. Sarà risorto, giudicato secondo la Legge e non potrà sfuggire al giudizio di condanna eterna. La risurrezione è il trionfo della Legge.

D’altro lato è doveroso affermare che, non solo la prospettiva del merito, ma soprattutto il misterioso rapporto d’amore con il Signore, sostiene la forza e la determinazione di sopportare il martirio e conformare la certezza della speranza. Il merito fine a sé stesso non ha la forza necessaria per sostenere la fedeltà in circostanze del genere.

Perciò, “È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere di nuovo risuscitati”. Cosicché, “Dal cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero riaverle di nuovo”.

La speranza nella risurrezione si fonda e prende consistenza nell’osservanza della Legge che, con il passare del tempo, sarà ritenuta il mezzo per acquisire meriti, come se il Signore non potesse esimersi dal concedere la risurrezione in virtù della scrupolosa e fedele osservanza.

Rimanere nell’orizzonte del merito fa sì che la preoccupazione del credente sia accumularne quanto più possibile, con osservanza sempre più rigorosa.

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