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Archive del 28 Novembre 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 2,1-5)

Il brano odierno, escatologico (termine che indica il discorso sulla realtà ultima e definitiva di tutto e di tutti), annuncia e profetizza ciò che accadrà “alla fine dei giorni”, con l’intervento di Dio. In altre parti della Bibbia tale intervento è indicato come il “terzo giorno”, espressione non di ordine cronologico ma metaforico, per indicare l’intervento decisivo di Dio a favore dell’umanità.

Cronologicamente nessuno sa quando avverrà; Gesù stesso ammette di non conoscerlo perché proprio del Padre, tuttavia, la risurrezione di Gesù si rapporta al “terzo giorno” (se fosse un’indicazione cronologica cadrebbe di lunedì e non la domenica prima dell’alba). Dopo la sepoltura nel venerdì, nessuno presenziò né affermò di essere stato presente alla risurrezione. In ogni caso, l’evento anticipa ciò che si manifesterà pienamente “alla fine dei giorni”.

Il primo riferimento è “il monte del tempio del Signore”. Per l’israelita il tempio è il centro del mondo, l’ombelico che unisce il cielo con la terra, il tabernacolo, il luogo dove Dio appoggia i suoi piedi. Il tabernacolo è accessibile – non senza timore – solo al Sommo Sacerdote, una volta all’anno, per il rito dell’espiazione dei peccati.

Ebbene, il tempio “sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli” trasmette l’idea di stabilità permanente, e il monte è ritenuto il luogo della manifestazione di Dio. Il tempio raffigura il trono, i colli l’umanità redenta e il creato, l’ambito del suo regno.

L’insieme è come la calamita che attrae la limatura di ferro. Ad esso “affluiranno tutte le genti”, in modo che il Dio di Giacobbe “ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri” del regno di Dio – della sua sovranità – ambito di comunione e di vita nella sua gloria.

Il popolo d’Israele ha coscienza della missione verso tutte le nazioni, con il compimento dell’Alleanza, nella la pratica del diritto e della giustizia fra le nazioni (suffragata dai valori etici fondamentali di convivenza solidaria e responsabile), nell’orizzonte dell’avvento del Regno di Dio già oggi, nel presente delle persone e dell’umanità.

Non si tratta di instaurare o costruire il Regno una volta per sempre. Al contrario, il termine avvento rimanda al divenire, al futuro che si fa presente. In esso la dinamica dell’orizzonte del “timore di Dio” o, meglio, nell’impegno pieno di gratitudine per vivere lo spirito della Legge, sigillo dell’Alleanza, il “popolo di Dio” e le singole persone percepiranno l’avvento del Regno nella storia, negli eventi sociali nazionali o locali, così come nelle circostanze particolari di singole persone.

L’avvento del Regno rimanda alla tensione tra il “già” e il “non ancora” dell’ultimo e definitivo dell’umanità e del creato. La tensione sarà opportunamente elaborata in ordine all’avvento del Regno se il popolo e le autorità accoglieranno che “da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore”, declinando con determinazione comportamenti audaci, coraggiosi e creativi, in attenzione alla realtà mutevole degli eventi storici, delle circostanze e vicende giornaliere individuali e sociali.

Ecco, pertanto, l’esortazione per la causa del regno: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo alla luce del Signore”. Il legame tra il presente e il futuro costituisce il solido e profondo senso della vita del popolo e di ogni persona.

La parola del Signore nello spirito della Legge – segno dell’alleanza – è luce per discernere il bene dal male, nel corretto cammino e nelle molteplici proposte e sollecitazioni del vissuto personale e sociale. L’avvento ha un valore universale per il quale Dio “sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli” in ordine alla nuova umanità, dove regnerà la pace universale.

A causa del non rispetto dell’Alleanza – i peccati del popolo – la pace universale è lontana non solo dal mondo ma anche da Israele.

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