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Archivio di Gennaio 2020

 

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ml 3,1-4)

La comprensione generale del brano si attualizza ai tempi di Gesù, quando il Messia, atteso con la sua apparizione nel tempio di Gerusalemme, darà inizio al processo di purificazione del popolo con l’instaurazione del regno di Dio nella pratica del diritto, della giustizia e la restaurazione politica d’Israele con l’espulsione degli invasori romani.

Un evento di tale portata era atteso nella celebrazione della Pasqua, momento che riuniva in Gerusalemme circa centocinquantamila israeliti, superando di molto gli abituali venticinquemila, ragion per cui era rafforzata la presenza delle truppe romane con il procuratore Ponzio Pilato. Fra parentesi, si può capire lo sconcerto radicale di tutti, compresi gli apostoli, quando Gesù muore in croce invece di manifestarsi in modo che tutti lo avrebbero riconosciuto come il Messia atteso. Se poi si aggiunge l’annuncio della risurrezione, il tutto si complica ancora di più.

Ritornando al testo, dice il Signore: “Ecco, io manderò un mio messaggero e preparare la via davanti a me”. È un aspetto tipico di allora il far precedere da un ambasciatore l’arrivo del re o del principe. E “subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate”. Con il senno di poi, riferendosi a Gesù, l’entrata nel tempio corrisponde all’incarnazione, all’ingresso del Figlio nell’umanità assumendone la condizione umana, in quello specifico modo che ha caratterizzato la nascita, la missione, la morte e risurrezione.

Egli sarà “l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate”, il desiderio profondo dell’attesa realizzazione si esprime nel sospiro per una nuova alleanza stabilita dal messaggero del Signore – tale è l’angelo – che agirà come “il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”.

L’evento sarà così dirompente, sconvolgente e radicale, che il profeta si chiede: “Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?”. Tuttavia, si tratta del necessario intervento per rinnovare il popolo di Dio affinché le persone, e lo stesso popolo, “possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”.

La purificazione riguarda il nuovo ordine del rapporto con  se stessi e fra i membri del popolo, che rende capace di accogliere tutte le nazioni attratte dalla testimonianza nella fraternità, l’uguaglianza delle opportunità in sintonia con il diritto, la solidarietà e l’armonia con il creato; in una parola: il regno di Dio. In tal modo la finalità dell’alleanza e dell’intervento del Messia raggiunge lo scopo: “Allora l’offerta (…) sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani”.

È evidente che l’insieme della profezia si può trasporre ai nostri giorni, osservando la condizione delle persone, il vissuto di popoli, il rapporto fra le nazioni che, nella loro ambiguità, innescano possibili processi di auto-distruzione.

E tutto ciò nonostante il fatto che la purificazione abbia le caratteristiche proprie dell’intervento di Dio Padre nella persona del Figlio (Vedi seconda lettura). Intervento simile al “il fuoco del fonditore come lisciva dei lavandai”, perennemente disponibile e operante per l’azione dello Spirito nel discepolo e su tutta l’umanità, ed evidenziato con la Pentecoste.

Di conseguenza la fede – di questo si tratta – permette al credente, al discepolo, di percepirsi come lo vede il Padre: un soggetto rinnovato, rigenerato, trasformato dall’amore del Figlio, suo rappresentante.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 8,23b-9,3)

“In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali”, a causa dell’invasione assira. L’umiliazione si deve al peccato del re e delle autorità per aver abbandonato il cammino dell’Alleanza e, di conseguenza, la fiducia in Dio. La ripercussione è la deportazione e il giogo della schiavitù: “la sbarra sulle spalle, e il bastone del suo aguzzino”. Per il popolo è come un camminare nelle tenebre, senza sapere dove andare, senza futuro né speranza.

Liberato il popolo dalla schiavitù dell’Egitto, il Signore l’ha costituito popolo eletto. Nel deserto, in cammino verso la terra promessa che raggiungerà dopo un lungo e travagliato cammino, stipula per mezzo di Mosè, sul Sinai, l’Alleanza, il patto di mutua fedeltà in virtù del quale Egli sarà il loro Dio ed essi il suo popolo eletto.

Nell’imminenza di entrare nella terra promessa, in Sichem, il popolo e le autorità rinnovano l’impegno dell’Alleanza, affinché nella terra promessa tutti conservino e crescano nella libertà loro donata con la pratica della giustizia e del diritto, con attenzione, soprattutto, alle persone più esposte al sopruso – la vedova, l’orfano e lo straniero – in modo da rendere evidente il regno di Dio nella vita personale e sociale.

Purtroppo, nonostante l’intervento dei profeti, ai quali le autorità non prestarono ascolto, le cose andarono ben diversamente, sino al crollo delle regioni del nord del paese – la Galilea – e l’esilio in terra straniera.

Anche oggi molte persone e comunità vivono da esiliate e straniere nella propria terra, per la prepotenza di chi pratica l’ingiustizia, la discriminazione, il sopruso e la corruzione a vantaggio proprio ed a scapito della collettività. La conseguenza è il sopravvento della sfiducia fra le persone, la perdita di autorevolezza delle autorità, il sospetto dell’inganno verso coloro che ingannano o opprimono invece di servire il popolo e la causa del regno di Dio.

Il desiderio di ricercare di una via d’uscita è frustrato dal sorgere o dal consolidare barriere che isolano l’uno dall’altro, e rendono difficile un autentico rapporto umano e di giustizia sociale. In molti c’è rassegnazione, accompagnata dal sentimento d’impotenza, senza speranza per un futuro migliore. Ad ogni proposta di lottare per uscire da questa situazione prevale il pessimismo e l’immobilismo delle autorità, con il conseguente rifugio nell’individualismo o la chiusura in circoli ristretti di persone, affini per sentimenti e prospettive.

Ebbene, “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. È il rifulgere della luce che dissolve le tenebre. Non sradica il male né lotta contro di esso, semplicemente prevale nel dissolvere le tenebre del male. È la luce dell’amore, della giustizia, del diritto e della carità, con particolare attenzione verso i più deboli. È l’intervento del Dio liberatore, con il suo amore per la persona e per l’umanità che affascina, stupisce e coinvolge a nuova vita, spingendo a elaborare un nuovo ordine sociale.

In tal modo “ha spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle spalle, il bastone dell’aguzzino, come nel giorno di Madian”. Il giorno di Madian richiama la potenza di Dio per mezzo di Gedeone che, con pochi uomini, organizza la battaglia in modo che i nemici, presi dal panico, si uccidono fra loro. Non sono gli Israeliti a battersi contro i loro nemici, ma la potenza di Dio. È una guerra santa condotta e vinta da Dio (Gdc 7). Il brano può essere letto come la metafora dell’amore di Dio di cui sopra, del potere e della forza di chi si lascia vincere dalla luce.

Per la potenza dell’amore del Signore e la fedeltà alla promessa – all’Alleanza – Egli stesso scende in campo e pone fine all’umiliazione del suo popolo, aprendo un futuro che “renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti”. Per sua iniziativa riabilita Israele alla condizione di popolo eletto – l’impegno dell’Alleanza – e, con essa, inizia una nuova epoca, un tempo rinnovato, una nuova opportunità per raggiungere gli obiettivi che il Signore aveva indicato come meta della fedeltà del popolo all’Alleanza. In tal modo il popolo si riappropria della terra promessa, ritrova la propria identità e rinnova il suo impegno con il Signore, nei termini del patto del Sinai.

Perciò lodano il Signore e Lo ringraziano perché “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la delizia”; un nuovo avvenire si profila e ritorna l’entusiasmo, la gioia e i propositi di ricominciare, ricostruire e consolidare sentimenti appropriati alla circostanza. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 49,3.5-6)

 

Il testo – il secondo dei quattro cantici del Servo sofferente – presenta alcuni aspetti della singolare figura del Servo. Il Signore lo chiama Israele: “Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”; con lo stesso termine è chiamato il popolo di Israele, il che indica che non si riferisce solo ad un singolo soggetto singolo ma anche a tutto il popolo eletto.

La figura del Servo – persona singola o tutto il popolo eletto – rimanda l’attenzione sul rapporto rappresentante/rappresentato che costituisce il legame inscindibile riguardo la vita, il progetto, le azioni e il destino dei due soggetti.

È importante prendere atto che, con l’entrata nel mondo del Figlio di Dio, si stabilisce lo stesso rapporto in virtù del quale la morte e risurrezione di Gesù è anche la morte e risurrezione del credente che, per la fede, sintonizza e assume questo rapporto,  diventando figlio di Dio per adozione, dono dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Sia su Israele che sul Servo il Signore dice: “manifesterò la mia gloria”, la santità – il suo essere e agire – per la quale essi sono separati da ciò che non è in sintonia e conforme all’amore del Signore, che coinvolge e rigenera l’opera delle sue mani affinché tutti abbiano vita in abbondanza.

L’intervento del Signore, con il ritorno del resto del popolo eletto dell’esilio a Babilonia ( conseguenza del peccato per aver disatteso l’Alleanza),  è di “ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele” nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio. Israele avrà modo, seguendo il Servo, di rigenerare la propria identità e la condizione di “popolo eletto”.

Il Servo sa che può contare dell'aiuto del Signore, che “mi ha plasmato suo servo dal seno materno”, perché onorato dal Signore e Dio è la sua forza. Tuttavia la missione si rivela particolarmente ardua e fallimentare al punto che afferma: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” (v.4).

L’esperienza del Servo è propria del credente di ogni tempo e luogo, seriamente impegnato per la causa dell’avvento del Regno di Dio in circostanze avverse, al punto da ritenere inutile o per lo meno infruttuoso il proprio servizio. Il sentirsi defraudato o deluso  suscita nel profondo dell’animo sconcerto per aver sprecato energie e tempo.

Tuttavia, la purezza del sentimento, la sincera e tenace dedicazione alla causa, senza seconde intenzioni o interesse personale, sostenuta dal fascino, dallo stupore e dalla pienezza di vita insita nell'incarico stesso, motiva la certezza della seconda parte del versetto, rapportabile a quello che Gesù sperimenterà nei momenti drammatici che lo coinvolgeranno: “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

Non meraviglia, quindi, che il Signore, invece di alleviare il carico, faccia il contrario: “È troppo poco ricondurre i superstiti d’Israele”. Egli rovescia la valutazione fatta dal Servo,  confermando la correttezza e la bontà dell’operato di quest'ultimo, esprimendogli gratificazione, sostegno e consolazione.

Logico sarebbe stato, invece, aspettarsi un alleggerimento dell’incarico; invece succede il contrario: lo attende un futuro ancora più impegnativo;

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 42,1-4.6-7)

Con il ritorno del “resto” d’Israele – fedele nel timore di Dio e desideroso di tornare nella terra promessa – dopo l’umiliante esilio a Babilonia causata dal peccato per aver abbandonato l’Alleanza – il Signore interviene indicando un soggetto, non meglio identificato, con il termine di servo: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio”, col proposito di ricostruire la nazione.

Ebbene, di lui dice il Signore: “Ti ho chiamato (…) ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Il servo si avvale dello speciale rapporto con il Signore, al punto da rappresentare davanti a Lui il popolo eletto e tutte le nazioni. È incaricato di stabilire, di espandere e coinvolgere tutte le nazioni nell’Alleanza stabilita nel Sinai, con l’uscita di Israele dalla schiavitù dell’Egitto.

Per lo svolgimento del compito il Signore afferma: “ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”. Lo spirito è la forza, la dinamica di Dio per l’esecuzione della missione. Solo così il servo raggiungerà l’obiettivo, sempre che i destinatari ne comprendano il progetto, la portata, l’importanza, e abbiano fiducia nel compimento della promessa, nella sovranità del Signore accogliendo e praticando i termini dell’Alleanza. Il servo indicherà loro cosa e, soprattutto, come fare per impiantare la giustizia, la responsabilità e la fraternità, nel rispetto delle diversità di ogni singolo popolo e nazione,  per l’avvento del regno di Dio.

Per raggiungere lo scopo il Signore lo istruisce sul come procedere: “Non griderà né alzerà la voce”. Il servo instaurerà il dialogo, la conversazione fraterna, come si fa con le persone che si pongono sullo stesso livello e sono interessate a capire la proposta in tutti i suoi aspetti, in modo da aderire per convinzione e non per costrizione.

Alzare il tono, gridare e usare la piazza è proprio di chi non ha rispetto e fiducia nella capacità di ascolto e comprensione degli uditori. Per di più, costui presume di avere autorità e potere in nome di una “superiorità” che deve essere riconosciuta e accettata da parte degli ascoltatori, senza alcuna obiezione o domanda.

Di maggiore importanza è che il servo “non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta, proclamerà il diritto con verità”. In primo luogo sarà attento a chi, agli estremi della fragilità umana o al limite della speranza, sta per cadere nell’irrimediabile. La sensibilità, la compassione per il disagio e la sofferenza lo muoverà nella prospettiva di aiuto, sostegno e stimolo per ristabilire la vita nelle sue diverse espressioni, in modo degno e soddisfacente. È proclamare non solo a parole ma con opere “il diritto con verità”.

Il Signore indirizza la finalità della missione del servo: “ti ho chiamato per la giustizia (…); ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Verità e giustizia camminano assieme nell’offrire i requisiti affinché le persone, e la società tutta, dispongano delle condizioni per rinvigorirsi, rinfrancarsi, riaccendere ed approfondire la speranza e il senso della vita in ordine alla sovranità di Dio, riconosciuta nel vissuto giornaliero e nei diversi ambiti. È la finalità del diritto.

Al riguardo il Signore segnala gli effetti del corretto svolgimento della missione: “perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. In senso metaforico questi termini indicano il successo della reintegrazione nei rapporti interpersonali e nell’ambito sociale dell’escluso, del marginalizzato, del peccatore ritenuto, erroneamente, castigato per le sue colpe e privato di futuro, di soddisfazione e di gioia.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 24,1-4.12-16)

 

“La sapienza fa il proprio elogio” nel manifestare  se stessa come fosse una persona. Essa non è solo la facoltà astratta di un soggetto particolarmente dotato, ma può risiedere in ogni persona. Persona e sapienza cammino insieme. Fra l’altro, chi non desidera la sapienza? Essa cos’è senza attinenza né relazione con la persona, quest’ultima centro del creato?

“in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al popolo proclama la sua gloria”. La sapienza fa da ponte fra il divino e l’umano. È singolare il suo rapporto con Dio, che determina uno stato del proprio essere difficile da definire. Da un lato è co-eterna con Dio “Prima dei secoli, fin dal principio, (…) per tutta l’eternità non verrà meno”, dall’altro afferma di essere creata “colui che mi ha creato (…) fin dal principio, egli mi ha creato”. Una realtà creata che, allo stesso tempo, ha attinenza dell’eternità di Dio!

È un rapporto singolarissimo fra storia e metafisica che apre orizzonti di comprensione alla considerazione razionale ed umana. Umanamente, tempo ed eternità sono contrapposti ed escludenti. Tuttavia, per il tenore del testo, non si escludono ma si integrano; in altre parole, tempo ed eternità convivono assieme. (l’argomento meriterebbe ben più spazio e approfondimento).

La sapienza riceve dal Creatore un ordine: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele (…) Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere”. Essa si inserisce nel popolo perché manifesti la gloria di Dio, di cui partecipa e dispone. Nel libro dei Proverbi la sapienza si presenta come artefice dell’azione creatrice di Dio: “io (la sapienza) ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno” (8,30).

In effetti l’azione creatrice di Dio non è solo puntuale e determinata da un momento specifico, ma permanente. Essa è relazione, è rapporto degli esseri creati con il Creatore, il quale, in questo modo, li plasma e li ricrea costantemente. La sapienza è la collaboratrice nell’orizzonte della delizia e del gioco: “ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,30-31).

Bellissima la figura del gioco. Esso non è dovuto, né obbligatorio e, ancor meno, necessario, tuttavia, instaura l’ordine della gratuità, della non utilità, che è il vero orizzonte dell’amore, fonte della delizia. Aiuta a capire questa figura l'osservare il rapporto fra due o tre bambini di pochi anni che giocano tra loro; vivono il presente nella totale gratuità e  giocano non perché devono giocare, meno ancora perché obbligati o spinti da una necessità. Giocano perché il gioco ha un fine in  se stesso …

Il gioco coinvolge altri nel renderli partecipi della stessa dinamica: “ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

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