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Archive del 3 Gennaio 2020

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 24,1-4.12-16)

 

“La sapienza fa il proprio elogio” nel manifestare  se stessa come fosse una persona. Essa non è solo la facoltà astratta di un soggetto particolarmente dotato, ma può risiedere in ogni persona. Persona e sapienza cammino insieme. Fra l’altro, chi non desidera la sapienza? Essa cos’è senza attinenza né relazione con la persona, quest’ultima centro del creato?

“in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al popolo proclama la sua gloria”. La sapienza fa da ponte fra il divino e l’umano. È singolare il suo rapporto con Dio, che determina uno stato del proprio essere difficile da definire. Da un lato è co-eterna con Dio “Prima dei secoli, fin dal principio, (…) per tutta l’eternità non verrà meno”, dall’altro afferma di essere creata “colui che mi ha creato (…) fin dal principio, egli mi ha creato”. Una realtà creata che, allo stesso tempo, ha attinenza dell’eternità di Dio!

È un rapporto singolarissimo fra storia e metafisica che apre orizzonti di comprensione alla considerazione razionale ed umana. Umanamente, tempo ed eternità sono contrapposti ed escludenti. Tuttavia, per il tenore del testo, non si escludono ma si integrano; in altre parole, tempo ed eternità convivono assieme. (l’argomento meriterebbe ben più spazio e approfondimento).

La sapienza riceve dal Creatore un ordine: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele (…) Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere”. Essa si inserisce nel popolo perché manifesti la gloria di Dio, di cui partecipa e dispone. Nel libro dei Proverbi la sapienza si presenta come artefice dell’azione creatrice di Dio: “io (la sapienza) ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno” (8,30).

In effetti l’azione creatrice di Dio non è solo puntuale e determinata da un momento specifico, ma permanente. Essa è relazione, è rapporto degli esseri creati con il Creatore, il quale, in questo modo, li plasma e li ricrea costantemente. La sapienza è la collaboratrice nell’orizzonte della delizia e del gioco: “ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,30-31).

Bellissima la figura del gioco. Esso non è dovuto, né obbligatorio e, ancor meno, necessario, tuttavia, instaura l’ordine della gratuità, della non utilità, che è il vero orizzonte dell’amore, fonte della delizia. Aiuta a capire questa figura l'osservare il rapporto fra due o tre bambini di pochi anni che giocano tra loro; vivono il presente nella totale gratuità e  giocano non perché devono giocare, meno ancora perché obbligati o spinti da una necessità. Giocano perché il gioco ha un fine in  se stesso …

Il gioco coinvolge altri nel renderli partecipi della stessa dinamica: “ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

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