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Archive del 16 Gennaio 2020

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 49,3.5-6)

 

Il testo – il secondo dei quattro cantici del Servo sofferente – presenta alcuni aspetti della singolare figura del Servo. Il Signore lo chiama Israele: “Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”; con lo stesso termine è chiamato il popolo di Israele, il che indica che non si riferisce solo ad un singolo soggetto singolo ma anche a tutto il popolo eletto.

La figura del Servo – persona singola o tutto il popolo eletto – rimanda l’attenzione sul rapporto rappresentante/rappresentato che costituisce il legame inscindibile riguardo la vita, il progetto, le azioni e il destino dei due soggetti.

È importante prendere atto che, con l’entrata nel mondo del Figlio di Dio, si stabilisce lo stesso rapporto in virtù del quale la morte e risurrezione di Gesù è anche la morte e risurrezione del credente che, per la fede, sintonizza e assume questo rapporto,  diventando figlio di Dio per adozione, dono dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Sia su Israele che sul Servo il Signore dice: “manifesterò la mia gloria”, la santità – il suo essere e agire – per la quale essi sono separati da ciò che non è in sintonia e conforme all’amore del Signore, che coinvolge e rigenera l’opera delle sue mani affinché tutti abbiano vita in abbondanza.

L’intervento del Signore, con il ritorno del resto del popolo eletto dell’esilio a Babilonia ( conseguenza del peccato per aver disatteso l’Alleanza),  è di “ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele” nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio. Israele avrà modo, seguendo il Servo, di rigenerare la propria identità e la condizione di “popolo eletto”.

Il Servo sa che può contare dell'aiuto del Signore, che “mi ha plasmato suo servo dal seno materno”, perché onorato dal Signore e Dio è la sua forza. Tuttavia la missione si rivela particolarmente ardua e fallimentare al punto che afferma: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” (v.4).

L’esperienza del Servo è propria del credente di ogni tempo e luogo, seriamente impegnato per la causa dell’avvento del Regno di Dio in circostanze avverse, al punto da ritenere inutile o per lo meno infruttuoso il proprio servizio. Il sentirsi defraudato o deluso  suscita nel profondo dell’animo sconcerto per aver sprecato energie e tempo.

Tuttavia, la purezza del sentimento, la sincera e tenace dedicazione alla causa, senza seconde intenzioni o interesse personale, sostenuta dal fascino, dallo stupore e dalla pienezza di vita insita nell'incarico stesso, motiva la certezza della seconda parte del versetto, rapportabile a quello che Gesù sperimenterà nei momenti drammatici che lo coinvolgeranno: “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

Non meraviglia, quindi, che il Signore, invece di alleviare il carico, faccia il contrario: “È troppo poco ricondurre i superstiti d’Israele”. Egli rovescia la valutazione fatta dal Servo,  confermando la correttezza e la bontà dell’operato di quest'ultimo, esprimendogli gratificazione, sostegno e consolazione.

Logico sarebbe stato, invece, aspettarsi un alleggerimento dell’incarico; invece succede il contrario: lo attende un futuro ancora più impegnativo;

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