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Archive del 26 Marzo 2020

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ez 37,12-14)

Il profeta prende spunto dallo scoraggiamento che serpeggia fra gli esiliati motivato dall’avere, davanti a sé, un futuro senza speranza e carico di nostalgia del passato: “Le nostre ossa sono secche; la nostra speranza si è estinta”. La lontananza dalla patria, dalla terra promessa, ha un effetto devastante, come è ricordato nel salmo 137: “Là – nell'esilio di Babilonia – ci chiedevano parole di canto (…) allegre canzoni, i nostri oppressori (…) come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se mi dimentico di te Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra” (3-6).

L’esilio è come un tumulo, un deposito di ossa secche, senza speranza e senza futuro per il popolo. La causa deriva dall’allontanamento da Dio, nonostante il costante richiamo dei Profeti, da parte del popolo e delle autorità, a causa  dello stile di vita contrario all’Alleanza.

L’esilio è la metafora della condizione personale e sociale conseguente all’allontanamento da Dio per l’infedeltà, l’indifferenza, la superficialità alla nuova ed eterna Alleanza stabilita con la venuta di Gesù Cristo. Esso coinvolge la persona sotto tutti gli aspetti – umano, psicologico, etico e spirituale – e la comunità nella pratica dell’ingiustizia, del sopruso, del dominio e altro…, nello stile di vita egocentrico, autoreferenziale e, sostanzialmente, indifferente a ciò che non incide sulla propria vita personale.

Pertanto vengono meno riferimenti importanti che impoveriscono o, addirittura, annullano la necessaria interazione per la crescita individuale e comunitaria nella pienezza di vita. È come segnare il passo nell’illusione di camminare. La vita è diminuita in tutti i sensi, come quella sottoterra, dove vanno le persone dopo la morte, secondo la tradizione d’Israele. Una vita che, drammaticamente, il profeta compara ad ossa rinsecchite.

Ecco, allora, l’intervento del Signore per fedeltà all’Alleanza e al compimento della promessa: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nella terra di Israele”. Il passato sarà memoria delle conseguenze del peccato, affinché le generazioni future si ravvedano dal commettere lo stesso errore.

Il Signore annuncia: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra”. Il pensiero va, spontaneamente, a quando “Dio plasmò l’uomo con polvere e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). L’intervento avrà le caratteristiche di una nuova creazione, della rigenerazione della persona e della società nell’infondere nuova vita, capace di riassumere il cammino dell’Alleanza.

Vivere non è solo riacquistare l’esistenza individuale ma stabilire autentici rapporti con le altre persone, consolidare il vissuto sociale nel diritto e nella giustizia, rispettare la natura e il creato. È assumere come propri i valori che fanno di questa terra la realtà promessa, nella quale riconoscere e fare esperienza del Dio della vita. È la meta stabilita da Dio, l’avvento della sua sovranità, nel restituire la pienezza di vita – “vi farò riposare nella vostra terra” – nell’armonia con tutto ciò che esiste, ossia il suo Regno.

Dio riconduce Israele alla dignità di “popolo di Dio” e realizza il suo sogno per l'umanità, in sintonia con il comandamento dell’amore e la conseguente pratica di esso, affinché il popolo abbandoni definitivamente la prassi di trasformare la terra promessa nell’Egitto di allora, luogo di schiavitù, del peccato e del male, ossia sepolcro di scheletri.

Lontano da Dio non c’è salvezza.

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