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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,1-11)

Pentecoste – 50 giorni dopo la Pasqua – é l’evento importantissimo per l’umanità di tutti i tempi, in attesa della manifestazione universale del Risorto, conosciuta come fine del mondo.

Ogni manifestazione di Dio avviene in modo imprevisto, d’improvviso, senza alcun avviso. Essa irrompe in modo sconcertante nella vita delle persone, in questo caso, dei discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” e, per paura dei giudei, stavano con la porta sbarrata.

Fu difficile per loro rendersi conto esattamente di quello che stava succedendo. E, volendo descriverlo, non avevano parole appropriate. Pertanto, usano delle comparazioni “Venne all’improvviso (…) quasi un vento (…) Apparve loro lingue come di fuoco”, giacché l’evento va ben oltre ogni capacità di comprensione.

La manifestazione fu una sorpresa nel senso più vero e profondo del termine “tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (…) perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

La bibbia registra l’accadimento di fenomeni simili come azione dello Spirito nelle comunità che andavano costituendosi. Ma questo udir “parlare nella propria lingua” consiste in una specie di traduzione simultanea o il manifestarsi di “poteri magici” che vengono donati dallo Spirito?

Sicuramente nulla di tutto questo. Piuttosto si tratta di una capacità di comunicazione dell’amore di Dio, realizzata e trasmessa dagli apostoli, che si esprime attraverso le loro azioni, i loro gesti ed il loro atteggiamento, e che vanno ben oltre l’espressione verbale. Gli uditori si sentono coinvolti nell’evento della morte e risurrezione, del quale percepiscono la portata, la bellezza e il coinvolgimento nei confronti di loro stessi e del creato tutto.

Sicuramente l’evento della Pentecoste ebbe un risalto fuori del comune per la trasformazione degli apostoli a livello di comprensione, di atteggiamenti verso le autorità e il popolo e per il singolare fenomeno delle lingue “Ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Il brano elenca tutte le nazioni del mondo allora conosciute, per indicare la portata universale dell’evento, come lo è, peraltro, quello della morte e risurrezione di Gesù. Pertanto, la discesa dello Spirito non é circoscritta ai discepoli né alla sola Gerusalemme né al popolo giudaico, ma abbraccia l’umanità tutta e di tutti i tempi.

Infatti questa esperienza non è semplicemente relegata a quel momento specifico ed a quelle persone determinate, ma è accessibile a tutti gli uomini, di ogni tempo e di ogni luogo, che ripercorrono il cammino indicato da Cristo. Ad esempio, pensiamo a due persone che non parlano la stessa lingua. Al di là delle parole esistono tanti altri modi per stabilire un incontro autenticamente fondato sull’amore: basta guardarsi negli occhi, porre attenzione all’altro, per comprendere il bisogno di una carezza, di un sorriso che dà speranza o di lacrime che esprimono solidarietà nel dolore: tanti sono i modi per manifestare la nostra vicinanza fraterna.

Questa constatazione costituisce un aspetto di grande importanza per la riflessione attuale sulla missione della chiesa nel mondo, in dialogo con altre culture e religioni. Queste ultime hanno in se stesse la caratteristica di essere, in un certo senso, permeate dalla presenza dello Spirito, senza perdere le loro caratteristiche precipue. E questa osservazione deve spingere i cristiani all’umile dialogo fraterno con esse, nella ricerca della Verità.

Ritengo molto più importante della comprensione del singolare fenomeno delle lingue, capire il messaggio degli apostoli. In effetti, il testo sottolinea “li udivamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”. Esse si riferiscono all’evento della morte e risurrezione in primo luogo e all’azione pastorale di Gesù.

E’ probabile che proprio le “grandi opere di Dio” costituirono il motivo di stupore e turbamento, più che il fenomeno delle lingue. Sostenere con fermezza e decisione un condannato sulla croce – maledetto da Dio – come Salvatore di tutti gli uomini non é una bazzecola, anzi…

Con la discesa dello Spirito Santo i discepoli acquistano piena coscienza della portata e del significato della morte e risurrezione di Gesù. Fino ad allora erano rimasti intrappolati in una situazione incomprensibile e indecifrabile. Tale comprensione generò in loro un cambio radicale in se stessi e nei rapporti con l’ambiente circostante e le autorità.

Con lo Spirito ha inizio la Chiesa, ossia il sorgere delle comunità. Lo Spirito darà qualcosa di paragonabile alla linfa della pianta. Essa é invisibile, ma indispensabile. La vita di Dio scorrerà in essa esattamente per la presenza dello Spirito nelle comunità.

Lo Spirito è il maestro interiore di ogni discepolo. Si stabilirà il rapporto diretto con Dio, in armonia con ciò che disse il profeta Geremia “ Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo ‘Conoscete il Signore’, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”(31,34).

Tale rapporto é il punto di partenza della corretta comprensione della persona e dell’insegnamento di Gesù, così come della pratica di vita cristiana, come viene sottolineato dalla seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 12,3b-7.12-13)

Nessuno può dire: ‘Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito”.

Evidentemente non si tratta di una semplice affermazione intellettuale, ma l’espressione di un convincimento interiore secondo il quale Gesù è assurto, per la sua risurrezione, Signore di tutto e di tutti.

Evento, la risurrezione, nel quale lo Spirito agisce in sintonia con la volontà del Padre. Pertanto, solo lo stesso Spirito può convincere interiormente ogni discepolo e spingerlo a modellare il proprio stile di vita in sintonia con quello di Gesù. Tale convinzione introduce all’esperienza trinitaria.

In che modo? “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma una solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti”. Rileggendo il testo, partendo dal finale, si possono trarre alcune considerazioni.

Il discepolo che svolge la sua missione, in sintonia con la volontà del Padre, per la trasformazione della società, per un mondo più umano e fraterno, stabilisce il rapporto con Dio Padre. Svolgendo la missione in sintonia con lo stile di vita, le parole e le opere di Gesù, ministrando, servendo fino al dono della propria vita, stabilisce la comunione con il Figlio. Nell’esercizio del ministero, del servizio, usando i doni che gli sono propri nell’orizzonte dell’amore gratuito, libero e autentico, é in sintonia con lo Spirito Santo. In tal modo, nel concreto della vita giornaliera e degli avvenimenti che essa presenta, il discepolo percepirà la presenza della Trinità in lui.

Il tutto sorge, si sviluppa e arriva al suo fine, per l’azione dello Spirito Santo. Egli muove, istruisce e sostiene il discepolo, giacché “ A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”. Ora il bene comune riguarda le condizioni di vita che sostengono l’armonia fra i diversi popoli, lingue e culture “Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”.

Tutti affermano: le diversità sono un dono, una ricchezza da valorizzare e sviluppare per la crescita umana e spirituale. La cosa difficile è come gestire tali diversità, nell’ambito dell’armonia e della crescita. Particolarmente difficile quando esse vanno oltre il limite di accettazione di cui si è capaci.

Più ancora quando, per dar spazio a esse, si deve rinunciare a qualcosa cui si tiene molto ‘’E allora che le virtù del coraggio, della generosità, della gratuità e della fraternità manifestano il loro reale spessore e consistenza, così come la vera fede nel valore della diversità.

Ritengo si possa far riferimento a tre domande per orientare il processo di integrazione delle diversità.

1) La persona cresce in umanità, nel senso che si incontra più autenticamente con se stessa e si sente maggiormente motivata con il dono di sé a favore dei bisognosi, affinché anche loro trasmettano la stessa dinamica ad altri?

2) La società è stimolata ad una maggiore pratica della giustizia, del diritto, della solidarietà, nel rispetto delle legittime esigenze della diversità?

3) La natura, il creato, è preservata dalla distruzione per mano dell’uomo?

Rispondere positivamente a queste domande significa essere in sintonia con la pratica di Gesù e con l’ azione dello Spirito Santo nel quale”tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo

In effetti, lo Spirito procede dal padre e dal Figlio. E’ l’amore per ogni persona, per l’umanità e la creazione tutta. Più profondamente, è l’amore che qualifica l’essenza di Dio. Esso unisce l’amante (Padre) con l’amato (Figlio) nell’amore (Spirito Santo) con l’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

La finalità di tutto ciò è la missione, come sottolinea il Vangelo.

 

Vangelo (Gv 20,19-23)

Gesù disse loro: Pace voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.

Dalla pace offerta dal Risorto – dopo il trauma inimmaginabile della crocifissione, che ristabilisce i motivi della credibilità nel Maestro e l’adesione alla sua persona, pur nella non piena comprensione della realtà e significato dell’evento – scaturisce il mandato missionario. E’ attorno ad esso che la manifestazione del Risorto e la sua azione fanno riferimento.

L’ invio degli apostoli alla missione ricalca lo stesso schema dell’invio di Gesù da parte del Padre. Pertanto, il “Come” riveste una importanza decisiva per capire cosa il Risorto volesse trasmettere con il mandato.

Gesù con l’invio degli apostoli, ritiene che fra Lui e loro ci sia una sufficiente affinità per procedere.

Subito viene da pensare se non ha “peccato” di ottimismo.. o per lo meno che tale affinità sia possibile con l’invio dello Spirito.

Di fatto, immediatamente queste parole, “soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo”. Il soffio ricorda l‘inizio della creazione in virtù della quale l’uomo fu costituito come essere vivente.

La missione autentica, pertanto, è espressione della nuova creazione da parte del nuovo essere vivente, rigenerato dall’ azione dello Spirito.

Se il Risorto ordina la missione non è per una semplice preoccupazione di fare proseliti o per stabilire un’attività senza la quale gli apostoli rimarrebbero chiusi su se stessi, sul proprio gruppo, ma per essere la conclusione e, allo stesso tempo, l’inizio di un processo che non terminerà e che, di fatto, immerge sempre più profondamente nel mistero di Dio.

E’ l’adesione alla dinamica ed all’entrata in un processo che rigenera il missionario ed il destinatario, simultaneamente.

Allora, la missione non è un di più, un’ aggiunta, o una scelta per alcune persone particolarmente chiamate ad essa, ma un segno costitutivo dell’essere cristiani. E’ la condizione per crescere nella realtà di figli di Dio.

La sua specificità consisterà nel perdono. Aspetto fondamentale questo, nel vero senso del termine, che abbraccia elementi che vanno ben oltre la remissione del peccato. (Rispetto a questo tema, per non ripetermi, rimando al commento della 2a domenica di Pasqua di quest’anno ).

La missione sgorga dalla totale sintonia fra Il Padre e il Figlio nell’ambito trinitario, in modo tale che la volontà del Padre è del Figlio e l’opera del Figlio è del Padre. Il Padre invia il Figlio nella piena libertà e consapevolezza del motivo e delle esigenze della missione stessa.

Padre e Figlio sono sorretti dall’unico Amore che li unisce fra di loro e verso l’umanità, ossia dallo Spirito Santo. Ecco allora il perché della necessaria effusione dello Spirito di cui sopra.

Non avrebbe senso, né possibilità di successo la missione senza il dono dello Spirito che, per lo svolgimento della missione con tutte le sue prove e difficoltà, renderà sempre più stretta la sintonia con il Risorto, avvicinandola sempre più a quella che lo stesso Risorto sperimenta con il Padre.

Si tratta di partecipare alla pienezza della dinamica trinitaria.

 

 

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