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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 34,4b-6.8-9)

Il peccato di idolatria, con la famosa immagine del vitello d’oro la cui indignazione originò la rotture delle tavole di pietra della Legge da parte di Mosè, non riguarda tanto l’immagine in se stessa. Con quell’immagine il popolo non pretendeva di adorare un altro Dio, diverso da quello che lo aveva liberato dalla schiavitù dall’Egitto. L’idolatria si riferisce alla volontà di “dare forma” allo stesso Dio, attribuendo all’immagine stessa qualità e poteri divini, in sintonia con i propri desideri e le proprie aspettative, nella certezza che per l’invocazione e il culto di adorazione sarebbero stati attesi.

In altre parole, si è trattato di modellarsi un dio “a propria immagine e somiglianza”, parafrasando la famosa espressione della Genesi. (Fra parentesi, tale idolatria – farsi un dio con le proprie mani, schemi, aspettative e desideri, ecc. – è un pericolo e una caduta molto attuale in ogni persona, più di quanto si possa pensare…)

Mosè, obbedendo al Signore e volendo ricomporre l’alleanza, “salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con due tavole di pietra in mano”. Il Signore accolse Mosè “Allora il Signore scese dalla nube, si fermò là presso di lui”.

L’essere accolto deve aver riempito il cuore di Mosè di speranza e di soddisfazione, avendo constatato come Dio non mantiene la sua ira per sempre nè si mantiene lontano dal popolo. E questa constatazione fu di grande sollievo per Mosè.

Allora Mosè fece una professione di fede: “Proclamò il nome del Signore” e questi gli si manifestò come “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.

Questi attributi divini meritano molta attenzione. Ognuno di essi è tema di bellissime e profonde riflessioni, che vanno ben oltre i limiti di questo commento alle letture.

Ritengo sufficiente rilevare come l’insieme di essi offre un’immagine grandiosa del profilo di Dio Padre. Non è difficile percepire in tale immagine l’immenso amore per il suo popolo. E’ come tracciare il profilo di un volto meritevole di essere contemplato costantemente, tanto sono i sentimenti di stupore, di meraviglia e di gratitudine che esso suscita.

Davanti alla manifestazione divina “Mosè si curvò in fretta fina a terra e si prostrò”. Lo stupore e la meraviglia motivano l’adorazione e sostengono la supplica “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”.

E’ la richiesta di ristabilire l’Alleanza, in modo tale da continuare il cammino verso la terra promessa, nella certezza della guida e della protezione del Signore nelle diverse difficoltà e circostanze.

Ma Mosè conosce i limiti del popolo e la resistenza dello stesso nel lasciarsi condurre per il cammino, quando la proposta del Signore va oltre la loro comprensione ed aspettativa. Pertanto chiede “ fa di noi la tua eredità”, fondata più sulla fedeltà di Dio che sulla perseveranza fiduciosa del popolo. Chiede che non abbandoni il popolo, succeda quel che succeda, ricordandosi degli attributi appena manifestati.

La fermezza della propria convinzione di appartenere radicalmente a Dio è garantita dalla fedeltà dello stesso. Ben sa che il popolo eletto “è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato”. E’ conoscitore della fragilità dello stesso nel mantenere la fiducia alle indicazioni del Signore suo Dio, di coltivare la dovuta e corretta conoscenza del cammino, di vivere nella superficialità e nel disinteresse che non permette di valutare ediscernere correttamente, della seduzione di altre proposte che promettono risultati più facili e immediati, in sintonia con i propri desideri ed aspettative, convinto di una sintonia con l’Alleanza che nella realtà non c’è.

Dio Padre è il Dio dell’Alleanza. Per mezzo di essa ispira il vissuto giornaliero del popolo nel formulare risposte concrete e corrette nelle diverse circostanze. Ma suppone da parte del popolo costante attenzione, dedicazione e approfondimento. Non è cosa data e scontata una volta per sempre.

Al riguardo la seconda lettura fornisce importanti indicazioni.

 

2a lettura (2 Cor 13,11-13)

“Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione…” La perfezione si raggiunge gradualmente. Essa è come una calamita che attrae chi è affascinato e ammirato dalla sua proposta, come meta di vita gratificante e soddisfacente. La perfezione esige impegno, determinazione e costanza, particolarmente nei momenti difficili.

Ecco, allora, delle indicazioni alla comunità perché i suoi membri si aiutino e si sostengano mutuamente in tali circostanze “fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace…”.

Senza dubbio la solidarietà e l’aiuto fraterno sono imprescindibili in momenti come questi, pena il sentirsi soli e abbandonati anche da Dio e desistere dal cammino del Signore. Esperienze al riguardo non mancano, anzi… Persone che cominciarono con buona volontà, con grande entusiasmo e poi…

L’aiuto e la solidarietà fraterna portano all’esperienza di Dio “…e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi”. E’ l’esperienza di comunione nella quale si manifesta la realtà trinitaria di Dio: “ La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. La realtà della comunione è attribuita alla presenza dello Spirito. Essa attirando la persona per il fascino e la forza che gli è propria, porta la persona stessa all’esperienza della grazia di Cristo e all’amore del Padre.

Pertanto, la realtà trinitaria agisce e sviluppa la sua attività nel mondo con le stesse modalità che caratterizzano l’attività all’interno di essa. Cosicché, l’unica azione di essa investe contemporaneamente il rapporto fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e l’attività nella creazione per il bene di ogni persona e dell’umantà intera. Quest’ultima, usando un termine tecnico, la teologia la indica come Trinità “economica”.

Spieghiamo meglio: quello che le persone e l’umanità possono percepire della Trinità, non è la sua realtà ultima e profonda. Essa rimarrà sempre un mistero che va oltre ogni percezione umana.

Nel caso della scienza umana, una sana economia ordina e dispone il tutto al buon raggiungimento del fine. Lo stesso fa la Trinità in ordine al fine da offrire agli uomini e alla creazione: la salvezza. Essa dispone ed ordina il tutto. Questo è il senso del termine “Trinità economica”.

La cosa importante per la realtà trinitaria non è tanto risolvere, nell’orizzonte delle facoltà umane, il quesito delle tre persone rapportate all’unicità di Dio, quanto la corretta percezione della dinamica della Vita. Quest’ultima offre – a mio parere – il criterio per rispondere adeguatamente alla sfida di unità e pluralità che investe i rapporti interpersonali, così come quelli fra le diverse culture e popoli.

La realtà umana e sociale è strutturalmente trinitaria. La Trinità è come il DNA della creazione stessa. D’altro lato se essa proviene da Dio, ha Dio in sé in forma trinitaria e solo la ricezione di questa dinamica ci permette di individuare il cammino corretto nelle molteplici esigenze e sfide della nostra vita.

Per comprendere la dinamica trinitaria è doveroso guardare a Gesù, tenere gli occhi fissi di Lui, con particolare riguardo all’evento della morte e risurrezione.

Il vangelo offre delle indicazioni importanti.

 

Vangelo (Gv 3,16-18)

Dio ha tanto amato Il mondo…”. L’affermazione indica come Dio donò tutto quello che poteva donare. Nel dono manifesta il suo essere autentico. Si dona a un mondo che assume nei suoi confronti atteggiamenti di sfiducia, di disinteresse, di opportunismo, insomma, tutto meno quello dell’amore sincero e della gratitudine.

“…da dare il Figlio unigenito…”. Non si finisce mai di restare sorpresi, sconcertati, ammirati e increduli di tale dono. Sembra una cosa irreale, dell’altro mondo, – per lo meno a livello informativo e conoscitivo – perché, appunto, dell’altro mondo, determinazione di Dio. Ma nel momento in cui si approfondiscono gli elementi che configurano il quadro del dono, la comprensione umana si annebbia, un senso di smarrimento e di assurdità predomina nella mente e nel cuore. Come è possibile…Tutto è come azzerato.

“…perche’ chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. La motivazione è la vita eterna per chiunque. Vita eterna che già incomincia nel presente, facendo della vita storica giornaliera una vita in abbondanza (nella percezione comune ed immediata si pensa alla vita dopo la morte).

La vita eterna non è altro che l’Amore stesso, motivo, sostegno e fine del dono del Figlio e dell’accettazione di questo donarsi. In effetti, l’amore non ha altra giustificazione che l’amare… Il contesto fa risaltare la profondità ammirevole e fuori da ogni aspettativa del dono“ Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”(Rm5,8).

Se tutto ha il suo svolgersi e compimento nell’amore, ed essendo l’Amore il proprio della persona dello Spirito, allora risalta l’attività “economica” della Trinità, di cui dicevo prima. In effetti è nell’evento pasquale che Dio si auto-rivela in maniera inconfondibile e coinvolgente per le persone e per l’umanità.

Il coinvolgimento non è imposto, è offerto. Si da per l’atto di fiducia, per la fede, della persona, della comunità e dell’umanità. E’ esattamente il credere, come dirà San Paolo, “che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Ossia, nella persona di Gesù Paolo si è sentito rappresentato davanti al Padre, per cui quello che è successo in Gesù, è successo e continua succedendo in lui, attraverso la celebrazione della memoria, ossia l’Eucaristia.

Conseguentemente “Chi crede in lui non è condannato” perché “ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”. Il “nome dell’unigenito” è Salvatore, ossia quello che ha detto e fatto, e continua a dire e a fare fino alla fine dei giorni. L’atto di fede trasferisce la persona dalla condizione di peccatore a quello di giusto, di intimo, di familiare di Dio.

Interiorizzare il trasferimento comporta attivare le condizioni per essere come nuova creatura. Essa è percepita come tale e capace di trasmettere il senso della profonda coscienza di appartenere a Dio, in un vincolo che neanche la morte può dissolvere. O meglio, fa percepire che ci si appartiene mutuamente…

Allora, il rimanere in Cristo come il tralcio nella vite è il tesoro nascosto incontrato, è investire tutto nella perla preziosa. E’ sentirsi partecipi e coinvolti dall’azione dello Spirito.

La conclusione: Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.

 

 

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