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Di fronte al mistero del male e del rapporto di Dio con esso non siamo mai riusciti a darci una spiegazione certa.

Padre Luigi Consonni ha tradotto ed elaborato questo testo in portoghese con l’intento di fornire ai lettori una riflessione più approfondita su questo argomento, non certo per “svelare” un mistero che tale resterà sino alla fine dei tempi.

Ma la lettura di questo studio ci fornisce gli strumenti e le ragioni per un percorso di autentica fede nel Padre, aiutandoci a passare dal concetto di male che provoca la negazione di Dio a male che ci fa scoprire l’alleanza e la tenerezza di Dio con noi.

– Sebastiano Sanna    



DIO E IL MALE

Il comportamento e il rapporto di Dio con il male


Premessa

Il male è un danno. Tutto quello che danneggia, è male.

Senza dubbio, il male molte volte suscita il maggiore sconcerto, il profondo turbamento interiore e la massima indignazione.

Sorgono, allora, le seguenti domande:

Da dove viene Il male?

Perché è presente nel mondo?

Com’è possibile che esista?

E’ doveroso dire, immediatamente, che malgrado tutti gli sforzi, non arriveremo mai a trovare una risposta esaustiva alle domande che ci siamo poste, per il motivo che ci troviamo di fronte ad un enigma. San Paolo stesso presenta il male come “Il mistero dell’iniquità” (2Ts 2,7).

Mistero indica qualcosa di inaccessibile alla conoscenza umana perché segreto del piano divino, e allo stesso tempo, individua l’esperienza di comunione nella quale è immersa ogni persona e tutta la realtà del creato.

Iniquità è l’atteggiamento dell’ateo, di colui che rinnega la fede in Dio, che disprezza la chiamata e nega qualsiasi rapporto con Lui.

Partendo dall’essenza e dalla realtà di Dio-Amore, fonte di ogni bene e della felicità, prevale la sorpresa e lo sconcerto della presenza del male nel mondo, una volta che Dio fece bene tutte le cose e vide che erano buone. Dopo la creazione dell’uomo “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,30).

E allora, cosa dire?

1. La prima reazione è negare l’esistenza di Dio.

In effetti, Dio è buono o non è tale. La presenza del male, per il fatto di essere una realtà contrapposta a Dio, avvalla l’ipotesi che l’esistenza di Dio non è altro che una falsa costruzione dell’uomo.

L’esistenza di Dio è negata per la delusione. Il senso di frustrazione si appoggia nell’idea che Dio, considerato come responsabile diretto o indiretto del male, possa esistere o meno.

Non si tratta tanto di discutere se Dio esista o no, ma dell’idea che l’uomo ha di Dio; il problema, dunque, è l’uomo che, rifiutando lo scandalo del male, corre il rischio della bestemmia rigettando Dio stesso.

2. La posizione contraria, rispetto al punto precedente, cerca di presentare Dio scevro da qualsiasi responsabilità rispetto all’esistenza del male.

Dio non può essere considerato colpevole, direttamente o indirettamente, del male, eccetto se fosse introdotto Il principio del “permettere l’esistenza del male” al fine di salvaguardare totalmente la piena libertà dell’uomo (principio del libero arbitrio).

Questa posizione presuppone di voler giustificare e difendere aprioristicamente Dio, in modo da difendere la bontà e la giustizia insita in Lui, presentarlo, in altri termini, come vittima dell’avversario. Questa interpretazione dà l’impressione di sancire, troppo frettolosamente, l’innocenza di Dio, come se Lui avesse bisogno di uscire illeso da ciò che lo interpella, invece, profondamente.

Ma così, il grido dell’uomo, vittima del male, non raggiungerebbe Dio. Si avvertirebbe, infatti, una stridente contraddizione con ciò che riporta il libro dell’Esodo (3,7-9) “Ho udito Il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti (…). Ecco, Il grido degli Israeliti é arrivato fino a me”.

Che Dio è questo? E’ il Dio dei filosofi, non dei credenti. Più specificatamente, il Dio in-sé e per-sé, non il Dio-per-noi, il Dio per gli uomini.

D’altro canto, ci sono argomenti positivi che considerano il male come prova o come mezzo di correzione; interpretano il mondo e la natura come un processo di crescita armonica in mezzo agli inevitabili difetti e carenze; percepiscono il male, semplicemente, come assenza del bene.

Cosicché la prima posizione esclude Dio per mancanza di intervento (Dio non esiste), la seconda, connotata dal fatto di non affrontare nessun interrogativo, come il male se non avesse nulla a che vedere con Lui.

3. Altra posizione è quella di mettere il male in Dio.

Si tratta di passare il problema a Dio, depositarlo in Dio. E’ un aspetto tipicamente teologico: i temi dell’Agnello di Dio sacrificato e della discesa agli inferi stanno a significare che Dionon ha cercato di essere risparmiato dal male, anzi vi s’immerge, lo carica su di sé.

Considerando Dio in-sé, sfugge alla problematica del male, giacché Egli non è la sua causa.

In ogni caso, facendosi Dio-per-noi fa sua tale causa: prende su di sé la questione del male e, a partire da questo momento, a noi viene permesso di vederla depositata in Lui.

Solamente questo gesto raggiunge il livello più profondo della realtà. Dice G. Bernanos: “Mi sembra che il vero dolore che prova l’uomo appartenga, in primo luogo, a Dio. In questo modo, si riscatta il male dalla solitudine antriopologica, per farne una questione di Dio.

4. Altro atteggiamento: Parlare a Dio.

Giacobbe, Giobbe e Gesù si rivolgevano a Dio, parlavano con Lui. Tale condotta unisce la fede al coraggio, cammino sicuro di verità: non maledicendo, ma dicendo, raccontando.

In ciò sta la forza e la particolarità teologica dell’atteggiamento.

L’uomo parla con Lui. Non si tratta di un monologo interiore (discutere con Dio) ma di un dialogo (parlare con Dio).

Parlare presuppone il credere nella sua presenza e nella possibilità di una risposta. Ciò spinge l’uomo a impegnare a fondo tutta la speranza di cui è capace.

Dio è l’“Altro” con cui conversare.

Non é bene che l’uomo sia solo”, frase pronunciata da Dio per motivare la creazione della donna. Perché non applicarla all’uomo prigioniero del male, introducendo in tal modo l’idea di “dialogare” con Dio affinché rompa il cerchio della solitudine provocata dal male, una solitudine che è veramente dannosa per l’uomo?

Essendo Dio l’“Altro”, è come se Lui avesse bisogno di assumere il ruolo di avversario, e l’uomo quello di lottatore.

Significativa è l’esperienza di Giacobbe: “Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora” (Gen 3,25), affinché “l’Altro”, di fatto, fosse benefico per l’uomo.

Infatti, la lotta di Giacobbe nel guado di Iabbok e la tenacia dello stesso “non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!” conseguiranno la benedizione dal misterioso personaggio.

In questa terribile questione del male, Dio potrà non essere l’“Ecco l’uomo” (Gv 19,5) che accetta, in primo luogo, che piovano su di Lui i colpi?

Questa figura – “Ecce Homo”- suggerisce come l’uomo, nella necessità, abbia il diritto di schiaffeggiare il Dio innocente, per la delusione, per il Suo non intervenire, per il non agire…

E non si tratta di un Dio colpevole, ma innocente, e tutto ciò perché Lui è lì per questo motivo “giusto per gli ingiusti” (1Pt 3,18), Agnello di Dio, oggetto di maledizione (Gal 3,13; 2Cor 5,21).

Dio è sufficientemente forte da sopportare, da parte nostra, questo gesto “necessario”, questo primo gesto di rabbia e di rivolta che manifestiamo contro Il male. Non fu questo il primo gesto, offerto dallo stesso Dio “Egli, non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8,32) di possibile e sopportabile contrattacco contro il male? Non fu questo il primo gesto salvifico, prima di qualsiasi discorso, e addirittura, prima di qualsiasi azione? “Non bisognava che Il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26).

Il grido del credente sarà certamente come una preghiera. Non dovrà tralasciare questo suo grido: “Perché?... ” e presentare “preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime” (Eb 5,7).

E’ la condizione necessaria per non ricevere da parte di Dio il rimprovero: “Perché mi hai abbandonato!”.

Il Padre usa proprio le stesse parole pronunciate dal Figlio crocifisso nei suoi confronti perchè il credente, non reagendo al male con “preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime” per gridare il il suo “perchè”, fà sì che Dio si senta abbandonato.

Allora, il Padre, esprime tutta la sua sofferenza per essere stato escluso da questa lotta, ovvero relegato in una posizione di esclusione e solitudine che Lui (l’Amore Immenso) non può concepire.

Ma, paradossalmente, la reazione del credente, aspettata e “sopportata” dal Padre, si trasforma in una condizione per ristabilire e mantenere l’unitá nell’opposizione e nella lotta contro Il male.

Pertanto il grido, le richieste, le suppliche di Giacobbe, fanno parte della lotta contro il misterioso personaggio, nella sua radicale solitudine lungo tutta la notte. Non serve e neanche risolve fuggire o desistere.

Il misterioso personaggio, sul quale si scaricherà tutto l’impeto e la tenacia di Giacobbe “non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!”, è lo stesso che risponderà come detentore della maggiore forza e potere, slogando l’anca di Giacobbe, e allo stesso tempo farà sorgere, in Giacobbe, una nuova realtà: “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!” (Gen 32,29). E gli concederà la benedizione “E qui lo benedisse” (si consiglia di leggere Gen 32, 23-30).

E’ il paradosso proprio dell´esperienza di Dio, che conduce ad una formidabile inversione della questione. Essa annuncia e prepara la sua soluzione, nel senso che il male è problema di Dio.

5. Il male, problema di Dio.

Fin qui, il male è stato considerato come un problema dell’uomo. Adesso, invece, viene osservato come un problema di Dio. Esso è posto dal proprio Dio, come una questione Sua, alla quale Lui risponde.

La Scrittura mostra un Dio scandalizzato per causa del male, e parla di lotta. E’ un altro universo. Dio si pone esattamente come l’avversario del male. Resta sorpreso perché si trova davanti a qualcosa che non appartiene, in nessun modo, al suo piano.

Lui si preoccupa di combatterlo come una avversità con la quale non è possibile alcuna alleanza. Dio si presenta, immediatamente, come colui che sta con l’uomo in questa lotta.

O meglio, si può dire che l’uomo scopre la lotta che ingaggia contro iI male è la stessa lotta di Dio, che lui ingaggia assieme a Dio.


ll nostro clamore si unisce a quello di Dio “Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà” (Eb 5,7).

Non vi è alcuna bestemmia, fra noi e Lui, quando gridiamo il nostro scandalo.

Dopo aver udito l’altisonante accusa di Giobbe, Dio dirà che Giobbe parlò bene di Lui… Dopo aver riconosciuto la resistenza di Giacobbe, Dio lo chiamerà con un nome che santificherà quella lotta… Dopo il terribile grido di Gesù sulla croce e la discesa agli inferi, Dio si presenterà, nella Resurrezione, come il terribile Avversario e Vincitore.

Il grido dell’uomo non solo fu legittimo, non solo si è unito allo scandalo proprio di Dio ma, soprattutto, permise che Dio si manifestasse realmente com’è: Colui che, nella presenza di questo enigma, non lascia scorrere le cose come stanno, ma entra Lui stesso nel confronto. In fondo, si scopre che l’uomo non incrimina, perché è il proprio Dio che lo fa.

Il problema dell’uomo diventa una questione divina. In tutte le cose, nell’opposizione al male come nella diffusione del bene, è Dio che prende l’iniziativa. O meglio, in tutte le cose Dio è il primo interessato.

Dio deve essere visto come colui che, essendo toccato per primo, si adopera per dare l’unica e vera risposta: “Io porrò inimicizia fra te… ” (Gen 3,15).

E’ il proprio Dio, prima di qualsiasi altro, ad alzarsi contro il male.

Questa è la posizione di Dio riguardo al male, posizione radicale che rende superflua tutte le altre.

Dio è la risposta personale al male, giacché il problema arriva fino a Lui; o meglio, il problema è comune a Dio e all’uomo.

L’uomo nella lotta contro il male è esattamente uno con Dio in questa battaglia.

 

Conclusione

Il problema del male ci confronta, ancora, con la negazione di Dio?

La fede in Dio ci rivela più una Sua presenza che un’assenza.

Il male offende Dio prima di qualunque cosa e Dio si pone come suo avversario: non è più il male che si oppone a Dio, ma è Dio che si contrappone al male.

Stare con Dio significa esattamente questo: è la mia lotta che Dio fa sua; è la lotta di Dio che io assumo e faccio mia.

Allacciati, come fusi, nella stessa avversità, in una stessa lotta contro il nemico comune.

L’orazione è la fiducia, la richiesta affinché la disgrazia sia condivisa.

Il Dio di Gesù si pone dalla parte delle vittime, facendosi “vittima” e ponendo il suo amore, che è il suo potere, in questo servizio.

 

N.B. Il testo, curato da P. Luigi Consonni, è un estratto adattato e tradotto dal portoghese del seguente libro:

Gesché Adolphe: O Mal. Ed. Paulinas – 2003

 

 

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