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a cura di P. Luigi Consonni


1a Lettura (Is 63,16b-17. 19b; 64,2b-7)

Ci sono momenti nei quali è necessaria e imperiosa un'analisi retrospettiva del vissuto. Sono situazioni di grande sofferenza, di disagio, di pessimi momenti di vita che portano, inevitabilmente a chiedersi il perchè e la causa di tutto ciò.

E' la situazione in cui si trova il popolo eletto, il popolo dell'Alleanza con Dio.

Il profeta fa risalire trova la causa nel peccato d'Israele “Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.

La ribellione al patto – espressione di sfiducia, di disinteresse, di rifiuto, ossia di perdita del timore del Signore – è la causa. E' sorprendente la ribellione portata avanti per lungo tempo, quindi qualcosa di consolidato, malgrado la memoria delle opere di Dio compiute nel passato a loro favore.

L'allontanarsi dal timore del Signore ha indurito il loro cuore, e con esso la memoria ha perso Il suo potenziale di attualizzazione della presenza e della salvezza del Signore. Essa si è ridotta semplicemente a un evento ormai passato e che resta nel passato. Oggi si direbbe “la morte di Dio” nel senso gnostico, o di disinteresse e d'indifferenza.

Non è difficile immaginare la delusione e lo sconcerto di Dio. Ecco allora, antropomorficamente descritta, la sua reazione, propria di una persona defraudata “Ecco, ti sei adirato (…) avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balia della nostra iniquità”.

E' come se avesse detto: “volete il male? Tenetevelo!” L'essere adirato è segno della sofferenza di un amore tradito. E le conseguenze sono quelle che il profeta descrive “ Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come un panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. Un quadro estremamente desolante.

Come allora, anche oggi, il quadro generale del vissuto odierno ha elementi di grande desolazione. Solo pensare al basso profilo etico della politica in generale, alla speculazione e alla crisi finanziaria a livello mondiale, alle guerre e alle violenze sparse dappertutto, allo sfruttamento delle risorse naturali e le tragiche conseguenze per l'ambiente…

In tali condizioni lo sguardo e il pensiero si dirigono a Dio e, curiosamente, con una modalità che rimprovera, come se Lui fosse il colpevole “Perché, Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti si tema?”

Lo sguardo e il pensiero sono accompagnati dal riscatto dei sentimenti, dalla percezione della rinnovata condizione di figli e dalla coscienza di appartenere a Dio “Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore (…) noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”. Ma anche dalla memoria “Compivi cose terribili che non attendevamo (…) Mai si udì parlare da tempi lontani (…) che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui”.

Ecco allora la supplica accorata:“Ritorna per amore dei tuoi servi (…) tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” per offrire di nuovo al popolo la possibilità di ricomporre la propria adesione al Signore e di ristabilire un nuovo ordine sociale nell'orizzonte dell'Alleanza, giacché ci sono persone ben disposte “Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie”.

La permanente presenza e venuta del Signore è quella che si percepisce nell'osservanza dei termini e delle esigenze dell'Alleanza. Tale osservanza è la forza e la vita rivolta a Dio e che da Lui proviene, e che permette di non cadere nella tentazione seduttrice del denaro, del potere per il potere, dell'individualismo e di ogni altra forma di egoismo.

Ecco, tu sei adirato…”. Come non vedere ciò nell'indignazione di coloro che, in sintonia con la giustizia e il diritto, sono a favore di una efficace legislazione e organizzazione mondiale che non permetta quello che tristemente stiamo vedendo e subendo. La forza di coloro che si indignano è la forza di Dio, partecipazione di quello che sarà visibile e manifesto, in tutta la sua portata, con la venuta ultima e definitiva del Risorto.

Il senso dell'Avvento è anticipare e, allo stesso tempo, invocare la venuta del Risorto, il nuovo, ultimo e definitivo Natale. In un certo senso il futuro si fa già presente, pur conservando la sua realtà di futuro.

Ciò si deve all'evento della Pasqua a cui Paolo fa riferimento nella seconda lettura.


2a lettura (1Cor 1,3-9)

Paolo si rivolge ai cristiani ricordando loro il dono di Dio e la nuova condizione in cui si trovano per effetto di esso. Sta proiettando su di loro quello che lui stesso sperimenta, come conseguenza della morte e risurrezione di Gesù che gli ha trasformato la vita.

In effetti, il dono è la “grazia di Dio che vi è stata data in Gesù Cristo (…) dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”. Comunione che lui stesso sta vivendo. Pertanto, parla e manifesta loro la sua personale esperienza, il proprio vissuto di comunione con il Signore.

Aggiunge che per il dono di Dio “in lui – Cristo – siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza”.Il dono degli effetti della morte e risurrezione di Gesù racchiude in sé tutti i doni, particolarmente quello della carità (non l'elemosina, è ben altro!) per il quale si sperimenta la grandezza e la profondità inesauribile del mistero di Dio.

Per cui, “La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi cosi saldamente…” . Paolo si riferisce al fatto che Gesù, come rappresentante dell'umanità, ha testimoniato con la sua morte in croce, davanti al Padre, la vittoria sul male e sul peccato. Conseguentemente, tutti coloro che accettano e credono nel dono del rappresentate, hanno vinto in se stessi il male e il peccato e partecipano della vita eterna, della risurrezione.

Questa convinzione si è stabilita saldamente nel cuore dei cristiani ai quali si rivolge l'apostolo, per cui aggiunge “…che non vi manca più alcun carisma”. In altre parole, avete tutti i doni necessari per vivere la stessa carità di Cristo nelle diverse circostanze della vita giornaliera. Più ancora, “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili” dato che non mancheranno prove, difficoltà e seduzioni, contro le quali occorre fermezza e coerenza per non deviare dal cammino o scendere a compromessi inaccettabili.

L'immersione sempre più profonda nel dono e il coinvolgimento nei suoi effetti fa sì “che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”. Essa avverrà “nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo”, il giorno ultimo e definitivo di Dio a favore di tutti e della creazione. E' il giorno della venuta del Risorto, nel quale Dio Padre “sarà tutto in tutti” (1Cor.15,28). Sarà come una nuova nascita e partecipazione piena alla vita di Dio.

In tal modo è evidente che presente e futuro, il cammino e la meta, sono intimamente legati. La risurrezione di Gesù è la manifestazione e la garanzia di tale vincolo. In effetti, come la morte e risurrezione di Lui è motivata dalla pratica della carità, la stessa pratica attualizzata nella vita del cristiano lo rende partecipe della realtà divina e percettore della stessa meta e dello stesso destino. La carità è il dono di Dio nella vita presente e, allo stesso tempo, è fonte di certezza del destino, della meta futura.

Paolo aspettava il ritorno del Risorto in tempi brevi. Ma non è stato così. Per approfondire e comprendere il senso di quell'attesa, rimando al commento della seconda lettura di domenica scorsa.

Rimane la verità del compiersi dell'evento, di fronte al quale è doveroso l'atteggiamento indicato dal vangelo.


Vangelo (Mc 13,33-37)

Ecco un pronunciamento fermo e determinato del Signore “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”, motivato dal fatto che “non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a …”. Neanche Gesù dice di saperlo (non si capisce il perché, data la singolare comunione trinitaria con il Padre…). Solo il Padre sa “il quando”.

In ogni caso Gesù afferma con sicurezza che avverrà e mette in allerta “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”. Ritengo che non conoscere il momento è condizione necessaria per vivere il presente in modo adeguato. Mi riferisco al continuo rimettersi nell'orizzonte della gratuità.

Conseguentemente non si agisce in funzione della venuta – pur sapendo che verrà -, ma per il fascino e coinvolgimento nell'amore che ha trasmesso con il suo dono. In altre parole, per amore. E l'amore è gratuito oppure non è amore. D'altronde, vivere il presente già sapendo la data dell'arrivo, porterebbe con sé pesanti condizionamenti, quale quello di conoscere in anticipo la data della nostra morte.

Ma “fare attenzione” significa anche non lasciarsi prendere dalla sfiducia o dall'incredulità in ordine alla venuta del “padrone di casa”.

Dal punto di vista umano è spontanea la sfiducia quando i tempi si allungano inspiegabilmente. Sorge la domanda : sarà proprio vero? C'è stato un malinteso? Le condizioni e le manifestazioni del ritorno sono veramente quelle che crediamo e aspettiamo? Quello che Paolo considerava prossimo non è ancora accaduto… e sono già passati due mila anni. E allora?

Tuttavia l'esortazione di Gesù è di non abbassare la guardia – “fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati” – sollecita ad evitare le conseguenze funeste della sfiducia, che porterebbero alla passività, al disinteresse ed a ogni tipo di disimpegno.

Stabilire e mantenere il legame fra il presente e il futuro, fra il cammino giornaliero e la meta, significa creare le condizioni per vivere con responsabilità. Il padrone di casa ha “lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito” .

Svolgere il compito è responsabilità attiva per il bene dell'altro – individuo, collettività, ambiente – e, congiuntamente, per se stesso. Riprendo quello che commentavo qualche settimana fa a proposito “dell'amare il Signore tuo Dio per il tuo prossimo come per te stesso”.

Amare l'altro è la maniera di amare se stesso. E' qualcosa di così sconvolgente e profondo da non permettere di “dormire”. Incita a sviluppare creativamente e coraggiosamente il proprio compito, come insegna la parabola dei talenti.

Allora i dubbi sull'evento finale si assottiglieranno e diverranno sempre meno consistenti. La missione – il compito – fa percepire la realtà dell'evento, cosi come l'evento – ultimo e definitivo – motiva sempre più la missione.

Sant'Ireneo, un grande teologo del secondo secolo, fa un'affermazione di questo tipo: “La gloria di Dio è l'uomo vivente, e la vita dell'uomo è la lode a Dio”.

In effetti, la gloria di Dio si manifesta nella carità che fa rivivere coloro alla quale è diretta. Amare ed essere amati è essenziale per la vita di ogni uomo, insieme all'alimentazione ed a buone condizioni di vita.

D'alto lato, chi si sente amato, ha le condizioni per amare a sua volta, per ritornare il dono ricevuto, soprattutto, ai meno favoriti. E' il modo di dare lode a Dio, ossia, la liturgia della vita. E questo lo può fare anche colui che non professa religione alcuna…

L'amore di Dio, in un modo o nell'altro, raggiunge tutti.

L'esortazione finale “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!” non richiede una semplice attesa, ma occorre dirigere lo sguardo verso l'evento futuro, nella pratica della carità nel presente. Perché la carità è già il futuro che si fa presente nel tempo che passa e, altresì, è anticipazione e garanzia dell'evento finale.

La carità dona senso all'esistenza personale, alla famiglia, alla collettività, all'umanità ed alla creazione.

 

 

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